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Sigur Rós

(1994, Reykjavik, Islanda)

Quando saltarono fuori i Sigur Rós, nessuno aveva mai sentito una cosa del genere. Sono islandesi, e fanno cose di gorgheggi, falsetti, archi, frastuoni repentini, e suoni che vengono di solito associati – per un banale tic geografico – a panorami glaciali e disumani. Divennero i beniamini dei critici snob e degli appassionati in cerca di emozioni nuove: socialmente, quello che erano stati i Massive Attack il decennio prima. Poi, continuarono a fare le stesse cose, che erano ancora belle, ma non più così nuove.

Staralfur
(Àgaetis byrjun, 1999)
Qui c’è un’introduzione di chitarra che potrebbero quasi essere gli U2, ma la riconoscibilità rock è cosa di appena un attimo. Subito cominciano la nenia e le orchestrazioni nymaniane. “Staralfur” è nelle colonne sonore di Vanilla sky e di Le avventure acquatiche di Steve Zissou.

Svefn-g-englar
(Àgaetis byrjun, 1999)
Dieci minuti di progressione lentissima e spettacolare. Non succede quasi niente, salvo lo snodo da dove comincia la nuova ripetizione (quella specie di “tiùù”). Anche questa fu usata nella colonna sonora di Vanilla sky.

Vioar vel til loftarasa
(Àgaetis byrjun, 1999)
“Una buona giornata per un bombardamento aereo”: la descrizione fu pronunciata da un conduttore islandese delle previsioni del tempo durante la guerra del Kosovo. Anche questa dura dieci minuti: stavolta arriva piano piano uno straordinario passaggio minimale di pianoforte che un po’ alla volta viene circondato da una complessa ma discreta batteria di suoni e voce. Musica per non avere niente da fare.

Untitled 1
((), 2003)
Al primo cd dopo il successo planetario (Àgaetis Byrjun era stato uno dei primi dischi a trovare grande popolarità su internet prima che nei canali tradizionali), tutto quello che seppero inventarsi fu di non dargli alcun nome, né alle canzoni (salvo associar loro dei titoli successivamente, sul sito). Due parentesi, e basta. Le canzoni sono tutte cantate in un linguaggio immaginario di ripetizioni di sillabe (simile a quello usato dal pianista belga Wim Mertens). Questa gira intorno a poche note di piano, lente lente.

Untitled 3
((), 2003)
Una meraviglia, qui le note del pianoforte hanno una velocità lenta e precipitosa assieme, come se accelerassero al rallentatore. Quello che chiamano post-rock, è questa roba qui.

Hoppípolla
(Takk, 2005)
Il secondo singolo dal terzo disco arrivò persino a essere programmato da qualche radio coraggiosa (allegro, ritmo sostenuto, e soprattutto aveva una durata “normale”). Ebbe un notevole successo postumo in Gran Bretagna per essere stata usata in diverse trasmissioni televisive dalla BBC.

Sæglópur
(Takk, 2005)
Sæglópur (in islandese "perso nel mare") è cantata prevalentemente in islandese, anche se una consistente porzione di essa è in vonlenska. Il vonlenska è una lingua artificiale creata dai Sigur Rós. Questo idioma è noto anche con il termine inglese hopelandic che in italiano diventerebbe speranzese.

Ára bátur
(Med sud í eyrum vid spilum endalaust, 2008)
But it was you who let everything
Into my heart
And it was you who once again
Awoke my spirit

ascolta anche: Olafur Arnalds || Mogwai || Jónsi || The Album Leaf || Múm

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Nirvana

(1987 – 1994, Aberdeen, Washington, USA)

I Nirvana furono la band manifesto del grunge, quella cosa di ribellismo e ritorno alla purezza ruvida del rock che andò per la maggiore in tutto il mondo negli anni Novanta a partire dall’America nord occidentale (il sound di Seattle, si diceva anche). Se la sarebbero battuta con i Pearl Jam, ma Kurt Cobain era biondo, stava con Courtney Love, e si sparò, che per l’eternità rock è una cosa che vale mille punti. Se fosse vivo, sostengono alcuni, oggi sarebbe un grande cantautore pop.

About a girl
(Bleach, 1989)
Kurt Cobain sentiva un sacco i Beatles, allora, e stava con Tracy Marander, che lavorava in un bar e guadagnava per entrambi. Nel primo disco dei Nirvana “About a girl” è la canzone più melodica, ma nel successivo Unplugged in New York ce ne sarà una versione più lenta e cupa. Il titolo – molto beatlesiano – pare sia nato quando l’allora batterista dei Nirvana chiese a Cobain di che parlasse, e lui rispose “di una ragazza”.

Smells like teen spirit
(Nevermind, 1991)
Questa sta in tutte le classifiche delle riviste specializzate, insieme a “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin e “One” degli U2. È la canzone ufficiale del successo del grunge. Il titolo si riferisce a un deodorante della Colgate, Teen spirit, e nacque da una scritta sul muro che un’amica dedicò a Cobain: “Kurt smells like teen spirit”. Cobain – che poi disse di non amare la canzone – sostenne che allora non sapeva del deodorante e che gli piaceva il significato letterale dello slogan.
L’attacco di chitarra è leggendario, ma il passaggio migliore – più dei fonemi comici urlati nel ritornello: “a mulatto, an albino, a mosquito, my libido” – è “hello, hello, hello, how low?”.
Ne esiste una bella cover ‘acustica’ di Tori Amos.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #9 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

In bloom
(Nevermind, 1991)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #407 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Come as you are
(Nevermind, 1991)
Dopo che si fu sparato, sentire Cobain cantare “and I swear that I don’t have a gun”, avrebbe avuto per sempre un altro effetto. “Come as you are” suona molto simile a un pezzo dei Killing Joke del 1985, “Eighties”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #445 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something in the way
(Nevermind, 1991)
C’è qualcosa dei Joy Division nella spettrale esecuzione minimale di “Something in the way” (che cita un aneddoto mai accreditato della vita di Cobain: lui raccontava di aver vissuto per un po’ sotto un ponte). Fu usata drammaticamente in Jarhead, il film di Sam Mendes sulla Guerra del Golfo.

Nevermind
(1991)
Favole di successo immediato degli anni ‘90, il secondo album dei Nirvana e il suo totemico primo singolo "Smells Like Teen Spirit", uscirono dritti dall'underground del Nordovest - la nascente scena grunge di Seattle - per scalciare Michael Jackson dalla cima della classifica di Billboard e per far sparire dalla circolazione l'hair metal.
In anni recenti nessun album ha avuto un impatto simile su una generazione, una nazione di adolescenti diventati punk di colpo e un effetto così catastrofico sul suo principale artefice (il peso del successo portò Kurt Cobain a suicidarsi nel 1994).
Ma i riff taglienti, il canto caustico e la scrittura deviante e obliqua di Kurt, più il contributo di corposa potenza alla Pixies / Led Zeppelin del bassista Krist Novoselic e del batterista Dave Grohl restituirono al Rock & Roll la purezza guerriera.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #17 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

All apologies
(In utero, 1993)
L’ultima canzone dell’ultimo disco dei Nirvana, prima che il fantasma di Kurt Cobain riapparisse a cadavere caldo con la pubblicazione di Unplugged in New York (dove suonava ancora più definitiva): “che altro posso dire? Solo scuse. Che posso scrivere? Non ne ho il diritto. Vorrei essere come voi, che vi accontentate di poco”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #455 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heart-shaped box
(In utero, 1993)
«La ragazza gli aveva fatto arrivare un regalo attraverso Dave, il batterista di allora. Era una scatola rossa a forma di cuore. All’esterno era piena di decorazioni floreali e dentro c’erano pigne, conchiglie, una bambola e un servizio da tè per la bambola. Kurt era rimasto molto colpito e scrisse su un pezzo di carta delle parole che avrebbe poi messo in una delle sue canzoni. Sono rimasto chiuso per delle settimane nella tua scatola a forma di amore, scrisse» (Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo, Einaudi).

Polly
(MTV Unplugged in New York, 1994)
I Nirvana suonarono in diverse occasioni a sostegno di associazioni contro la violenza sulle donne. “Polly” è ispirata alla storia vera di una ragazzina di quattordici anni sequestrata e violentata di ritorno da un concerto a Tacoma, Washington.

The man who sold the world
(MTV Unplugged in New York, 1994)
Era la canzone che dava il titolo al terzo disco di David Bowie, uscito nel 1970. Un quarto di secolo dopo diventò la cosa più efficace e sorprendente del disco unplugged pubblicato pochi mesi dopo la morte di Kurt Cobain.


