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Oasis

(1993, Manchester, Inghilterra)

Ci fu un periodo in cui la rivalità Blur-Oasis veniva venduta come un nuovo scontro Beatles-Stones. Ma i Blur avevano del genio, e gli Oasis solo delle chitarre. Con quelle, e un po’ di coretti, hanno indovinato abbastanza canzoni da riempire questa playlist, e non una di più. Per il resto, litigano spesso.

Live forever
(Definitely maybe, 1994)
“Maybeeee!”. “Live forever” è stata votata la canzone preferita dai fans degli Oasis sul sito della band, e malgrado il robusto baccano di chitarre, è un lento. Anzi, un bel lento impreziosito da un robusto baccano di chitarre. Fu il singolo con cui entrarono nella Top Ten e cominciarono a farsi notare sul serio.

Don’t look back in anger
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Noel Gallagher disse che l’attacco l’aveva copiato da “Imagine”, e quello che “lanciò una rivoluzione dal suo letto” è notoriamente John Lennon. Il titolo si riferisce all’opera di John Osborne, Look back in anger. Gli Oasis hanno sempre detto che le parole non dicono niente in particolare e che Sally non esiste, lasciando ai fans involute spiegazioni su quel che le sarebbe successo (tamponata in auto? casini di droga? stuprata dalla band?).

Wonderwall
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Wonderwall era un film del 1968 in cui un professore squinternato riempiva di buchi i muri di casa sua per vedere l’avvenente vicina di casa, interpretata da Jane Birkin. La colonna sonora era di George Harrison. Quale sia la relazione di tutto questo con la canzone non si sa, e il suo significato è sempre stato misterioso. A un certo punto – quando si erano lasciati – Noel Gallagher spiegò che non c’entrava niente con la sua fidanzata Meg, ma che siccome tutti sostenevano di sì, lui non aveva avuto il coraggio di smentirlo.
Thom Yorke dei Radiohead disse che la svolta della sua band verso dischi più arditi e di ricerca nacque dall’ascolto di “Wonderwall”: «Il rock and roll aveva toccato la perfezione: o cambiavamo strada o cambiavamo lavoro». “Wonderwall” è una perfetta popsong, così perfetta che la cover più tormentata e languida di Ryan Adams è più bella ancora.

Roll with it
((What’s the story) morning glory?, 1995)


Champagne supernova
((What’s the story) morning glory?, 1995)


Stand by me
(Be here now, 1997)
Tutti insieme ora: “STAND-BY- ME!”. La mamma di tutti i tormentoni degli Oasis (anche se dal vivo la suonano raramente: ma una volta che i due fratelli litigarono sul palco e Noel se ne andò, Liam la introdusse nella scaletta). Ha un verso fantastico, sovversivo rispetto al canone delle canzoni d’amore che dicono “vieni via con me, tutto sarà meraviglioso, ci ameremo per sempre”: “Stand by me” dice “stai con me, va’ a sapere come andrà a finire”.

Stop crying your heart out
(Heaten chemistry, 2002)
Pezzone consolatorio, che ebbe una grande popolarità inglese quando fu il momento di tirarsi su dalla sconfitta ai mondiali del 2002, contro il Brasile.

Little by little
(Heaten chemistry, 2002)
Il modello canzone-degli-Oasis tirato per i capelli, fino alla sua massima resistenza. Refrain povero, ma retto da “but my god woke up on the wrong side of his bed”, che può essere una bella immagine come una delle scuse più vigliacche che si ricordino.

AA. Who put the weight of the world on my shoulders?
(Goal!, 2005)
Considerato che fu pubblicata nella colonna sonora di un film su un ragazzino che sogna di diventare calciatore – si chiamava Goal! – dal titolo potrebbe sembrare una specie di “Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore”. Ma il testo è più vago, e qualcuno lo ha letto come una riflessione di Noel Gallagher sull’andamento del mondo.

Let there be love
(Don’t believe the truth, 2005)
Dopo essere partiti come i nuovi Beatles, aver proseguito come i nuovi Beatles, ed essere divenuti il cliché dei nuovi Beatles, gli Oasis continuano a fare i nuovi Beatles. E che je voi di’? Finché dura.

The importance of being idle
(Don’t believe the truth, 2005)
Il titolo del brano è tratto dall'omonimo romanzo del 2001 di Stephen Robins, che Noel trovò mentre puliva il garage. Noel ha dichiarato che l'espressione "l'importanza di essere pigro" è autobiografica.


Brani citati
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Altri brani, non su Spotify

AA Who put the weight of the world on my shoulders? | Oasis

Britpop

1994 ALTERNATIVE | POP

If every reaction has a “re-reaction”, then Britpop is the re-reaction to Grunge (since Grunge was a reaction itself against Glam Metal). Enough with all the feeble, depressing sorrow and back to glamorous Rock! This soft but catchy kind of Pop is sometimes credited as the least original genre of the nineties. On an auditory level there is indeed not much shocking: a clear wink to British (of course) Mersey Beat but roughened up by the presence of Indie Rock, with sometimes synthesizers and electronic effects to cast a certain glam mood. What makes the genre so well-known, popular and clearly defined is not its sound then, but the Rock ‘n’ Roll mentality of it: the cocky attitude of British frontmen determined to conquer the stage, steal the show and awe the masses. There is a reason for such attitude: many British bands were fed up with the overall dominance of American Rock bands in the British hit charts of the early nineties (mostly due to Grunge). As such they created a strong anti-American music genre, with a very narrow range of influences (all British). Of course, the sound, vocals and song structure are all means to this end. Which explains why Britpop is same meat, different gravy, but very attractive.

da MusicMap
Britpop è il ‘movimento’ che raggruppa alcuni gruppi britannici alt/pop apparsi all'inizio degli anni novanta. Si tratta in generale di artisti che cercarono di riattualizzare le melodie degli anni sessanta e degli anni settanta, aggiungendovi tematiche mutuate dalla new wave o dalla dance music, e sfruttando le nuove tecniche produttive, sino a generare un suono del tutto peculiare.

