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Aerosmith

(1970, Boston, Massachusetts, USA)

“La più grande banda di strafatti che abbia mai visto” disse Jerry “Pulpito” Garcia dei Grateful Dead. Tanto strafatti che dopo dieci anni di attività si separarono, all’inizio degli anni Ottanta. Dopo qualche tempo il manager di uno di loro li convinse a tornare assieme e a diventare la rockband dell’era MTV: gli Stones se non ci fossero già stati gli Stones. Bocca del leader compresa. Steven Tyler (già Steven Tallarico e già padre di Liv Tyler) diventò così il sex symbol di ragazze che potevano essere sue figlie e ci marciò parecchio. E gli Aerosmith infilarono una serie di singoli da classifica che ancora non ha fine.

Dream on
(Aerosmith, 1973)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #172 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Walk this way
(Toys in the attic, 1975)
“Walk this way” lo diceva Marty Feldman in Frankenstein Jr., scatenando una gag che giocava sull’equivoco tra way-strada e way-modo. Il titolo lo presero da lì, ma il testo racconta dell’introduzione al sesso (e che sesso!) del giovane protagonista.
Undici anni dopo divenne un successo ancora maggiore nella versione condivisa con i rapper Run DMC. Stando alla leggenda, Tyler si dimenticò i testi sul taxi che lo aveva portato alla sala di incisione, e li riscrisse su due piedi.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #336 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sweet emotion
(Toys in the attic, 1975)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #408 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Rag doll
(Permanent vacation, 1987)
Uno di quei motivetti che sembra siano sempre esistiti. Un ritmo fatto apposta per definire l’espressione “swinging”. Fantastico l’ingresso dei fiati, che non sono proprio roba loro, e la chiusura vocale jazz.

Love in an elevator
(Pump, 1989)
Allora: forse voi vorreste essere stati Steven Tyler. Ma io che sono umile avrei voluto essere un turista ciondolante nella hall dell’albergo nel momento in cui si aprirono le porte dell’ascensore e apparve Tyler insieme a due ragazze, tutti piuttosto spogliati e in atteggiamento, uhm, come dire... .
No, non credo sia vero: ma c’è chi sostiene che la canzone sia nata così.

What it takes
(Pump, 1989)
Lui la recita da campione, gigioneggiando ogni sillaba. Sarebbe fantastica solo per “Girl, before i met you I was F-I-N-E fine”. E poi c’è quell’infinita e rotatoria cavalleria di parole nel verso: “Without-thinking-you-lost-everything-that-was-good in-your-life-to-the-toss-of-the-diiiiiiiiiiiice...”.

Janie’s got a gun
(Pump, 1989)
Mica una canzone qualsiasi, a cominciare dall’inizio western. La storia narra che il padre di Janie le ha fatto delle brutte cose, e lei si è stufata e gli ha piantato una pallottola in testa.
Ed è raccontata con freddezza e rabbia inquietanti e antiretoriche. Una delle migliori cose degli Aerosmith di sempre.
Da una gag del popolare comico statunitense Jon Stewart, nel 2006 nacque una parodia dedicata all’incidente durante il quale il vicepresidente americano sparò a un amico scambiandolo per una quaglia: “Cheney’s got a gun”.

Livin’ on the edge
(Get a grip, 1993)
È che viviamo in un casino, e nessuno ci capisce più niente: c’è qualcosa di sbagliato, ma va’ a sapere cosa. E non ci puoi fare niente. Viviamo sull’orlo del precipizio. Everybody.

Crazy
(Get a grip, 1993)
Grande l’introduzione chiacchierata. Ballatona, consegnata all’immaginazione dei giovanotti da un video dove due ragazze marinano la scuola, se la battono su una cabrio, si spogliano, ne combinano parecchie, si tuffano in uno stagno e si capisce che si piacciono assai. E sono Alicia Silverstone e Liv Tyler, figlia di Steven, prima di rovinarsi in un film di Bertolucci.