Brani citati
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The Alarm

(1981-1992, Rhyl, Galles, Regno Unito)

Erano quelli con i capelli dritti in testa e il mito estetico e lirico delle guerre settecentesche. Gallesi, andarono in tour con gli U2 e cercarono di assomigliargli, attingendo anche ai modi dei Clash. Non ci riuscirono granché, ma con uno stampino di chitarre e canti di battaglia produssero alcune belle canzoni gridacchiate.

The stand
(The Alarm, 1983)
Il primo successo andò meglio in America che in Gran Bretagna, e diede un’idea di quello che avevano in mente. Era ispirato al romanzo omonimo di Stephen King, da noi tradotto come L’ombra dello scorpione.

Sixty-eight guns
(Declaration, 1984)
“Sixty-eight guns è il grido di bat- taglia.” Quando, nel 1983, entrò in classifica in Inghilterra, la band era in tour in America e ritornò precipitosamente per la possibilità di suonare a Top of the pops. Poi la usarono per uno spot americano della Heineken.

Where were you hiding when the storm broke?
(Declaration, 1984)
“Vendersi è un peccato mortale”: la scrissero a cavallo del successo per vietarsi di tradire la propria purezza e di sottrarsi alla musica vera, secondo loro.
Dove ti sei andato a nascondere quando è scoppiata la tempesta?

Tell me
(Declaration, 1984)
Anthems, gli Alarm erano specializzati in anthems. Canti, cori, refrain proclamati al mondo, grida di battaglia con cui guidare le truppe. Ma a differenza della tradizione degli anthems hard rock – spesso meri slogan – gli Alarm sapevano inventare una melodia compiuta con cui sostenerli. “Take a look at the punks”, è ancora più efficace perché emerge – esplode – da una strofa sommessa e quieta.

The deceiver
(Declaration, 1984)
Appunto, non vi viene voglia di guidare un corteo? “Highway to hell” degli AC/DC è un anthem statico, perfetto per un comizio dal balcone, per un’adunata. Ma per andare a conquistare il mondo, per il moto a luogo, ci vuole questo. (Ed ecco di cosa parla secondo il leader Mike Peters: «ci sono sempre stati dei pazzi che pensavano di conquistare il mondo».)

Blaze of glory
(Declaration, 1984)
Buona per chiudere il concerto, in un’esplosione di gloria.

Rescue me
(Eye of the hurricane, 1987)
Qui eravamo già in una fase calante, e con una certa premonizione passavano dai canti di battaglia alla richiesta di soccorso. Mike Peters cantò “Rescue me” in uno straordinario concerto alla scuola elementare Italo Calvino di Reggio Emilia, organizzato nel 2002 dalle maestre. Bambini in visibilio.


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Radiohead

(1989, Oxford, Inghilterra)

A un certo punto, all’inizio del millennio, è sembrato che fossero la rock band più importante del mondo. Erano di Oxford, avevano fatto alcune ballate straordinarie, avevano virato verso cose ardite e musicalmente anomale, ed erano stati pompatissimi. Facendo quelli che se ne fregavano del mercato, delle scadenze dei singoli radiofonici, conquistarono gli addetti ai lavori e vendettero montagne di dischi rivoluzionari in cui si faticava a riconoscere qualcosa di familiare. Poi, con la stessa disinvoltura, si tolsero di torno e il mondo tornò degli U2, che sanno come vendersi più a lungo.

Creep
(Pablo honey, 1993)
Una delle più grandi canzoni rock di tutti i tempi, benché le idee musicali che la sostengono siano piuttosto canoniche: e forse proprio per questo. Il concetto, eterno, è io-sono-uno-sfigato-e-tu-un-angelo-caduto-dal-cielo-e-non-ti-avrò-mai. Ma è tutto perfetto, dal giro di chitarra, alla coppia di crack che introduce il baccano del ritornello (che si dice sia nata dall’insoddisfazione di Johnny Greenwood per la canzone: e allora schiacciò il pedale a palla). Si percepisce esattamente quanto lui soffra al sapere che non le arriverà mai nemmeno vicino, anche nella versione senza il “so fuckin’ special”, rimosso per presunto comune senso del pudore. Ma dopo un po’ di ascolti si comincia anche a preoccuparsi per lei.
Si segnalano una prodigiosa cover eseguita dal vivo da Damien Rice e quasi introvabile, e l’imitazione che ne fece una volatile band italiana – i Giuliodorme, la canzone si chiamò “Nulla” – sortendone un discreto risultato. Oltre ad una meno prodigiosa versione di Vasco nel 2009, con la stessa melodia e un testo italiano completamente diverso.

Stop whispering
(Pablo honey, 1993)
Smetti di bisbigliare, e comincia a urlare

Fake plastic trees
(The bends, 1995)
Per un po’ sembra una gran ballata di chitarra, congrua con le cose che i Radiohead facevano allora. Ma poco a poco affiorano suoni più eterei ed elettronici, discretamente, come un post-it attaccato al frigorifero che dica: occhio che è qui che stiamo andando.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #376 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

High and dry
(The bends, 1995)
La canzone è ritenuta come una delle più pop del quintetto di Oxford, e costituisce il primo successo in America dopo la hit Creep. Come quest'ultima High and Dry è mancata dalla scaletta dei concerti per oltre un decennio. Molte voci si sono rincorse riguardo alle cause di questa mancanza, come ad esempio la difficoltà che Thom Yorke avrebbe incontrato nel ricantare la canzone, tuttavia, in una recente intervista, il frontman della band l'ha descritta con le seguenti parole: «Non è brutta, sai. Non è brutta... È bruttissima.»

Karma Police
(Ok computer, 1997)
Dopo “Creep”, il loro pezzo più famoso e cantabile, prima che entrassero nella fase sperimentale spinta. C’è questa “polizia del karma” che arresta le persone non si capisce bene con quali criteri: “questo è quello che capita a chi si mette contro di noi”. Il passaggio di pianoforte somiglia molto a quello di “Sexy Sadie” dei Beatles.

No surprises
(Ok computer, 1997)
Bellissima canzonetta languida e deprimente, con una base di metallofono (che è come uno xilofono, con le barre di metallo anziché di legno) che si incolla alle orecchie. Il verso “bring down the government: they don’t, they don’t speak for us” ha acquistato nuovo valore per il pubblico dei loro concerti americani, sotto l’amministrazione Bush. E si sarebbe potuto dire lo stesso qui, ai tempi del governo Berlusconi o di quello con Salvini agli Interni.
Nel video la testa di Thom Yorke veniva progressivamente sommersa d’acqua, lasciandolo in apnea per un minuto buono, prima che la boccia che la conteneva fosse svuotata. Ma era un trucco: avevano rallentato la ripresa.

Let down
(Ok computer, 1997)

Paranoid android
(Ok computer, 1997)
Il titolo della canzone si riferisce a Marvin l'androide paranoico, un personaggio della serie Guida galattica per gli autostoppisti dello scrittore inglese Douglas Adams.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #256 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Exit music (for a film)
(Ok computer, 1997)
Il brano è stato scritto specificatamente per i titoli di coda del film di Baz Luhrmann Romeo + Giulietta di William Shakespeare del 1996.

Airbag
(Ok computer, 1997)

Kid A
(Kid A, 2000)
Così, per darvi un’idea di come i Radiohead conquistarono il mondo senza canzoni, facendo dei suoni e dei rumori, e capendo l’aria che tirava.

Everything in its right place
(Kid A, 2000)

You and whose army
(Amnesiac , 2001)
“Come on, come on...”. Chitarra, e voce dall’oltretomba: poi arriva il resto della band, e la voce sprofonda ancora.
Stanotte cavalchiamo cavalli fantasma.

Knives out
(Amnesiac , 2001)
Thom Yorke dà del testo spiegazioni abbastanza confuse, che alludono al cannibalismo e alla morte in generale. Il chitarrista Ed O’Brien invece disse che l’ispirazione del gran lavoro di chitarre veniva dalle cose di Johnny Marr con gli Smiths. Fu uno dei pezzi su cui lavorarono di più durante la leggendaria lunghissima gestazione che produsse le canzoni di Amnesiac e Kid A.

I will
(Hail to the thief, 2003)
Preghiera da brividi, lamentosa: voci e una chitarra neanche tolta dal cellophane. “Mi chiuderò in un bunker sottoterra e non lascerò che questo accada ai miei figli”.