Il britpop ha riscosso molto successo nel Regno Unito fra il 1994 e la fine degli anni novanta. Ad oggi gode ancora di discreta popolarità. Fuori dai confini britannici, fatta eccezione per pochissimi nomi (Oasis e Blur su tutti) ha comunque sempre avuto difficoltà ad attecchire, a causa della forte connotazione nazionalista della proposta.


Animal nitrate | Suede
(Suede, 1993)
Il titolo della canzone è un riferimento al nitrito di amile, una droga che si inala. L'idea della canzone è nata quando il cantante della band attraversa un periodo in cui "la droga stava prendendo il posto della gente".

Lucy | The Divine Comedy
(Liberation, 1993)
Per questo brano i Divine Comedy hanno semplicemente aggiunto le note ad alcuni versi dell'omonimo poema di William Wordsworth. Versi peraltro presi in ordine sparso: prima la strofa III, poi la II, poi la V. Che anche "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles sia ispirata alla stessa poesia?

Babies | Pulp
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia".

Common people | Pulp
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Alright | Supergrass
(I should Coco, 1995)
We are young, we run green
Keep our teeth nice and clean
See our friends, see the sights
Feel alright

Don’t look back in anger | Oasis
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Noel Gallagher disse che l’attacco l’aveva copiato da “Imagine”, e quello che “lanciò una rivoluzione dal suo letto” è notoriamente John Lennon. Il titolo si riferisce all’opera di John Osborne, Look back in anger. Gli Oasis hanno sempre detto che le parole non dicono niente in particolare e che Sally non esiste, lasciando ai fans involute spiegazioni su quel che le sarebbe successo (tamponata in auto? casini di droga? stuprata dalla band?).

Wonderwall | Oasis
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Wonderwall era un film del 1968 in cui un professore squinternato riempiva di buchi i muri di casa sua per vedere l’avvenente vicina di casa, interpretata da Jane Birkin. La colonna sonora era di George Harrison. Quale sia la relazione di tutto questo con la canzone non si sa, e il suo significato è sempre stato misterioso. A un certo punto – quando si erano lasciati – Noel Gallagher spiegò che non c’entrava niente con la sua fidanzata Meg, ma che siccome tutti sostenevano di sì, lui non aveva avuto il coraggio di smentirlo.
Thom Yorke dei Radiohead disse che la svolta della sua band verso dischi più arditi e di ricerca nacque dall’ascolto di “Wonderwall”: «Il rock and roll aveva toccato la perfezione: o cambiavamo strada o cambiavamo lavoro». “Wonderwall” è una perfetta popsong, così perfetta che la cover più tormentata e languida di Ryan Adams è più bella ancora.

Beautiful ones | Suede
(Coming up, 1996)
Here they come
The beautiful ones

The day we caught the train | Ocean Colour Scene
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il singolo dei Ocean Colour Scene più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Hundred mile high city | Ocean Colour Scene
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Song 2 | Blur
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Wide open space | Mansun
(Attack of the grey lantern, 1997)
Wide open space, I'm standing
I'm all alone and staring in to space

Good enough | Dodgy
(Ace A's + Killer B's, 1998)
If it's good enough for you, it's good enough for me
It's good enough for two, it's what I want to see

Tender | Blur
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.

Moving | Supergrass
(Supergrass, 1999)
"Moving" parla del tedio delle tournée della band.

Gin soaked boy | The Divine Comedy
(Secret history, 1999)
Neil Hannon in crisi di identità elenca le mille cose che lo descrivono (“sono questo”, “sono quello”), in un crescendo di arrangiamenti e di “pappà-pappa-parara”. Alcune battute sono fulminanti: “sono la bella nella bestia”, “sono il perché no nel perché”, “sono Jeff Goldblum nella Mosca”.
Il titolo cita una canzone di Tom Waits, ma nel testo ci sono anche “I’m the ruby in the dust” (da “Cowgirl in the sand” di Neil Young), “I’m the ghost in the machine” (il disco dei Police) e "I’m the catcher in the rye" (il titolo originale del Giovane Holden).

Suicide | Elastica
(single, 2000)
I know there's something out there
Feels like suicide
Always something turning
Something going through my mind

Playlist


Brani citati

Blur

(1989, Colchester, Inghilterra)

Band di culto, band rivoluzionaria, band di grande fantasia, band di popolarità mondiale, band di continui tentativi di svolta. Sono stati una delle cose più importanti della musica pop degli anni Novanta, soprattutto in Gran Bretagna. Poi una delle due teste, il chitarrista Graham Coxon, ha deciso di lasciare; e l’altra testa, il cantante Damon Albarn, ci è rimasto male e continua a dire che senza Coxon non sarà più la stessa cosa. Intanto si è inventato altro, dalle raccolte di musica terzomondista al successone dei Gorillaz.

Sing
(Leisure, 1991)
Canzone dalla storia agitata. Fu ripescata dal periodo pre-Blur della band, messa dentro al primo disco dei Blur – ignorato fuori dalla Gran Bretagna – e uscì come b-side del primo singolo. E quando ripubblicarono l’LP negli Stati Uniti, la tolsero. Poi ricomparve nella colonna sonora di Trainspotting. Se lo meritava, perché benché non succeda praticamente niente per cinque minuti scanditi da un pianoforte incessante e tramviario, ha un feeling particolare e arioso, ottima scelta per una colonna sonora.

Sunday sunday
(Modern life is rubbish, 1993)
Fu il terzo singolo da Modern life is rubbish, quello che andò meglio. C’era già tutto quello che i Blur avrebbero fatto poi, dal suono britpop alle indulgenze più rock, ai temi della deprimente quotidianità britannica. Una domenica bestiale.

