Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Stone Roses. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Stone Roses. Ordina per data Mostra tutti i post

The Stone Roses

(1984, Manchester, Inghilterra)

Diventarono la cosa più grossa del rock britannico alla fine degli anni Ottanta, fecero mille casini con le case discografiche, arrivarono a fatica al secondo disco, e finirono lì. Ma sono probabilmente l’ultimo mito rock inglese, adorati.

Sally Cinnamon
(Singolo, 1987)
Quando il Manchester United gioca all’Old Trafford, i tifosi espongono uno striscione dagli spalti dello Stretford End con le foto di Eric Cantona e George Best che dice: “Sent to me from heaven... you are my world” (i puntini in realtà sono quattro, perché a scuola non spiegano mai che i puntini di sospensione sono sempre tre, neanche in Inghilterra). È una citazione di “Sally Cinnamon”, singolo inciso ai tempi prima del botto, prima che il bassista Gary “Mani” Mounfield entrasse nella band. Fu ripubblicata dopo il botto, con un video che alla band non piacque per niente: andarono negli uffici dell’etichetta e dipinsero i muri e le facce del boss e di sua moglie. Poi distrussero un paio di automobili, e vennero arrestati. Una leggenda smentita dai diretti interessati sostiene che Sally sarebbe la stessa Sally di “Don’t look back in anger” degli Oasis.

(Song for my) Sugar spun sister
(The Stone Roses, 1989)
Sesso, droga e rock’n’roll, ma con una certa allegria. “Ogni membro del parlamento si fa di colla”.

Made of stone
(The Stone Roses, 1989)
Ha un ritornello che si porta via baracca e burattini: “Sometimes I fan-ta-size!”. La suonarono alla loro prima apparizione live in un programma alla BBC, ma dopo un minuto andò via la corrente e la conduttrice rientrò cercando di proseguire con l’argomento successivo mentre alle sue spalle Ian Brown urlava “dilettanti!”.

This is the one
(The Stone Roses, 1989)
Anche questa è usata assai all’Old Trafford, e stando alla leggenda la scrissero dopo essere stati chiusi a chiave nello studio dal produttore con la minaccia di non farli uscire fino a che non avessero scritto una nuova canzone.

She bangs the drums
(The Stone Roses, 1989)
Fu il loro primo singolo a entrare nella classifica inglese, dopo che “Made of stone” non era andata granché. Finora avevano costruito una specie di culto a Manchester, e sarebbero diventati retrospettivamente tra i protagonisti di una vivacità musicale cittadina che prese il nome di “madchester” e rimpiazzò il periodo precedente degli Smiths e dei New Order: c’erano loro, gli Happy Mondays, gli Inspiral Carpets, i James.

Ten storey love song
(Second coming, 1994)
Malgrado il successone, a causa di casini legali con le case discografiche non riuscirono a battere il ferro caldo prima di cinque anni, e si era un po’ raffreddato. Fecero un disco più blues-rock e rumoroso e l’attesa per un bis del primo gli si ritorse contro in delusione. Alcuni singoli andarono comunque piuttosto bene, compresa questa ballatona più convenzionalmente melodica che cita “You’ve got a friend” di Carole King.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

The Verve

(1989-2009, Wigan, Inghilterra)

I Verve sono stati un gruppo musicale britannico post-britpop. Raggiunsero l'apice della fama con il terzo album, Urban hymns, nel 1997 e con il singolo "Bitter sweet symphony".

Bitter sweet symphony
(Urban hymns, 1997)
Il più grande degli Inni Urbani degli anni ’90. Ma anche un plagio, o quasi. Andò così: i Verve campionano un estratto della cover di "The last time", un brano dei Rolling Stones del 1965, realizzata un anno dopo dalla Andrew Oldham Orchestra, ottenendo senza problemi il permesso di utilizzarlo. Tuttavia i Verve si fanno prendere la mano e per tutta la ‘sinfonia’ utilizzano gli stessi 4 accordi. Gli Stones a questo punto sono pronti ad accettare che la loro percentuale dei diritti d’autore salga al 50%. Ma intanto il brano sta riscuotendo un enorme successo e gli Stones passano al ricatto: o il 100% dei diritti o il ritiro immediato del brano dal mercato. Ed è così che il più grande successo dei Verve non ha fruttato loro nemmeno un penny in diritti d’autore.
Ai Verve non restò che la vendetta della battuta acida : «"Bitter sweet symphony" è la più bella canzone che gli Stones abbiano scritto negli ultimi vent’anni». A cui seguì la replica, altrettanto acida, di Jagger & C: «Quando i Verve scriveranno una canzone più bella, potranno tenersi i diritti anche di questa». In effetti non è mai successo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #382 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sonnet
(Urban hymns, 1997)


Lucky man
(Urban hymns, 1997)
But how many corners do I have to turn?
How many times do I have to learn
All the love I have is in my mind?