A wolf at the door
(Hail to the thief, 2003)
Ninna nanna malinconica e disperata nell’andamento, con riferimenti alla letteratura infantile (il lupo alla porta, i tre porcellini) che probabilmente hanno a che fare con la recente paternità di Thom Yorke. Che la scrisse sul treno, in un vagone con i “city boys in first class”, i cui avanzi “poi dovrà pulire qualcun altro”.

Nude
(In rainbows, 2007)
Lenta e lamentosa, risaliva addirittura a dieci anni prima e fu ritirata fuori per il nuovo disco che i Radiohead fecero uscire solo online (e nei negozi, ma tre mesi dopo), in un anno di panico e caos per l’industria discografica messa in crisi dalle nuove tecnologie e dalla propria dabbenaggine. “Dieci anni fa”, ha spiegato Yorke, “mi metteva a disagio cantarla, era troppo femminile, inadatta alla mia voce. Ora mi piace esattamente per le stesse ragioni: è inadatta alla mia voce, difficile, e mi tira fuori qualcosa”.

Jigsaw falling into place
(In rainbows, 2007)
Just as you take my hand
Just as you write my number down
Just as the drinks arrive
Just as they play your favorite song


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Altri brani, non su Spotify

Creep - Damien Rice


Nulla - Giuliodorme

Paul Weller

(1958, Woking, Inghilterra)

Uno dei più grandi artisti soul di tutti i tempi, ed è inglese e bianco. L’unico a comparire in tre voci distinte in questo blog (la sua, quella dei Jam, e quella degli Style Council), ha segnato la musica inglese per ormai trent’anni, facendosi nemici e adoratori, e cantando sempre un po’ scocciato. Molti al suo Paese lo ritengono il miglior cantautore che hanno: nel resto del mondo, invece, non lo capiscono tanto.

Above the clouds
(Paul Weller, 1992)
Malinconia e spaesamento autunnale, con un suono e una vocetta ancora un po’ Style Council.

You do something to me
(Stanley road, 1995)
Splendida, da come comincia, il modo in cui lui borbotta quasi seccato “iudusamthintumi”. A sentire come lo canta, sembrerebbe che non riesca a sopportarla, questa cosa che lei gli tocchi qualcosa di profondo: è davvero giù. Un sondaggio su internet ha concluso che "You do something to me” è la canzone romantica preferita dalle donne inglesi (davanti a “With or without you” degli U2).

Wings of speed
(Stanley road, 1995)
Piano e voce, una specie di pezzone alla Paul McCartney che ammoderna il tema di “Andavo a cento all’ora”. Qui è lei che deve correre da lui, ma in aeroplano (nei suoi sogni, il pilota è Gesù Cristo nientemeno).

Frightened
(Heliocentric, 2000)
Del non volersi alzare dal letto, certe mattine che il giorno prima è stato tremendo o che non c’è la persona che si vorrebbe.

Love-less
(Heliocentric, 2000)
“Love-less” e il suo pianoforte ricordano molto gli Style Council di Confessions of a pop group. E Bacharach.

All good books
(Illumination, 2002)
“È su quelli che usano la Bibbia o il Corano per i loro fini, corrompendoli”. L’andamento da passeggiata urbana è stupendo.

Thinking of you
(Studio 150, 2004)
“Tutti quanti, lasciate che vi dica del mio amore: me lo ha portato un angelo dal cielo”. In un disco di cover cercate col lanternino, Weller mise anche questa primaverile canzonetta delle Sister Sledge, che negli anni Settanta erano state la band gemella degli Chic, cavalcando la discomusic.

Close to you
(Studio 150, 2004)
Un vecchio pezzo dei Carpenters, una cosa da show televisivo, divertente.

Savages
(As is now, 2005)
Canzone della punizione divina sui “codardi selvaggi” che piantano pallottole nella schiena e spaventano bambini: gente senza dio, che l’amore punirà, calando sulla terra. Scritta prima degli attentati londinesi dell’estate 2005, uscì poco dopo, e sembrò apposta.

Come on let’s go
(As is now, 2005)
Gran rocchetto travolgente, come ai tempi dei Jam.


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Stereophonics

(1996, Cwmaman, Galles)

Gli Stereophonics sono una sanguigna rock band gallese, con un piede nei pub e l’altro negli stadi britannici in cui danno il loro meglio. Hanno avuto un momento di grossa popolarità internazionale con i primi due dischi, poi hanno continuato a fare un onesto lavoro, tuttora premiato da vendite cospicue nei paesi di lingua inglese.

Traffic
(Word gets around, 1997)
Le cose che si vedono dalla macchina, guidando, fermi al semaforo, bloccati da un ingorgo: le persone, che si vedono dalla macchina, le ipotesi che si fanno su di loro. “Vanno davvero tutti da qualche parte?”.

Goldfish bowl
(Word gets around, 1997)
Mezzo verso solo cantato, e poi arriva il resto della band. Rock di chitarre, batteria e armonica come lo si faceva ai vecchi tempi, sulla vita sbilenca che facciamo arrabattandoci come matti, e siamo come in una boccia dei pesci, nuotare o affogare.

Billy Davey’s daughter
(Word gets around, 1997)
Lei si è buttata dal ponte, tremendo ricordo d’infanzia del leader della band Kelly Jones, e nient’altro è detto o raccontato per spiegare cosa le era successo. È bella proprio per questa semplicità di dolore, che concentra tutto solo sulla morte, in versi minimi e stupendi:
Billy Davey’s second daughter
threw herself to dirty water
Billy’s left with nothing but a dream

A minute longer
(Performance and cocktails, 1999)
“I’d like to stay a minute longer.” Come dicevano i Pooh, “dammi solo un minuto”. E Carla Bruni ci chiuse il suo bel disco acustico, con la supplica all’ascoltatore: “Juste encore une minute” (citando quella marchesa parigina che davanti alla ghigliottina, durante il Terrore, chiedeva “ancora un minuto, signor boia”). Insomma, l’unità di misura del mendicare tempo è indubbiamente quella, i sessanta secondi. Anche se poi un minuto non basta mai a nessuno.

Maybe
(Just enough education to perform, 2001)
Band di poche certezze, gli Stereophonics raggiunsero la loro maggiore fama con una canzone intitolata “Forse domani”, che era stata preceduta da questa “Forse”, con simile andamento da rock ballad. Fossero spiritosi, nel prossimo disco metterebbero una “Forse la settimana prossima”.

Handbags and gladrags
(Just enough education to perform, 2001)
Un vecchio pezzo di Rod Stewart (in realtà l’aveva scritta Mike D’Abo, cantautore dall’eclettico curriculum: fu cantante di una band popolare negli anni Sessanta, i Manfred Mann; fece la parte di Erode a teatro in Jesus Christ Superstar; scrisse la allegrissima canzonetta dei Foundations “Build me up buttercup”).

Have a nice day
(Just enough education to perform, 2001)
"So have a nice day"

Maybe tomorrow
(You gotta go there to come back, 2003)
La loro più bella canzone – “forse domani troverò la strada per tornare a casa” – raccolse nuove attenzioni planetarie quando fu utilizzata postuma sui titoli di coda di Crash (quello bello, dei molti Crash cinematografici: quello che ha vinto l’Oscar nel 2006). Il coretto ci sta come il cacio sui maccheroni, non come i cavoli a merenda (ho sempre fatto confusione): insomma, come la ciliegina sulla torta.

Dakota
(Language, sex, violence. Other?, 2005)
Quando gli Stereophonics erano lì da un pezzo e sembrava avessero sfruttato ed esaurito il loro credito di potenziale successo con il mondo, arrivò inatteso il loro singolo più venduto di sempre non solo in Inghilterra ma anche in America. In effetti è un rocchettone radiofonico – con chitarre à la U2 – più americano delle loro solite cose, in cui si ricorda un amore da ragazzi: passavamo il tempo nella mia macchina (ma non abbiamo mai combinato niente sul serio), e mi facevi sentire unico. Chissà dove sarai, ora.