Girls and boys
(Parklife, 1994)
Gli inglesi chiamano “eurotrash” quel pop da classifica di solito proveniente dai paesi del Nordeuropa, spesso per opera di bands che poi spariscono nell’oblio, molta elettronica e una melodietta che funziona coi ragazzini: tipo “Barbie girl” degli Aqua, per capirsi. Questa canzone fu l’imitazione e la parodia dell’eurotrash e al tempo stesso la presa in giro del nascente cazzeggio degli anni Novanta e della gioventù squinternata ed eccitata che li frequentò. L’ironia fu ignorata da quella stessa gioventù e dalle classifiche di mezzo mondo: la canzone aprì la strada a un’ennesima era di britpop di grande successo internazionale.

Trouble in the message centre
(Parklife, 1994)
Ritmone. Ritornello abbastanza inutile, ma strofa tiratissima: sapete schioccare le dita?

Parklife
(Parklife, 1994)
La canzone contiene alcuni versi recitati in cockney dall'attore Phil Daniels, il quale compare anche nel videoclip del brano. La canzone è citata spesso a proposito della cosiddetta "battaglia del Britpop" tra Blur e Oasis. Nel febbraio 1996 Liam e Noel, nel ricevere un premio, si esibirono in una parodia irriguardosa di "Parklife" (il titolo fu cambiato in "Shite-life").

Country house
(The great escape, 1995)
La resa dei conti con i rivali Oasis arrivò quando Damon Albarn decise di fare uscire il nuovo singolo dal nuovo cd la stessa settimana del nuovo singolo dal nuovo cd degli altri, “Roll with it”. Gli Oasis poi sostennero che del loro non erano state stampate abbastanza copie, ma insomma: al numero uno andò “Country house”. Non durò a lungo: quando dal disco degli Oasis uscì fuori “Wonderwall”, chiuse la partita delle vendite.

The universal
(The great escape, 1995)
La più bella canzone dei Blur, per come si inventa l’andamento lento della strofa e il refrain liberatorio, illusorio e “anthemico”, come dicono gli inglesi: e per come li mette assieme.

Entertain me
(The great escape, 1995)
In realtà è la stessa canzone di “Girls and boys”, suo sequel.

You’re so great
(Blur, 1997)
Suona un po’ strana, per una canzone dei Blur: e in effetti la suona e la canta Graham Coxon tutto da solo, in un disco già molto più rock e “americano” rispetto ai precedenti, proprio su insistenza dello stesso Coxon. Ma nella sua anomalia, “You’re so great” aggiunge l’esemplare “canzone struggente” al repertorio altrimenti sempre un po’ freddino-pop dei Blur.

Strange news from another star
(Blur, 1997)
Benché citi il titolo di un racconto di Hermann Hesse del 1915, è impossibile non legare il riferimento astronomico al suono bowiesco della canzone.

Song 2
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Coffee & TV
(13, 1999)
Uno sguardo indietro al suono e ai coretti di qualche disco prima, ottimo pop prodotto da William Orbit. Il video, per chi se lo ricorda, era quello del cartone di latte che va alla ricerca di Graham Coxon.

Tender
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.


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Ocean Colour Scene

(1989, Birmingham, Inghilterra)

Se gli Oasis fossero stati più creativi, sarebbero stati gli Ocean Colour Scene. Sono quattro (poi cinque, con qualche cambiamento), di Birmingham, forse la miglior band britannica ignorata dal mondo degli anni Novanta: grandi nelle ballate come nelle tirate rock, a metà tra i Beatles e Paul Weller, loro mentore.

The day we caught the train
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il loro singolo più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Lining your pockets
(Moseley Shoals, 1996)
Simon Fowler, cantante degli Ocean Colour Scene, in un momento soul in cui qualche critico ha sentito persino qualcosa di Randy Newman. E poi c’è il punto stupendo dove dice “all the things that I wanted....”.

Policemen and pirates
(Moseley Shoals, 1996)
But it doesn’t really matter when the judgements are said, ‘cause we all take our chances to find out romance is in some others bed
. Moseley Shoals, il secondo disco degli Ocean Colour Scene, è pieno di pezzi formidabili, e testi come questo, con tanto di Nerone e Ponzio Pilato.

The downstream
(Moseley Shoals, 1996)
Se faccio un film, ci metto questa canzone: nel momento in cui il protagonista è depresso per le cazzate che ha combinato e gli sembra che tutto sia perduto. Forse anzi finisce così, il film.

Better day
(Marchin’ already, 1997)
“Cosa mi aspetto dal tomorrow?” Bisogna avere sempre un po’ di diffidenza nei confronti delle accuse di plagio, che da un po’ di anni fioccano come funghi (crescono come api?). E allora, se è vero che la bella “Un giorno migliore” dei Lunapop comincia proprio identica a questa canzone degli Ocean Colour Scene, poi però il ritornello è diverso. E a leggere le note, “Un giorno migliore” risulta scritta da Cesare Cremonini, punto. Solo lui. C’è però un dettaglio che rende un po’ strana l’ipotesi della casualità: il titolo, della canzone.

< Hundred mile high city
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Profit in peace
(One from the modern, 1999)
“Profit in peace” è un potente inno pacifista, che gira attorno al concetto semplicistico ma sempre fondato della guerra come mezzo di interessi economici, enumerando tutti quelli che “non vogliono combattere più”, ma che dovranno continuare a farlo perché “con la pace non si guadagna”.

Families
(One from the modern, 1999)
Del voler bene ai bambini, che poi loro si ricordano.

We made it more
(Mechanical wonder, 2001)
Lentone sentimentale, con gli archi, e il modo in cui lui va via lontano su “ain’t gonna make another play today...”.

Golden Gate bridge
(North Atlantic drift, 2003)
“And I really hope to have you all my life” è un verso fantastico, semplice e poetico insieme. Gli fa da contraltare l’auspicio simile ma più netto di celebrare assieme “un cinquantaduesimo anniversario”. Grande refrain, bisognerebbe esserci quando la cantano in uno stadio.

Free my name
(A hyperactive workout for the flying squad, 2005)
Un wall-of-sound da portare via tutta la baracca e far scendere la gente affacciata ai balconi, e fiati in abbondanza: il primo singolo dal disco del 2005 degli Ocean Colour Scene era ancora perfetto per alzarsi la mattina e andare a conquistare il mondo, là fuori.