The drugs don’t work
(Urban hymns, 1997)
Non c’entra quasi nulla con questo bel brano dei Verve. Ma mi è sovvenuto il ricordo della raccomandazione che ci fece la suora dell’Ospedale Militare durante la visita di leva: «Ragazzi, ma perchè bevete tutta questa droga?»

Slide away
(A storm in heaven, 1993)


Love is noise
(Fourth, 2008)
Love is noise and love is pain
Love is these blues that I'm singing again



Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

The Smiths

(1982-1987, Manchester, Inghilterra)

La band più innovativa e inimitabile nel panorama britannico di quel tempo, gli Smiths chiusero gli anni Ottanta della new wave e dell’elettropop e riportarono al centro della scena le chitarre, aggiungendoci una loro creatività letteraria e un’estetica decadente e melodrammatica (il rito dei fiori gettati al pubblico durante i concerti fu un loro marchio). Morrissey divenne un’icona, cantò canzoni perfette e se ne andò in California a godersi i fans locali della sua dignitosa carriera da solista.

This charming man
(The Smiths, 1984)
“Stasera uscirei, ma non ho uno straccio da mettermi” proviene da un film di Tony Richardson del 1961, Sapore di miele. Sostenuto da una eccitante base ritmica di chitarra e basso, fu il primo singolo di successo internazionale degli Smiths. Estendendo ancora di più la sua immagine poco moderata, l’attuale leader conservatore britannico David Cameron l’ha indicata come una delle sue canzoni preferite. Quello sdraiato a terra sulla copertina del singolo è l’attore francese Jean Marais.

Reel around the fountain
(The Smiths, 1984)
Stupenda e ipnotica. Passò come una tolleranza della pedofilia, e subì delle censure: “è il momento di raccontare di come prendesti un bambino e lo facesti crescere”.

Still ill
(The Smiths, 1984)
“Dichiaro qui che la vita è solo prendere, e non dare: l’Inghilterra è mia, e mi deve una vita. Ma chiedetemi perché e vi sputo in un occhio”. Gli Smiths in certi ambienti non furono molto benvoluti.

What difference does it make?
(The Smiths, 1984)
Giro di chitarra cattivissimo, e una delle più celebri canzoni dei primi Smiths. Ma a Morrissey non piace più tanto.

William, it was really nothing
(Hatful of hollow, 1984)
Un’inedita botta di allegria e leggerezza nel solitamente malinconico o incazzato repertorio degli Smiths. Alcuni sostengono che Morrissey avesse una storia con Billy McKenzie degli Associates (autori di una canzone che merita di apparire in questo blog: “Those first impressions”) e che William fosse lui.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #425 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heaven knows I’m miserable now
(Hatful of hollow, 1984)
Lui è triste, depresso, scontento, nessuno se lo fila, e quelli che lo fanno sono ipocriti. E quel che è peggio, cercava un lavoro e l’ha trovato. Il titolo cita una canzone di Sandie Shaw, “Heaven knows I’m missing him now”.

Please please let me get what I want
(Hatful of hollow, 1984)
Manifesto struggente di speranza, a cui si contrapporrà la rassegnazione di “Last night I dreamt that somebody loved me” (qui è “haven’t had a dream in a long time”). “Ti prego, ti prego, fammi avere quello che desidero. Per una volta nella vita, il Signore sa che sarebbe la prima...”. E quando siete lì che vi state alzando per dirgli “anche tu, però, fa’ qualcosa, collabora”, la canzone è finita. Piccola, perfetta.

How soon is now?
(Hatful of hollow, 1984)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #486 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

That joke isn’t funny anymore
(Meat is murder, 1985)
Meat is murder piantò la grana vegetariana del titolo, irritando nuovamente i detrattori benpensanti degli Smiths. Anche la scelta del singolo, assai poco canticchiabile, non aiutò il successo del disco. Però era bello, ipnotico, ninnananno.

There is a light that never goes out
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra. “E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire”. Anche no.

Some girls are bigger than others
(The queen is dead, 1986)
Certe ragazze sono più grandi di altre, certe ragazze sono più grandi di altre: e le madri di certe ragazze sono più grandi delle madri di altre.

Bigmouth strikes again
(The queen is dead, 1986)
Goodbye, and thank you. Goodbye.

