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James Taylor

(1948, Belmont, Massachusetts, USA)

Lui era un bravissimo cantautore sdolcinato con la chitarra (adesso è un cantautore sdolcinato con la chitarra), ma aprì un varco da cui passarono legioni di emuli da latte-alle-ginocchia, di cui la storia gli chiederà conto. Allora, però, occupò uno spazio trascurato dal rock, assieme a Joni Mitchell, Carole King, Carly Simon (due delle quali frequentò più assiduamente) e Jackson Browne. E fece grandi canzoni in un tempo in cui sembrava non bastasse: «Non sto cambiando il mondo, non devo dimostrare niente». Come si sa dalla canzone, era cresciuto in North Carolina.

Something in the way she moves
(James Taylor, 1969)
“È qualcosa nel modo in cui si muove”. Standard classico, canzone d’amore su come sto bene quando lei è qui intorno, e le cose che mi dice, anzi il modo in cui me le dice, e non importa cosa vogliano dire.
“Something in the way she moves” ispirò il più celebre primo verso di “Something” dei Beatles.

Carolina in my mind
(James Taylor, 1969)
In my mind, I’m goin’ to Carolina

Fire and rain
(Sweet baby James, 1970)
Con “Fire and rain” James Taylor diventò famoso, al suo secondo disco. E creò il modello per il chitarrista languido che viene aggredito da John Belushi al toga party di Animal house tra gli applausi del pubblico in sala. Taylor ha raccontato che la canzone parla della sua depressione giovanile, ospedali psichiatrici compresi, e della morte di un’amica, Suzanne Schnerr. Circola una leggenda drasticamente smentita da Taylor stesso sul fatto che Suzanne sia morta in un incidente aereo andando a un suo concerto (un’invenzione simile ha accompagnato in Italia le interpretazioni del testo di “Buonanotte fiorellino” di De Gregori).

Sweet baby James
(Sweet baby James, 1970)
Esercizio di canzone country – dedicato a un nipote neonato – con ritratto canonico della solitudine del cowboy, che al sorgere della luna “chiude gli occhi e canta una canzone dolcemente, ma come se qualcuno potesse sentirlo” (“as if maybe someone coud hear”, verso dal suono perfetto, come pure “there’s a song that they sing when they take to the highway”).

Hey mister, that’s me upon the jukebox
(Mud Slide Slim and the blue horizon, 1971)
“Hey, signore, sono io quello del jukebox: sono quello che canta la canzone triste. Piango ogni volta che metti una monetina”. Nel disco canta la fidanzata di Taylor di allora, Joni Mitchell.

Don’t let me be lonely tonight
(One man dog, 1972)
James Taylor non si preoccupò di cantare in un modo che fino ad allora era stato femminile, e nemmeno di cantare cose che gli uomini non cantavano, come questa preghiera all’amante che lo tira scemo: che almeno stanotte non lo lasci solo (“mentimi, ma stringimi”). Ce n’è una cover di Eric Clapton del 2001.

How sweet it is (to be loved by you)
(Gorilla, 1975)
Era di Marvin Gaye, scritta da Holland, Dozier e Holland, le galline dalle uova d’oro Motown. Ma nella storia della musica è rimasto il momento in cui Taylor dice “I just wanna stop! ...and thank you baby”.

Like everyone she knows
(New moon shine, 1991)
Aveva appena superato i quarant’anni, ma era già quasi calvo, e questo non lo aiutava a scrollarsi di dosso l’immagine del buon-vecchio-James-Taylor. Però qualcosa di forte c’era ancora, nella strofa di “Like everyone she knows” (e nel sax di Branford Marsalis: un po’ meno nel coretto femminile), la cui protagonista aspetta un amore vero da troppo tempo.


Brani citati
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Falsi originali

Ci sono canzoni che ci si piazzano in testa, ci piacciono e ci convincono che l’artista che le interpreta sia un vero genio della musica. E invece – magari dopo anni – veniamo a scoprire che il vero genio era qualcun altro, perché si trattava di una cover!

Ecco alcuni dei più clamorosi 'falsi originali' (in progress).


Surfin’ USA | The Beach Boys
(Surfin’ USA, 1963)
L’ispirazione musicale è quella di "Sweet little sixteen" di Chuck Berry. Il resto è proclamazione adolescenziale di rivoluzione soft: ce ne andiamo in vacanza a fare del surf, avvisate i professori. Le onde di tale intensa ideologia allagarono tutte le coste del mondo.

I got you (I feel good) | James Brown
(singolo, 1965)
"I got you (I feel good)" è la canzone universalmente riconosciuta come il ‘marchio di fabbrica’ di James Brown. Ma la canzone era stata originariamente registrata tre anni prima, con un testo ed una melodia praticamente identici, da Yvonne Fair, una delle coriste del gruppo di James Brown, con il titolo "I found you".

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #78 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

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Brani citati

James

(1982-2001, Manchester, Inghilterra)

I James erano di Manchester, facevano un pop un po’ rock e un rock un po’ pop, e all’inizio li avevano spacciati avventatamente per i nuovi Smiths. E in effetti i loro testi sono spesso altrettanto depressi: ma anche più criptici, e le musiche più robuste e diurne. In Inghilterra hanno mantenuto negli anni una solida base di fans e di attenzione dei critici, in America hanno venduto bene qualche singolo: quando il cantante Tim Booth si è stufato, hanno di fatto chiuso baracca.

Sit down
(Gold mother, 1990)
Il loro primo singolo di successo ha un suono pieno e ricco, da “big music” alla Waterboys. Tim Booth scrisse “Sit down” dopo aver letto i libri di Doris Lessing, che gli fecero capire di non essere solo nella sua depressione dei vent’anni. La prima uscita fu un fallimento, poi divenne di culto presso alcune discoteche inglesi dove nacque il costume di sedersi tutti per terra durante il refrain. Fu ripubblicata, a due anni di distanza e arrivò al numero due in classifica.
Quelli che sentono l’alito della tristezza, si siedano qui con me. Quelli che scoprono di essere toccati dalla follia, si siedano qui con me. Quelli che si trovano ridicoli, si siedano qui con me. Per amore, paura, odio e lacrime. Sedetevi qui con me.

