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The Verve

(1989-2009, Wigan, Inghilterra)

I Verve sono stati un gruppo musicale britannico post-britpop. Raggiunsero l'apice della fama con il terzo album, Urban hymns, nel 1997 e con il singolo "Bitter sweet symphony".

Bitter sweet symphony
(Urban hymns, 1997)
Il più grande degli Inni Urbani degli anni ’90. Ma anche un plagio, o quasi. Andò così: i Verve campionano un estratto della cover di "The last time", un brano dei Rolling Stones del 1965, realizzata un anno dopo dalla Andrew Oldham Orchestra, ottenendo senza problemi il permesso di utilizzarlo. Tuttavia i Verve si fanno prendere la mano e per tutta la ‘sinfonia’ utilizzano gli stessi 4 accordi. Gli Stones a questo punto sono pronti ad accettare che la loro percentuale dei diritti d’autore salga al 50%. Ma intanto il brano sta riscuotendo un enorme successo e gli Stones passano al ricatto: o il 100% dei diritti o il ritiro immediato del brano dal mercato. Ed è così che il più grande successo dei Verve non ha fruttato loro nemmeno un penny in diritti d’autore.
Ai Verve non restò che la vendetta della battuta acida : «"Bitter sweet symphony" è la più bella canzone che gli Stones abbiano scritto negli ultimi vent’anni». A cui seguì la replica, altrettanto acida, di Jagger & C: «Quando i Verve scriveranno una canzone più bella, potranno tenersi i diritti anche di questa». In effetti non è mai successo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #382 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sonnet
(Urban hymns, 1997)


Lucky man
(Urban hymns, 1997)
But how many corners do I have to turn?
How many times do I have to learn
All the love I have is in my mind?

The drugs don’t work
(Urban hymns, 1997)
Non c’entra quasi nulla con questo bel brano dei Verve. Ma mi è sovvenuto il ricordo della raccomandazione che ci fece la suora dell’Ospedale Militare durante la visita di leva: «Ragazzi, ma perchè bevete tutta questa droga?»

Slide away
(A storm in heaven, 1993)


Love is noise
(Fourth, 2008)
Love is noise and love is pain
Love is these blues that I'm singing again



Brani citati
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Pulp

(1978, Sheffield, Inghilterra)

I Pulp sono un gruppo musicale rock britannico, fondato nel 1978 dall'allora quindicenne Jarvis Cocker. Il nome originale, poi abbreviato, era Arabacus Pulp. Attivi soprattutto negli anni ottanta e novanta, la loro musica è un misto di rock e pop con elementi di disco music.

Babies
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia."

Common people
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Bar Italia
(Different class, 1995)
Bar Italia è un café italiano che si trova "round the corner in Soho" a Londra, "where other broken people go."

Underwear
(Different class, 1995)
Oh yeah I want to see you
Want to see you standing in your underwear, oh

Disco 2000
(Different class, 1995)
Storia vera dell'innamoramento infantile di Jarvis Cocker per la sua amica e vicina di casa Deborah; il cantante si chiede che accadrebbe se i due si rivedessero quando fossero cresciuti (nell'anno 2000, come suggerisce il ritornello).


Brani citati
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Stereophonics

(1996, Cwmaman, Galles)

Gli Stereophonics sono una sanguigna rock band gallese, con un piede nei pub e l’altro negli stadi britannici in cui danno il loro meglio. Hanno avuto un momento di grossa popolarità internazionale con i primi due dischi, poi hanno continuato a fare un onesto lavoro, tuttora premiato da vendite cospicue nei paesi di lingua inglese.

Traffic
(Word gets around, 1997)
Le cose che si vedono dalla macchina, guidando, fermi al semaforo, bloccati da un ingorgo: le persone, che si vedono dalla macchina, le ipotesi che si fanno su di loro. “Vanno davvero tutti da qualche parte?”.

Goldfish bowl
(Word gets around, 1997)
Mezzo verso solo cantato, e poi arriva il resto della band. Rock di chitarre, batteria e armonica come lo si faceva ai vecchi tempi, sulla vita sbilenca che facciamo arrabattandoci come matti, e siamo come in una boccia dei pesci, nuotare o affogare.