Panic
(The world won’t listen, 1987)
Johnny Marr racconta che un deejay alla radio mise “I’m your man” dei Wham subito dopo la notizia dell’incidente di Chernobyl, e lui e Morrissey si incazzarono. Comunque, da qui nacque una battuta divenuta rapidamente slogan dei tempi, e controslogan di quelli successivi del clubbing: “Hang the dj, hang the dj, hang the dj!”. Bruciamo la discoteca, impicchiamo il deejay, perché la musica che sceglie non mi dice niente della mia vita. Associabile al testo, meno famoso, della “A slow song” di Joe Jackson: “Sono stufo del deejay, perché dev’essere sempre ciò che suona (citazione critica di “DJ” di Bowie)? Mettetemi un lento!”. E per chiudere il cerchio, la prima città nel panico che si ricordi nella storia del rock era stata Detroit, nella canzone di Bowie (“Panic in Detroit”).

Shoplifters of the world unite
(The world won’t listen, 1987)
Fosse solo per il titolo: “Ladruncoli di tutto il mondo, unitevi e prendete il potere” (che alcuni hanno interpretato come un gioco di parole tra “shoplifters” e “shirtlifters”, nomignolo britannico per gli omosessuali). Nana-nana nanana-nà...

Asleep
(The world won’t listen, 1987)
Era un lato B, poi fu inclusa in una raccolta. Bellissima ninna nanna – “sing me to sleep, I’m tired and I wanttogotobed” – di voce e pianoforte, e suono del vento. Ricorda un po’ “Somebody” dei Depeche Mode.

Half a person
(The world won’t listen, 1987)
Racconto autobiografico di tormenti sessuali giovanili (“se avete cinque secondi per me, vi racconterò la storia della mia vita”), uscì come lato B di “Shoplifters of the world unite” precedente. Quella tutta Johnny Marr, questa tutta Morrissey. Sei mesi dopo, si separarono.

Ask
(The world won’t listen, 1987)
Il protagonista si rivolge ad un ragazzo timido e riservato invitandolo ad uscire dal guscio e a chiedergli qualsiasi cosa voglia provare, perché, come vuole la grammatica della Natura, se non l’amore, sarà il desiderio sessuale (la bomba!) a farli avvicinare. La canzone è quasi certamente ispirata dalla mania giovanile di Morrissey di scrivere lettere. «Spendevo ogni singolo penny in francobolli. Avevo questa meravigliosa organizzazione con l’intero universo senza in effetti dover incontrare nessuno, solo attraverso il servizio postale. La crisi della mia vita da adolescente fu quando i francobolli aumentarono da 12p a 13p. Ero indignato.» [NdB. Non c'erano ancora Facebook, MySpace, Twitter, Whatsapp, eccetera].
Nel 1999 i Tre Allegri Ragazzi Morti ne hanno fatto una simpatica cover, intitolata "Dimmi".

Last night I dreamt that somebody loved me
(Strangeways, here we come, 1987)
Spettacolare finale di carriera. Spettacolare e inquietante introduzione di pianoforte funebre e suoni di folla ringhiosa. Spettacolare e deprimente racconto di solitudine: “la notte scorsa ho sognato che qualcuno mi amava: ma niente paura, era solo un falso allarme”. Bravi, adieu.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Pulp

(1978, Sheffield, Inghilterra)

I Pulp sono un gruppo musicale rock britannico, fondato nel 1978 dall'allora quindicenne Jarvis Cocker. Il nome originale, poi abbreviato, era Arabacus Pulp. Attivi soprattutto negli anni ottanta e novanta, la loro musica è un misto di rock e pop con elementi di disco music.

Babies
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia."

Common people
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Bar Italia
(Different class, 1995)
Bar Italia è un café italiano che si trova "round the corner in Soho" a Londra, "where other broken people go."

Underwear
(Different class, 1995)
Oh yeah I want to see you
Want to see you standing in your underwear, oh

Disco 2000
(Different class, 1995)
Storia vera dell'innamoramento infantile di Jarvis Cocker per la sua amica e vicina di casa Deborah; il cantante si chiede che accadrebbe se i due si rivedessero quando fossero cresciuti (nell'anno 2000, come suggerisce il ritornello).


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Paul Weller

(1958, Woking, Inghilterra)

Uno dei più grandi artisti soul di tutti i tempi, ed è inglese e bianco. L’unico a comparire in tre voci distinte in questo blog (la sua, quella dei Jam, e quella degli Style Council), ha segnato la musica inglese per ormai trent’anni, facendosi nemici e adoratori, e cantando sempre un po’ scocciato. Molti al suo Paese lo ritengono il miglior cantautore che hanno: nel resto del mondo, invece, non lo capiscono tanto.