Out to get you
(Laid, 1993)
Bel modo di cominciare un disco, piano piano, in crescendo, e nella mancanza di lei. “I’m so alone tonight...”, e un po’ alla volta entrano nuovi suoni, chitarra, basso, violino, batteria – “feel so small that they could step on you” – e il pezzo sale, sale, sale, “if you’d let me breathe”.

Sometimes (Lester Piggott)
(Laid, 1993)
Nel disco viene dopo “Out to get you”, e gli dà una scossa, come a dire “ok, fate spazio, siamo pronti: via!”. Gran chitarre, ritmone, e un coro gospel in fondo. Il sottotitolo – dedicato a un leggendario fantino inglese – si riferisce appunto all’andatura galoppante del pezzo. Laid fu prodotto da Brian Eno.

Lullaby
(Laid, 1993)
Un valzer, un racconto di abusi infantili che sembra un racconto di Chuck Pahlaniuk (e si chiama come un suo successivo romanzo):
In questo posto stregato, solo un senso di vergogna. Le finestre le hanno rotte i bambini e il vento urla per le scale, sbatte le porte e rovescia le sedie. Vorrei non fossimo nati con violenza.

Laid
(Laid, 1993)
This bed is on fire with passionate love
The neighbors complain about the noises above
But she only comes when she's on top

Tomorrow
(Whiplash, 1997)
Un pezzo del genere di “Sometimes”, con le chitarre caricate a mille, precipitose come il percorso del protagonista della canzone: “I... see you falling”.

Waltzing along
(Whiplash, 1997)
Ritmo alla Smiths dei giorni allegri, controcanti, e un bel cambio di tono sul refrain finale. Secondo il bassista Jim Glennie, invece, sembra un pezzo di Chris Rea (quello di “Josephine” e “On the beach”).

Strangers
(Millionaires, 1999)
Stupenda ballata di archi, dedicata a Qualcuno che ha lasciato un messaggio sulla sabbia: “Cercate di fare meglio che potete, questo mondo non è come lo avevo immaginato”. E che avrebbe bisogno di un buon amico, ma nessuno lo ascolta (parlano tutto il tempo): Lui è fuori dal mondo.

Hello
(Millionaires, 1999)
Ammaliante pezzo cinematografico e psichedelico in un suo modo minimale, che fu usato nella bellissima colonna sonora di Le conseguenze dell’amore.

Surprise
(Millionaires, 1999)
La sorpresa esposta è che non è ancora venuto il momento di togliersi la vita, e fu ispirata dalle disperazioni suicide di un amico di Booth.


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The Stone Roses

(1984, Manchester, Inghilterra)

Diventarono la cosa più grossa del rock britannico alla fine degli anni Ottanta, fecero mille casini con le case discografiche, arrivarono a fatica al secondo disco, e finirono lì. Ma sono probabilmente l’ultimo mito rock inglese, adorati.

Sally Cinnamon
(Singolo, 1987)
Quando il Manchester United gioca all’Old Trafford, i tifosi espongono uno striscione dagli spalti dello Stretford End con le foto di Eric Cantona e George Best che dice: “Sent to me from heaven... you are my world” (i puntini in realtà sono quattro, perché a scuola non spiegano mai che i puntini di sospensione sono sempre tre, neanche in Inghilterra). È una citazione di “Sally Cinnamon”, singolo inciso ai tempi prima del botto, prima che il bassista Gary “Mani” Mounfield entrasse nella band. Fu ripubblicata dopo il botto, con un video che alla band non piacque per niente: andarono negli uffici dell’etichetta e dipinsero i muri e le facce del boss e di sua moglie. Poi distrussero un paio di automobili, e vennero arrestati. Una leggenda smentita dai diretti interessati sostiene che Sally sarebbe la stessa Sally di “Don’t look back in anger” degli Oasis.

(Song for my) Sugar spun sister
(The Stone Roses, 1989)
Sesso, droga e rock’n’roll, ma con una certa allegria. “Ogni membro del parlamento si fa di colla”.

Made of stone
(The Stone Roses, 1989)
Ha un ritornello che si porta via baracca e burattini: “Sometimes I fan-ta-size!”. La suonarono alla loro prima apparizione live in un programma alla BBC, ma dopo un minuto andò via la corrente e la conduttrice rientrò cercando di proseguire con l’argomento successivo mentre alle sue spalle Ian Brown urlava “dilettanti!”.

This is the one
(The Stone Roses, 1989)
Anche questa è usata assai all’Old Trafford, e stando alla leggenda la scrissero dopo essere stati chiusi a chiave nello studio dal produttore con la minaccia di non farli uscire fino a che non avessero scritto una nuova canzone.

She bangs the drums
(The Stone Roses, 1989)
Fu il loro primo singolo a entrare nella classifica inglese, dopo che “Made of stone” non era andata granché. Finora avevano costruito una specie di culto a Manchester, e sarebbero diventati retrospettivamente tra i protagonisti di una vivacità musicale cittadina che prese il nome di “madchester” e rimpiazzò il periodo precedente degli Smiths e dei New Order: c’erano loro, gli Happy Mondays, gli Inspiral Carpets, i James.

Ten storey love song
(Second coming, 1994)
Malgrado il successone, a causa di casini legali con le case discografiche non riuscirono a battere il ferro caldo prima di cinque anni, e si era un po’ raffreddato. Fecero un disco più blues-rock e rumoroso e l’attesa per un bis del primo gli si ritorse contro in delusione. Alcuni singoli andarono comunque piuttosto bene, compresa questa ballatona più convenzionalmente melodica che cita “You’ve got a friend” di Carole King.


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Joni Mitchell

(1943, Alberta, Canada)

Gran signora canadese, amata e ammirata da tutti i cantautori nordamericani, e capace ancora oggi di fare grandi cose con una voce tutta sua. Ha lavorato tantissimo con la chitarra, con percussioni e sonorità pellirosse, con il jazz. In Europa non ha mai svoltato, perché i critici scrivono mirabilie di Joni Mitchell ma poi pompano gli Strokes (gli chi? Appunto).

Both sides now
(Clouds, 1969)
Avrei fatto molte cose, ma si sono messe in mezzo le nuvole.
C’è quella striscia dei Peanuts, dove giocano a baseball e Lucy manca uno spiovente facilissimo. Charlie Brown perde la pazienza e lei risponde «avevo il sole negli occhi». E lui: «ma se è nuvoloso!». «Avevo le nuvole negli occhi».