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Radio

Ryan Adams

(1974, Jacksonville, North Carolina, USA)

A un certo punto, intorno al 2003, Ryan Adams è diventato il cantautore country-rock del momento, quando le cose migliori le aveva già fatte coi primi dischi. Se n’è innamorato persino Elton John. Poi ha avuto un periodo fin troppo fertile, in cui ha fatto uscire cinque dischi in due anni (di cui uno doppio), e tutti insieme non valevano il suo precedente Gold. In tutto questo, e malgrado si mostri sempre con un gran sipario di capelli davanti alla faccia, ha trovato il tempo di fidanzarsi con Winona Ryder, Alanis Morissette, Parker Posey, Beth Orton e Leona Naess.

Come pick me up
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Call me on your way back home
(Heartbreaker, 2000)
“Mi sento come un bambino, con la cicca attaccata alle scarpe”. Bellissima ballata dolente: lui ha fatto qualche fesseria e spera che lei lo chiami, mentre torna a casa. Grande armonica, come in “Come pick me up”.

Oh my sweet Carolina
(Heartbreaker, 2000)
Lui ha questa idea del viaggiare, muoversi da un posto all’altro attraverso l’America: ma spera che lo stesso vento un giorno lo riporti a casa, “oh, my sweet Carolina”. Quella che canta con lui il refrain è Emmylou Harris, leggenda della musica country (che ha un’umiltà disposta a tutto: solo tra il 2005 e il 2006 ha cantato con Neil Young, i Bright Eyes, Mark Knopfler ed Elvis Costello).

Goodbye, Hollywood Blvd
(Gold, 2001)
Wow. Meravigliosa, da fine disco. Solo Billy Joel prima sapeva mettere delle cose così in fondo a un disco, voce e pianoforte. Così a occhio, sembra parli dell’esserci dentro fino al collo, ormai, nel fare questo lavoro.

La Cienega just smiled
(Gold, 2001)
Una ragazza che gli manca e gli ha spezzato il cuore. Il La Cienega Boulevard, a Los Angeles, prende il nome da una città del New Mexico.

Sylvia Plath
(Gold, 2001)
Vorrei avere una Sylvia Plath, tutta denti e sorriso, e cenere di sigaretta nel bicchiere. Il tipo che va fuori e poi dorme una settimana. Il tipo che va fuori di sé. Per darmi una ragione per, beh, non so. E forse mi porterebbe in Francia, o magari in Spagna, e mi inviterebbe a ballare in una villa sulla collina. Buterrebbe le cicche sul tappeto e mi passerebbe una pasticca. Poi si ubriacherebbe di gin e forse mi farebbe un bagno. Come mi piacerebbe, avere una Sylvia Plath.

E io e lei dormiremmo in barca e faremmo il bagno nudi con la pioggia che cade sul mare. E mentre nuota mi strizzerebbe l’occhio, per dirmi che va tutto bene all’orizzonte, mentre si allontana. E io risalirei sulla barca e riderei. Devo trovarmi una Sylvia Plath

Rock’n’roll
(Rock’n’roll, 2003)
Tutti si sentono fighi a fare il rock’n’roll. Io no, per niente. Non penso di farcela per il concerto, non riesco a togliermi una ragazza dalla testa.

So alive
(Rock’n’roll, 2003)
Quasi un pezzo degli U2, così gasato da perdere un po’ di credibilità e suonare come una forzatura in risposta alle pretese della sua casa discografica, che gli aveva chiesto più energia ed entusiasmo.

Wonderwall
(Love is hell, pt.1, 2004)
È la canzone degli Oasis, resa acustica e sofferta, con il riff finale stupendo: dàn-dàn dàn-dàn dàn. Al successivo tour, gli Oasis la suonarono così.
All’etichetta di Adams questo disco sembrò troppo deprimente (la sua ragazza era morta da poco, per un cancro a quarant’anni), e gliene chiesero uno più vivace. Lui lo fece – Rock’n’roll – e Love is hell pt.1 uscì contemporaneamente come EP. Poi ne uscì una parte due, e infine un cd completo delle due parti.

Always on my mind
(Jacksonville City nights, 2005)
Una cover della canzone famosa nella versione di Elvis. Jacksonville è la città dove è nato Ryan Adams, in North Carolina.


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Radio

Quarantunes: le precauzioni

Continua da Quarantunes: i sintomi. La serie completa consiste in: la pandemia, i sintomi, le precauzioni e infine la ripartenza.

Every breath you take | The Police
La canzonetta perfetta dei Police. Un po’ troppo melensa per i fans duri e puri: malgrado Sting abbia poi confermato la possibilità che parli di uno stalker piuttosto che di un premuroso fidanzatino di Peynet. Ma c’è quel giro di chitarra, da esporlo in un museo. Fu un successone: si dice che Sting guadagni 2000 dollari al giorno solo dalla sua programmazione sulle radio americane. Anni dopo, tornò in auge con una rielaborazione hip-hop di Puff Daddy ().

Il cielo in una stanza | Gino Paoli

Altrove | Morgan
Da Canzoni dell'appartamento. E dove se no?

Apartment story | The National
Nelle ultime 4 settimane sono diventato un profondo conoscitore del mio appartamento.

Faccio la mia cosa | Frankie Hi-Nrg
"Nella casa". E dove se no?!?

Work from home | Fifth Harmony, Ty Dolla $ign

U can't touch this | MC Hammer

Wash | Bon Iver

Afraid of everyone | The National
"Paura di tutti". Quella che era una critica severa della cultura mediatica che prospera sulla paura, ora è ancora più attuale

Don’t stand so close to me | The Police
Ancora quegli ipocondriaci dei Police. Non starmi così vicino, stai a un metro. Anzi, stai a casa tua.

Stai lontana da me | Adriano Celentano
Anche Celentano non scherza con la paura di contagio. Questa però è un 'falso italiano', essendo la cover tradotta di "Tower of strenght" di Gene McDaniels, musicista di R&B soft.