Billy Davey’s daughter
(Word gets around, 1997)
Lei si è buttata dal ponte, tremendo ricordo d’infanzia del leader della band Kelly Jones, e nient’altro è detto o raccontato per spiegare cosa le era successo. È bella proprio per questa semplicità di dolore, che concentra tutto solo sulla morte, in versi minimi e stupendi:
Billy Davey’s second daughter
threw herself to dirty water
Billy’s left with nothing but a dream

A minute longer
(Performance and cocktails, 1999)
“I’d like to stay a minute longer.” Come dicevano i Pooh, “dammi solo un minuto”. E Carla Bruni ci chiuse il suo bel disco acustico, con la supplica all’ascoltatore: “Juste encore une minute” (citando quella marchesa parigina che davanti alla ghigliottina, durante il Terrore, chiedeva “ancora un minuto, signor boia”). Insomma, l’unità di misura del mendicare tempo è indubbiamente quella, i sessanta secondi. Anche se poi un minuto non basta mai a nessuno.

Maybe
(Just enough education to perform, 2001)
Band di poche certezze, gli Stereophonics raggiunsero la loro maggiore fama con una canzone intitolata “Forse domani”, che era stata preceduta da questa “Forse”, con simile andamento da rock ballad. Fossero spiritosi, nel prossimo disco metterebbero una “Forse la settimana prossima”.

Handbags and gladrags
(Just enough education to perform, 2001)
Un vecchio pezzo di Rod Stewart (in realtà l’aveva scritta Mike D’Abo, cantautore dall’eclettico curriculum: fu cantante di una band popolare negli anni Sessanta, i Manfred Mann; fece la parte di Erode a teatro in Jesus Christ Superstar; scrisse la allegrissima canzonetta dei Foundations “Build me up buttercup”).

Have a nice day
(Just enough education to perform, 2001)
"So have a nice day"

Maybe tomorrow
(You gotta go there to come back, 2003)
La loro più bella canzone – “forse domani troverò la strada per tornare a casa” – raccolse nuove attenzioni planetarie quando fu utilizzata postuma sui titoli di coda di Crash (quello bello, dei molti Crash cinematografici: quello che ha vinto l’Oscar nel 2006). Il coretto ci sta come il cacio sui maccheroni, non come i cavoli a merenda (ho sempre fatto confusione): insomma, come la ciliegina sulla torta.

Dakota
(Language, sex, violence. Other?, 2005)
Quando gli Stereophonics erano lì da un pezzo e sembrava avessero sfruttato ed esaurito il loro credito di potenziale successo con il mondo, arrivò inatteso il loro singolo più venduto di sempre non solo in Inghilterra ma anche in America. In effetti è un rocchettone radiofonico – con chitarre à la U2 – più americano delle loro solite cose, in cui si ricorda un amore da ragazzi: passavamo il tempo nella mia macchina (ma non abbiamo mai combinato niente sul serio), e mi facevi sentire unico. Chissà dove sarai, ora.


Brani citati
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The Stone Roses

(1984, Manchester, Inghilterra)

Diventarono la cosa più grossa del rock britannico alla fine degli anni Ottanta, fecero mille casini con le case discografiche, arrivarono a fatica al secondo disco, e finirono lì. Ma sono probabilmente l’ultimo mito rock inglese, adorati.

Sally Cinnamon
(Singolo, 1987)
Quando il Manchester United gioca all’Old Trafford, i tifosi espongono uno striscione dagli spalti dello Stretford End con le foto di Eric Cantona e George Best che dice: “Sent to me from heaven... you are my world” (i puntini in realtà sono quattro, perché a scuola non spiegano mai che i puntini di sospensione sono sempre tre, neanche in Inghilterra). È una citazione di “Sally Cinnamon”, singolo inciso ai tempi prima del botto, prima che il bassista Gary “Mani” Mounfield entrasse nella band. Fu ripubblicata dopo il botto, con un video che alla band non piacque per niente: andarono negli uffici dell’etichetta e dipinsero i muri e le facce del boss e di sua moglie. Poi distrussero un paio di automobili, e vennero arrestati. Una leggenda smentita dai diretti interessati sostiene che Sally sarebbe la stessa Sally di “Don’t look back in anger” degli Oasis.