Chelsea morning
(Clouds, 1969)
Non è Chelsea a Londra, ma l’hotel Chelsea di New York. Lei l’aveva scritta molto prima di metterla in un suo disco, ed era diventata famosa per la versione del 1969 di Judy Collins. Che è la ragione per cui la figlia di Bill e Hillary Clinton si chiama Chelsea. Anche Neil Diamond ne ha fatto una bella cover.

Big yellow taxi
(Ladies of the canyon, 1970)
La più famosa canzone di Joni Mitchell per chi non conosce Joni Mitchell. Grazie al campionamento di Janet Jackson nella sua notevole “Got ‘til it’s gone” e alla cover dei Counting+Crows. Il taxi lo vide dalla finestra di un albergo alle Hawaii, e capì che “va sempre a finire che non sai quello che possiedi fino a che non lo hai perso: hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio”.

Woodstock
(Ladies of the canyon, 1970)
Secondo alcuni Joni Mitchell doveva suonare a Woodstock, quella volta là, ma fece tardi per via del traffico. Secondo altri aveva un impegno televisivo. Comunque ci rimase male assai. Vide il concerto in televisione e scrisse la canzone, che fu cantata anche da Crosby, Stills, Nash & Young in Déja vu. “Quando arrivammo a Woodstock c’era già mezzo milione di persone, ed era tutto canzoni e gioia. E sognai un cielo di bombardieri che sganciavano farfalle sulla nostra nazione”.

All I want
(Blue, 1971)
Il suono con cui inizia Blue, che passa come il più riuscito disco di Joni Mitchell, è un dulcimer degli Appalachi (già, esistono vari tipi di dulcimer). Il dulcimer è uno strumento a corde che si pizzicano o si percuotono, lontano parente di una chitarra di cui ha la forma assai più allungata. In “All I want” – dove la chitarra vera la suona James Taylor – lei vuole parecchie cose da un nuovo amore, tra cui fargli uno shampoo.

My old man
(Blue, 1971)
Questo invece è un pianoforte. Lui è via e quando lui è via il letto è troppo grande (e questa l’abbiamo sentita spesso: poi verranno i Police di “The bed’s too big without you” o la variante dei Cugini di campagna del “letto come lo hai lasciato tu” che però è pudicamente indipendente “nella stanza tua”). L’invenzione figurativa è invece “la padella troppo grande”, la mattina quando lei prepara la colazione. Il lui di cui si parla qui è Graham Nash (“he’s a singer in the park”), con cui aveva rotto poco prima.

A case of you
(Blue, 1971)
Si dice che lui fosse Leonard Cohen, e la relazione doveva essere piuttosto tormentata, a sentire lei qui. Bella, lenta, dolcissima. Trent’anni dopo la ricantò in Both sides now. Ne fece anche una bella cover Prince, tra gli altri.

Help me
(Court and spark, 1974)
Quando dicono “folk-jazz” vogliono solo dire che c’è un arrangiamento un po’ jazz ma anche delle chitarre. Come in “Help me”, se riuscite a trascurare la voce di lei, e a farci caso.

Refuge of the roads
(Hejira, 1976)
Molte delle canzoni di Joni Mitchell sono roba di viaggi, da on-the-road. La stessa “All I want” che apriva Blue era una esposizione del viaggio come massima forma di libertà. Hejira è molto su questo, sugli incontri che si fanno e sui pensieri che si hanno. “Refuge of the roads” si conclude su una foto della terra vista dalla luna, appesa dentro a un distributore di benzina, dove “non si distingue una città, né una foresta o un’autostrada, e men che mai me stessa, quaggiù”.

Chinese cafè
(Wild things run fast, 1982)
“Chinese cafè” era la prima canzone del disco di Joni Mitchell sul tempo che era passato.
Caught in the middle, Carol
we’re middle class, we’re middle aged
We were wild in the old days,
birth of rock ‘n’ roll days:
now your kids are coming up straight
and my child’s a stranger
I bore her, but I could not raise her
Nothing lasts for long
“Sembriamo le nostre madri” dice ancora, prima di tirare fuori dal cappello una fantastica citazione di “Unchained melody” dei Righteous Brothers.

Cherokee Louise
(Night ride home, 1991)
Louise era una compagna di scuola: quando la cercano, Joni Mitchell sa dove è andata. A nascondersi sotto il Broadway Tunnel dove può tuffarsi nella polvere e dimenticare la cosa terribile che le era capitata a casa:
She runs home to her foster dad
He opens up a zipper
And he yanks her to her knees

Bad dreams
(Shine, 2007)
“Bad dreams are good, in the great plan”, aveva detto un suo nipotino di tre anni. Lei ne aveva sessantaquattro quando fece ancora uno stupendo disco di Joni Mitchell.


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Noi siamo le colonne

Le migliori melodie da film di tutti i tempi.

The grand duel | Louis Enrique Bacalov
(Kill Bill, 2003)
Dal film Kill Bill: Volume 1 del 2003 diretto da Quentin Tarantino.

Theme from Schindler’s list | John Williams
(Schindler’s list, 1993)
Dal film La lista di Schindler del 1993 diretto da Steven Spielberg, dedicato al tema della Shoah.

Closing Theme | Jack Nitzsche
(One flew over the cuckoo's nest, OST; 1975)
Dal film Qualcuno volò sul nido del cuculo del 1975 diretto da Miloš Forman.

TITOLO | Michael Nyman
(The Piano: music from the motion picture, 1993)
Dal film Lezioni di piano del 1993 diretto da Jane Campion.

25th hour finale | Terence Blanchard
(25th Hour, OST, 2002
Dal film La 25ª ora del 2002, diretto da Spike Lee

Morning passages | Philip Glass
(The Hours, OST, 2002)
Dal film The hours del 2002 diretto da Stephen Daldry.

Taxidi | Eleni Karaindrou
(Taxidi sta Kithira, 1984)
Dal film Viaggio a Citera del 1984 diretto da Theo Angelopoulos.

AA. Epilogue and hymn | George Winston
(Country, OST, 1984)
Dal film Country del 1984 diretto da Richard Pearce.

The final game | Randy Newman
(The Natural, 1984)
Dal film Il migliore del 1984 diretto da Barry Levinson.

The wings | Gustavo Santaolalla
(Brokeback Mountain, OST, 2005)
Dal film Brokeback mountain del 2005 diretto da Ang Lee.