Far from me | Nick Cave
E Nick Cave non è da meno ...

2000 miles | The Pretenders
... senza arrivare però all'esagerazione dei Pretenders.

Asshole pandemic | Pkew Pkew Pkew
“Stronzo pandemico”. Si tratta di colui che non prendendo troppo sul serio questa vicenda ha deciso di non praticare il "distanziamento sociale", mettendo forse a rischio la sicurezza di tanti e comunque allungando i tempi della quarantena per tutti.

Io e te da soli | Mina
Scritta da Mogol e Battisti, suonata dalla PFM (e Battisti al pianoforte). Più gospel di altre e il grosso del lavoro lo fa Mina<: “Per pietà, per carità!”.

A shot in the arm | Wilco
In tutta onestà, non credo che Wilco qui intendesse dire "starnutisci nel gomito" e nemmeno "inoculati il vaccino" (comunque, non il vaccino). Ma facciamo tutti finta di crederci.

Isolation | John Lennon
È l’esatto contrario, concreto, del sogno di “Imagine”. “Abbiamo paura di tutti / abbiamo paura del sole / isolamento".

Isolation | Joy Division
Isolamento, uno stato d’animo che qualcuno cerca. E che qualcun altro si ritrova costretto a vivere. Con la paura addosso.

This town ain’t big enough for both of us | Sparks
"Questa città non è abbastanza grande per noi due". Dobbiamo distanziarci!

La solitude | Barbara
C’è chi raccoglie per strada un gatto, e pensa che serva contro la solitudine. E chi invece raccoglie per strada la solitudine, e ci si affeziona.

La solitudine | Laura Pausini
Evvai! Sono riuscito a infilarci anche la Laura, con l'obiettivo di rendere più 'nazional-popolare' questa playlist. Ma - lo confesso - questa canzone mi è sempre piaciuta.

(In my) Solitude | Billie Holiday
“In my solitude / you haunt me / with reveries / of days gone by”. Canzone di Duke Ellington. Lei dà l’impressione che se anche lui tornasse, sarebbe sola lo stesso.

Solitary man | Neil Diamond
Dopo l’hanno cantata in molti, e anche meglio di lui che l’aveva scritta (anche se i fiati qui sono impagabili, se non vi scappa da ridere). Ad esempio è perfetta per Johnny Cash () e la sua eterna immagine di dignitosa sofferenza. Bella anche la versione di Chris Isaak. In Italia fu tradotta per Gianni Morandi: “Se perdo anche te”.

Io mi rompo i coglioni | Bugo
Ebbene sì!

(They long to be) close to you | The Carpenters
"Vorrebbero esservi vicini". Popolare brano composto da Burt Bacharach, portato al successo nel 1970 dai Carpenters, ma interpretato da molti altri, tra cui i Cranberries ().

Da non fare a casa e sopratutto fuori

Abbracciala abbracciali abbracciati | Lucio Battisti
Una di quelle matasse fantastiche di suoni che si inventava Battisti.

Close to me | The Cure
Di nuovo una canzonetta pop, questa volta senza le chitarre e persino con dei fiati. «Come quei giorni in cui senti di non aver combinato niente, e non vedi l’ora di chiudere la giornata e cominciarne un’altra. E ti dici che farai un sacco di cose, domani. Ma il giorno dopo è come il precedente, e a volte va avanti per settimane» disse Robert Smith. Speriamo di no, adesso.

Stand by me | Ben E. King
Il più grande successo di Ben E. King. In Italia la cantò nel 1962 Adriano Celentano con il titolo "Pregherò" () che, per chi crede, non è affatto fuori luogo.

Stand by me | Oasis
Tutti insieme ora: “STAND-BY-ME!”. La mamma di tutti i tormentoni degli Oasis. Ha un verso fantastico, sovversivo rispetto al canone delle canzoni d’amore che dicono “vieni via con me, tutto sarà meraviglioso, ci ameremo per sempre”: “Stand by me” dice “stai con me, va’ a sapere come andrà a finire”.

I’ll stand by you | The Pretenders
Power-ballad all’americana, con i Pretenders primi ad ammettere di averla scritta per le classifiche, consci che fosse un po’ troppo qualsiasi per il loro stile. Ma funzionò.

Stand by your man | Tammy Wynette
Nessuno canterà mai “Stand by your man” meglio di Tammy Wynette<, e nessuno trascinerà mai con altrettanta passione la sillaba finale di quel “the love you caaaaaan!”. Ma detto questo, può darsi che a voi maschi in quarantena là fuori venga la lacrima facile anche con la versione di Lyle Lovett (), come agli omaccioni del locale country dei Blues Brothers. Bella anche la versione di Carla Bruni ().

Stand by my woman | Lenny Kravitz
Per par condicio, ecco la canzone simmetrica della precedente. Qui siamo sul soul soul, con un pianoforte Beatles, e la solita grandezza di Kravitz nello staccarsi dalla voce vellutata a quella appassionata, tirata fuori dalla gola infilandoci la mano fino all’avambraccio.


Strani giorni | Franco Battiato
Sarà perché mi piace Battiato o sarà perché Battiato è talmente grande da aver riempito le nostre vite di canzoni straordinarie e sempre attuali. Sia come sia, dal solo album L'imboscata si potrebbero estrarre 5 brani per questa playlist: oltre a questo e a "La cura", anche "Amara solitudine" (), "Serial killer" () e, con un tocco finale di ottimismo, "Splendide previsioni" ().

Strange days | The Doors

Io sto bene | CCCP - Fedeli Alla Linea
Pezzo non rassicurante come potrebbe far pensare il titolo. E non propone il miglior modo di gestirsi se occorre stare chiusi in casa. “Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport”, con dissonanze punk e desolazioni padane. È la “This is not a love song” dei CCCP.

Stayin' alive | Bee Gees
Ancora dalla colonna sonora de La febbre del sabato sera.