Amazing
(Get a grip, 1993)
Copia di “Crazy”, dallo stesso disco, altrettanto successone mondiale e video straprogrammato (ancora con Alicia Silverstone, che è anche in quello di “Cryin’”). Il casino che fa lui sul finale, urlando, balbettando, trascinando le parole, vale il prezzo del biglietto.

Just feel better
(All that I am, Santana, 2005)
Nel 2005 Carlos Santana pubblica un disco di duetti, in cui può associare ai suoi rodati virtuosismi le efficaci voci di questo o quel divo. Il primo singolo è un rocchettone con Steven Tyler, che fa rimbalzare e rotolare le parole in giro per la canzone fermandosi solo per fare un po’ di posto qua e là alla chitarra dell’ospite.


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AC/DC

(1973, Sydney, Australia)

Allora si sosteneva che facessero hard rock. Poi si cominciò a chiamarlo heavy metal, cambiò mille altri nomi, e oggi a risentirli sembrano le Vibrazioni, al confronto con quel che arrivò dopo. Australiani, spettacolari dal vivo, dotati di un seguito sfegatato e di un logo riprodotto allora sulle t-shirt e gli zainetti dei ragazzotti di mezzo mondo, raggiunsero un pubblico ancora più vasto con un disco quasi perfetto, nero nero, Back in black.

Whole lotta Rosie
(Let there be rock, 1977)
Pezzaccio fatto solo di un riff leggendario di chitarra (che in una famosa versione live è intervallato dal pubblico che grida in coro il nome di Angus Young: “Angus!”), un rock’n’roll da abbecedario e un assolo che pare di vederlo. Il titolo imita “Whole lotta love” dei Led Zeppelin, dove però Rosie è una celebrata amante di Bon Scott del peso di 120 chili: “non è esattamente carina, e non è esattamente piccola”. Ma fa delle cose, Rosie, che nessun’altra mai.

Let there be rock
(Let there be rock, 1977)
Predicone heavy metal: “Che sia rock, e rock fu”. “In the beginning” eccetera, e via con l’epica biblica della musica. Schitarrate come se piovesse, e piove vero rock’n’roll, ripreso da Chuck Berry.

Riff raff
(Powerage, 1978)
L’attacco di “Riff raff” è un crescente baccano da amplificatori distorti, particolarmente apprezzabile come introduzione dal vivo: “if you want blood you’ve got it”. E poi una sparatoria di assoli di chitarra.

Highway to hell
(Highway to hell, 1979)
A quanto si dice, un giornalista chiese come fosse essere sempre in tour, e Angus Young rispose “un’autostrada per l’inferno”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #254 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Back in black
(Back in black, 1980)
Il titolo spiega il ritorno della band dopo la morte del cantante Bon Scott: aveva 33 anni e fu trovato morto in una macchina per “intossicazione da alcolici” dopo una notte di eccessi. Quanto alla canzone, ricorda molto “Highway to hell”: attacco sensazionale anche qui, e il resto vien da sé. Negli Stati Uniti Back in black è il quarto disco più venduto della storia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #187 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hell’s bells
(Back in black, 1980)
Le campane più famose della storia del rock, registrate al memoriale della Prima guerra mondiale di Loughborough, in Inghilterra. Trevor Hoffmann, uno dei più popolari lanciatori del campionato di baseball americano (giocava nei San Diego Padres dal 1993), faceva suonare da sempre “Hell’s bells” al suo ingresso in campo.

You shook me all night long
(Back in black, 1980)
Il pezzo più da classifica della band, e infatti andò bene. Ospita il notevole verso: “She told me to come but I was already there”, che non ci si sente di tradurre qui. Non ci crederete, ma ce n’è una cover di Anastacia con Céline Dion.

For those about to rock (we salute you)
(For those about to rock we salute you, 1981)
Il titolo starebbe per “Rockituri te salutant”, essendo un’elaborazione di un passo letto su un libro di gladiatori. L’inizio ha ancora qualcosa degli Who, poi c’è il coro, e i cannoni. Di norma, era il pezzo che chiudeva i concerti.


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