(Song for my) Sugar spun sister
(The Stone Roses, 1989)
Sesso, droga e rock’n’roll, ma con una certa allegria. “Ogni membro del parlamento si fa di colla”.

Made of stone
(The Stone Roses, 1989)
Ha un ritornello che si porta via baracca e burattini: “Sometimes I fan-ta-size!”. La suonarono alla loro prima apparizione live in un programma alla BBC, ma dopo un minuto andò via la corrente e la conduttrice rientrò cercando di proseguire con l’argomento successivo mentre alle sue spalle Ian Brown urlava “dilettanti!”.

This is the one
(The Stone Roses, 1989)
Anche questa è usata assai all’Old Trafford, e stando alla leggenda la scrissero dopo essere stati chiusi a chiave nello studio dal produttore con la minaccia di non farli uscire fino a che non avessero scritto una nuova canzone.

She bangs the drums
(The Stone Roses, 1989)
Fu il loro primo singolo a entrare nella classifica inglese, dopo che “Made of stone” non era andata granché. Finora avevano costruito una specie di culto a Manchester, e sarebbero diventati retrospettivamente tra i protagonisti di una vivacità musicale cittadina che prese il nome di “madchester” e rimpiazzò il periodo precedente degli Smiths e dei New Order: c’erano loro, gli Happy Mondays, gli Inspiral Carpets, i James.

Ten storey love song
(Second coming, 1994)
Malgrado il successone, a causa di casini legali con le case discografiche non riuscirono a battere il ferro caldo prima di cinque anni, e si era un po’ raffreddato. Fecero un disco più blues-rock e rumoroso e l’attesa per un bis del primo gli si ritorse contro in delusione. Alcuni singoli andarono comunque piuttosto bene, compresa questa ballatona più convenzionalmente melodica che cita “You’ve got a friend” di Carole King.


Brani citati
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Ocean Colour Scene

(1989, Birmingham, Inghilterra)

Se gli Oasis fossero stati più creativi, sarebbero stati gli Ocean Colour Scene. Sono quattro (poi cinque, con qualche cambiamento), di Birmingham, forse la miglior band britannica ignorata dal mondo degli anni Novanta: grandi nelle ballate come nelle tirate rock, a metà tra i Beatles e Paul Weller, loro mentore.

The day we caught the train
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il loro singolo più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Lining your pockets
(Moseley Shoals, 1996)
Simon Fowler, cantante degli Ocean Colour Scene, in un momento soul in cui qualche critico ha sentito persino qualcosa di Randy Newman. E poi c’è il punto stupendo dove dice “all the things that I wanted....”.

Policemen and pirates
(Moseley Shoals, 1996)
But it doesn’t really matter when the judgements are said, ‘cause we all take our chances to find out romance is in some others bed
. Moseley Shoals, il secondo disco degli Ocean Colour Scene, è pieno di pezzi formidabili, e testi come questo, con tanto di Nerone e Ponzio Pilato.

The downstream
(Moseley Shoals, 1996)
Se faccio un film, ci metto questa canzone: nel momento in cui il protagonista è depresso per le cazzate che ha combinato e gli sembra che tutto sia perduto. Forse anzi finisce così, il film.

Better day
(Marchin’ already, 1997)
“Cosa mi aspetto dal tomorrow?” Bisogna avere sempre un po’ di diffidenza nei confronti delle accuse di plagio, che da un po’ di anni fioccano come funghi (crescono come api?). E allora, se è vero che la bella “Un giorno migliore” dei Lunapop comincia proprio identica a questa canzone degli Ocean Colour Scene, poi però il ritornello è diverso. E a leggere le note, “Un giorno migliore” risulta scritta da Cesare Cremonini, punto. Solo lui. C’è però un dettaglio che rende un po’ strana l’ipotesi della casualità: il titolo, della canzone.

< Hundred mile high city
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Profit in peace
(One from the modern, 1999)
“Profit in peace” è un potente inno pacifista, che gira attorno al concetto semplicistico ma sempre fondato della guerra come mezzo di interessi economici, enumerando tutti quelli che “non vogliono combattere più”, ma che dovranno continuare a farlo perché “con la pace non si guadagna”.

Families
(One from the modern, 1999)
Del voler bene ai bambini, che poi loro si ricordano.