Only the strong survive | Jerry Butler
Mammà lo diceva sempre: “sopravvivono solo i più forti”.

Vivo morto o x | Ligabue

I will survive | Gloria Gaynor
Un pezzo carico di speranza e anche un hashtag perfetto, peraltro ripreso con ironia e buone intenzioni proprio in occasione della pandemia corrente. Da ricordare la versione ‘nerd’ ed 'explicit' dei Cake. ()

Knockin’ on heaven’s door | Bob Dylan
"Bussare alle porte del paradiso". Quanto ci accadrà se ci andrà male. Anzi bene. Anzi male. Qui propongo anche la versione di Antony and the Johnsons (), cantata da Antony per imparare a suonare la chitarra.

Ode to my family | The Cranberries
"Ode alla mia famiglia": in generale, che resiste con noi; in particolare, che pulisce h24 mentre io faccio playlists ... . Questa canzone entra in testa: già come inizia, è pura spietatezza acustica. Potrebbero fare un remix che fa solo “dudduruddù” tutto il tempo. È una cosa affettuosa verso la famiglia, l’andarsene, i tempi che furono e che inevitabilmente non sono più. “Dasèniuan cheeher, dasèniuan cheeher, dasèniuan cheeher...”.


Playlist

Coldplay

(1998, Londra, Inghilterra)

I campioni di un trend rockmelodico inglese nato alla fine del millennio scorso e dilagato nel successivo: molto pianoforte, ricche orchestrazioni, voci levigate e pulitine. Alla stessa tendenza appartengono i Travis, i Muse, iKeane. Ma nessun altro ha venduto altrettanto, né ha fatto una bambina con Gwyneth Paltrow. Comunque, tanto per dare un’idea dell’originalità delle loro creazioni, questo è quanto ne dice Wikipedia: «Coldplay’s early material was reminiscent of artists such as Radiohead, Oasis, Jeff Buckley, Travis and Kate Bush. Martin has stated that he has been hugely influenced by U2. Other influences include Pink Floyd, A-ha, R.E.M, Echo and the Bunnymen,Bob Dylan, The Flaming Lips and, more recently, Johnny Cash and Kraftwerk». Manca solo Rita Pavone.

ascolta anche: Keane - Snow Patrol - Muse - James Blunt - Radiohead - Ed Sheeran
Brani citati
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The Stone Roses

(1984, Manchester, Inghilterra)

Diventarono la cosa più grossa del rock britannico alla fine degli anni Ottanta, fecero mille casini con le case discografiche, arrivarono a fatica al secondo disco, e finirono lì. Ma sono probabilmente l’ultimo mito rock inglese, adorati.

Sally Cinnamon
(Singolo, 1987)
Quando il Manchester United gioca all’Old Trafford, i tifosi espongono uno striscione dagli spalti dello Stretford End con le foto di Eric Cantona e George Best che dice: “Sent to me from heaven... you are my world” (i puntini in realtà sono quattro, perché a scuola non spiegano mai che i puntini di sospensione sono sempre tre, neanche in Inghilterra). È una citazione di “Sally Cinnamon”, singolo inciso ai tempi prima del botto, prima che il bassista Gary “Mani” Mounfield entrasse nella band. Fu ripubblicata dopo il botto, con un video che alla band non piacque per niente: andarono negli uffici dell’etichetta e dipinsero i muri e le facce del boss e di sua moglie. Poi distrussero un paio di automobili, e vennero arrestati. Una leggenda smentita dai diretti interessati sostiene che Sally sarebbe la stessa Sally di “Don’t look back in anger” degli Oasis.

(Song for my) Sugar spun sister
(The Stone Roses, 1989)
Sesso, droga e rock’n’roll, ma con una certa allegria. “Ogni membro del parlamento si fa di colla”.

Made of stone
(The Stone Roses, 1989)
Ha un ritornello che si porta via baracca e burattini: “Sometimes I fan-ta-size!”. La suonarono alla loro prima apparizione live in un programma alla BBC, ma dopo un minuto andò via la corrente e la conduttrice rientrò cercando di proseguire con l’argomento successivo mentre alle sue spalle Ian Brown urlava “dilettanti!”.

This is the one
(The Stone Roses, 1989)
Anche questa è usata assai all’Old Trafford, e stando alla leggenda la scrissero dopo essere stati chiusi a chiave nello studio dal produttore con la minaccia di non farli uscire fino a che non avessero scritto una nuova canzone.

She bangs the drums
(The Stone Roses, 1989)
Fu il loro primo singolo a entrare nella classifica inglese, dopo che “Made of stone” non era andata granché. Finora avevano costruito una specie di culto a Manchester, e sarebbero diventati retrospettivamente tra i protagonisti di una vivacità musicale cittadina che prese il nome di “madchester” e rimpiazzò il periodo precedente degli Smiths e dei New Order: c’erano loro, gli Happy Mondays, gli Inspiral Carpets, i James.

Ten storey love song
(Second coming, 1994)
Malgrado il successone, a causa di casini legali con le case discografiche non riuscirono a battere il ferro caldo prima di cinque anni, e si era un po’ raffreddato. Fecero un disco più blues-rock e rumoroso e l’attesa per un bis del primo gli si ritorse contro in delusione. Alcuni singoli andarono comunque piuttosto bene, compresa questa ballatona più convenzionalmente melodica che cita “You’ve got a friend” di Carole King.


Brani citati
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The Verve

(1989-2009, Wigan, Inghilterra)

I Verve sono stati un gruppo musicale britannico post-britpop. Raggiunsero l'apice della fama con il terzo album, Urban hymns, nel 1997 e con il singolo "Bitter sweet symphony".