Theme | Jon Brion
(Eternal sunshine of the spotless mind, 2004)
Dal film Se mi lasci ti cancello del 2004 diretto da Michel Gondry.

Twin Peaks theme | Angelo Badalamenti
(Twin Peaks, OST, 1990)
Dalla serie televisiva I segreti di Twin Peaks (Twin Peaks) del 1990 ideata da David Lynch.

Body double | Pino Donaggio
(Body double, OST, 1984)
Dal film Omicidio a luci rosse del 1984 diretto da Brian de Palma.

BB. Pittsburgh 1901 (Theme from Mrs. Soffel) | Mark Isham
(Mrs. Soffel, OST, 1984
Dal film Fuga d’inverno del 1984 diretto da Gillian Armstrong.

Love theme | Miklos Rozsa
(Spellbound, OST, 1945
Dal film Io ti salverò del 1945 diretto da Alfred Hitchcock.

End title | Nino Rota
(The Godfather Part II, OST, 1974
Dal film Il padrino parte II del 1974 diretto da Francis Ford Coppola.

Heaven’s gate waltz | David Mansfield
(Heaven's gate, OST, 1980)
Dal film I cancelli del cielo del 1980 diretto da Michael Cimino.

Prelude and rooftop | Bernard Herrmann
(Vertigo, OST, 1958
Dal film La donna che visse due volte del 1958 diretto da Alfred Hitchcock.

Close cover | Wim Mertens
(The belly of an architect, 1987)
Dal film Il ventre dell’architetto del 1987 diretto da Peter Greenaway.

Love theme | Jon Vangelis
(Blade runner, OST, 1982)
Dal film Blade runner del 1982 diretto da Ridley Scott.

Giù la testa | Ennio Morricone
(Giù la testa, OST, 1971)
Dal film Giù la testa del 1971 diretto da Sergio Leone.

25 dollars worth | James Newton Howard
(Michael Clayton, OST, 2007)
Dal film Michael Clayton del 2007 diretto da Tony Gilroy.

Lux Aeterna | Clint Mansell
(Requiem for a Dream, OST, 2000)
Dal film Requiem for a Dream del 2000 diretto da Darren Aronofsky.

Comptine d'un autre été: l'apres midi | Yann Tiersen
(Le fabuleux destin d'Amélie Poulain, OST, 2001)
Dal film Il favoloso mondo di Amélie del 2001 diretto da Jean-Pierre Jeunet.

Truman sleeps | Philip Glass
(The Truman Show, OST, 1998)
Dal film The Truman Show del 1998 diretto da Peter Weir.

American beauty | Thomas Newman
(American beauty, OST, 1999)
Dal film American beauty del 1999 diretto da Sam Mendes.

Playlist

Pulp

(1978, Sheffield, Inghilterra)

I Pulp sono un gruppo musicale rock britannico, fondato nel 1978 dall'allora quindicenne Jarvis Cocker. Il nome originale, poi abbreviato, era Arabacus Pulp. Attivi soprattutto negli anni ottanta e novanta, la loro musica è un misto di rock e pop con elementi di disco music.

Babies
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia."

Common people
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Bar Italia
(Different class, 1995)
Bar Italia è un café italiano che si trova "round the corner in Soho" a Londra, "where other broken people go."

Underwear
(Different class, 1995)
Oh yeah I want to see you
Want to see you standing in your underwear, oh

Disco 2000
(Different class, 1995)
Storia vera dell'innamoramento infantile di Jarvis Cocker per la sua amica e vicina di casa Deborah; il cantante si chiede che accadrebbe se i due si rivedessero quando fossero cresciuti (nell'anno 2000, come suggerisce il ritornello).


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The White Stripes

(1997, Detroit, Michigan, USA)

I primi e più creativi di un treno di bands rocchettare piombato sul mondo all’inizio del millennio (il loro primo disco è del 1999, a essere precisi): suono tradizionale, chitarra e batteria, rumorosi quando si deve e acustici quando si vuole. Sono due, Jack White e Meg White, e non sono più marito e moglie da un pezzo (tanto che negano di esserlo mai stati). Lui porta dei gran cappelli e dopo si è fidanzato sempre con certe modelle: l’ultima l’ha sposata.

You’re pretty good looking (for a girl)
(De Stijl, 2000)
Rock démodé, come quando c’erano i Kinks. Qualche anno dopo sarebbero arrivati gli Strokes, gli Hives, i Libertines, i Black Rebel Motorcycle Club, a eccitare gli appesantiti fans del rock chitarresco anni Settanta.

Fell in love with a girl
(White blood cells, 2001)
Neanche due minuti di rivisitazione del punk, con coro fulminante che vi rimane in testa per tutta la settimana. La ragazza gli dice di andare con lei al fiume, a baciarsi, e che per Bobby non è un problema. Ci vorrebbero più Bobby, al mondo.

We’re going to be friends
(White blood cells, 2001)
Ok, gran calma, mettetevi tranquilli ora. Voce e chitarra, melodia dondolante. Ricordi da primo giorno di scuola e dell’eccitazione di aver individuato un nuovo amico. Ne ha fatto una cover Jack Johnson, non a caso per la colonna sonora del cartone animato Curious George.

Dead leaves and the dirty ground
(White blood cells, 2001)
Un rocchettone sentimentale pieno di metafore e paragoni, come le foglie secche del titolo, ancora pieno di ammiccamenti ai grandi casinari del passato, dagli Who agli AC/DC. Anche se l’ascoltatore italiano nota innanzitutto il passaggio identico a “Pigro” di Ivan Graziani.

Hotel Yorba
(White blood cells, 2001)
L’Hotel Yorba è a Detroit, e si dice che la canzone sia stata scritta là: chissà cosa ci facevano in albergo, nella loro città. Secondo un’altra voce, dopo che ebbero cantato – su un formidabile ritmetto country – quanto fosse bello vedersi all’Hotel Yorba perché le stanze erano sempre tutte vuote, quelli dello Yorba si seccarono parecchio.