We made it more
(Mechanical wonder, 2001)
Lentone sentimentale, con gli archi, e il modo in cui lui va via lontano su “ain’t gonna make another play today...”.

Golden Gate bridge
(North Atlantic drift, 2003)
“And I really hope to have you all my life” è un verso fantastico, semplice e poetico insieme. Gli fa da contraltare l’auspicio simile ma più netto di celebrare assieme “un cinquantaduesimo anniversario”. Grande refrain, bisognerebbe esserci quando la cantano in uno stadio.

Free my name
(A hyperactive workout for the flying squad, 2005)
Un wall-of-sound da portare via tutta la baracca e far scendere la gente affacciata ai balconi, e fiati in abbondanza: il primo singolo dal disco del 2005 degli Ocean Colour Scene era ancora perfetto per alzarsi la mattina e andare a conquistare il mondo, là fuori.


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Oasis

(1993, Manchester, Inghilterra)

Ci fu un periodo in cui la rivalità Blur-Oasis veniva venduta come un nuovo scontro Beatles-Stones. Ma i Blur avevano del genio, e gli Oasis solo delle chitarre. Con quelle, e un po’ di coretti, hanno indovinato abbastanza canzoni da riempire questa playlist, e non una di più. Per il resto, litigano spesso.

Live forever
(Definitely maybe, 1994)
“Maybeeee!”. “Live forever” è stata votata la canzone preferita dai fans degli Oasis sul sito della band, e malgrado il robusto baccano di chitarre, è un lento. Anzi, un bel lento impreziosito da un robusto baccano di chitarre. Fu il singolo con cui entrarono nella Top Ten e cominciarono a farsi notare sul serio.

Don’t look back in anger
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Noel Gallagher disse che l’attacco l’aveva copiato da “Imagine”, e quello che “lanciò una rivoluzione dal suo letto” è notoriamente John Lennon. Il titolo si riferisce all’opera di John Osborne, Look back in anger. Gli Oasis hanno sempre detto che le parole non dicono niente in particolare e che Sally non esiste, lasciando ai fans involute spiegazioni su quel che le sarebbe successo (tamponata in auto? casini di droga? stuprata dalla band?).

Wonderwall
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Wonderwall era un film del 1968 in cui un professore squinternato riempiva di buchi i muri di casa sua per vedere l’avvenente vicina di casa, interpretata da Jane Birkin. La colonna sonora era di George Harrison. Quale sia la relazione di tutto questo con la canzone non si sa, e il suo significato è sempre stato misterioso. A un certo punto – quando si erano lasciati – Noel Gallagher spiegò che non c’entrava niente con la sua fidanzata Meg, ma che siccome tutti sostenevano di sì, lui non aveva avuto il coraggio di smentirlo.
Thom Yorke dei Radiohead disse che la svolta della sua band verso dischi più arditi e di ricerca nacque dall’ascolto di “Wonderwall”: «Il rock and roll aveva toccato la perfezione: o cambiavamo strada o cambiavamo lavoro». “Wonderwall” è una perfetta popsong, così perfetta che la cover più tormentata e languida di Ryan Adams è più bella ancora.

Roll with it
((What’s the story) morning glory?, 1995)


Champagne supernova
((What’s the story) morning glory?, 1995)


Stand by me
(Be here now, 1997)
Tutti insieme ora: “STAND-BY- ME!”. La mamma di tutti i tormentoni degli Oasis (anche se dal vivo la suonano raramente: ma una volta che i due fratelli litigarono sul palco e Noel se ne andò, Liam la introdusse nella scaletta). Ha un verso fantastico, sovversivo rispetto al canone delle canzoni d’amore che dicono “vieni via con me, tutto sarà meraviglioso, ci ameremo per sempre”: “Stand by me” dice “stai con me, va’ a sapere come andrà a finire”.

Stop crying your heart out
(Heaten chemistry, 2002)
Pezzone consolatorio, che ebbe una grande popolarità inglese quando fu il momento di tirarsi su dalla sconfitta ai mondiali del 2002, contro il Brasile.

Little by little
(Heaten chemistry, 2002)
Il modello canzone-degli-Oasis tirato per i capelli, fino alla sua massima resistenza. Refrain povero, ma retto da “but my god woke up on the wrong side of his bed”, che può essere una bella immagine come una delle scuse più vigliacche che si ricordino.

AA. Who put the weight of the world on my shoulders?
(Goal!, 2005)
Considerato che fu pubblicata nella colonna sonora di un film su un ragazzino che sogna di diventare calciatore – si chiamava Goal! – dal titolo potrebbe sembrare una specie di “Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore”. Ma il testo è più vago, e qualcuno lo ha letto come una riflessione di Noel Gallagher sull’andamento del mondo.

Let there be love
(Don’t believe the truth, 2005)
Dopo essere partiti come i nuovi Beatles, aver proseguito come i nuovi Beatles, ed essere divenuti il cliché dei nuovi Beatles, gli Oasis continuano a fare i nuovi Beatles. E che je voi di’? Finché dura.

The importance of being idle
(Don’t believe the truth, 2005)
Il titolo del brano è tratto dall'omonimo romanzo del 2001 di Stephen Robins, che Noel trovò mentre puliva il garage. Noel ha dichiarato che l'espressione "l'importanza di essere pigro" è autobiografica.


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Altri brani, non su Spotify

AA Who put the weight of the world on my shoulders? | Oasis

Blur

(1989, Colchester, Inghilterra)

Band di culto, band rivoluzionaria, band di grande fantasia, band di popolarità mondiale, band di continui tentativi di svolta. Sono stati una delle cose più importanti della musica pop degli anni Novanta, soprattutto in Gran Bretagna. Poi una delle due teste, il chitarrista Graham Coxon, ha deciso di lasciare; e l’altra testa, il cantante Damon Albarn, ci è rimasto male e continua a dire che senza Coxon non sarà più la stessa cosa. Intanto si è inventato altro, dalle raccolte di musica terzomondista al successone dei Gorillaz.

Sing
(Leisure, 1991)
Canzone dalla storia agitata. Fu ripescata dal periodo pre-Blur della band, messa dentro al primo disco dei Blur – ignorato fuori dalla Gran Bretagna – e uscì come b-side del primo singolo. E quando ripubblicarono l’LP negli Stati Uniti, la tolsero. Poi ricomparve nella colonna sonora di Trainspotting. Se lo meritava, perché benché non succeda praticamente niente per cinque minuti scanditi da un pianoforte incessante e tramviario, ha un feeling particolare e arioso, ottima scelta per una colonna sonora.

Sunday sunday
(Modern life is rubbish, 1993)
Fu il terzo singolo da Modern life is rubbish, quello che andò meglio. C’era già tutto quello che i Blur avrebbero fatto poi, dal suono britpop alle indulgenze più rock, ai temi della deprimente quotidianità britannica. Una domenica bestiale.

Girls and boys
(Parklife, 1994)
Gli inglesi chiamano “eurotrash” quel pop da classifica di solito proveniente dai paesi del Nordeuropa, spesso per opera di bands che poi spariscono nell’oblio, molta elettronica e una melodietta che funziona coi ragazzini: tipo “Barbie girl” degli Aqua, per capirsi. Questa canzone fu l’imitazione e la parodia dell’eurotrash e al tempo stesso la presa in giro del nascente cazzeggio degli anni Novanta e della gioventù squinternata ed eccitata che li frequentò. L’ironia fu ignorata da quella stessa gioventù e dalle classifiche di mezzo mondo: la canzone aprì la strada a un’ennesima era di britpop di grande successo internazionale.

Trouble in the message centre
(Parklife, 1994)
Ritmone. Ritornello abbastanza inutile, ma strofa tiratissima: sapete schioccare le dita?

Parklife
(Parklife, 1994)
La canzone contiene alcuni versi recitati in cockney dall'attore Phil Daniels, il quale compare anche nel videoclip del brano. La canzone è citata spesso a proposito della cosiddetta "battaglia del Britpop" tra Blur e Oasis. Nel febbraio 1996 Liam e Noel, nel ricevere un premio, si esibirono in una parodia irriguardosa di "Parklife" (il titolo fu cambiato in "Shite-life").

Country house
(The great escape, 1995)
La resa dei conti con i rivali Oasis arrivò quando Damon Albarn decise di fare uscire il nuovo singolo dal nuovo cd la stessa settimana del nuovo singolo dal nuovo cd degli altri, “Roll with it”. Gli Oasis poi sostennero che del loro non erano state stampate abbastanza copie, ma insomma: al numero uno andò “Country house”. Non durò a lungo: quando dal disco degli Oasis uscì fuori “Wonderwall”, chiuse la partita delle vendite.

The universal
(The great escape, 1995)
La più bella canzone dei Blur, per come si inventa l’andamento lento della strofa e il refrain liberatorio, illusorio e “anthemico”, come dicono gli inglesi: e per come li mette assieme.

Entertain me
(The great escape, 1995)
In realtà è la stessa canzone di “Girls and boys”, suo sequel.

You’re so great
(Blur, 1997)
Suona un po’ strana, per una canzone dei Blur: e in effetti la suona e la canta Graham Coxon tutto da solo, in un disco già molto più rock e “americano” rispetto ai precedenti, proprio su insistenza dello stesso Coxon. Ma nella sua anomalia, “You’re so great” aggiunge l’esemplare “canzone struggente” al repertorio altrimenti sempre un po’ freddino-pop dei Blur.

Strange news from another star
(Blur, 1997)
Benché citi il titolo di un racconto di Hermann Hesse del 1915, è impossibile non legare il riferimento astronomico al suono bowiesco della canzone.

Song 2
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Coffee & TV
(13, 1999)
Uno sguardo indietro al suono e ai coretti di qualche disco prima, ottimo pop prodotto da William Orbit. Il video, per chi se lo ricorda, era quello del cartone di latte che va alla ricerca di Graham Coxon.

Tender
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.


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Radiohead

(1989, Oxford, Inghilterra)

A un certo punto, all’inizio del millennio, è sembrato che fossero la rock band più importante del mondo. Erano di Oxford, avevano fatto alcune ballate straordinarie, avevano virato verso cose ardite e musicalmente anomale, ed erano stati pompatissimi. Facendo quelli che se ne fregavano del mercato, delle scadenze dei singoli radiofonici, conquistarono gli addetti ai lavori e vendettero montagne di dischi rivoluzionari in cui si faticava a riconoscere qualcosa di familiare. Poi, con la stessa disinvoltura, si tolsero di torno e il mondo tornò degli U2, che sanno come vendersi più a lungo.

Creep
(Pablo honey, 1993)
Una delle più grandi canzoni rock di tutti i tempi, benché le idee musicali che la sostengono siano piuttosto canoniche: e forse proprio per questo. Il concetto, eterno, è io-sono-uno-sfigato-e-tu-un-angelo-caduto-dal-cielo-e-non-ti-avrò-mai. Ma è tutto perfetto, dal giro di chitarra, alla coppia di crack che introduce il baccano del ritornello (che si dice sia nata dall’insoddisfazione di Johnny Greenwood per la canzone: e allora schiacciò il pedale a palla). Si percepisce esattamente quanto lui soffra al sapere che non le arriverà mai nemmeno vicino, anche nella versione senza il “so fuckin’ special”, rimosso per presunto comune senso del pudore. Ma dopo un po’ di ascolti si comincia anche a preoccuparsi per lei.
Si segnalano una prodigiosa cover eseguita dal vivo da Damien Rice e quasi introvabile, e l’imitazione che ne fece una volatile band italiana – i Giuliodorme, la canzone si chiamò “Nulla” – sortendone un discreto risultato. Oltre ad una meno prodigiosa versione di Vasco nel 2009, con la stessa melodia e un testo italiano completamente diverso.

Stop whispering
(Pablo honey, 1993)
Smetti di bisbigliare, e comincia a urlare

Fake plastic trees
(The bends, 1995)
Per un po’ sembra una gran ballata di chitarra, congrua con le cose che i Radiohead facevano allora. Ma poco a poco affiorano suoni più eterei ed elettronici, discretamente, come un post-it attaccato al frigorifero che dica: occhio che è qui che stiamo andando.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #376 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

High and dry
(The bends, 1995)
La canzone è ritenuta come una delle più pop del quintetto di Oxford, e costituisce il primo successo in America dopo la hit Creep. Come quest'ultima High and Dry è mancata dalla scaletta dei concerti per oltre un decennio. Molte voci si sono rincorse riguardo alle cause di questa mancanza, come ad esempio la difficoltà che Thom Yorke avrebbe incontrato nel ricantare la canzone, tuttavia, in una recente intervista, il frontman della band l'ha descritta con le seguenti parole: «Non è brutta, sai. Non è brutta... È bruttissima.»