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Coldplay

(1998, Londra, Inghilterra)

I campioni di un trend rockmelodico inglese nato alla fine del millennio scorso e dilagato nel successivo: molto pianoforte, ricche orchestrazioni, voci levigate e pulitine. Alla stessa tendenza appartengono i Travis, i Muse, iKeane. Ma nessun altro ha venduto altrettanto, né ha fatto una bambina con Gwyneth Paltrow. Comunque, tanto per dare un’idea dell’originalità delle loro creazioni, questo è quanto ne dice Wikipedia: «Coldplay’s early material was reminiscent of artists such as Radiohead, Oasis, Jeff Buckley, Travis and Kate Bush. Martin has stated that he has been hugely influenced by U2. Other influences include Pink Floyd, A-ha, R.E.M, Echo and the Bunnymen,Bob Dylan, The Flaming Lips and, more recently, Johnny Cash and Kraftwerk». Manca solo Rita Pavone.

ascolta anche: Keane - Snow Patrol - Muse - James Blunt - Radiohead - Ed Sheeran
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Ryan Adams

(1974, Jacksonville, North Carolina, USA)

A un certo punto, intorno al 2003, Ryan Adams è diventato il cantautore country-rock del momento, quando le cose migliori le aveva già fatte coi primi dischi. Se n’è innamorato persino Elton John. Poi ha avuto un periodo fin troppo fertile, in cui ha fatto uscire cinque dischi in due anni (di cui uno doppio), e tutti insieme non valevano il suo precedente Gold. In tutto questo, e malgrado si mostri sempre con un gran sipario di capelli davanti alla faccia, ha trovato il tempo di fidanzarsi con Winona Ryder, Alanis Morissette, Parker Posey, Beth Orton e Leona Naess.

Come pick me up
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Call me on your way back home
(Heartbreaker, 2000)
“Mi sento come un bambino, con la cicca attaccata alle scarpe”. Bellissima ballata dolente: lui ha fatto qualche fesseria e spera che lei lo chiami, mentre torna a casa. Grande armonica, come in “Come pick me up”.

Oh my sweet Carolina
(Heartbreaker, 2000)
Lui ha questa idea del viaggiare, muoversi da un posto all’altro attraverso l’America: ma spera che lo stesso vento un giorno lo riporti a casa, “oh, my sweet Carolina”. Quella che canta con lui il refrain è Emmylou Harris, leggenda della musica country (che ha un’umiltà disposta a tutto: solo tra il 2005 e il 2006 ha cantato con Neil Young, i Bright Eyes, Mark Knopfler ed Elvis Costello).

Goodbye, Hollywood Blvd
(Gold, 2001)
Wow. Meravigliosa, da fine disco. Solo Billy Joel prima sapeva mettere delle cose così in fondo a un disco, voce e pianoforte. Così a occhio, sembra parli dell’esserci dentro fino al collo, ormai, nel fare questo lavoro.

La Cienega just smiled
(Gold, 2001)
Una ragazza che gli manca e gli ha spezzato il cuore. Il La Cienega Boulevard, a Los Angeles, prende il nome da una città del New Mexico.

Sylvia Plath
(Gold, 2001)
Vorrei avere una Sylvia Plath, tutta denti e sorriso, e cenere di sigaretta nel bicchiere. Il tipo che va fuori e poi dorme una settimana. Il tipo che va fuori di sé. Per darmi una ragione per, beh, non so. E forse mi porterebbe in Francia, o magari in Spagna, e mi inviterebbe a ballare in una villa sulla collina. Buterrebbe le cicche sul tappeto e mi passerebbe una pasticca. Poi si ubriacherebbe di gin e forse mi farebbe un bagno. Come mi piacerebbe, avere una Sylvia Plath.

E io e lei dormiremmo in barca e faremmo il bagno nudi con la pioggia che cade sul mare. E mentre nuota mi strizzerebbe l’occhio, per dirmi che va tutto bene all’orizzonte, mentre si allontana. E io risalirei sulla barca e riderei. Devo trovarmi una Sylvia Plath

Rock’n’roll
(Rock’n’roll, 2003)
Tutti si sentono fighi a fare il rock’n’roll. Io no, per niente. Non penso di farcela per il concerto, non riesco a togliermi una ragazza dalla testa.

So alive
(Rock’n’roll, 2003)
Quasi un pezzo degli U2, così gasato da perdere un po’ di credibilità e suonare come una forzatura in risposta alle pretese della sua casa discografica, che gli aveva chiesto più energia ed entusiasmo.

Wonderwall
(Love is hell, pt.1, 2004)
È la canzone degli Oasis, resa acustica e sofferta, con il riff finale stupendo: dàn-dàn dàn-dàn dàn. Al successivo tour, gli Oasis la suonarono così.
All’etichetta di Adams questo disco sembrò troppo deprimente (la sua ragazza era morta da poco, per un cancro a quarant’anni), e gliene chiesero uno più vivace. Lui lo fece – Rock’n’roll – e Love is hell pt.1 uscì contemporaneamente come EP. Poi ne uscì una parte due, e infine un cd completo delle due parti.

Always on my mind
(Jacksonville City nights, 2005)
Una cover della canzone famosa nella versione di Elvis. Jacksonville è la città dove è nato Ryan Adams, in North Carolina.


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A-ha

(1982, Oslo, Norvegia)

Norvegesi mimetizzati nel dilagare del pop inglese anni Ottanta, gli A-ha indovinarono qualcosa di notevole e originale nella seconda parte della loro carriera. Della terza, trascinata fino a poco fa, non si è accorto nessuno.

Take on me
(Hunting high and low, 1985)
La prima canzone della band norvegese, diventato un classico della musica anni ottanta. Ne esiste anche un loro versione acustica per MTV Unplugged.

The sun always shines on tv
(Hunting high and low, 1985)
Tutta la banalissima strofa, aggravata da una tastiera imbarazzantemente datata, è riscattata dall’epica apertura del refrain. Il testo è un po’ sbilenco, non si sa se ironizzi sulla tv o se ne celebri i poteri taumaturgici. Probabilmente fu solo una questione di rime.

Hunting high and low
(Hunting high and low, 1985)
Benché penalizzati da una voce troppo poco rock, gli A-ha ci provarono a fare qualcosa di diverso dall’europop elettronico con cui erano partiti. Ballatona, gradevole: provate a pensare ai successi odierni di Coldplay, Keane e quella gente lì, e capirete da dove vengono.

The way we talk
(East of the sun, west of the moon, 1990)
Brano brevissimo, interlocutorio e neanche cantato – declamato, echeggiante – ma di grande fascino, notturno e sospeso. Finisce, dove potrebbe continuare ancora per molti minuti, dicendo: “se potessi, lo farei, giuro”.

Waiting for her
(East of the sun, west of the moon, 1990)
Lei lo lascia lì ad aspettare nella pioggia. In un’altra canzone dello stesso disco, lui piange nella pioggia. Dal che si immagina che abbia avuto dei traumi sentimentali abbastanza umidi, il ragazzo: cose che capitano alle band dai climi piovosi.

(Seemingly) Nonstop July
(East of the sun, west of the moon, 1990)
Già vogliosi d’altro – questo fu il loro disco migliore – gli A-ha tirarono su questa ballata seria seria, con una chitarra così in primo piano da sentire ogni strofinata delle dita sulle corde. Non si sa come gli vennero in mente, ma il pianoforte e la risacca finali, con la voce che declama “endless pain or endless pleasure” sono stupendi.

Angel in the snow
(Memorial beach, 1993)
Presero “One” degli U2 e ne copiarono tutti i trucchi. Non venne fuori la stessa cosa, ma a non farci caso funziona a meraviglia.


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Goodbye

Le canzoni danno un milione di spunti per suggerirci le parole per dire addio, o arrivederci. Le scuole di pensiero sono due, quando copiate queste frasi in fondo a quella lettera melodrammatica che sapete: citare la fonte, o no. Vedete voi.

Goodbye is all we have | Alison Krauss
(Lonely tuns both ways, 2004)
Goodbye is all we have.

Everytime we say goodbye | Ella Fitzgerald
(Ella Fitzgerald sings the Cole Porter songbook, 1956)
Everytime we say goodbye, I die a little.
Nella discografia di Ella Fitzgerald occupa uno spazio rilevantissimo la serie dei Songbooks, gli album dedicati interamente all’interpretazione degli standards di un grande autore americano. Il più riuscito è quello in cui lei canta le canzoni di Cole Porter, anche per merito di Cole Porter. Quando fu inciso, Cole Porter era ancora vivo, e lo ascoltò. Lui commentò: «Ehi, questa ragazza ha una dizione perfetta!». "Everytime we say goodbye" è la sua più bella canzone d’amore. A parte le molte versioni jazz, l’hanno cantata i Simply Red e Annie Lennox che, complice un’elegantissimo arrangiamento di pianoforte e fisarmonica, ne fece una versione bellissima (AA.).

Seconds | U2
(War, 1983)
It takes a second to say goodbye, say goodbye.

Goodbye | Tracy Chapman
(Let it rain, 2002)
It’s all in the one word that stops and steals the time. Goodbye.
Stupenda e cullante analisi semantica di una parola, di quel che significa per te, di quel che significa per me, “una parola che ferma il tempo e se lo porta via”: goodbye.
Though you’ve tried to be kind
It’s all in the words from the lips that once touched mine with a sigh. Goodbye.

Reason is treason | Kasabian
(Kasabian, 2004)
Here comes the morning that’ll say goodbye.

Back around | Ani DiFranco
(Puddle dive, 1993)
Just kiss my cheek and say goodbye, I never really go anywhere anyway.

Say goodbye | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Once you said goodbye to me, yeah, now I say goodbye to you.
Chi la fa la aspetti!

BB. Goodbye | Mark Eitzel
(Caught in a trap and I can’t back out ‘cause I love you too much, baby, 1998)
I’m tired to the bone, of always telling you goodbye.
Ballata triste, con tutta la chitarra e tutta la voce di Eitzel: il quale, in mezzo a piccole cose che continuano a fare come se niente fosse, racconta di essere stanco di dirsi addio.

Goodbye cruel world | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Goodbye cruel world, I’m leaving you today. Goodbye, goodbye, goodbye.

Visions of angels | Genesis
(Trespass, 1970)
Visions of angels all around, dance in the sky, leaving me here, forever goodbye.

Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
I’m sorry everyone, I’m tired of feeling nothing, goodbye.
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.

We said hello goodbye | Phil Collins
(No jacket required, 1985)
Turn your head and don’t look back. Set your sails for a new horizon. Don’t turn around don’t look down.

Till the next goodbye | The Rolling Stones
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Till the next time we say goodbye, I’ll be thinking of you.

Man of the hour | Pearl Jam
(Big fish, 2003)
I feel that this is just goodbye for now.
Fu incisa per la colonna sonora di Big Fish, il film di Tim Burton, e poi inserita in una raccolta dei Pearl Jam, Rearview Mirror. “L’uomo del momento” è il padre a cui il protagonista della canzone dice addio (c’è un altro famosissimo man of the hour nella storia del rock, in Family snapshot di Peter Gabriel). In concerto, Eddie Vedder di solito la dedica a Johnny Ramone, alla memoria.

Hey, that’s no way to say goodbye | Leonard Cohen
(Songs of Leonard Cohen, 1968))
Hey, that’s no way to say goodbye.
“Hey, non c'è modo di dire addio”

Goodbye | Alicia Keys
(Songs in A Minor, 2001)
So how do you find the words to say to say goodbye if your heart don’t have the heart to say to say goodbye?
Ovvero: “Come le trovi le parole per dire addio, se il tuo cuore non ha cuore di dire addio?”. Quasi uno scioglilingua.

& Say hello, wave goodbye (7" & 12" versions) | Soft Cell
(Non stop erotic cabaret, 1981)
Take your hands off me. I don’t belong to you, you see. Take a look at my face for the last time. I never knew you, you never knew me. Say hello goodbye. Say hello wave goodbye.

Say hello, wave goodbye | David Gray
(White ladder, 1999)
Era giá una stupenda canzone dei Soft Cell, a cui mancava di essere sottratta alla patina melodrammatica e un po’ kitsch propria degli arrangiamenti di quel tempo. Ci pensó David Gray. La rese acustica, solo lui, la chitarra e una base quasi trasparente, e la tiró in lungo per nove minuti. Il testo è stupendo, monologo di una storia borderline nata male e finita male, e dell’orgoglio di chiuderla.
Quanto a me, beh, troveró qualcuno che non si venda per poco. Una casalinga carina che mi offra una vita tranquilla e senza idee strane in testa.

Goodbye my love, goodbye | Demis Roussos
(Forever and ever, 1973)
Goodbye my love goodbye, goodbye and au revoir, as long as you remember me I’ll never be too far.

Bye bye love | The Everly Brothers
(singolo, 1957)
Bye bye love, bye bye happiness. Hello loneliness. I think I’m-a gonna cry.

Goodbye my lover | James Blunt
(Back to Bedlam, 2005)
Goodbye my lover, goodbye my friend, you have been the one, you have been the one for me.

Someone said goodbye | Enya
(Amarantine, 2005)
Give me a reason why you never want to say goodbye.
Summer. When the day is over there’s a heart a little colder; Someone said goodbye, but you don’t know why.

Sweetest goodbye | Maroon 5
(Songs about Jane, 2008)
Give me the sweetest goodbye that I ever did receive.

Time to say goodbye (Con te partirò) | Sarah Brightman & Andrea Bocelli
(Fly, 1995)
It’s time to say goodbye.

Song to say goodbye | Placebo
(Meds, 2005)
It’s a song to say goodbye.

Goodbye baby | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Goodbye baby. I hope your heart’s not broken. Don’t forget me.

Goodbye to love | American Music Club
(If I were a Carpenter, 1994)
I’d say goodbye to love. There are no tomorrows for this heart of mine.
La canzone era dei Carpenters, ma nel momento in cui Eitzel canta “but now this is my song”, il verso significa esattamente quello che dice. Stupenda e dolceamara nel raccontare la disillusione su un ritmo allegro, parla dell’addio ai travagli sentimentali e alla sofferenza amorosa: “loneliness and empty days will be my only friend”.

Last goodbye | Jeff Buckley
(Grace, 1994)
This is our last goodbye. I hate to feel the love between us dieb but it’s over.
Nel disordine sofferto e trascinato delle canzoni di Grace, "Last goodbye" è quasi convenzionale e ammodino, con un robusto giro di basso e una chitarra promettente: ha una sua compiutezza e vivacità, pur raccontando un amore finito.

Hello, goodbye | The Beatles
(Magical mystery tour, 1967)
I don’t know why you say goodbye, I say hello.

Insieme a te non ci sto più | Caterina Caselli
(singolo, 1968)
Arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là... finisce qua-a-a-a.
Questa è la versione ricantata dalla Caselli nel 2006 per il film Arrivederci amore ciao di Michele Soavi.

Ciao amore, ciao | Luigi Tenco
(singolo, 1967)
Ciao amore, ciao amore ciao.

Arrivederci a questa sera | Lucio Battisti
(Una giornata uggiosa, 1980)
Arrivederci a questa sera. Almeno spero di rivederti. Quello che hai detto l'ho già scordato. Mi piacerebbe che anche tu.

Arrivederci | Chiara Civello
(Canzoni, 2014)
Arrivederci, esco dalla tua vita, salutiamoci. Arrivederci, questo sarà l'addio, ma non pensiamoci. Con una stretta di mano da buoni amici sinceri ci sorridiamo per dirci: arrivederci.
Famoso brano del 1959 diUmberto Bindi, qui nella cover di Chiara Civello.

Goodbye kiss | Kasabian
(Velociraptor!, 2011)
I hope someday that we will meet again.
«Non avevo mai scritto una canzone così prima d'ora. Da molto tempo avevo quella bella melodia nel cassetto e non sapevo cosa farne. Ha un feeling alla Phil Spector, o alla Burt Bacharach. Parla di una storia d'amore autodistruttiva: di quelle che per un po' vanno bene, ma che si sa che non potrà durare se non si vuole che qualcuno faccia una brutta fine. È una canzone da cantare a tarda notte, abbracciato ai tuoi amici.»

Goodbye stranger | Supertramp
(Breakfast in America, 1979)
Goodbye stranger it's been nice. Hope you find your paradise. Tried to see your point of view. Hope your dreams will all come true.
Breakfast in America vendette montagne di copie ed è uno dei bestsellers più impeccabili di quegli anni. Alla fine, le due canzoni più note – “Breakfast in America” e “The logical song” – sono quelle che mostrano più la corda degli ascolti straripetuti. All’altro singolo assai sdolcinato, “Goodbye stranger”, invece si resta affezionati, con quel ritornello da Bee Gees incollato addosso.

Too good at goodbyes | Sam Smith
(The thrill of it all, 2017)
I'm way to good at goodbyes.
C'è chi è un esperto ...

Goodbyes | Post Malone ft Young Thug
(Hollywood's bleeding, 2019)
I'm no good at goodbyes.
... e chi no.

Never can say goodbye | Gloria Gaynor
(Never can say goodbye, 1975)
I never can say goodbye...no,no,no. I keep thinkin' that our problems soon are all gonna work out.
Brano originariamente dei Jackson 5, che la Gaynor rifece 4 anni con un arrangiamento disco più consono al suo stile.

Bigmouth strikes again | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Goodbye, and thank you. Goodbye.

Rivederci e grazie | Amedeo Minghi
(La vita mia, 1989)
Arrivederci e grazie.

Playlist


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Altri brani, non su Spotify

AA. Everytime we say goodbye | Annie Lennox


BB. Goodbye | Mark Eitzel

Euterpe

Qualche tempo fa, ad un rave-party, ho incontrato Euterpe, di professione Musa, specializzazione in Musica e Poesia lirica. Euterpe, “colei che rallegra”, mi ha fatto conoscere alcuni piccoli capolavori, ovvero poesie (vere e proprie poesie, non testi poetici) messe in musica (da ottimi musicisti).

Je suis venu te dire que je m'en vais | Serge Gainsbourg
(Vu de l'extérieur, 1973)
Je suis venu te dire que je m'en vais
Tes sanglots longs n'y pourront rien changer
Comm'dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venu te dire ue je m'en vais
Ne esiste una bella cover di Carmen Consoli, dalla colonna sonora del film Saturno contro di Ferzan Ozpetek.

La poesia di Verlaine citata da Gainsbourg è Chanson d’automne.

la poesia

Chanson d’automne
Verlaine

Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon cour
D’une langueur
Monotone.

Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure,

Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.

Il n’y a pas d’amour heureux | George Brassens
(Les amoureux des bancs publics 1954)
Il n’y a pas d’amour heureux è una poesia del 1943 di Louis Aragon, dove il poeta esprime la sua concezione di amore come un assoluto inaccessibile. Ci sono anche numerosi riferimenti alla Resistenza, in particolare nell’ultima strofa. Georges Brassens la mise in musica, ad eccezione dell’ultima strofa (la qual cosa, secondo Aragon, stravolgeva il significato della poesia trasformandola in un canto d'amore). La stessa melodia sarà utilizzata da Brassens per musicare un'altra poesia (La Prière di Francis Jammes). Il brano è stato successivamente interpretato da numerosi artisti, come Françoise Hardy, Barbara, Nina Simone, Poom o Danielle Darrieux (nel film 8 Femmes).

Che bello e come ‘suona’ bene il verso: “Mon bel amour mon cher amour ma déchirure”.

la poesia

Il n’y a pas d’amour heureux
Louis Aragon

Rien n’est jamais acquis à l’homme ni sa force
Ni sa faiblesse ni son coeur et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d’une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce
Il n’y a pas d’amour heureux

Sa vie elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu’on avait habillés pour un autre destin
A quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu’on retrouve au soir désoeuvrés incertains
Dites ces mots ma vie et retenez vos larmes
Il n’y a pas d’amour heureux

Mon bel amour mon cher amour ma déchirure
Je te porte dans moi comme un oiseau blessé
Et ceux-là sans savoir nous regardent passer
Répétant après moi les mots que j’ai tressés
Et qui pour tes grands yeux tout aussitôt moururent
Il n’y a pas d’amour heureux

Le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard
Que pleurent dans la nuit nos coeurs à l’unisson
Ce qu’il faut de malheur pour la moindre chanson
Ce qu’il faut de regrets pour payer un frisson
Ce qu’il faut de sanglots pour un air de guitare
Il n’y a pas d’amour heureux

Il n’y a pas d’amour qui ne soit à douleur
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit meurtri
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l’amour de la patrie
Il n’y a pas d’amour qui ne vive de pleurs
Il n’y a pas d’amour heureux
Mais c’est notre amour à tous les deux

The dull flame of desire | Björk ft Antony Hegarty
(Volta, 2007)
Una poesia russa di Fëdor Ivanovic Tjutcev, un grande poeta russo dell’800, messa in musica da Bjork e Antony Hegarty.

La poesia di Tjutcev appare anche nel finale dello splendido film Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij, recitata dalla figlia dello stalker. (YouTube)

la poesia

The dull flame of desire
Fëdor Ivanovic Tjutcev

I love your eyes, my dear
Their splendid, sparkling fire
When suddenly you raise them so
to cast a swift embracing glance
like lightning flashing in the sky
but there’s a charm that is greater still
when my love’s eyes are lowered
when all is fired by passion’s kiss
and through the downcast lashes
I see the dull flame of desire.

La pallida fiamma del desiderio

Amo i tuoi occhi, mia cara
Il loro splendido, scintillante fuoco
Quando improvvisamente li alzi
per scoccare uno sguardo rapido e avvolgente
come il lampo che folgora il cielo
ma c’è un incantesimo che è più grande ancora
quando gli occhi del mio amore sono bassi
quando tutto è infiammato dal bacio della passione
e attraverso le ciglia abbassate
io vedo la pallida fiamma del desiderio.

I’ll rise | Ben Harper
(Welcome to the cruel world, 1994)
Una poesia russa di Fëdor Ivanovic Tjutcev, un grande poeta russo dell’800, messa in musica da Bjork e Antony Hegarty.

È l’ipnotico gospel che chiudeva il disco di debutto di Ben Harper. Il testo è una poesia di Maya Angelou, Still I rise.

la poesia

Still I rise
Maya Angelou

You may write me down in history
With your bitter, twisted lies,
You may tread me in the very dirt
But still, like dust, I’ll rise.

Does my sassiness upset you?
Why are you beset with gloom?
‘Cause I walk like I’ve got oil wells
Pumping in my living room.

Just like moons and like suns,
With the certainty of tides,
Just like hopes springing high,
Still I’ll rise.

Did you want to see me broken?
Bowed head and lowered eyes?
Shoulders falling down like teardrops.
Weakened by my soulful cries.

Does my haughtiness offend you?
Don’t you take it awful hard
'Cause I laugh like I’ve got gold mines
Diggin’ in my own back yard.

You may shoot me with your words,
You may cut me with your eyes,
You may kill me with your hatefulness,
But still, like air, I’ll rise.

Does my sexiness upset you?
Does it come as a surprise
That I dance like I’ve got diamonds
At the meeting of my thighs?

Out of the huts of history’s shame
I rise
Up from a past that’s rooted in pain
I rise
I’m a black ocean, leaping and wide,
Welling and swelling I bear in the tide.
Leaving behind nights of terror and fear
I rise
Into a daybreak that’s wondrously clear
I rise
Bringing the gifts that my ancestors gave,
I am the dream and the hope of the slave.
I rise
I rise
I rise.

L'amore con l'amore si paga | Fiorella Mannoia
(Certe piccole voci, 1999)
Splendido brano di Fossati. Pieno di citazioni. Intanto il titolo: Amor con amor se paga è un’opera teatrale ovvero – come lo definì l’autore – un “proverbio en un atto original” di José Martì, eroe nazionale, poeta e scrittore cubano. Ma sopratutto il testo: due strofe intere sono chiaramente ispirate da O Capitano Mio Capitano, la poesia di Walt Whitman.

la poesia

O Capitano Mio Capitano
Walt Whitman

O Capitano Mio Capitano
anche se il viaggio è finito
sento ancora tempesta annunciare
e le donne esultare
le campane suonare
e altre inutili parole d’amore.

O Capitano Mio Capitano
è che non posso lasciare
che nemmeno un sogno scivoli via
sotto nuove bandiere
ancora giorni e sere
per il tempo che ha l’anima mia
e per me.

The applicant | The Blue Aeroplanes
(Swagger, 1990)
I Blue Aeroplanes sono una band inglese guidata da Gerard Langley, un poeta-cantante di grande impatto. Hanno messo in musica The Applicant di Sylvia Plath. I versi di questa poesia sono in assoluta sintonia con le chitarre elettriche.

La poesia di Sylvia Plath dà voce alle sue ansie riguardo al matrimonio: sposarsi potrebbe soffocare la sua poesia in un ciclone di pressioni sociali e coniugali, responsabilità che la intrappolerebbero in un ruolo dal quale è difficile uscire.

la poesia

The applicant
Sylvia Plath

First, are you our sort of a person?
Do you wear
A glass eye, false teeth or a crutch,
A brace or a hook,
Rubber breasts or a rubber crotch,

Stitches to show something’s missing? No, no? Then
How can we give you a thing?
Stop crying.
Open your hand.
Empty? Empty. Here is a hand

To fill it and willing
To bring teacups and roll away headaches
And do whatever you tell it.
Will you marry it?
It is guaranteed

To thumb shut your eyes at the end
And dissolve of sorrow.
We make new stock from the salt.
I notice you are stark naked.
How about this suit—-

Black and stiff, but not a bad fit.
Will you marry it?
It is waterproof, shatterproof, proof
Against fire and bombs through the roof.
Believe me, they’ll bury you in it.

Now your head, excuse me, is empty.
I have the ticket for that.
Come here, sweetie, out of the closet.
Well, what do you think of that ?
Naked as paper to start

But in twenty-five years she’ll be silver,
In fifty, gold.
A living doll, everywhere you look.
It can sew, it can cook,
It can talk, talk , talk.