Seven nation army
(Elephant, 2003)
La grandezza di “Seven nation army” è dimostrata dalla sua leggendaria storia di successo da stadio. Non si è mai capito esattamente se il gigantesco riff di chitarra (sembra un basso, ma è una chitarra: e fu inventato durante le prove di un concerto australiano) sia stato trasformato in un coro da curva dai tifosi di una squadra scozzese o da quelli belgi. Ma i romanisti lo impararono da questi ultimi, lo fecero arrivare fino al palco di Sanremo quando a presentare il festival ci fu la signora Totti, e poi divenne il tormentone della vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006.
Il titolo è un equivoco infantile di Jack White, che da piccolo interpretava così l’espressione “Salvation army” (l’Esercito della Salvezza). E per chiudere con i riferimenti infantili, la musica si presta benissimo a una reinterpretazione di “Stella stellina, la notte si avvicina”.
Tante sono le cover: qui propongo quelle di Ben l'Oncle Soul, Zella Day e Scott Bradlee's Postmodern Jukebox.

I just don’t know what to do with myself
(Elephant, 2003)
Una delle più belle canzoni di Burt Bacharach, fu raccolta dai White Stripes con lo snobismo artistico tipico della band: la riarrangiarono rock, lui gridacchia un po’ troppo, ma sulla strofa non può che disciplinarsi all’originale. Il video fu diretto da Sofia Coppola (e c’era Kate Moss).

My doorbell
(Get behind me Satan, 2005)
Pezzaccio spiritosissimo: si sono buttati sul pianoforte, in una via di mezzo tra i Led Zeppelin e James Brown, e un falsetto che sintetizza Michael Jackson e Brian Johnson degli AC/DC. Un’araba fenice rock.


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Paul Weller

(1958, Woking, Inghilterra)

Uno dei più grandi artisti soul di tutti i tempi, ed è inglese e bianco. L’unico a comparire in tre voci distinte in questo blog (la sua, quella dei Jam, e quella degli Style Council), ha segnato la musica inglese per ormai trent’anni, facendosi nemici e adoratori, e cantando sempre un po’ scocciato. Molti al suo Paese lo ritengono il miglior cantautore che hanno: nel resto del mondo, invece, non lo capiscono tanto.

Above the clouds
(Paul Weller, 1992)
Malinconia e spaesamento autunnale, con un suono e una vocetta ancora un po’ Style Council.

You do something to me
(Stanley road, 1995)
Splendida, da come comincia, il modo in cui lui borbotta quasi seccato “iudusamthintumi”. A sentire come lo canta, sembrerebbe che non riesca a sopportarla, questa cosa che lei gli tocchi qualcosa di profondo: è davvero giù. Un sondaggio su internet ha concluso che "You do something to me” è la canzone romantica preferita dalle donne inglesi (davanti a “With or without you” degli U2).

Wings of speed
(Stanley road, 1995)
Piano e voce, una specie di pezzone alla Paul McCartney che ammoderna il tema di “Andavo a cento all’ora”. Qui è lei che deve correre da lui, ma in aeroplano (nei suoi sogni, il pilota è Gesù Cristo nientemeno).

Frightened
(Heliocentric, 2000)
Del non volersi alzare dal letto, certe mattine che il giorno prima è stato tremendo o che non c’è la persona che si vorrebbe.

Love-less
(Heliocentric, 2000)
“Love-less” e il suo pianoforte ricordano molto gli Style Council di Confessions of a pop group. E Bacharach.

All good books
(Illumination, 2002)
“È su quelli che usano la Bibbia o il Corano per i loro fini, corrompendoli”. L’andamento da passeggiata urbana è stupendo.

Thinking of you
(Studio 150, 2004)
“Tutti quanti, lasciate che vi dica del mio amore: me lo ha portato un angelo dal cielo”. In un disco di cover cercate col lanternino, Weller mise anche questa primaverile canzonetta delle Sister Sledge, che negli anni Settanta erano state la band gemella degli Chic, cavalcando la discomusic.

Close to you
(Studio 150, 2004)
Un vecchio pezzo dei Carpenters, una cosa da show televisivo, divertente.

Savages
(As is now, 2005)
Canzone della punizione divina sui “codardi selvaggi” che piantano pallottole nella schiena e spaventano bambini: gente senza dio, che l’amore punirà, calando sulla terra. Scritta prima degli attentati londinesi dell’estate 2005, uscì poco dopo, e sembrò apposta.

Come on let’s go
(As is now, 2005)
Gran rocchetto travolgente, come ai tempi dei Jam.


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Coldplay

(1998, Londra, Inghilterra)

I campioni di un trend rockmelodico inglese nato alla fine del millennio scorso e dilagato nel successivo: molto pianoforte, ricche orchestrazioni, voci levigate e pulitine. Alla stessa tendenza appartengono i Travis, i Muse, iKeane. Ma nessun altro ha venduto altrettanto, né ha fatto una bambina con Gwyneth Paltrow. Comunque, tanto per dare un’idea dell’originalità delle loro creazioni, questo è quanto ne dice Wikipedia: «Coldplay’s early material was reminiscent of artists such as Radiohead, Oasis, Jeff Buckley, Travis and Kate Bush. Martin has stated that he has been hugely influenced by U2. Other influences include Pink Floyd, A-ha, R.E.M, Echo and the Bunnymen,Bob Dylan, The Flaming Lips and, more recently, Johnny Cash and Kraftwerk». Manca solo Rita Pavone.

ascolta anche: Keane - Snow Patrol - Muse - James Blunt - Radiohead - Ed Sheeran
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Otis Redding

(1941, Dawson, Georgia, USA – 1967, Madison, Wisconsi, USA)

Otis Redding era nato in Georgia, come Ray Charles, ma visse solo 26 anni: gliene bastarono pochissimi per diventare un mito del soul, anzi il mito del soul. Nessuno cantava come lui, e a differenza della maggior parte dei suoi colleghi si scriveva molte canzoni da solo. Morì in un incidente aereo tre giorni dopo aver inciso la sua canzone più celebre.

I can’t turn you loose
(1965)
«Ma è la canzone dei Blues Brothers!»: già, è la canzone con cui si aprivano i concerti dei Blues Brothers.

Nobody knows you when you’re down and out
(The soul album, 1966)
Redding andava matto per Sam Cooke: quel che faceva lui, voleva rifarlo. Compreso questo vecchio standard di Jimmy Cox.

Cigarettes and coffee
(The soul album, 1966)
Quattro minuti di nulla soul, perfetti, con solo una sigaretta, un caffè, una ragazza e una sezione fiati da paura.