Above the clouds
(Paul Weller, 1992)
Malinconia e spaesamento autunnale, con un suono e una vocetta ancora un po’ Style Council.

You do something to me
(Stanley road, 1995)
Splendida, da come comincia, il modo in cui lui borbotta quasi seccato “iudusamthintumi”. A sentire come lo canta, sembrerebbe che non riesca a sopportarla, questa cosa che lei gli tocchi qualcosa di profondo: è davvero giù. Un sondaggio su internet ha concluso che "You do something to me” è la canzone romantica preferita dalle donne inglesi (davanti a “With or without you” degli U2).

Wings of speed
(Stanley road, 1995)
Piano e voce, una specie di pezzone alla Paul McCartney che ammoderna il tema di “Andavo a cento all’ora”. Qui è lei che deve correre da lui, ma in aeroplano (nei suoi sogni, il pilota è Gesù Cristo nientemeno).

Frightened
(Heliocentric, 2000)
Del non volersi alzare dal letto, certe mattine che il giorno prima è stato tremendo o che non c’è la persona che si vorrebbe.

Love-less
(Heliocentric, 2000)
“Love-less” e il suo pianoforte ricordano molto gli Style Council di Confessions of a pop group. E Bacharach.

All good books
(Illumination, 2002)
“È su quelli che usano la Bibbia o il Corano per i loro fini, corrompendoli”. L’andamento da passeggiata urbana è stupendo.

Thinking of you
(Studio 150, 2004)
“Tutti quanti, lasciate che vi dica del mio amore: me lo ha portato un angelo dal cielo”. In un disco di cover cercate col lanternino, Weller mise anche questa primaverile canzonetta delle Sister Sledge, che negli anni Settanta erano state la band gemella degli Chic, cavalcando la discomusic.

Close to you
(Studio 150, 2004)
Un vecchio pezzo dei Carpenters, una cosa da show televisivo, divertente.

Savages
(As is now, 2005)
Canzone della punizione divina sui “codardi selvaggi” che piantano pallottole nella schiena e spaventano bambini: gente senza dio, che l’amore punirà, calando sulla terra. Scritta prima degli attentati londinesi dell’estate 2005, uscì poco dopo, e sembrò apposta.

Come on let’s go
(As is now, 2005)
Gran rocchetto travolgente, come ai tempi dei Jam.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Ocean Colour Scene

(1989, Birmingham, Inghilterra)

Se gli Oasis fossero stati più creativi, sarebbero stati gli Ocean Colour Scene. Sono quattro (poi cinque, con qualche cambiamento), di Birmingham, forse la miglior band britannica ignorata dal mondo degli anni Novanta: grandi nelle ballate come nelle tirate rock, a metà tra i Beatles e Paul Weller, loro mentore.

The day we caught the train
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il loro singolo più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Lining your pockets
(Moseley Shoals, 1996)
Simon Fowler, cantante degli Ocean Colour Scene, in un momento soul in cui qualche critico ha sentito persino qualcosa di Randy Newman. E poi c’è il punto stupendo dove dice “all the things that I wanted....”.

Policemen and pirates
(Moseley Shoals, 1996)
But it doesn’t really matter when the judgements are said, ‘cause we all take our chances to find out romance is in some others bed
. Moseley Shoals, il secondo disco degli Ocean Colour Scene, è pieno di pezzi formidabili, e testi come questo, con tanto di Nerone e Ponzio Pilato.

The downstream
(Moseley Shoals, 1996)
Se faccio un film, ci metto questa canzone: nel momento in cui il protagonista è depresso per le cazzate che ha combinato e gli sembra che tutto sia perduto. Forse anzi finisce così, il film.

Better day
(Marchin’ already, 1997)
“Cosa mi aspetto dal tomorrow?” Bisogna avere sempre un po’ di diffidenza nei confronti delle accuse di plagio, che da un po’ di anni fioccano come funghi (crescono come api?). E allora, se è vero che la bella “Un giorno migliore” dei Lunapop comincia proprio identica a questa canzone degli Ocean Colour Scene, poi però il ritornello è diverso. E a leggere le note, “Un giorno migliore” risulta scritta da Cesare Cremonini, punto. Solo lui. C’è però un dettaglio che rende un po’ strana l’ipotesi della casualità: il titolo, della canzone.