Karma Police
(Ok computer, 1997)
Dopo “Creep”, il loro pezzo più famoso e cantabile, prima che entrassero nella fase sperimentale spinta. C’è questa “polizia del karma” che arresta le persone non si capisce bene con quali criteri: “questo è quello che capita a chi si mette contro di noi”. Il passaggio di pianoforte somiglia molto a quello di “Sexy Sadie” dei Beatles.

No surprises
(Ok computer, 1997)
Bellissima canzonetta languida e deprimente, con una base di metallofono (che è come uno xilofono, con le barre di metallo anziché di legno) che si incolla alle orecchie. Il verso “bring down the government: they don’t, they don’t speak for us” ha acquistato nuovo valore per il pubblico dei loro concerti americani, sotto l’amministrazione Bush. E si sarebbe potuto dire lo stesso qui, ai tempi del governo Berlusconi o di quello con Salvini agli Interni.
Nel video la testa di Thom Yorke veniva progressivamente sommersa d’acqua, lasciandolo in apnea per un minuto buono, prima che la boccia che la conteneva fosse svuotata. Ma era un trucco: avevano rallentato la ripresa.

Let down
(Ok computer, 1997)

Paranoid android
(Ok computer, 1997)
Il titolo della canzone si riferisce a Marvin l'androide paranoico, un personaggio della serie Guida galattica per gli autostoppisti dello scrittore inglese Douglas Adams.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #256 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Exit music (for a film)
(Ok computer, 1997)
Il brano è stato scritto specificatamente per i titoli di coda del film di Baz Luhrmann Romeo + Giulietta di William Shakespeare del 1996.

Airbag
(Ok computer, 1997)

Kid A
(Kid A, 2000)
Così, per darvi un’idea di come i Radiohead conquistarono il mondo senza canzoni, facendo dei suoni e dei rumori, e capendo l’aria che tirava.

Everything in its right place
(Kid A, 2000)

You and whose army
(Amnesiac , 2001)
“Come on, come on...”. Chitarra, e voce dall’oltretomba: poi arriva il resto della band, e la voce sprofonda ancora.
Stanotte cavalchiamo cavalli fantasma.

Knives out
(Amnesiac , 2001)
Thom Yorke dà del testo spiegazioni abbastanza confuse, che alludono al cannibalismo e alla morte in generale. Il chitarrista Ed O’Brien invece disse che l’ispirazione del gran lavoro di chitarre veniva dalle cose di Johnny Marr con gli Smiths. Fu uno dei pezzi su cui lavorarono di più durante la leggendaria lunghissima gestazione che produsse le canzoni di Amnesiac e Kid A.

I will
(Hail to the thief, 2003)
Preghiera da brividi, lamentosa: voci e una chitarra neanche tolta dal cellophane. “Mi chiuderò in un bunker sottoterra e non lascerò che questo accada ai miei figli”.

A wolf at the door
(Hail to the thief, 2003)
Ninna nanna malinconica e disperata nell’andamento, con riferimenti alla letteratura infantile (il lupo alla porta, i tre porcellini) che probabilmente hanno a che fare con la recente paternità di Thom Yorke. Che la scrisse sul treno, in un vagone con i “city boys in first class”, i cui avanzi “poi dovrà pulire qualcun altro”.

Nude
(In rainbows, 2007)
Lenta e lamentosa, risaliva addirittura a dieci anni prima e fu ritirata fuori per il nuovo disco che i Radiohead fecero uscire solo online (e nei negozi, ma tre mesi dopo), in un anno di panico e caos per l’industria discografica messa in crisi dalle nuove tecnologie e dalla propria dabbenaggine. “Dieci anni fa”, ha spiegato Yorke, “mi metteva a disagio cantarla, era troppo femminile, inadatta alla mia voce. Ora mi piace esattamente per le stesse ragioni: è inadatta alla mia voce, difficile, e mi tira fuori qualcosa”.

Jigsaw falling into place
(In rainbows, 2007)
Just as you take my hand
Just as you write my number down
Just as the drinks arrive
Just as they play your favorite song


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