Try a little tenderness
(Complete and unbelievable: the Otis Redding dictionary of soul, 1966)
Questa è grandissima: il modo in cui entrano i fiati e sale il ritmo e lui che dice “ne-va’... ne-va’... ne-va’...” e “sen-ta-men-ta’...”. Redding ne fa quello che vuole.
E poi la canzone – che aveva già trent’anni allora – è una delle cose più beneducate e galanti che sia mai stata scritta per una ragazza.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #204 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

& I’ve been loving you too long
(Otis blue: Otis Redding sings soul, 1966)
Mescolare sentimentalismo e concretezza pratica, attraverso la tesi che uno ti abbia amata ormai così a lungo che sarebbe assurdo smettere ora, è un’idea geniale. La lunga versione al Festival di Monterey è una leggenda delle esecuzioni dal vivo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #110 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

When something is wrong with my baby
(King and queen, 1967)
Ma chi, chi, chi di noi ragazzi non vorrebbe avere una Carla Thomas accanto che gli dica “quando è triste il mio piccolo, sono triste anch’io”? Chi, chi, chi?

(Sittin’ on) The dock of the bay
(The dock of the bay, 1968)
L’inno alla dolcezza del pigro guardar le navi passare alla faccia delle pressioni del mondo. Otis Redding la compose su una houseboat dove si era sistemato dopo la sua celebre esibizione al Festival di Monterey, e la registrò il 7 dicembre 1967, fischiettando l’ultima strofa in attesa di trovare i versi giusti. Tre giorni dopo l’aereo su cui viaggiava precipitò in un lago del Wisconsin. Lui aveva 26 anni. Diventò il suo più grande successo di sempre, fischiettato.
Ne esistono ovviamente molteplici cover, tra cui una di Battiato.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #28 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

White Christmas
(Soul Christmas, 1968)
La più classica delle canzoni di Natale, scritta da Irving Berlin e tolta da Redding ai sottofondi dei negozi del centro e dello shopping compulsivo, per farne una roba sofferta, appassionata, lamentosa (“may your days... may your days...”, wow). Una roba soul.


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America

(1967, Londra, Inghilterra, Regno Unito)

All’università a Londra erano in tre, figli di militari americani di stanza in Inghilterra: il primo disco e la canzone più famosa li incisero lì, poi se ne tornarono al paesello, dove spopolarono ancora un po’. Quando uno mollò e si convertì al cristianesimo e alla musica religiosa, gli altri infilarono ancora qualche successo con dischi piuttosto noiosi. Erano la faccia melensa del rock western degli anni Settanta, ma anche la melensaggine conosce bravure.

A horse with no name
(America, 1971)
Uno dei classici dell’epoca, anche grazie a un equivoco: molti pensarono fosse una canzone di Neil Young. La band ha sempre negato che il cavallo e il deserto di cui si parla fossero una metafora dell’uso di stupefacenti, ma non è bastato a fugare i sospetti: per scrivere cose come “the heat was hot” – ovvero “il caldo era caldo” – qualcosa bisogna aver preso. Anche l’accavallarsi di negazioni nel verso “’cause there ain’t no one for to give you no pain” è ben strano: “colloquiale”, lo definì uno degli autori. Magari poi parla del deserto, e di un cavallo, va’ a sapere. Magari.

I need you
(America, 1971)
Sono testi che rilassano, finalmente: niente cavalli misteriosi, niente allusioni dietro l’angolo, solo metafore da asilo infantile. Un testo degno del miglior Cole Porter: “Ho bisogno di te, come il fiore della pioggia, come l’inverno della primavera” eccetera.

Sister golden hair
(America in concert, 1973)
Quando eravamo giovani e ci sembrava contassero solo i bassi, c’era un punto nella versione live in cui alzavamo i bassi a palla per scatenare il colpo di batteria.

Daisy Jane
(America in concert, 1973)
Daisy mi ama, io sono contento, il cielo è sereno, ma anche sotto le stelle bla bla bla. Però quando si apre il ritornello è bella, e poi si potrà anche essere un po’ pirla sentimentali, ogni tanto, l’estate, la sera, no?

Another try
(Holiday, 1974)
Hanno licenziato papà, e comunque i soldi se li beveva tutti prima di arrivare a casa. Però, mamma, a cosa serve una famiglia? Chiamalo, digli di tornare a casa. Diamogli un’altra possibilità. Mah.

Survival
(Alibi, 1980)
Entrarono negli anni Ottanta con un disco discreto, Alibi, prima di smettere definitivamente di indovinarne una. Questo era il singolo: ancora molto vento, pioggia, luna, mare e via dicendo. Manca il cavallo.


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The Verve

(1989-2009, Wigan, Inghilterra)

I Verve sono stati un gruppo musicale britannico post-britpop. Raggiunsero l'apice della fama con il terzo album, Urban hymns, nel 1997 e con il singolo "Bitter sweet symphony".

Bitter sweet symphony
(Urban hymns, 1997)
Il più grande degli Inni Urbani degli anni ’90. Ma anche un plagio, o quasi. Andò così: i Verve campionano un estratto della cover di "The last time", un brano dei Rolling Stones del 1965, realizzata un anno dopo dalla Andrew Oldham Orchestra, ottenendo senza problemi il permesso di utilizzarlo. Tuttavia i Verve si fanno prendere la mano e per tutta la ‘sinfonia’ utilizzano gli stessi 4 accordi. Gli Stones a questo punto sono pronti ad accettare che la loro percentuale dei diritti d’autore salga al 50%. Ma intanto il brano sta riscuotendo un enorme successo e gli Stones passano al ricatto: o il 100% dei diritti o il ritiro immediato del brano dal mercato. Ed è così che il più grande successo dei Verve non ha fruttato loro nemmeno un penny in diritti d’autore.
Ai Verve non restò che la vendetta della battuta acida : «"Bitter sweet symphony" è la più bella canzone che gli Stones abbiano scritto negli ultimi vent’anni». A cui seguì la replica, altrettanto acida, di Jagger & C: «Quando i Verve scriveranno una canzone più bella, potranno tenersi i diritti anche di questa». In effetti non è mai successo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #382 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sonnet
(Urban hymns, 1997)


Lucky man
(Urban hymns, 1997)
But how many corners do I have to turn?
How many times do I have to learn
All the love I have is in my mind?

The drugs don’t work
(Urban hymns, 1997)
Non c’entra quasi nulla con questo bel brano dei Verve. Ma mi è sovvenuto il ricordo della raccomandazione che ci fece la suora dell’Ospedale Militare durante la visita di leva: «Ragazzi, ma perchè bevete tutta questa droga?»