< Hundred mile high city
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Profit in peace
(One from the modern, 1999)
“Profit in peace” è un potente inno pacifista, che gira attorno al concetto semplicistico ma sempre fondato della guerra come mezzo di interessi economici, enumerando tutti quelli che “non vogliono combattere più”, ma che dovranno continuare a farlo perché “con la pace non si guadagna”.

Families
(One from the modern, 1999)
Del voler bene ai bambini, che poi loro si ricordano.

We made it more
(Mechanical wonder, 2001)
Lentone sentimentale, con gli archi, e il modo in cui lui va via lontano su “ain’t gonna make another play today...”.

Golden Gate bridge
(North Atlantic drift, 2003)
“And I really hope to have you all my life” è un verso fantastico, semplice e poetico insieme. Gli fa da contraltare l’auspicio simile ma più netto di celebrare assieme “un cinquantaduesimo anniversario”. Grande refrain, bisognerebbe esserci quando la cantano in uno stadio.

Free my name
(A hyperactive workout for the flying squad, 2005)
Un wall-of-sound da portare via tutta la baracca e far scendere la gente affacciata ai balconi, e fiati in abbondanza: il primo singolo dal disco del 2005 degli Ocean Colour Scene era ancora perfetto per alzarsi la mattina e andare a conquistare il mondo, là fuori.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Oasis

(1993, Manchester, Inghilterra)

Ci fu un periodo in cui la rivalità Blur-Oasis veniva venduta come un nuovo scontro Beatles-Stones. Ma i Blur avevano del genio, e gli Oasis solo delle chitarre. Con quelle, e un po’ di coretti, hanno indovinato abbastanza canzoni da riempire questa playlist, e non una di più. Per il resto, litigano spesso.

Live forever
(Definitely maybe, 1994)
“Maybeeee!”. “Live forever” è stata votata la canzone preferita dai fans degli Oasis sul sito della band, e malgrado il robusto baccano di chitarre, è un lento. Anzi, un bel lento impreziosito da un robusto baccano di chitarre. Fu il singolo con cui entrarono nella Top Ten e cominciarono a farsi notare sul serio.

Don’t look back in anger
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Noel Gallagher disse che l’attacco l’aveva copiato da “Imagine”, e quello che “lanciò una rivoluzione dal suo letto” è notoriamente John Lennon. Il titolo si riferisce all’opera di John Osborne, Look back in anger. Gli Oasis hanno sempre detto che le parole non dicono niente in particolare e che Sally non esiste, lasciando ai fans involute spiegazioni su quel che le sarebbe successo (tamponata in auto? casini di droga? stuprata dalla band?).

Wonderwall
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Wonderwall era un film del 1968 in cui un professore squinternato riempiva di buchi i muri di casa sua per vedere l’avvenente vicina di casa, interpretata da Jane Birkin. La colonna sonora era di George Harrison. Quale sia la relazione di tutto questo con la canzone non si sa, e il suo significato è sempre stato misterioso. A un certo punto – quando si erano lasciati – Noel Gallagher spiegò che non c’entrava niente con la sua fidanzata Meg, ma che siccome tutti sostenevano di sì, lui non aveva avuto il coraggio di smentirlo.
Thom Yorke dei Radiohead disse che la svolta della sua band verso dischi più arditi e di ricerca nacque dall’ascolto di “Wonderwall”: «Il rock and roll aveva toccato la perfezione: o cambiavamo strada o cambiavamo lavoro». “Wonderwall” è una perfetta popsong, così perfetta che la cover più tormentata e languida di Ryan Adams è più bella ancora.

Roll with it
((What’s the story) morning glory?, 1995)


Champagne supernova
((What’s the story) morning glory?, 1995)


Stand by me
(Be here now, 1997)
Tutti insieme ora: “STAND-BY- ME!”. La mamma di tutti i tormentoni degli Oasis (anche se dal vivo la suonano raramente: ma una volta che i due fratelli litigarono sul palco e Noel se ne andò, Liam la introdusse nella scaletta). Ha un verso fantastico, sovversivo rispetto al canone delle canzoni d’amore che dicono “vieni via con me, tutto sarà meraviglioso, ci ameremo per sempre”: “Stand by me” dice “stai con me, va’ a sapere come andrà a finire”.

Stop crying your heart out
(Heaten chemistry, 2002)
Pezzone consolatorio, che ebbe una grande popolarità inglese quando fu il momento di tirarsi su dalla sconfitta ai mondiali del 2002, contro il Brasile.

Little by little
(Heaten chemistry, 2002)
Il modello canzone-degli-Oasis tirato per i capelli, fino alla sua massima resistenza. Refrain povero, ma retto da “but my god woke up on the wrong side of his bed”, che può essere una bella immagine come una delle scuse più vigliacche che si ricordino.