It works, there is nothing wrong with it.
You have a hole, it’s a poultice.
You have an eye, it’s an image.
My boy, it’s your last resort.
Will you marry it, marry it, marry it.

L'aspirante

Prima di tutto ce li hai i requisiti?
Ce l’hai
un occhio di vetro, denti finti o una gruccia,
un tirante o un uncino,
Seni di gomma, inguine di gomma,

Rattoppi o qualcosa che manca? Ah
No? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una mano

Che la riempie, disposta
A porgere tazze di tè e sgominare emicranie,
E a fare ogni cosa che gli dirai,
La vorresti sposare?
E’ garantita,

Ti tapperà gli occhi alla fine della vita
E del dolore,
Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme.
Che te ne pare di questo vestito –

Un po’ rigido e nero, ma niente male,
Lo vorresti sposare?
E’ impensabile, infrantumabile, abile
Contro il fuoco e imbombardabile
Credi a me, ti ci farai sotterrare.

E adesso, scusa, hai vuota la testa
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci fuori dal guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca.

Ma in venticinque anni d’argento,
D’oro in cinquanta, potrà diventare,
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
Sa parlare, parlare, parlare.

E funziona, non ha una magagna,
Qua c’è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l’ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?

The ground beneath her feet | U2
(All that you can’t leave behind, 2000)
Dopo aver letto il romanzo The ground beneath her feet di Salman Rushdie, Bono decise di mettere in musica la poesia che il protagonista Ormus Cama scrive in memoria della sua amata, appena defunta. La canzone usa questi versi parola per parola, omettendo solo la strofa centrale.

la poesia

The ground beneath her feet
Ormus Cama (Salman Rushdie)

All my life, I worshipped her
Her golden voice, her beauty’s beat
How she made us feel
How she made me real
And the ground beneath her feet

And now I can’t be sure of anything,
Black is white, and cold is heat
For what I worshipped stole my love away
It was the ground beneath her feet

She was my ground, my favorite sound
My country road, my city street
My sky above, my only love
And the ground beneath my feet.

Go lightly down your darkened way
Go lightly underground
I’ll be down there in another day
I won’t rest until you’re found

Let me love you, let me rescue you
Let me bring you where two roads meet
O come back above
Where there is only love
And the ground’s beneath your feet.

Tiger in the night | Katie Melua
(Call off the search, 2003)
Questo brano di Katie Melua è ispirato alla poesia The tiger di William Blake, poeta e pittore inglese della seconda metà del ‘700. (Anche il disegno è di Blake).

la poesia

Tiger in the night
William Blake

Tiger Tiger. burning bright,
In the forests of the night;
What immortal hand or eye.
Could frame thy fearful symmetry?

In what distant deeps or skies.
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand, dare seize the fire?

And what shoulder, & what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat.
What dread hand? & what dread feet?

What the hammer? what the chain,
In what furnace was thy brain?
What the anvil? what dread grasp.
Dare its deadly terrors clasp?

When the stars threw down their spears
And watered heaven with their tears:
Did he smile His work to see?
Did he who made the lamb make thee?

Tiger Tiger burning bright,
In the forests of the night:
What immortal hand or eye,
Dare frame thy fearful symmetry?

Go no more a-roving | Leonard Cohen
(Dear Heather, 2004)
Questa pare una vecchia canzone di Van Morrison. Invece il testo è una poesia di Lord Byron.



la poesia

Go no more a-roving
Lord Byron

So, we’ll go no more a-roving
So late into the night,
Though the heart be still as loving,
And the moon be still as bright.

For the sword outwears its sheath,
And the soul wears out the breast,
And the heart must pause to breathe,
And love itself have rest.

Though the night was made for loving,
And the day returns too soon,
Yet we’ll go no more a-roving
By the light of the moon.

Non andremo più vagando

Così non andremo più vagando,
Nella notte fonda
Anche se il cuore vuole ancora amore
E la luna splende luminosa.

Perché la spada logora il fodero,
L’animo logora il petto:
Allora deve placarsi il cuore per respirare
E l’amore stesso riposare.

Anche se la notte fu creata per amare,
E il giorno ritorna troppo presto,
Tuttavia non andremo più vagando
Alla luce della luna.

Al Principe | Alice
(Viaggio in Italia, 2003)
Alice, in un suo magnifico album del 2003, Viaggio in Italia, ha inserito tutte splendide e famose canzoni, molte di ‘poesia in musica’. Questa è di Pier Paolo Pasolini.

la poesia

Al Principe
Pier Paolo Pasolini

Se torna il sole
Se discende la sera
Se la notte ha un sapore di notti future
Se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
Dai tempi troppo amati mai avuti del tutto
Io non sono più felice
Di goderne né di soffrirne
Perché non sento più davanti a me tutta la vita
Per essere poeti
Bisogna avere molto tempo
Ore e ore di solitudine
Sono il solo modo perché si formi qualcosa
Che è forza, abbandono, vizio e libertà
Per dare stile al caos
Io di tempo ormai ne ho poco
Per colpa della morte
E un po’ anche di questo mondo
Così umano che ai poveri toglie il pane

Enivrez-vous | Stereolab
(Peng!, 1992)
Gli Stereolab hanno ‘aggiunto’ solo la musica a questa poesia di Charles Baudelaire.

la poesia

Enivrez-vous
Charles Baudelaire

Il faut être toujours ivre.
Tout est là:
c’est l’unique question.
Pour ne pas sentir
l’horrible fardeau du Temps
qui brise vos épaules
et vous penche vers la terre,
il faut vous enivrer sans trêve.
Mais de quoi?
De vin, de poésie, ou de vertu, à votre guise.
Mais enivrez-vous.
Et si quelquefois,
sur les marches d’un palais,
sur l’herbe verte d’un fossé,
dans la solitude morne de votre chambre,
vous vous réveillez,
l’ivresse déjà diminuée ou disparue,
demandez au vent,
à la vague,
à l’étoile,
à l’oiseau,
à l’horloge,
à tout ce qui fuit,
à tout ce qui gémit,
à tout ce qui roule,
à tout ce qui chante,
à tout ce qui parle,
demandez quelle heure il est;
et le vent,
la vague,
l’étoile,
l’oiseau,
l’horloge,
vous répondront:
“Il est l’heure de s’enivrer!
Pour n’être pas les esclaves martyrisés du Temps,
enivrez-vous;
enivrez-vous sans cesse!
De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise.”

Ubriacatevi

Bisogna essere sempre ubriachi.
Tutto sta in questo: è l’unico problema.
Per non sentire l’orribile fardello del tempo.
Del tempo che rompe le vostre spalle
e vi inclina verso la terra,
bisogna che vi ubriachiate senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù,
a piacer vostro. Ma ubriacatevi.
E se qualche volta sui gradini di un palazzo,
sull’erba verde di un fossato,
nella mesta solitudine della vostra camera,
vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa,
domandate al vento, all’onda, alla stella, all’uccello all’orologio,
a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme,
a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta,
a tutto ciò che parla, domandate che ora è;
ed il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio vi risponderanno
“E’ l’ora di ubriacarsi !”
Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi;
Ubriacatevi senza smettere!
Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro.

Il suonatore Jones | Fabrizio De André
(Non al denaro, non all'amore, ne al cielo, 1971)
Ispirato alla poesia Fiddler Jones da Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Ne esiste anche una cover di Morgan. E anche (sorpresa!) di Jovanotti, assai bella (YouTube)

la poesia

Fiddler Jones
Edgar Lee Masters

The earth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life.
What do you see, a harvest of clover?
Or a meadow to walk through to the river?
The wind’s in the corn; you rub your hands
For beeves hereafter ready for market;
Or else you hear the rustle of skirts
Like the girls when dancing at Little Grove
. To Cooney Potter a pillar of dust
Or whirling leaves meant ruinous drouth;
They looked to me like Red-Head Sammy
Stepping it off, to “Toor-a-Loor.”
How could I till my forty acres
Not to speak of getting more,
With a medley of horns, bassoons and piccolos
Stirred in my brain by crows and robins
And the creak of a wind-mill–only these?
And I never started to plow in my life
That some one did not stop in the road
And take me away to a dance or picnic.
I ended up with forty acres;
I ended up with a broken fiddle–
And a broken laugh, and a thousand memories,
And not a single regret.