Slide away
(A storm in heaven, 1993)


Love is noise
(Fourth, 2008)
Love is noise and love is pain
Love is these blues that I'm singing again



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Ocean Colour Scene

(1989, Birmingham, Inghilterra)

Se gli Oasis fossero stati più creativi, sarebbero stati gli Ocean Colour Scene. Sono quattro (poi cinque, con qualche cambiamento), di Birmingham, forse la miglior band britannica ignorata dal mondo degli anni Novanta: grandi nelle ballate come nelle tirate rock, a metà tra i Beatles e Paul Weller, loro mentore.

The day we caught the train
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il loro singolo più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Lining your pockets
(Moseley Shoals, 1996)
Simon Fowler, cantante degli Ocean Colour Scene, in un momento soul in cui qualche critico ha sentito persino qualcosa di Randy Newman. E poi c’è il punto stupendo dove dice “all the things that I wanted....”.

Policemen and pirates
(Moseley Shoals, 1996)
But it doesn’t really matter when the judgements are said, ‘cause we all take our chances to find out romance is in some others bed
. Moseley Shoals, il secondo disco degli Ocean Colour Scene, è pieno di pezzi formidabili, e testi come questo, con tanto di Nerone e Ponzio Pilato.

The downstream
(Moseley Shoals, 1996)
Se faccio un film, ci metto questa canzone: nel momento in cui il protagonista è depresso per le cazzate che ha combinato e gli sembra che tutto sia perduto. Forse anzi finisce così, il film.

Better day
(Marchin’ already, 1997)
“Cosa mi aspetto dal tomorrow?” Bisogna avere sempre un po’ di diffidenza nei confronti delle accuse di plagio, che da un po’ di anni fioccano come funghi (crescono come api?). E allora, se è vero che la bella “Un giorno migliore” dei Lunapop comincia proprio identica a questa canzone degli Ocean Colour Scene, poi però il ritornello è diverso. E a leggere le note, “Un giorno migliore” risulta scritta da Cesare Cremonini, punto. Solo lui. C’è però un dettaglio che rende un po’ strana l’ipotesi della casualità: il titolo, della canzone.

< Hundred mile high city
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Profit in peace
(One from the modern, 1999)
“Profit in peace” è un potente inno pacifista, che gira attorno al concetto semplicistico ma sempre fondato della guerra come mezzo di interessi economici, enumerando tutti quelli che “non vogliono combattere più”, ma che dovranno continuare a farlo perché “con la pace non si guadagna”.

Families
(One from the modern, 1999)
Del voler bene ai bambini, che poi loro si ricordano.

We made it more
(Mechanical wonder, 2001)
Lentone sentimentale, con gli archi, e il modo in cui lui va via lontano su “ain’t gonna make another play today...”.

Golden Gate bridge
(North Atlantic drift, 2003)
“And I really hope to have you all my life” è un verso fantastico, semplice e poetico insieme. Gli fa da contraltare l’auspicio simile ma più netto di celebrare assieme “un cinquantaduesimo anniversario”. Grande refrain, bisognerebbe esserci quando la cantano in uno stadio.

Free my name
(A hyperactive workout for the flying squad, 2005)
Un wall-of-sound da portare via tutta la baracca e far scendere la gente affacciata ai balconi, e fiati in abbondanza: il primo singolo dal disco del 2005 degli Ocean Colour Scene era ancora perfetto per alzarsi la mattina e andare a conquistare il mondo, là fuori.


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Cat Stevens

(1948, Londra, Inghilterra)

Era un grande cantautore, pubblicò il suo primo disco a 18 anni e scrisse canzoni dolcissime, moderate dalla sua voce agguerrita. Poi perse un po’ di smalto e quindi non sapremo mai cosa ci abbia tolto la sua conversione all’Islam in seguito all’aver scampato la morte in un incidente aereo nel 1976. Negli ultimi tempi le sue riapparizioni si sono intensificate, per l’eccitazione dei giornali e pochi altri.

Lady d’Arbanville
(Mona Bone Jakon, 1970)
Il padre di Cat Stevens di cognome faceva Georgiu, ed era un greco di Cipro. In casa si ascoltavano dei sirtaki, si direbbe. Invece Patti d’Arbanville, con quel popò di cognome da sceneggiato televisivo, lo lasciò e si mise con Mick Jagger. Poi fece un figlio con Don Johnson. Nella canzone Cat Stevens la dà macabramente per morta. Invece, alla richiesta di spiegazioni sul misterioso titolo del 33 giri (astenersi battute venete), Stevens spiegò che si trattava del nomignolo che dava al suo, ahem...

Father and son
(Tea for the tillerman, 1970)
Da ragazzi ci si fa intortare da tre cose: Siddartha, Il gabbiano Jonathan Livingstone e “Father and son”. Che serve a convincere ogni quattordicenne che qualsiasi bisticcio familiare sull’ora del rientro serale è un conflitto generazionale di grandi implicazioni letterarie e sociali. Demagogia pura, e un grande classico.

Wild world
(Tea for the tillerman, 1970)
Lamento sfigatissimo e ballata stupenda, “Wild world” è lui che si duole con lei di essere stato lasciato e finge di augurarle ogni bene (si fa sempre, in questi casi: quando poi non attacca, si passa agli insulti e alle maledizioni), ma con un avvertimento mafioso dei rischi a cui andrà incontro. Se lei gli dava retta, a quest’ora aveva il burqa.

Hard headed woman
(Tea for the tillerman, 1970)
“Ne ho viste tante, di ballerine, di ragazze che si muovono leggiadramente: ma io cerco una che abbia delle risposte, che mi prenda per quello che sono.” Una capocciona, a tradurre letteralmente il titolo.

Where do the children play?
(Tea for the tillerman, 1970)
Tea for the tillerman è il più bello e il più famoso dei dischi di Cat Stevens. Si apriva con una canzone stupenda in cui si mescolano ancora la dolcezza della melodia e la capacità di Stevens di irritare la voce. “Where do the children play?” è una canzone ecologista sui rischi del progresso, ma di grande equilibrio e moderazione: capace di celebrare i successi tecnologici e accettarne i vantaggi, ma ponendo un dubbio, “lo so, che abbiamo fatto un sacco di strada, e che le cose cambiano ogni giorno: ma i bambini, dove li facciamo giocare?”.

Morning has broken
(Teaser and the firecat, 1971)
“Morning has broken” è una ninnananna inversa, mattutina: una cosa con cui svegliarli, i bambini. Fu scritta da Eleanor Farjeon come inno religioso, molto prima che Cat Stevens la incidesse con l’aiuto di Rick Wakeman degli Yes, che è quello che suona il pianoforte.

How can I tell you
(Teaser and the firecat, 1971)
Lui che non trova le parole, e come posso dirtelo, ci vogliono le parole giuste per dirti che ti amo, e però non le trovo, le parole, e così via per un totale di 244 parole.

Sitting
(Catch bull at four, 1972)
“I feel the power growin’ in my hand!” Non è che le maggiori canzoni di Cat Stevens abbiano tutto questo ritmo, di solito: “Sitting” è travolgente, lui tosto, il pianoforte strepitoso.

Oh very young
(Buddha and the chocolate box, 1974)

Another saturday night
(1974)
Il pezzo era già stato famoso nella versione di Sam Cooke: Cat Stevens lo riarrangiò, mantenendo il ritmo festaiolo malgrado sia “un altro sabato sera, ho dei soldi da spendere che mi hanno appena pagato, ma non ho nessuno, nessuno con cui parlare, e sono di pessimo umore”.

Remember the days of the old schoolyard
(Izitso, 1977)
Sì, le tastiere in attacco sono tremende, e i bambini e il refrain strillato anche. Ma la strofa è dolcissima, malgrado il giorgiobocchismo sui bei tempi andati, “when we had semplicity...”.


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Ed Sheeran

(1991, Halifax, Inghilterra)

Ed Sheeran ha iniziato a suonare la chitarra giovanissimo, dopo aver visto un concerto di Eric Clapton. Da lì, ha capito quale fosse la sua strada: la musica e le canzoni. Mischiando il pop al folk con qualche influenza soul, con una grande semplicità ed immediatezza compositiva sia per quanto riguarda la musica sia per quanto riguarda i testi, il giovane cantautore britannico ha scalato l’impervia scala del successo, fino alla cima.

Give me love
(+ (Plus), 2011)
Il brano inizia con una strofa dal carattere piuttosto intimistico per poi sfociare su un ritornello più incalzante. In generale, l’atmosfera del brano rimane su un registro triste e lamentoso, mentre Ed chiede semplicemente di essere amato.

The A Team
(+ (Plus), 2011)

Molte cover acustiche. Tra queste a me piacciono quelle di Daniela Andrade, Boyce Avenue e Adrees.

I see fire
(The Hobbit - The desolation of Smaug, 2013)
Ed Sheeran è anche un apprezzato compositore di colonne sonore. E infatti "I see fire" è stata composta appositamente per il film Lo Hobbit, la desolazione di Smaug. Il brano viene intonato con un tono raccolto e sommesso, creando da subito un’atmosfera enigmatica, perfetta per accompagnare le immagini intense e allo stesso tempo desolate degli scenari lunari del film.

Sing
(X (Multiply), 2014)
Per questa canzone Sheeran decide di cambiare registro e ammicca ad un funky energico, esplorando anche vocalmente e scegliendo di cantare il ritornello in falsetto. Sheeran, nella seconda strofa, sembrare strizzare l’occhio anche al rap.

Photograph
(X (Multiply), 2014)
Un semplice arpeggio di chitarra introduce questa dolcissima canzone dedicata ai bei tempi andati. I ricordi vanno custoditi e sono proprio i ricordi e un viso immortalato in una fotografia ingiallita che nutrono l’amore. Sone empre tante e spesso belle le cover acustiche dei brani di Sheeran. Ne propongo una di Boyce Avenue.

Thinking out loud
(X (Multiply), 2014)
Altro successo strepitoso, una canzone che Sheeran ha dedicato ad una ex ragazza. Molto efficace è il video che ritrae Ed mentre danza rapito con una giovane donna in un palazzo antico. La base a tratti R&B rende il brano accattivante, mentre la voce graffiante del cantante intona la melodia con grande intensità. Ovviamente esistono cover acustiche per tutti i gusti: qui propongo quelle di Jasmine Thompson, Boyce Avenue e Dylan Scott.

Perfect
(÷ (Divide), 2017)
Il cantautore sceglie un tempo più dilatato per questa romantica ballata dalle atmosfere natalizie. Pare che il brano sia dedicato alla moglie di Sheeran, sposata nel 2018 e che il cantante aveva conosciuto ai tempi della scuola. Sheeran ha interpretato questo brano in duetto con diversi artisti, tra cui Beyoncé e Bocelli, addirittura in italiano.

Shape of you
(÷ (Divide), 2017)
Con ben 4 miliardi e mezzo di visualizzazioni, questa hit incredibile fonde un sound dal ritmo esotico ad una linea melodica molto semplice ma efficace. Molto ballabile ma dai contenuti romantici, questo brano si piazza in testa a tutte le classifiche e diventa un classico pop amatissimo dal pubblico.

Happier
(÷ (Divide), 2017)
Il video di "Happier" mostra un momento di vita normale, una storia tra due innamorati che devono confrontarsi con le difficoltà dell’amore, con tutte le sue ombre e i suoi momenti di luce.

Castle on the hill
(÷ (Divide), 2017)
Un altro brano nostalgico. Sheeran racconta ricordi, frammenti di vita passata, momenti che come schegge ricompongono il mosaico del presente.

Galway girl
(÷ (Divide), 2017)
Sheeran sceglie qui un sound hip hop per le strofe molto declamate. Il ritornello invece risente dell’influenza della musica irlandese, che si inserisce con molta eleganza nella base ritmata. Sheeran infatti, di origine irlandese, ha sempre dichiarato di amare la musica tradizionale della piccola isoletta a ovest della Gran Bretagna, e la usa sovente nelle sue canzoni.

I don't care
(No. 6 collaborations project, 2019)
Allegro duetto assieme ad un’altra superstar del pop, Justin Bieber.

Beautiful people
(No. 6 collaborations project, 2019)
Con la partecipazione vocale del cantautore statunitense Khalid, molto apprezzato da Sheeran, che di lui dice: «Khalid ha una voce indubbiamente soul e sapevo che sarebbe stato perfetto per questo brano. Penso che entriamo in connessione con la canzone allo stesso modo.»


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