AA. Who put the weight of the world on my shoulders?
(Goal!, 2005)
Considerato che fu pubblicata nella colonna sonora di un film su un ragazzino che sogna di diventare calciatore – si chiamava Goal! – dal titolo potrebbe sembrare una specie di “Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore”. Ma il testo è più vago, e qualcuno lo ha letto come una riflessione di Noel Gallagher sull’andamento del mondo.

Let there be love
(Don’t believe the truth, 2005)
Dopo essere partiti come i nuovi Beatles, aver proseguito come i nuovi Beatles, ed essere divenuti il cliché dei nuovi Beatles, gli Oasis continuano a fare i nuovi Beatles. E che je voi di’? Finché dura.

The importance of being idle
(Don’t believe the truth, 2005)
Il titolo del brano è tratto dall'omonimo romanzo del 2001 di Stephen Robins, che Noel trovò mentre puliva il garage. Noel ha dichiarato che l'espressione "l'importanza di essere pigro" è autobiografica.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio
Altri brani, non su Spotify

AA Who put the weight of the world on my shoulders? | Oasis

Aerosmith

(1970, Boston, Massachusetts, USA)

“La più grande banda di strafatti che abbia mai visto” disse Jerry “Pulpito” Garcia dei Grateful Dead. Tanto strafatti che dopo dieci anni di attività si separarono, all’inizio degli anni Ottanta. Dopo qualche tempo il manager di uno di loro li convinse a tornare assieme e a diventare la rockband dell’era MTV: gli Stones se non ci fossero già stati gli Stones. Bocca del leader compresa. Steven Tyler (già Steven Tallarico e già padre di Liv Tyler) diventò così il sex symbol di ragazze che potevano essere sue figlie e ci marciò parecchio. E gli Aerosmith infilarono una serie di singoli da classifica che ancora non ha fine.

Dream on
(Aerosmith, 1973)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #172 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Walk this way
(Toys in the attic, 1975)
“Walk this way” lo diceva Marty Feldman in Frankenstein Jr., scatenando una gag che giocava sull’equivoco tra way-strada e way-modo. Il titolo lo presero da lì, ma il testo racconta dell’introduzione al sesso (e che sesso!) del giovane protagonista.
Undici anni dopo divenne un successo ancora maggiore nella versione condivisa con i rapper Run DMC. Stando alla leggenda, Tyler si dimenticò i testi sul taxi che lo aveva portato alla sala di incisione, e li riscrisse su due piedi.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #336 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sweet emotion
(Toys in the attic, 1975)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #408 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Rag doll
(Permanent vacation, 1987)
Uno di quei motivetti che sembra siano sempre esistiti. Un ritmo fatto apposta per definire l’espressione “swinging”. Fantastico l’ingresso dei fiati, che non sono proprio roba loro, e la chiusura vocale jazz.

Love in an elevator
(Pump, 1989)
Allora: forse voi vorreste essere stati Steven Tyler. Ma io che sono umile avrei voluto essere un turista ciondolante nella hall dell’albergo nel momento in cui si aprirono le porte dell’ascensore e apparve Tyler insieme a due ragazze, tutti piuttosto spogliati e in atteggiamento, uhm, come dire... .
No, non credo sia vero: ma c’è chi sostiene che la canzone sia nata così.

What it takes
(Pump, 1989)
Lui la recita da campione, gigioneggiando ogni sillaba. Sarebbe fantastica solo per “Girl, before i met you I was F-I-N-E fine”. E poi c’è quell’infinita e rotatoria cavalleria di parole nel verso: “Without-thinking-you-lost-everything-that-was-good in-your-life-to-the-toss-of-the-diiiiiiiiiiiice...”.

Janie’s got a gun
(Pump, 1989)
Mica una canzone qualsiasi, a cominciare dall’inizio western. La storia narra che il padre di Janie le ha fatto delle brutte cose, e lei si è stufata e gli ha piantato una pallottola in testa.
Ed è raccontata con freddezza e rabbia inquietanti e antiretoriche. Una delle migliori cose degli Aerosmith di sempre.
Da una gag del popolare comico statunitense Jon Stewart, nel 2006 nacque una parodia dedicata all’incidente durante il quale il vicepresidente americano sparò a un amico scambiandolo per una quaglia: “Cheney’s got a gun”.

Livin’ on the edge
(Get a grip, 1993)
È che viviamo in un casino, e nessuno ci capisce più niente: c’è qualcosa di sbagliato, ma va’ a sapere cosa. E non ci puoi fare niente. Viviamo sull’orlo del precipizio. Everybody.