Il suonatore Jones

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
- non parliamo di ingrandirle -
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato -
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

The lake | Antony and the Johnsons
(The Lake, 2004)
Questo brano è la versione musicale, pressochè parola per parola, di una poesia di Edgar Allan Poe.

la poesia

To the lake
Edgar Allan Poe

In spring of youth it was my lot
To haunt of the wide world a spot
The which I could not love the less-
So lovely was the loneliness
Of a wild lake, with black rock bound,
And the tall pines that towered around.
But when the Night had thrown her pall
Upon that spot, as upon all,
And the mystic wind went by
Murmuring in melody-
Then–ah then I would awake
To the terror of the lone lake.
Yet that terror was not fright,
But a tremulous delight-
A feeling not the jewelled mine
Could teach or bribe me to define-
Nor Love–although the Love were thine.
Death was in that poisonous wave,
And in its gulf a fitting grave
For him who thence could solace bring
To his lone imagining-
Whose solitary soul could make
An Eden of that dim lake.

Il lago

Nel fior di giovinezza, ebbi in sorte
d'abitar del vasto mondo un luogo
che non poteva ch'essermi caro e diletto -
tanto m'era dolce d'un ermo lago
la selvaggia bellezza, cinto di nere rocce,
con alti pini torreggianti intorno.
Ma poi che Notte, come su tutto,
aveva lì disteso il suo manto,
e il mistico vento e melodioso
passava sussurrando - oh, allora,
con un sussulto io mi destavo
al terrore di quel solitario lago.
Pure, non mi dava spavento quel terrore,
ma anzi un tiepido diletto -
un diletto che nè miniere di gemme
nè lusinghe o donativi mai potrebbero
indurmi a definir qual era -
e neanche Amore - fosse anche l'Amor tuo.
Morte abitava in quelle acque attossicate,
e una tomba nel profondo gorgo
era disposta per chi sapesse ricavarne
un sollievo al suo immaginare:
il solingo spirito sapesse fare
un Eden di quell'oscuro lago.

Golden hair | Alice
(Viaggio in Italia, 2003)
Altra cover di Alice da Viaggio in Italia. "Golden hair" è una canzone di Syd Barrett, inserita nell'album The madcap laughs del 1970, ma da lui scritta nel 1961, all'età di 15 anni. Il testo è tratto da una poesia di James Joyce dalla raccolta Musica da camera.

la poesia

Goldenhair
James Joyce

Lean out of the window,
Goldenhair,
I hear you singing
A merry air.

My book was closed,
I read no more,
Watching the fire dance
On the floor.

I have left my book,
I have left my room,
For I heard you singing
Through the gloom.

Singing and singing
A merry air,
Lean out of the window,
Goldenhair.

Elemosina | Max Gazzé
(Max Gazzé, 2000)
Max Gazzé ha cantato in italiano questa poesia di Mallarmé. Buon risultato a mio parere. Il Battisti che cantava Panella, altro grande affastellatore di parole, ne sarebbe rimasto colpito.

la poesia

Aumône
Stéphane Mallarmé

Prends ce sac, Mendiant ! tu ne le cajolas
Sénile nourrisson d’une tétine avare
Afin de pièce à pièce en égoutter ton glas.

Tire du métal cher quelque péché bizarre
Et, vaste comme nous, les poings pleins, le baisons
Souffles-y qu’il se torde ! une ardente fanfare.

Eglise avec l’encens que toutes ces maisons
Sur les murs quand berceur d’une bleue éclaircie
Le tabac sans parler roule les oraisons,

Et l’opium puissant brise la pharmacie !
Robes et peau, veux-tu lacérer le satin
Et boire en la salive heureuse l’inertie,

Par les cafés princiers attendre le matin ?
Les plafonds enrichis de nymphes et de voiles,
On jette, au mendiant de la vitre, un festin.

Et quand tu sors, vieux dieu, grelottant sous tes toiles
D’emballage, l’aurore est un lac de vin d’or
Et tu jures avoir au gosier les étoiles !

Faute de supputer l’éclat de ton trésor,
Tu peux du moins t’orner d’une plume, à complies
Servir un cierge au saint en qui tu crois encor.

Ne t’imagine pas que je dis des folies.
La terre s’ouvre vieille à qui crève la faim.
Je hais une autre aumône et veux que tu m’oublies

Et surtout ne va pas, frère, acheter du pain.

Elemosina Prénditi questa borsa, Mendicante! tu accorto
Non l'hai toccata, antico lattante a poppa avara,
Per trarne goccia a goccia il tuo rintocco a morto.

Cava tu dal metallo qualche colpa bizzarra
E vasta come noi lo stringiamo sul cuore
Sòffiavi che si torca! un'ardente fanfara.

Chiesa ed incenso che tutte queste dimore
Sui muri quando culla un'azzurra chiarezza
Il tabacco in silenzio dilati le preghiere,

E l'oppio onnipossente ogni farmaco spezzi!
Stracci e pelle, vuoi tu buttare il cappottino
E ber nella saliva una felice inerzia,

E nei caffè sontuosi attendere il mattino?
I soffitti arricchiti di naiadi e di veli,
Si butta, al mendicante di vetrina, un festino.

Quando esci, vecchio dio, tremante sotto i teli
D'imballaggio, l'aurora è un lago di vin d'oro
E tu giuri d'avere nella tua gola i cieli!

Non avendo contato il lampo del tuo tesoro
Almeno puoi ornarti d'una piuma, e a ricordo
Portare un cero al santo in cui tu credi ancora.

Non pensar ch'io vaneggi in parole discordi.
La terra s'apre antica a chi muore di fame.
Odio un'altra elemosina, voglio che tu mi scordi,

Fratello, e innanzitutto non comprare del pane!

She walks in beauty | Sissel
(Vaniti fair, 2004)
Nella colonna sonora di Mychael Danna per il film Vanity Fair (2004) di Mira Nair, ci sono alcuni brani musicali i cui testi sono celebri poesie. Qui Sissel, una famosa soprano norvegese, canta una poesia di Lord Byron, del 1814.

la poesia

She walks in beauty
Lord Byron

She walks in beauty, like the night
Of cloudless climes and starry skies;
And all that’s best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes;
Thus mellowed to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.

One shade the more, one ray the less,
Had half impaired the nameless grace
Which waves in every raven tress,
Or softly lightens o’er her face;
Where thoughts serenely sweet express,
How pure, how dear their dwelling-place.

And on that cheek, and o’er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!

Ella incede in bellezza

Ella incede in bellezza, come la notte
di climi tersi e di cieli stellati;
E tutto il meglio del buio e della luce
s’incontra nel suo viso e nei suoi occhi:
Così addolciti da quel tenero bagliore
che il cielo nega al giorno fatto.

Un’ombra in più, un raggio in meno,
avrebbero turbato la grazia indicibile
che ondeggia in ogni ricciolo corvino,
O dolcemente schiarisce sul suo viso;
dove pensieri serenamente dolci mostrano
quanto pura, quanto cara sia la loro dimora.

E su quella guancia, e su quella fronte,
così dolce, così calma, eppure eloquente,
i sorrisi che incantano, i colori che brillano,
e raccontano di giorni spesi nella bontà,
Una mente in pace con il mondo,

Un cuore colmo di amore innocente!

Plaisir d'amour | Franco Battiato
(Come un cammello in una grondaia, 1991)
Celebre canzone cantata da tanti e eterogenei interpreti: oltre Battiato, Joan Baez, Marianne Faithfull, Nana Mouskouri, Brigitte Bardot, Mireille Mathieu ... . Pochi sanno però che si tratta di una canzone d’amore composta da attorno al 1785 da Martini il Tedesco su un testo del poeta romantico francese Jean-Pierre Claris de Florian, contenuto in una delle sue Six nouvelles. La canzone era una delle preferite della regina Maria Antonietta: si racconta che ai tempi della Rivoluzione francese i parigini potessero sentire la sventurata sovrana cantare "Plaisir d’amour" dalla sua prigione.

la poesia

Plaisir d'amour
Jean-Pierre Claris de Florian

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

J'ai tout quitté pour l'ingrate Sylvie.
Elle me quitte et prend un autre amant.

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

Tant que cette eau coulera doucement
vers ce ruisseau qui borde la prairie,

Je t'aimerai, me répétait Sylvie.
L'eau coule encore. Elle a changé pourtant.

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

La gioia dell'amore

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita.

Ho lasciato tutto per l'ingrata Silvia,
E lei mi lascia e prende un altro amante.

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita.

"Finché quest'acqua scorrerà lentamente
Verso quel ruscello che costeggia il prato

Io ti amerò", mi ripeteva Silvia.
L'acqua scorre ancora. Lei invece è cambiata.

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita.

Playlist


Brani citati


13. The lake - Antony & The Johnson