Bitter sweet symphony
(Urban hymns, 1997)
Il più grande degli Inni Urbani degli anni ’90. Ma anche un plagio, o quasi. Andò così: i Verve campionano un estratto della cover di "The last time", un brano dei Rolling Stones del 1965, realizzata un anno dopo dalla Andrew Oldham Orchestra, ottenendo senza problemi il permesso di utilizzarlo. Tuttavia i Verve si fanno prendere la mano e per tutta la ‘sinfonia’ utilizzano gli stessi 4 accordi. Gli Stones a questo punto sono pronti ad accettare che la loro percentuale dei diritti d’autore salga al 50%. Ma intanto il brano sta riscuotendo un enorme successo e gli Stones passano al ricatto: o il 100% dei diritti o il ritiro immediato del brano dal mercato. Ed è così che il più grande successo dei Verve non ha fruttato loro nemmeno un penny in diritti d’autore.
Ai Verve non restò che la vendetta della battuta acida : «"Bitter sweet symphony" è la più bella canzone che gli Stones abbiano scritto negli ultimi vent’anni». A cui seguì la replica, altrettanto acida, di Jagger & C: «Quando i Verve scriveranno una canzone più bella, potranno tenersi i diritti anche di questa». In effetti non è mai successo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #382 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sonnet
(Urban hymns, 1997)


Lucky man
(Urban hymns, 1997)
But how many corners do I have to turn?
How many times do I have to learn
All the love I have is in my mind?

The drugs don’t work
(Urban hymns, 1997)
Non c’entra quasi nulla con questo bel brano dei Verve. Ma mi è sovvenuto il ricordo della raccomandazione che ci fece la suora dell’Ospedale Militare durante la visita di leva: «Ragazzi, ma perchè bevete tutta questa droga?»

Slide away
(A storm in heaven, 1993)


Love is noise
(Fourth, 2008)
Love is noise and love is pain
Love is these blues that I'm singing again



Brani citati
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The Beatles

(1960 -1970, Liverpool, Inghilterra)

E che, vuoi fare la playlist dei Beatles? Sei scemo? E quante ne metti, settantuno? Beh, metti che questo libro capita in mano a uno giovane, giovane giovane, hai visto mai che serva anche la playlist dei Beatles... (I Beatles, caro figliuolo, sono stati i più grandi scrittori ed esecutori di canzoni della storia: erano quattro, poi a uno gli hanno sparato sotto casa e un altro è morto di malattia. Erano bravi, dammi retta.)

All my loving
(With the Beatles, 1963)
La prima canzone che eseguirono all’Ed Sullivan Show, da dove cominciarono la conquista dell’America. Un grandissimo giro di chitarra e un ritmo sensazionale. E le parole vanno via come bocce da bowling sulla pista.

I want to hold your hand
(1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #16 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

She loves you
(1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #64 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Do you want to know a secret
(Please please me, 1963)
È come George Harrison dice “closer”. È come dice “not to tèll”. È come dice “I’m in love with iù!”. Era il loro primo LP, ed erano già la più grande band della storia.

I saw her standing there
(Please please me, 1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #139 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Please please me
(Please please me, 1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #184 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

A hard day’s night
(A hard day’s night, 1964)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #153 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Can’t buy me love
(A hard day’s night, 1964)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #289 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Any time at all
(A hard day’s night, 1964)
Parte con il ritornello secco, e poi attacca la strofa, di cui suona per contrasto la perfezione: “if you need somebody to love...”. Un bel pezzo rock dei Beatles.

Help!
(Help!, 1965)
“Quando ero giovane, molto più giovane di oggi, non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno, mai.” Avete mai provato a ballarla, “Help”? Funziona benissimo. “Ma ora le cose sono cambiate, e non mi sento più così sicuro. Puoi per favore – per favore – aiutarmi?”

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #29 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Yesterday
(Help!, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #13 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ticket to ride
(Help!, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #384 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

We can work it out
(1965)
Nel 1970 Stevie Wonder fece una bella cover di questo brano.

In my life
(Rubber soul, 1965)
Domandarono a Lennon perché non parlava di sé nelle sue canzoni e lui invece di rispondere “saranno anche fatti miei” – era uno gentile – scrisse questa. Paul McCartney sostiene che la musica l’ha scritta lui, ma c’è una controversia annosa. Qualche anno fa la rivista inglese Mojo la nominò la migliore canzone di tutti i tempi. Parere condivisibile. C’è dentro tutto, e un primo verso fenomenale: “derarpleisisàirimèmber...”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #23 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Norwegian wood (This bird has flown)
(Rubber soul, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #83 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Rain
(1966)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #463 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Here, there and everywhere
(Revolver, 1966)
“To lead a better life...” Ogni tanto ci troviamo ad ascoltare “Wonderwall” degli Oasis e a dire che perfetta canzone pop sia. Ma tutto era già successo. Arrampicato sui falsetti, McCartney raccontò poi di aver cercato di imitare Marianne Faithfull.

For no one
(Revolver, 1966)
“For no one” forse è la più bella ballata di Paul McCartney con i Beatles. Dedicata alla ex fidanzata Jane Asher, lui dice di averla scritta nel bagno di un hotel sulle Alpi svizzere (ma uno che scriva una canzone alla scrivania in ufficio, dopo la pausa pranzo, mai?). Fu incisa senza John Lennon e George Harrison.

Eleanor Rigby
(Revolver, 1966)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #137 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hello, goodbye
(Magical mystery tour, 1967)

I don’t know why you say goodbye, I say hello

Strawberry fields forever
(Magical mystery tour, 1967)
Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #76 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Penny Lane
(Magical mystery tour, 1967)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #449 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All you need is love
(Magical mystery tour, 1967)
Una canzone che non è stata messa in ginocchio nemmeno da una delle peggiori e più celebri trasmissioni della tv commerciale italiana, può resistere a tutto. L’amore di cui si parla è una roba universale, da Estate dell’amore hippie: nessuna indulgenza in sentimentalismi di coppia e il senso dell’umorismo giusto per infilarci gli ottoni, la Marsigliese, e il giro di giostra conclusivo, con autocitazioni (“She loves yeah, yeah, yeah, yeah”, “Yesterday”).


Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #362 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

With a little help from my friends
(Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, 1967)
A Ringo Starr non gli facevano fare quasi mai niente, ma quando lo chiamavano era per cose speciali. Questa la cantò lui, e divenne poi doppiamente famosa nella roca e appassionata versione di Joe Cocker, uno dei momentoni del concerto di Woodstock. Ringo chiese che il verso iniziale fosse cambiato e divenisse: “cosa fareste se cantassi stonato, vi alzereste e ve ne andreste?”. L’originale – “mi tirereste dei pomodori?” – gli sembrava rischioso per le esecuzioni dal vivo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #304 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

A day in the life
(Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, 1967)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #26 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sgt. Pepper’s lonely hearts club band
(1967)


Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è il più importante album di rock & roll mai realizzato, un disco senza paragoni per concezione, suono, composizione, grafica di copertina e tecnologia di studio da parte del più grande gruppo pop di ogni tempo. Dalle regali esplosioni di ottoni e dalla chitarra distorta della canzone che lo intitola, allo stacco orchestrale e al lungo, agonizzante accordo di piano alla fine di "A Day in the Life", i 13 pezzi di questo album segnano l'apice degli otto anni dei Beatles come artisti in sala d'incisione. John, Paul, George e Ringo non furono mai più tanto intrepidi e uniti nella loro ricerca di magia e trascendenza. Pubblicato in Gran Bretagna il 1° Giugno 1967 e negli U.S.A. il giorno dopo, Sgt. Pepper è la dichiarazione definitiva di cambiamento del rock.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

Happiness is a warm gun
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

I’m so tired
(White album, 1968)
Inno degli assonnati (gemella di “I’m only sleeping”), Lennon la scrisse alle tre del mattino in India, sfinito da una maratona di meditazione. Passa perfettamente dalla fase sonnolenta e languida all’eccitazione nervosa dell’insonne che darebbe qualsiasi cosa per un po’ di riposo.
(In conclusione, c’è uno dei noti passaggi che suonati al contrario direbbero cose rivelatrici e sataniche. In questo caso: “Paul is a dead man, miss him, miss him, miss him”).

Good night
(White album, 1968)
Ninnanannona che conclude White Album, scritta da Lennon e cantata straordinariamente da Ringo Starr, assieme a un’orchestra. Gli altri Beatles dormivano.

While my guitar gently weeps
(White album, 1968)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #135 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hey Jude
(1968)
Intitolata originariamente Hey Jules e rinominata in seguito "Hey Jude" per motivi fonetici, fu scritta da McCartney per confortare Julian, il figlio di Lennon, nel momento del divorzio tra il padre e Cynthia Powell.


Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #8 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Here comes the sun
(Abbey Road, 1969)
Più che un’ultima canzone dei Beatles, una prima canzone di George Harrison, allegra e leggera e appiccicosissima come le sue. E in effetti la scrisse per conto proprio, e all’incisione Lennon neanche partecipò. Harrison aveva già cominciato a lavorare con Eric Clapton (allora nei Cream), e insieme avevano scritto “Badge” , da una cui costola nacque “Here comes the sun”.

Come together
(Abbey Road, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #202 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something
(Abbey Road, 1969)
George Harrison sapeva il fatto suo, o lo aveva imparato stando vicino a quegli altri due fenomeni. Ma siccome non se lo filavano mai, questa la pensò per Ray Charles e poi la propose a Joe Cocker. Niente. Andò a finire che la fecero i Beatles.
Se poi volete sapere chi ha scritto prima il verso “something in the way she moves” – Harrison o James Taylor – la risposta è Taylor: la sua canzone è di un anno prima, e uscì per la stessa etichetta dei Beatles.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #273 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

She came in through the bathroom window
Golden slumbers
Carry that weight
(Abbey Road, 1969)
La successione di queste tre canzoni di McCartney in Abbey Road va considerata come un unico capolavoro di salti mortali melodici e riprese inattese. Dopo il racconto rock dell’incursione (vera) di una fan nel bagno di casa McCartney, la dolcezza e il soul di “Golden slumbers” sono una delle cose migliori e più commoventi che la band abbia fatto mai (le parole citano una poesia seicentesca di Thomas Dekker). “Carry that weight” riprende un’altra chicca del disco, “You never give me your money”.

The end
(Abbey Road, 1969)


Across the universe
(Let it be, 1970)
L’onomatopea più lunga della storia del pop, in cui le parole sembrano scorrere come gocce di pioggia infinita in un bicchiere di carta: “words-are-flowing-out-like-end- less-rain-into-a-paper-cup”.

Let it be
(Let it be, 1970)
Il McCartney perfetto. Tanto da lasciare abbastanza disgustato John Lennon. I biografi sostengono che scegliesse di riferire a un ideale socialista i versi più “religiosi” della canzone (“there will be an answer”). La voce femminile è di Linda McCartney. La band a questo punto era già spappolata ed era andata in studio per soddisfare le richieste contrattuali. La Mary di cui si parla, malgrado l’andamento salmodiante della canzone, non è la Vergine Maria ma la mamma di McCartney.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #20 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The long and winding road
(Let it be, 1970)
Let it be fu l’ultimo disco dei Beatles, composto da cose registrate prima del precedente Abbey Road. Uscì che si erano già di fatto sciolti, molto rimaneggiato da Phil Spector a cui era stato affidato il materiale; e quando qualche anno fa uscirono le più scarne versioni originali i fans si divisero tra chi preferiva le une o le altre. Di certo, alcune ballate di McCartney non furono scritte con la mano sinistra di chi era alla fine di una storia. A cominciare da questa, che è facile legare alle vicissitudini della band e la cui pomposa orchestrazione spectoriana irritò molto l’autore. Spector si giustificò spiegando che nella versione originale Lennon al basso era impubblicabile. “Many times I’ve been alone...”.

Don’t let me down
(Hey Jude, 1970)
Registrata a quel giro lì, rimase fuori da Let it be per scelta di , e venne reintrodotta nella versione Naked pubblicata trent’anni dopo (intanto era uscita una raccolta). Un grande pezzo soul di Lennon, presagio delle passioni che avrebbero animato la sua successiva carriera da solista.


Brani citati
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