Crazy
(Get a grip, 1993)
Grande l’introduzione chiacchierata. Ballatona, consegnata all’immaginazione dei giovanotti da un video dove due ragazze marinano la scuola, se la battono su una cabrio, si spogliano, ne combinano parecchie, si tuffano in uno stagno e si capisce che si piacciono assai. E sono Alicia Silverstone e Liv Tyler, figlia di Steven, prima di rovinarsi in un film di Bertolucci.

Amazing
(Get a grip, 1993)
Copia di “Crazy”, dallo stesso disco, altrettanto successone mondiale e video straprogrammato (ancora con Alicia Silverstone, che è anche in quello di “Cryin’”). Il casino che fa lui sul finale, urlando, balbettando, trascinando le parole, vale il prezzo del biglietto.

Just feel better
(All that I am, Santana, 2005)
Nel 2005 Carlos Santana pubblica un disco di duetti, in cui può associare ai suoi rodati virtuosismi le efficaci voci di questo o quel divo. Il primo singolo è un rocchettone con Steven Tyler, che fa rimbalzare e rotolare le parole in giro per la canzone fermandosi solo per fare un po’ di posto qua e là alla chitarra dell’ospite.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Blur

(1989, Colchester, Inghilterra)

Band di culto, band rivoluzionaria, band di grande fantasia, band di popolarità mondiale, band di continui tentativi di svolta. Sono stati una delle cose più importanti della musica pop degli anni Novanta, soprattutto in Gran Bretagna. Poi una delle due teste, il chitarrista Graham Coxon, ha deciso di lasciare; e l’altra testa, il cantante Damon Albarn, ci è rimasto male e continua a dire che senza Coxon non sarà più la stessa cosa. Intanto si è inventato altro, dalle raccolte di musica terzomondista al successone dei Gorillaz.

Sing
(Leisure, 1991)
Canzone dalla storia agitata. Fu ripescata dal periodo pre-Blur della band, messa dentro al primo disco dei Blur – ignorato fuori dalla Gran Bretagna – e uscì come b-side del primo singolo. E quando ripubblicarono l’LP negli Stati Uniti, la tolsero. Poi ricomparve nella colonna sonora di Trainspotting. Se lo meritava, perché benché non succeda praticamente niente per cinque minuti scanditi da un pianoforte incessante e tramviario, ha un feeling particolare e arioso, ottima scelta per una colonna sonora.

Sunday sunday
(Modern life is rubbish, 1993)
Fu il terzo singolo da Modern life is rubbish, quello che andò meglio. C’era già tutto quello che i Blur avrebbero fatto poi, dal suono britpop alle indulgenze più rock, ai temi della deprimente quotidianità britannica. Una domenica bestiale.

Girls and boys
(Parklife, 1994)
Gli inglesi chiamano “eurotrash” quel pop da classifica di solito proveniente dai paesi del Nordeuropa, spesso per opera di bands che poi spariscono nell’oblio, molta elettronica e una melodietta che funziona coi ragazzini: tipo “Barbie girl” degli Aqua, per capirsi. Questa canzone fu l’imitazione e la parodia dell’eurotrash e al tempo stesso la presa in giro del nascente cazzeggio degli anni Novanta e della gioventù squinternata ed eccitata che li frequentò. L’ironia fu ignorata da quella stessa gioventù e dalle classifiche di mezzo mondo: la canzone aprì la strada a un’ennesima era di britpop di grande successo internazionale.

Trouble in the message centre
(Parklife, 1994)
Ritmone. Ritornello abbastanza inutile, ma strofa tiratissima: sapete schioccare le dita?

Parklife
(Parklife, 1994)
La canzone contiene alcuni versi recitati in cockney dall'attore Phil Daniels, il quale compare anche nel videoclip del brano. La canzone è citata spesso a proposito della cosiddetta "battaglia del Britpop" tra Blur e Oasis. Nel febbraio 1996 Liam e Noel, nel ricevere un premio, si esibirono in una parodia irriguardosa di "Parklife" (il titolo fu cambiato in "Shite-life").

Country house
(The great escape, 1995)
La resa dei conti con i rivali Oasis arrivò quando Damon Albarn decise di fare uscire il nuovo singolo dal nuovo cd la stessa settimana del nuovo singolo dal nuovo cd degli altri, “Roll with it”. Gli Oasis poi sostennero che del loro non erano state stampate abbastanza copie, ma insomma: al numero uno andò “Country house”. Non durò a lungo: quando dal disco degli Oasis uscì fuori “Wonderwall”, chiuse la partita delle vendite.

The universal
(The great escape, 1995)
La più bella canzone dei Blur, per come si inventa l’andamento lento della strofa e il refrain liberatorio, illusorio e “anthemico”, come dicono gli inglesi: e per come li mette assieme.

Entertain me
(The great escape, 1995)
In realtà è la stessa canzone di “Girls and boys”, suo sequel.

You’re so great
(Blur, 1997)
Suona un po’ strana, per una canzone dei Blur: e in effetti la suona e la canta Graham Coxon tutto da solo, in un disco già molto più rock e “americano” rispetto ai precedenti, proprio su insistenza dello stesso Coxon. Ma nella sua anomalia, “You’re so great” aggiunge l’esemplare “canzone struggente” al repertorio altrimenti sempre un po’ freddino-pop dei Blur.

Strange news from another star
(Blur, 1997)
Benché citi il titolo di un racconto di Hermann Hesse del 1915, è impossibile non legare il riferimento astronomico al suono bowiesco della canzone.

Song 2
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Coffee & TV
(13, 1999)
Uno sguardo indietro al suono e ai coretti di qualche disco prima, ottimo pop prodotto da William Orbit. Il video, per chi se lo ricorda, era quello del cartone di latte che va alla ricerca di Graham Coxon.

Tender
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

AC/DC

(1973, Sydney, Australia)

Allora si sosteneva che facessero hard rock. Poi si cominciò a chiamarlo heavy metal, cambiò mille altri nomi, e oggi a risentirli sembrano le Vibrazioni, al confronto con quel che arrivò dopo. Australiani, spettacolari dal vivo, dotati di un seguito sfegatato e di un logo riprodotto allora sulle t-shirt e gli zainetti dei ragazzotti di mezzo mondo, raggiunsero un pubblico ancora più vasto con un disco quasi perfetto, nero nero, Back in black.

Whole lotta Rosie
(Let there be rock, 1977)
Pezzaccio fatto solo di un riff leggendario di chitarra (che in una famosa versione live è intervallato dal pubblico che grida in coro il nome di Angus Young: “Angus!”), un rock’n’roll da abbecedario e un assolo che pare di vederlo. Il titolo imita “Whole lotta love” dei Led Zeppelin, dove però Rosie è una celebrata amante di Bon Scott del peso di 120 chili: “non è esattamente carina, e non è esattamente piccola”. Ma fa delle cose, Rosie, che nessun’altra mai.

Let there be rock
(Let there be rock, 1977)
Predicone heavy metal: “Che sia rock, e rock fu”. “In the beginning” eccetera, e via con l’epica biblica della musica. Schitarrate come se piovesse, e piove vero rock’n’roll, ripreso da Chuck Berry.

Riff raff
(Powerage, 1978)
L’attacco di “Riff raff” è un crescente baccano da amplificatori distorti, particolarmente apprezzabile come introduzione dal vivo: “if you want blood you’ve got it”. E poi una sparatoria di assoli di chitarra.

Highway to hell
(Highway to hell, 1979)
A quanto si dice, un giornalista chiese come fosse essere sempre in tour, e Angus Young rispose “un’autostrada per l’inferno”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #254 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Back in black
(Back in black, 1980)
Il titolo spiega il ritorno della band dopo la morte del cantante Bon Scott: aveva 33 anni e fu trovato morto in una macchina per “intossicazione da alcolici” dopo una notte di eccessi. Quanto alla canzone, ricorda molto “Highway to hell”: attacco sensazionale anche qui, e il resto vien da sé. Negli Stati Uniti Back in black è il quarto disco più venduto della storia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #187 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hell’s bells
(Back in black, 1980)
Le campane più famose della storia del rock, registrate al memoriale della Prima guerra mondiale di Loughborough, in Inghilterra. Trevor Hoffmann, uno dei più popolari lanciatori del campionato di baseball americano (giocava nei San Diego Padres dal 1993), faceva suonare da sempre “Hell’s bells” al suo ingresso in campo.

You shook me all night long
(Back in black, 1980)
Il pezzo più da classifica della band, e infatti andò bene. Ospita il notevole verso: “She told me to come but I was already there”, che non ci si sente di tradurre qui. Non ci crederete, ma ce n’è una cover di Anastacia con Céline Dion.

For those about to rock (we salute you)
(For those about to rock we salute you, 1981)
Il titolo starebbe per “Rockituri te salutant”, essendo un’elaborazione di un passo letto su un libro di gladiatori. L’inizio ha ancora qualcosa degli Who, poi c’è il coro, e i cannoni. Di norma, era il pezzo che chiudeva i concerti.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio