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Burt to be alive

Ha un nome da scaricatore di porto e un cognome da filosofo tedesco (che è poi quello di una vecchia città sulle rive del Reno). Ma è un ebreo di Kansas City e l’unica cosa che non gli hanno cantato sono gli appunti della spesa, e forse anche quelli. Burt Bacharach, scrittore di canzoni.

This house is empty now | Elvis Costello
(Painted from memory, 1998)
A un certo punto della vita può ca- pitare di sentire Costello dal vivo cantare “This house is empty now” e capire che è una delle più belle e commoventi canzoni di separazione di sempre. Quelli in gamba lo capiscono anche prima. L’ha scritta con Bacharach, per il disco che fecero assieme, Painted from memory.

The look of love | Dusty Springfield
(The look of love, 1967)
La cosa più erotica che potesse essere cantata da una ragazza bianca e inglese nel 1967 stava nella colonna sonora di quella parodia di 007 con un supercast che si chiamava Casino Royale. È Bacharach-David pure questa, e non c’entra niente con la canzone omonima degli ABC di vent’anni dopo.

I say a little prayer | Aretha Franklin
(Aretha Now, 1968
Quale sia la routine mattutina di Aretha Franklin, lo sanno anche i sassi. Si sveglia, e mentre si alza – ancora prima di truccarsi – dice una piccola preghiera per te. Poi si pettina, decide cosa mettersi, e dice una piccola preghiera per te. La canzone in realtà è – figuriamoci – di Burt Bacharach. Ma malgrado le altre versioni, è di Aretha. Che ci mette la grandissima riaccelerazione dell’ultimo minuto.

What the world needs now is love | Jackie DeShannon
(What the world needs now is love, 1968)
Jackie DeShannon ha un curriculum impressionante da cantautrice (ha lavorato con Marianne Faithfull, Jimmy Page, Randy Newman, i Byrds, e “Bette Davis eyes” l’ha scritta lei) e una biografia notevole (una intensa frequentazione con Elvis, tra l’altro). Ma quello per cui restò celebre fino a oggi è questa zuccherosa e perfetta canzoncina di Bacharach e Hal David, incisa nel 1965.

Anyone who had a heart | Dionne Warwick
(Anyone who had a heart, 1964)
Una delle più lunghe e continue collaborazioni della carriera di Bacharach fu quella con Dionne Warwick. “Anyone who had a heart” è fantastica nel refrain, da quel “so!” in poi. In Inghilterra la cantò Cilla Black, ripetendo una consuetudine tipica degli anni Sessanta. Dionne a un certo punto si seccò: «se facessi un disco di starnuti, dopo un po’ lo farebbe anche lei».

I’ll never fall in love again | Deacon Blue
(Four Bacharach & David songs, EP, 1990)
Un superclassico di Burt Bacharach e Hal David, cantato piano piano e con infinita dolcezza da Ricky Ross, mentre la parte di Lorraine McIntosh non è risolta altrettanto bene. È quella che dice “chi me lo fa fare, sono solo dolori, guai e seccature”, e quindi “non mi innamoro più” (con questo titolo fu cantata in italiano da Johnny Dorelli e Catherine Spaak, in modo dimenticabile).

Painted from memory | Bill Frisell e Cassandra Wilson
(Painted from memory, 1998)
Fu scritta insieme a Elvis Costello per il disco che i due fecero insieme nel 1988, che ne prese il nome. Il chitarrista Bill Frisell incise una raccolta delle stesse canzoni, chiamando su “Painted from memory” Cassandra Wilson, cantautrice del Mississippi di grande voce, che non ha mai deciso se buttarsi sul jazz o sul pop.

I just don’t know what to do with myself | The White Stripes
(Elephant, 2003)
Una delle più belle canzoni di Burt Bacharach, fu raccolta dai White Stripes con lo snobismo artistico tipico della band: la riarrangiarono rock, lui gridacchia un po’ troppo, ma sulla strofa non può che disciplinarsi all’originale. Il video fu diretto da Sofia Coppola (e c’era Kate Moss). Molte altre cover all’altezza, tra cui quelle di Elvis Costello e di Dusty Springfield.

Go ask Shakespeare | Burt Bacharach
(At this time, 2005)
Nel 2005 Bacharach riapparve con un disco a suo nome, assai particolare. Un disco molto avanti, o molto indietro, con lunghe parti strumentali: pieno di suoni lounge anni Sessanta ed elettronica, ma naturalmente ricco di melodie orecchiabilissime, e con collaboratori illustri. Il singolo, “Go ask Shakespeare” ha un lungo loop strumentale e ipnotico, e poi canta Rufus Wainwright. Non una cosa qualsiasi, soprattutto per uno che ha ottant’anni.

Playlist


Brani citati

Sigur Rós

(1994, Reykjavik, Islanda)

Quando saltarono fuori i Sigur Rós, nessuno aveva mai sentito una cosa del genere. Sono islandesi, e fanno cose di gorgheggi, falsetti, archi, frastuoni repentini, e suoni che vengono di solito associati – per un banale tic geografico – a panorami glaciali e disumani. Divennero i beniamini dei critici snob e degli appassionati in cerca di emozioni nuove: socialmente, quello che erano stati i Massive Attack il decennio prima. Poi, continuarono a fare le stesse cose, che erano ancora belle, ma non più così nuove.

Staralfur
(Àgaetis byrjun, 1999)
Qui c’è un’introduzione di chitarra che potrebbero quasi essere gli U2, ma la riconoscibilità rock è cosa di appena un attimo. Subito cominciano la nenia e le orchestrazioni nymaniane. “Staralfur” è nelle colonne sonore di Vanilla sky e di Le avventure acquatiche di Steve Zissou.

Svefn-g-englar
(Àgaetis byrjun, 1999)
Dieci minuti di progressione lentissima e spettacolare. Non succede quasi niente, salvo lo snodo da dove comincia la nuova ripetizione (quella specie di “tiùù”). Anche questa fu usata nella colonna sonora di Vanilla sky.

Vioar vel til loftarasa
(Àgaetis byrjun, 1999)
“Una buona giornata per un bombardamento aereo”: la descrizione fu pronunciata da un conduttore islandese delle previsioni del tempo durante la guerra del Kosovo. Anche questa dura dieci minuti: stavolta arriva piano piano uno straordinario passaggio minimale di pianoforte che un po’ alla volta viene circondato da una complessa ma discreta batteria di suoni e voce. Musica per non avere niente da fare.

Untitled 1
((), 2003)
Al primo cd dopo il successo planetario (Àgaetis Byrjun era stato uno dei primi dischi a trovare grande popolarità su internet prima che nei canali tradizionali), tutto quello che seppero inventarsi fu di non dargli alcun nome, né alle canzoni (salvo associar loro dei titoli successivamente, sul sito). Due parentesi, e basta. Le canzoni sono tutte cantate in un linguaggio immaginario di ripetizioni di sillabe (simile a quello usato dal pianista belga Wim Mertens). Questa gira intorno a poche note di piano, lente lente.

Untitled 3
((), 2003)
Una meraviglia, qui le note del pianoforte hanno una velocità lenta e precipitosa assieme, come se accelerassero al rallentatore. Quello che chiamano post-rock, è questa roba qui.

Hoppípolla
(Takk, 2005)
Il secondo singolo dal terzo disco arrivò persino a essere programmato da qualche radio coraggiosa (allegro, ritmo sostenuto, e soprattutto aveva una durata “normale”). Ebbe un notevole successo postumo in Gran Bretagna per essere stata usata in diverse trasmissioni televisive dalla BBC.

Sæglópur
(Takk, 2005)
Sæglópur (in islandese "perso nel mare") è cantata prevalentemente in islandese, anche se una consistente porzione di essa è in vonlenska. Il vonlenska è una lingua artificiale creata dai Sigur Rós. Questo idioma è noto anche con il termine inglese hopelandic che in italiano diventerebbe speranzese.

Ára bátur
(Med sud í eyrum vid spilum endalaust, 2008)
But it was you who let everything
Into my heart
And it was you who once again
Awoke my spirit

ascolta anche: Olafur Arnalds || Mogwai || Jónsi || The Album Leaf || Múm

Brani citati
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Oasis

(1993, Manchester, Inghilterra)

Ci fu un periodo in cui la rivalità Blur-Oasis veniva venduta come un nuovo scontro Beatles-Stones. Ma i Blur avevano del genio, e gli Oasis solo delle chitarre. Con quelle, e un po’ di coretti, hanno indovinato abbastanza canzoni da riempire questa playlist, e non una di più. Per il resto, litigano spesso.

Live forever
(Definitely maybe, 1994)
“Maybeeee!”. “Live forever” è stata votata la canzone preferita dai fans degli Oasis sul sito della band, e malgrado il robusto baccano di chitarre, è un lento. Anzi, un bel lento impreziosito da un robusto baccano di chitarre. Fu il singolo con cui entrarono nella Top Ten e cominciarono a farsi notare sul serio.

Don’t look back in anger
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Noel Gallagher disse che l’attacco l’aveva copiato da “Imagine”, e quello che “lanciò una rivoluzione dal suo letto” è notoriamente John Lennon. Il titolo si riferisce all’opera di John Osborne, Look back in anger. Gli Oasis hanno sempre detto che le parole non dicono niente in particolare e che Sally non esiste, lasciando ai fans involute spiegazioni su quel che le sarebbe successo (tamponata in auto? casini di droga? stuprata dalla band?).

Wonderwall
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Wonderwall era un film del 1968 in cui un professore squinternato riempiva di buchi i muri di casa sua per vedere l’avvenente vicina di casa, interpretata da Jane Birkin. La colonna sonora era di George Harrison. Quale sia la relazione di tutto questo con la canzone non si sa, e il suo significato è sempre stato misterioso. A un certo punto – quando si erano lasciati – Noel Gallagher spiegò che non c’entrava niente con la sua fidanzata Meg, ma che siccome tutti sostenevano di sì, lui non aveva avuto il coraggio di smentirlo.
Thom Yorke dei Radiohead disse che la svolta della sua band verso dischi più arditi e di ricerca nacque dall’ascolto di “Wonderwall”: «Il rock and roll aveva toccato la perfezione: o cambiavamo strada o cambiavamo lavoro». “Wonderwall” è una perfetta popsong, così perfetta che la cover più tormentata e languida di Ryan Adams è più bella ancora.

Roll with it
((What’s the story) morning glory?, 1995)


Champagne supernova
((What’s the story) morning glory?, 1995)


Stand by me
(Be here now, 1997)
Tutti insieme ora: “STAND-BY- ME!”. La mamma di tutti i tormentoni degli Oasis (anche se dal vivo la suonano raramente: ma una volta che i due fratelli litigarono sul palco e Noel se ne andò, Liam la introdusse nella scaletta). Ha un verso fantastico, sovversivo rispetto al canone delle canzoni d’amore che dicono “vieni via con me, tutto sarà meraviglioso, ci ameremo per sempre”: “Stand by me” dice “stai con me, va’ a sapere come andrà a finire”.

Stop crying your heart out
(Heaten chemistry, 2002)
Pezzone consolatorio, che ebbe una grande popolarità inglese quando fu il momento di tirarsi su dalla sconfitta ai mondiali del 2002, contro il Brasile.

Little by little
(Heaten chemistry, 2002)
Il modello canzone-degli-Oasis tirato per i capelli, fino alla sua massima resistenza. Refrain povero, ma retto da “but my god woke up on the wrong side of his bed”, che può essere una bella immagine come una delle scuse più vigliacche che si ricordino.

AA. Who put the weight of the world on my shoulders?
(Goal!, 2005)
Considerato che fu pubblicata nella colonna sonora di un film su un ragazzino che sogna di diventare calciatore – si chiamava Goal! – dal titolo potrebbe sembrare una specie di “Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore”. Ma il testo è più vago, e qualcuno lo ha letto come una riflessione di Noel Gallagher sull’andamento del mondo.

Let there be love
(Don’t believe the truth, 2005)
Dopo essere partiti come i nuovi Beatles, aver proseguito come i nuovi Beatles, ed essere divenuti il cliché dei nuovi Beatles, gli Oasis continuano a fare i nuovi Beatles. E che je voi di’? Finché dura.

The importance of being idle
(Don’t believe the truth, 2005)
Il titolo del brano è tratto dall'omonimo romanzo del 2001 di Stephen Robins, che Noel trovò mentre puliva il garage. Noel ha dichiarato che l'espressione "l'importanza di essere pigro" è autobiografica.


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Altri brani, non su Spotify

AA Who put the weight of the world on my shoulders? | Oasis

Americana

All’inizio degli anni Novanta un fronte di giovani musicisti americani cominciò a reinvestire sulla musica acustica, recuperando cose del folk e del country ma anche dalla tradizione del rock dylaniano. Molta chitarra, via tutte le cose pulitine e sintetiche: un genere che era sempre esistito, solo che ricominciavano a farlo i giovani. Li misero nel calderone della categoria “alternative”, o “independent” (perché crescevano nelle etichette indipendenti piuttosto che nelle majors della discografia), e poi trovarono una loro definizione, anzi due: “alt-country”, o “americana”.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Slate | Uncle Tupelo
(Anodyne, 1993)
Gli Uncle Tupelo sono considerati i veri iniziatori della musica “alternative”, e della conciliazione moderna tra il country e il rock. Il titolo del loro primo disco – No depression – diede il nome alla maggiore rivista dedicata al genere “americana”. I fondatori Jay Farrar e Jeff Tweedy sono due nomi di culto tra i fans del genere: il primo ha poi animato i Son Volt e il secondo i Wilco. “Slate” apriva il loro ultimo disco, Anodyne.

Jesus etc. | Wilco
(Yankee Hotel Foxtrot, 2002)
Quando i Wilco ebbero finito Yankee Hotel Foxtrot, la loro casa discografica lo giudicò invendibile. Passò un po’ di tempo, e le canzoni circolarono su internet con crescente successo, tanto che loro stessi decisero di consentirne l’ascolto sul loro sito. Pubblicato da un’etichetta minore, il disco esordì al tredicesimo posto delle classifiche americane. “Jesus etc.” cerca di consolare Gesù e tenerlo di buonumore, con riferimenti così vistosi al crollo delle torri gemelle che è difficile credere alla versione ufficiale per cui il disco sarebbe stato completato prima.

Come pick me up | Ryan Adams
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Runaway trains | Tom Petty
(Let me up (I’ve had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Woody | Hayden
(Elk Lake serenade, 2004)
Hayden è canadese, e l’hanno quindi paragonato a Neil Young. Nel suo disco più tranquillo, Elk Lake serenade, c’era la breve “Woody”, una specie di ninna nanna dedicata al suo gatto.

Come back home | Pete Yorn
(Day I forgot, 2003)
Ottimo il trucco di preparare all’entrata rock con un’introduzione acustica di chiacchiere e prove di studio... Tarara rarara ra-ra!

The greatest | Cat Power
(The greatest, 2006)
Il nome vero è Chan Marshall ed è una cantautrice della Georgia. Nel 2005 registrò un disco a Memphis, con voglie soul. Si chiama The greatest, come la canzone più bella, che parla di ridimensionare le proprie presunzioni.

Feel like going home | Walkabouts
(Satisfied mind, 1993)
I Walkabouts vengono da Seattle e sono in giro ormai da più di vent’anni, a raccogliere tracce dei generi classici americani e metterle assieme. Nel 1993 fecero un disco di cover acustiche, tra cui “Feel like going home” di Charlie Rich, amato cantante country dell’Arizona: la tirano a durare più di otto minuti in un crescendo di chitarre.

To cry about | Mary Margaret O’Hara
Canadese, genio e sregolatezza, è conosciuta da pochissimi e lo stesso idolatrata, malgrado abbia inciso pochissimo e un solo vero album, Miss America. Ha una voce da pazzi: un altro capolavoro nello stesso disco è “Body’s in trouble”.
(Miss America, 1988)

The latest toughs | Okkervil River
(Black sheep boy, 2005)
Bel pezzaccio eccitato di una band di Austin, fantasiosa e dai testi tormentati, che prende il nome da un fiume di San Pietroburgo, affluente di un affluente della Neva. Bisognerebbe sentirglielo suonare dal vivo, cantando forte le parole tutti quanti.

The day Texas sank to the bottom of the sea | Micah P. Hinson
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Ho aspettato molto quassù sugli alberi, cercando di impiccarmi con il pensiero di te”. Andamento lento, istruito da una chitarra inesorabile, e tristissima storia di otto minuti di lei che non lo vuole e lui progetta un suicidio messo a repentaglio dal rischio che nessuno se ne accorga. Violino e chitarra, bastanti. Cosa c’entri il titolo non si sa, ma non è niente male neanche quello.

A long december | Counting Crows
(Recovering the satellites, 1996)
«A metà dicembre del ’95 la mia amica Jennifer fu investita da una macchina, spappolata; e io passai tutto il mese e la maggior parte dei successivi in ospedale, mentre cominciavamo a registrare il di- sco» racconta Adam Duritz. La migliore delle ballate Counting Crows. Pianoforte e nana-nana. E una sensazione familiare di quei brutti periodi che dovranno pur passare, si tratti di ospedali o altro.

El Paso/Out on the weekend | Giant Sand
(Cover magazine, 2002)
Howe Gelb è un altro mito dell’ambiente, pianista e cantautore capace di molte incarnazioni e ardimenti. Lo paragonano spesso a Neil Young e lui ha rifatto devotamente “Out on the weekend” e “Like a hurricane”. I Giant Sand sono la sua band, di formazione assai variabile.

Holiday road | Matt Pond PA
(Winter songs, 2005)
Hanno un penchant più pop degli altri in questa lista, ma i suoni sono sempre quelli. Hanno avuto cambi di formazione, tra Philadelphia e Brooklyn. Il ritornello natalizio di “Holiday road” pare di conoscerlo da sempre: la canzone fu scritta e cantata da Lindsay Buckingham nel 1983, quando già stava nei Fleetwood Mac, e fu usata nel film National Lampoon’s Vacation.

Wood floors | Lisa Germano
(Slide, 1998)
Anche qui bisogna aspettare un minuto che passi il prologo e cominci la melodia celestiale, sempre arrangiata minimamente al pianoforte e dedicata a un parquet:
Pulled the rug, under me, and you set me free / Walk around, feel the floor, who could ask for more?
Un secondo passaggio indipendente di pianoforte compare a metà e alla fine della canzone, altrettanto bello.

You belong to me | Bob Dylan
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.

Revelator | Gillian Welch
(Time (The revelator), 2001)
Per una nata a Manhattan, cresciuta a Los Angeles ed educata a Boston, c’è qualcosa di ribelle nel buttarsi sul folk e il country.

Who would know | Joe Henry
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Lion tamer | Damien Jurado
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

California | Josh Ritter
(Hello starling, 2003)
Va fortissimo in Irlanda, ma viene dall’Idaho. La sua canzone più bella poi parla della California, l’ennesima, ma lui lo sa: “non dirmi che è un viaggio già fatto mille volte, perché questo è il mio”.

I love everybody | Lyle Lovett
(I love everybody, 1994)
“Io amo tutti quanti, e soprattutto te” è un verso geniale, malgrado i tentativi di rovinarlo enunciando poi come quarti di bue alcuni singoli elementi anatomici che ama di lei (senza mai entrare nello scabroso, peraltro). Coretto di Rickie Lee Jones e Julia Roberts, melodia appiccicosissima e ripetibile all’infinito: “so if you feel lonesome, remember it’s true, I love everybody especially you”.

Playlist


Brani citati

Led Zeppelin

(1968 -1980, Londra, Inghilterra)

Passano come i papà dell’hard rock (e i Deep Purple le mamme), ma è un’immagine assai riduttiva: nessuno dei loro emuli ha mai saputo fare canzoni altrettanto immediate e ascoltabili (e altrettanto varie e complesse). Erano quattro, leggendari, e avevano preso il nome da una battuta di Keith Moon degli Who a proposito del progetto di una superband («bella idea, precipiterà come un dirigibile di piombo», “a lead zeppelin”). Tutto il repertorio mitico del rock degli anni Settanta – groupies, aerei privati, concerti massacranti, droga, risse, alberghi distrutti – erano loro, i Led Zeppelin. Si sono riuniti per una tournée nel 2008, con il figlio di John Bonham al suo posto.

Babe, I’m gonna leave you
(Led Zeppelin I, 1969)
Il primo disco dei Led Zeppelin, nel 1969, suggerì al rock che si poteva tenere un piede nella staffa delle ballate acustiche e uno in quella del fracasso virtuosistico, contemporaneamente: qui, in un’esecuzione lunga e teatrale della parte dell’uomo che non ce la fa a restare fermo in questo posto. “Babe I’m gonna leave you” era un pezzo folk scritto da Annie Briggs, e già cantato da Joan Baez. I Led Zeppelin lo spacciarono a lungo come “tradizionale” prima di riconoscere all’autrice ciò che era suo.

Thank you
(II, 1969)
I Led Zeppelin hanno sempre attinto molto ai canoni classici, sia per la musica che per i testi: “se il sole non splendesse più, ti amerei lo stesso”. “Thank you” fu scritta da Robert Plant per sua moglie. L’organo finale ritorna in una postilla di una manciata di secondi, dopo una lunga pausa. Ne fece poi una cover Tori Amos.

Whole lotta love
(II, 1969)
Il brano è una rielaborazione di "You need love" del bluesman Muddy Waters. Il riff della canzone è uno dei più famosi della storia del rock.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #75 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ramble on
(II, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #433 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heartbreaker
(II, 1969)
Il brano è uno dei più famosi dei Led Zeppelin e consiste in un riff ripetuto per tutta la durata della canzone che si interrompe solo quando Jimmy Page esegue l'assolo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #320 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tangerine
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.

Stairway to heaven
(IV, 1971)
Prima che i miti divenissero dinosauri, “Stairway to heaven” vinceva tutte le classifiche per la più grande canzone rock della storia. Una specie di idolo adorato, che condensava formidabilmente la passione dei fans per un bel baccano rock e la loro vena sentimentale. Allora c’era sempre quello che sapeva suonare la prima parte di “Stairway to heaven”, e di solito giravano in due: lui, e quello che sapeva rollare le canne (nel film Wayne’s world ci si scherza su, allestendo un divieto di suonare “Stairway to heaven” in un negozio di strumenti musicali). La canzone è divisa in due: una ballata che ora suona persino troppo sdolcinata, e poi uno spettacolo sensazionale di chitarre elettriche e batteria, di potenza eterna. Il titolo era una citazione biblica, ma altri riferimenti del tema spirituale sono più paganamente celtici (oltre a cose di occultismo, che hanno dato luogo a grandi speculazioni sui messaggi satanici registrati all’incontrario, le solite cose). L’attacco era stato copiato da “Taurus” degli Spirit, che avevano suonato in tournée con i Led Zeppelin.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #31 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Black dog
(IV, 1971)
Il titolo della canzone si riferisce ad un labrador retriever nero che vagava attorno agli studi di Headley Grange durante la registrazione dell'album. Il cane non ha nulla a che fare con il testo della canzone, che parla del disperato desiderio per l'amore di una donna e della felicità che da esso ne deriva.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #294 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The song remains the same
(Houses of the holy, 1973)
Jimmy Page che si diverte come un matto, in uno schitarramento leggendario. Robert Plant canta che a momenti pare Peter Gabriel ai primi tempi, grazie a un ritocco durante la produzione. “The song remains the same” divenne il titolo di un famoso film-concerto dei Led Zeppelin, ripreso al Madison Square Garden nel 1973.

The rain song
(Houses of the holy, 1973)
Una leggenda vuole che George Harrison avesse detto a Jimmy Page che i Led Zeppelin erano una grande band ma avrebbero dovuto scrivere qualche ballata romantica in più. E loro fecero “The rain song”, meravigliosa: che in effetti ha persino momenti beatlesiani, troppa grazia. Ma dura sette minuti e la sua parte più forte è quella centrale, strumentale e ipnotica.

Over the hills and far away
(Houses of the holy, 1973)
Il procedimento è ancora quello di “Stairway to heaven”. Una prima parte dolce e acustica con un grande giro di chitarra, e poi bùm!, e che bùm! E John Paul Jones che fa una grande cosa di basso. Poco tempo dopo, la voce di Plant non avrebbe più saputo raggiungere questi acuti e le esecuzioni dal vivo le avrebbero preso le misure.

D’yer mak’er
(Houses of the holy, 1973)
Un fantastico trastullo reggae, in cui John Bonham picchia sulla batteria tutto il tempo, che chissà come hanno fatto poi a spegnerlo. Il titolo viene dalla trascrizione di un intraducibile gioco di parole (si pronuncia come “jamaica”) alla base di una vecchia barzelletta.

Kashmir
(Physical graffiti, 1975)
Capolavoro ansiogeno e teatrale, tutto in salita con influenze orientali varie, e che Robert Plant ha definito la più efficace spiegazione della sua band. Quando Puff Daddy ne fece una specie di cover per la colonna sonora di Godzilla fu l’unica volta in cui i Led Zeppelin frequentarono una notorietà moderna, mentre il resto del loro repertorio è totalmente trascurato dal giro contemporaneo: per le loro canzoni nessuna cover, nessuno spot, nessuna ripresa in un film, nessun campionamento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #140 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ten years gone
(Physical graffiti, 1975)
Esibizione chitarristica che a momenti ricorda “Band on the run” dei Wings: i dieci anni di cui si par- la sono quelli passati da quando la ragazza di Robert Plant gli disse «o me o la musica». Lui scelse come si sa, ma la sogna ancora; lei va’ a sapere come si è sistemata.

Down by the seaside
(Physical graffiti, 1975)
I Led Zeppelin che si divertono a fare i Beach Boys (per la precisione, la canzone è tutta una citazione di “Down by the river” di Neil Young). Poi a un certo punto si stufano, e mettono a ferro a fuoco la spiaggia: pare di vedere i surfers in braghette che corrono a cercare rifugio dietro le sdraio. Roba di pochi secondi, come le trombe d’aria che portano via gli ombrelloni, poi torna la pace.

Fool in the rain
(In through the out door, 1979)
Papa-papà parara, papa papà parà... Al loro ultimo disco (John Bonham morirà soffocato dopo un abuso di alcool, l’anno seguente), i Led Zeppelin ormai facevano altro: pianoforte e addirittura impazzimenti carioca con i fischietti e tutto. Anche se a un certo punto gli scappava sempre la mano su chitarre e batteria.

All my love
(In through the out door, 1979)
I Led Zeppelin che fanno una canzone: con le strofe, il refrain, un suono buono per le radio, tutto quanto. Roba di tastiere, John Paul Jones in primo piano. Dedicata al figlio di Robert Plant, che era morto a cinque anni per un’infezione respiratoria.

I’m gonna crawl
(In through the out door, 1979)
Pezzone soul che concludeva l’ultimo disco della band. Anche il titolo, il testo (“I get down on my knees”) e come Plant la canta, sono tutte fedeli e sapienti citazioni del repertorio soul. Certo, poi Jimmy Page non è che lo si potesse ammanettare.


Brani citati
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The Rolling Stones

(1963, Londra, Inghilterra)

Come è noto, i Rolling Stones sono il più spettacolare fenomeno della storia del rock’n’roll. C’è chi ha fatto canzoni più belle delle loro, chi ha inventato cose più difficili, chi ha creato culti maggiori. Ma loro sono sulla breccia da prima che ammazzassero JFK, hanno cavalcato ogni tempo senza mai finire fuori scena, aggiornandosi senza cambiare davvero mai e frequentando tutto il repertorio estetico di casini e passioni del rock. Quanto a belle canzoni, uuuf.

Time is on my side
(12 X 5, 1964)
Non era degli Stones: l’aveva scritta Jerry Ragovoy per una versione jazz, nel 1963. Poi la cantò soul Irma Thomas, e subito dopo gli Stones, che misero nei libri di storia l’attacco di chitarra blues (assente in alcune versioni) e lo slogan del titolo. Fu il loro primo pezzo a entrare nella top ten americana. Alla luce dell’accaduto, si dimostra che erano nel giusto: il tempo era dalla loro parte.

(I can't get no) Satisfaction
(Out of our heads, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #2 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Out of time
(Aftermath, 1966)
Viceversa, “tempo scaduto, baby”.

Paint it, black
(Aftermath, 1966)
La canzone nacque mentre Wyman suonava l'organo durante una sessione di registrazione. Charlie Watts cominciò ad accompagnare l'organo con la batteria creando quella che sarebbe diventata la base della canzone finale. Brian Jones aggiunse il giro di sitar (che aveva pensato di suonare dopo una visita di George Harrison) e chitarra acustica. Jagger aggiunse il testo probabilmente incentrato sul dolore di un uomo che ha visto morire la propria fidanzata.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #174 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Under my thumb
(Aftermath, 1966)
Brian Jones alla marimba (a me la marimba ricorda sempre una battuta in Alan Ford, «marimba fa rima con rimbamba»): anzi, il più celebre riff di marimba di tutti i tempi, si può dire. Quanto al testo, è uno di quelli di cui si dice “ha fatto arrabbiare le femministe”, facendo pensare a manifestazioni di virago urlanti in gonnelloni e zoccoli. In realtà è un testo misogino e vendicativo che può far arrabbiare anche le persone normali, a meno che siano così normali da trovarla solo una canzone e fregarsene. Lei una volta lo tirava scemo, ma ora sta sotto il suo pollice, e fa tutto quello che lui le ordina, “vero, piccolina?”. Come parla, come si veste, lo decido io: un gattino che fa le fusa, brava, così, brava, va tutto bene, piccola...

Ruby Tuesday
(Between the buttons, 1967)
In effetti, il martedì, inteso come giorno della settimana, non c'entra nulla: Tuesday sarebbe il cognome di una groupie conosciuta in tournée da Keith Richards.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #303 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Jumpin’ Jack flash
(1968)
Il pezzo fu visto come un ritorno della band alle radici blues. La canzone venne registrata durante la sessione in studio dell'album Beggars banquet anche se poi il brano non fu incluso nel disco. Per la cadenza plagale utilizzata nel brano, Mick Jagger ha dichiarato di essersi ispirato ad alcune composizioni di Lou Reed per i Velvet Underground, come "Heroin" o "Venus in Furs".

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #124 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sympathy for the devil
(Beggars banquet, 1968)
Il brano viene cantato da Jagger in prima persona dal punto di vista narrativo di Lucifero. Nel corso di una intervista del 1995 rilasciata alla rivista Rolling Stone, Jagger disse: «Penso che l'ispirazione venne da una vecchia idea di Baudelaire, credo, ma potrei sbagliarmi. Alle volte quando rileggo i miei libri di Baudelaire, non la ritrovo. Ma era un'idea che rubai ad uno scrittore francese. Ne presi solo un paio di frasi e le ampliai. La scrissi come una sorta di canzone alla Bob Dylan». In realtà la memoria di Jagger è fallace, poiché la tematica del brano è chiaramente desunta dal romanzo dello scrittore russo Mikhail Bulgakov Il maestro e Margherita, dove il Diavolo viene descritto come un affabile gentiluomo dell'alta società moscovita.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #32 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Street fighting man
(Beggars banquet, 1968)
Altro pezzo forte dell'album, ispirato agli scontri studenteschi del maggio ‘68 e ai disordini di strada causati dalle manifestazioni contro la guerra in Vietnam che all'epoca impazzavano un po’ dappertutto. Presunto inno rivoluzionario, ma piuttosto un freddo resoconto dei fatti.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #295 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

You can’t always get what you want
(Let it bleed, 1969)
Fenomenale. Lo era già prima di entrare dentro nuovi cuori grazie alla scena del funerale che apre Il grande freddo, con tutto il coro del London Bach Choir (in alcune versioni è tagliato, e la canzone parte dalla chitarra). Poi tira avanti per sette minuti e mezzo di effettiva ascensione al cielo, in palese eccezione al titolo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #100 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Gimme shelter
(Let it bleed, 1969)
Un critico musicale così definì il brano: «Gimme Shelter è una canzone sulla paura; che probabilmente servirà, meglio di qualsiasi altra cosa scritta quest'anno, come passaggio diretto verso il futuro dei prossimi anni»

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #38 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Honky tonk women
(Through the past, darkly, 1969)
L’ingresso è da appendere al muro accanto a quello di “Time is on my side”: Keith Richards dice che lo imparò da Ry Cooder, Cooder disse che glielo aveva fregato. Una versione più country, “Country honk”, uscì in Let it bleed. In gergo, una “honky tonk woman” è un termine utilizzato in America per indicare le ballerine da saloon che spesso sono anche delle prostitute.
Il singolo fu pubblicato all’indomani del funerale di Brian Jones, il chitarrista e fondatore degli Stones allontanato poco prima dalla band con cui era giunto a tensioni inostenibili (Keith Richards nel frattempo gli aveva rubato la ragazza mentre lui era in ospedale). Lo trovarono morto sul fondo di una piscina, e sopravvivono molte teorie complottarde su cosa sia davvero avvenuto.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #116 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Wild horses
(Sticky fingers, 1971)
Ballata lenta lenta con inflessioni country, uno dei loro momenti romantici al tempo in cui erano piuttosto bruschi con le ragazze. Jagger ha negato che parli della sua rottura con Marianne Faithfull, ma non con gran convinzione.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #334 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

I got the blues
(Sticky fingers, 1971)
Anche di “I got the blues”, che in effetti è blues nella chitarra e soul nei fiati e nel ritmo, si disse che il blues glielo aveva lasciato Marianne Faithfull: “avvicinandomi alla tua fiamma, mi sono bruciato di nuovo”.

Brown sugar
(Sticky fingers, 1971)
Il testo della canzone è stato spesso oggetto di polemiche e interesse da parte di critici e fan. La popolarità della melodia e del ritmo di "Brown Sugar", mette frequentemente in secondo piano la scandalosità delle liriche, che sono essenzialmente un misto di riferimenti a vari argomenti scabrosi come il sesso interraziale, lo schiavismo, il cunnilingus, lo stupro, e in maniera più velata, il sadomasochismo, la perdita della verginità, e l'eroina. Nientepopodimeno!

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #490 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tumbling dice
(Exile on main street, 1972)
Il brano racconta la storia di un giocatore d'azzardo incapace di restare fedele ad una sola donna per volta.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #424 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Time waits for no one
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Suona diversa dal resto del loro repertorio: da terrazza del bar davanti alla spiaggia (l’assolo di chitarra è un po’ Santana). “Il tempo non aspetta nessuno, e non aspetterà me”. Sarà la cosa di aspettare, ma somiglia nell’andamento alla successiva “Waiting on a friend”.

Till the next goodbye
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Till the next time we say goodbye, I’ll be thinking of you

Fool to cry
(Black and blue, 1976)
Il papà che piange è lui, e la sua bambina gli dice “daddy, you’re a fool to cry”. Ma glielo dicono anche la sua ragazza, e i suoi amici. Perché lui è un sentimentalone, e si commuove, anche quando canta del bene che gli vogliono e di quanto sia stupida e cieca la sua tristezza. Il modo come canta parlottando, sembra un po’ Springsteen.

Memory Motel
(Black and blue, 1976)
Pezzaccio romantico, che suona un po’ come “Fool to cry”, nello stesso disco. Il motel esiste davvero, a Long Island, e si chiama Memory Motel. La storia è che lui passa una notte con questa Hannah, bella ma con i denti storti, e lei nella vita canta in un bar, e gli canta questa canzone che dice “sei solo il ricordo di un amore passato”. E lui più tardi è in giro per gli States, in tour, e tutte le ragazze gli ricordano un amore passato. Al piano di sopra i suoi soci si divertono, ma lui è in camera da solo che beve e gli scappa la lacrima, al Memory Motel.

Beast of burden
(Some girls, 1978)
“Non sarò la tua bestia da soma”. Le chitarre di Keith Richards e Ron Wood (arrivato da un paio di dischi a rimpiazzare Mick Taylor, a sua volta ricambio di Brian Jones) si divertono a rincorrersi, e noi a guardarle, come i nonni con i bambini al parco. “Beast of burden” è un capolavoro rock-soul, con tutti che fanno cose fantastiche, persino nei falsetti di “am I rough enough”: “emairaffinà!”. Ce ne fu una bella cover di Bette Midler, con loro nel video.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #435 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Miss you
(Some girls, 1978)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #496 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Waiting on a friend
(Tattoo you, 1981)
Intanto l’assolo di sassofono è Sonny Rollins, se vi pare poco. E il pianoforte è Nicky Hopkins, che con gli Stones aveva suonato anche in “Time waits for no one” e diverse altre (oltre che in “Getting in tune” degli Who, in “Jealous guy” di Lennon, in “Revolution” dei Beatles, in “You are so beautiful” di Joe Cocker: mi fermo?). Ma soprattutto, qualcosa è cambiato e Jagger non ha più bisogno di donne, a dir suo, o almeno non di “una puttana, o di una bevuta”: “Non sto aspettando una signora, sto solo aspettando un amico”. Ma magari è un’amica.
Nel video, c’era Peter Tosh sui gradini ad aspettare con Richards.

Anybody seen my baby
(Bridges to Babylon, 1997)
La strofa da pedinamento è un po’ noiosa, ma il refrain è fantastico: “anybody seen myyyy, ba-by”. Solo che non era loro: era copiato da “Constant craving” di K.D. Lang, che fu quindi dovutamente citata col suo coautore nei credits della canzone, prima che li citasse lei.


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Metapop

Una buona canzonetta pop prevede la strofa, il ritornello, le rime, e un testo leggerino. Poi si può variare il modello e renderlo più complesso, fino all’orlo del burrone su qualcos’altro: e complicare la vita dei commessi dei negozi di dischi.

Moments in love | Art of Noise
((Who's afraid of) The Art of Noise?, 1983)
Gli Art of noise furono una bislacca e rivoluzionaria invenzione del produttore Trevor Horn e del giornalista Paul Morley (quello che ha scritto un acrobatico libro sulla musica che si chiama Metapop, pubblicato in Italia dalle edizioni Isbn). Elettronica e computer al servizio della melodia e di un progetto cultural-musicale un po’ presuntuoso. Litigarono e si divisero presto, ma lasciarono questa cosa leggendaria, usata in mille spot, eventi e occasioni buone.

By this river | Brian Eno
(Before and after science, 1977)
Passa per l’inventore della “ambient music”, ma è mille altre cose, una specie di guru della musica degli ultimi quarant’anni (a cominciare dai Roxy Music). “By this river” è una ballata eterea, che guadagnò celebrità quando Nanni Moretti la usò in una scena di La stanza del figlio.

Forbidden colors | Ryuichi Sakamoto & David+Sylvian
(Merry Christmas, Mr. Lawrence, 1983)
Nel 1983 Ryuchi Sakamoto – frequente collaboratore di Sylvian e viceversa – coprodusse e recitò nel film di Nagisa Oshima Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo, in Italia). Compose anche la colonna sonora, e chiese a Sylvian di scrivere il testo e cantare nella canzone che poi divenne molto più famosa del film. Sylvian ne mise una versione in fondo al suo “Secrets of the beehive”, che scomparve in alcune edizioni in cd. È anche il titolo di un romanzo di Yukio Mishima del 1953, per restare in giapponeserie.

Refugees | Van der Graaf Generator
(The least we can do is to wave to each other, 1970)
I Van der Graaf Generator furono una adorata band inglese di progressive rock (adorata in particolare in Italia), guidata da Peter Hammill. “Refugees” è cantata con il suo falsetto, recitato, tormentato, enfatico.

Dry the rain | Beta Band
(The three EP’s, 1998)
C’è questa scena, in Alta Fedeltà, in cui il protagonista che ha un negozio di dischi dice a un amico “sta’ a vedere come si vende un disco”: il negozio è affollato e lui mette su una canzone. Tutti a poco a poco cominciano a muoversi e seguire la musica e poi ciascun cliente si avvicina e chiede cos’è. Era “Dry the rain” dei Beta Band, gruppo rock di culto e nicchia: una via di mezzo tra le musiche dei cartoni animati e i vecchi Pink Floyd, a dirla grossa.

Holes | Mercury Rev
(Deserter’s songs, 1998)
Sì, sembra parente di “Refugees” dei Van der Graaf Generator (vedi sopra), solo che loro sono di Buffalo, New York, e questa canzone è uscita che i Van der Graaf Generator erano sciolti da venticinque anni. Una cosa celestiale, angelica, lo hanno chiamato “dream pop”.

This is not a love song | Public Image Limited
(This is what you want ... this is what you get, 1984)
I Public Image Limited se li inventò John Lydon a Sex Pistols morti. Questo fu il loro singolo più venduto, ancora punkeggiante eppure con un riff e un tormentone appiccicosissimi. Il titolo cita evidentemente l’analoga idea di René Magritte, “Ceci n’est pas une pipe”. Ne esistono diverse versioni e arrangiamenti, tra cui una del 2004 dei Nouvelle Vague.

O superman | Laurie Anderson
(Big science, 1982)
“Ha, ha, ha, ha, ha, ha, ha...”. La cosa pazzesca è che si sia arrampicata al numero due delle classifiche inglesi al tempo. In Italia ebbe una gran promozione televisiva a Mister Fantasy, ed è rimasta indimenticabile, l’unica cosa famosa di Laurie Anderson assirme alla sua longeva convivenza con Lou Reed. Trasse ispirazione da dall’aria "Ô Souverain, ô juge, ô père" del compositore Jules Massenet, con per prime righe ("O Superman / O Judge / O Mom and Dad") che fanno eco all'aria originale. Poi Anderson se ne andò per una sua rivoluzionaria strada per otto minuti e mezzo.

Glory box | Portishead
(Dummy, 1994)
Roba che non si era mai ascoltata, all’epoca: poi divenne luogo comune del “sentimolo strano”, ma è ancora emozionante. Stessa base del coevo e vicino di casa Tricky in “Hell is round the corner”, che veniva da una vecchia cosa di Isaac Hayes . Dopo il primo disco, la cosa migliore dei Portishead fu un disco da sola di Beth Gibbons dieci anni dopo.

Baby Carni Bird | Camille
(Le fil, 2005)
Camille fece sensazione in Francia nel 2005, stravendendo un disco affascinante di esperimenti vocali aiutati da un basso e poco più. Il titolo di “Baby Carni Bird” è lo stesso di una canzone di Jean-Louis Murat, un cantante francese che lei volle prendere in giro.

Playlist


Brani citati

Lisa Germano

(1958, Mishawaka, Indiana , USA)

Lisa Germano è nata nell’Indiana da una famiglia italiana, e sa suonare un sacco di cose. Così ha collaborato con Bowie, con i Simple Minds, con gli Eels, con le Indigo Girls, e con decine di altri. Nel frattempo, faceva anche dischi suoi, di quel genere dal suono domestico e perfettino che chiamano lo-fi. Le sue cose migliori sono ballate minimali, notturne e sospirate, con qualcosa di soave e qualcosa da casetta di Hansel e Gretel.

Miamo-tutti
(Happiness, 1993)
Una microcosetta strumentale da un minuto e cinquanta a metà tra George Winston e i Massive Attack, col pianoforte in primo piano.

The darkest night of all
(Happiness, 1993)
Ninna nanna al contrario, che suona come una ninna nanna ma racconta del dramma di cercare di dormire nella notte più buia di tutte. Dolcissima e da brividi, stupenda dove lei fa “how could I ask? How could I say?”.

Cowboy
(Happiness, 1993)
Ballatina d’amore chitarra e voce, con i versi da repertorio country sul “suo cowboy” increspati all’improvviso dalla notizia che “ogni tanto però, lui piange, e pensa che io non me ne accorga”.

Slide
(Slide, 1998)
Se mi vedessi come vedo te, mi amerei?

Way below the radio
(Slide, 1998)
Il refrain “I am here, nothing much, going nowhere” premia della pazienza di averlo aspettato senza saltare alla canzone successiva del cd.

Wood floors
(Slide, 1998)
Anche qui bisogna aspettare un minuto che passi il prologo e cominci la melodia celestiale, sempre arrangiata minimamente al pianoforte e dedicata a un parquet:
Pulled the rug, under me, and you set me free / Walk around, feel the floor, who could ask for more?
Un secondo passaggio indipendente di pianoforte compare a metà e alla fine della canzone, altrettanto bello.

It’s party time
(Lullaby for liquid pig, 2003)
“Sono il sogno dei sogni di quel che ero e che potrei essere”. Non esattamente la “musica da festa” a cui uno è abituato, ma una cosa già un po’ leggera e ritmata, per i suoi standard. Tararan, tararan, tararan...

Into oblivion
(In the maybe world, 2006)
Somewhere, someone’s freezing
Somewhere I saw blue eyes believing
But all along, I need to go into oblivion,
Oblivion, I love you
Maybe it’s time we said goodbye
Ancora cose di sogni e dormire e amori finiti, che è il suo genere, con la chitarra di Johnny Marr (quello degli Smiths) a riempire di un motivo indipendente la seconda parte della canzone.


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The White Stripes

(1997, Detroit, Michigan, USA)

I primi e più creativi di un treno di bands rocchettare piombato sul mondo all’inizio del millennio (il loro primo disco è del 1999, a essere precisi): suono tradizionale, chitarra e batteria, rumorosi quando si deve e acustici quando si vuole. Sono due, Jack White e Meg White, e non sono più marito e moglie da un pezzo (tanto che negano di esserlo mai stati). Lui porta dei gran cappelli e dopo si è fidanzato sempre con certe modelle: l’ultima l’ha sposata.

You’re pretty good looking (for a girl)
(De Stijl, 2000)
Rock démodé, come quando c’erano i Kinks. Qualche anno dopo sarebbero arrivati gli Strokes, gli Hives, i Libertines, i Black Rebel Motorcycle Club, a eccitare gli appesantiti fans del rock chitarresco anni Settanta.

Fell in love with a girl
(White blood cells, 2001)
Neanche due minuti di rivisitazione del punk, con coro fulminante che vi rimane in testa per tutta la settimana. La ragazza gli dice di andare con lei al fiume, a baciarsi, e che per Bobby non è un problema. Ci vorrebbero più Bobby, al mondo.

We’re going to be friends
(White blood cells, 2001)
Ok, gran calma, mettetevi tranquilli ora. Voce e chitarra, melodia dondolante. Ricordi da primo giorno di scuola e dell’eccitazione di aver individuato un nuovo amico. Ne ha fatto una cover Jack Johnson, non a caso per la colonna sonora del cartone animato Curious George.

Dead leaves and the dirty ground
(White blood cells, 2001)
Un rocchettone sentimentale pieno di metafore e paragoni, come le foglie secche del titolo, ancora pieno di ammiccamenti ai grandi casinari del passato, dagli Who agli AC/DC. Anche se l’ascoltatore italiano nota innanzitutto il passaggio identico a “Pigro” di Ivan Graziani.

Hotel Yorba
(White blood cells, 2001)
L’Hotel Yorba è a Detroit, e si dice che la canzone sia stata scritta là: chissà cosa ci facevano in albergo, nella loro città. Secondo un’altra voce, dopo che ebbero cantato – su un formidabile ritmetto country – quanto fosse bello vedersi all’Hotel Yorba perché le stanze erano sempre tutte vuote, quelli dello Yorba si seccarono parecchio.

Seven nation army
(Elephant, 2003)
La grandezza di “Seven nation army” è dimostrata dalla sua leggendaria storia di successo da stadio. Non si è mai capito esattamente se il gigantesco riff di chitarra (sembra un basso, ma è una chitarra: e fu inventato durante le prove di un concerto australiano) sia stato trasformato in un coro da curva dai tifosi di una squadra scozzese o da quelli belgi. Ma i romanisti lo impararono da questi ultimi, lo fecero arrivare fino al palco di Sanremo quando a presentare il festival ci fu la signora Totti, e poi divenne il tormentone della vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006.
Il titolo è un equivoco infantile di Jack White, che da piccolo interpretava così l’espressione “Salvation army” (l’Esercito della Salvezza). E per chiudere con i riferimenti infantili, la musica si presta benissimo a una reinterpretazione di “Stella stellina, la notte si avvicina”.
Tante sono le cover: qui propongo quelle di Ben l'Oncle Soul, Zella Day e Scott Bradlee's Postmodern Jukebox.

I just don’t know what to do with myself
(Elephant, 2003)
Una delle più belle canzoni di Burt Bacharach, fu raccolta dai White Stripes con lo snobismo artistico tipico della band: la riarrangiarono rock, lui gridacchia un po’ troppo, ma sulla strofa non può che disciplinarsi all’originale. Il video fu diretto da Sofia Coppola (e c’era Kate Moss).

My doorbell
(Get behind me Satan, 2005)
Pezzaccio spiritosissimo: si sono buttati sul pianoforte, in una via di mezzo tra i Led Zeppelin e James Brown, e un falsetto che sintetizza Michael Jackson e Brian Johnson degli AC/DC. Un’araba fenice rock.


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Morcheeba

(1996-2014, Folkstone, Inghilterra)

I Morcheeba sono stati un gruppo musicale, esponenti del trip hop inglese degli anni novanta e duemila. Nell'ultimo periodo hanno modificato le proprie sonorità fino ad attuare una musica marcatamente pop ed elettronica.

Trigger hippie
(Who can you trust?, 1996)
Tune in, drop out of love
Pull the trigger, I'm a hippie
So said a truth, in blood
Alive and well, you push the buttons

Let me see
(Big calm, 1998)
Oh, let me see
All of the places that I can be
Oh, let me know
All of the places where we can go

The sea
(Big calm, 1998)
I left my soul there,
Down by the sea
I lost control here
Living free.

Rome wasn’t built in a day
(Fragments of freedom, 2000)
Grande ritorno dei Morcheeba dopo un anno di silenzio artistico, in una nuova veste. Il brano infatti si allontana dal trip hop e dalle atmosfere cupe che avevano caratterizzato il gruppo, per dare spazio a sonorità inedite più spensierate tipiche del pop e del rhythm and blues.

Otherwise
(Charango, 2002)
It ain't gonna hurt now
If you open up your eyes
You're making it worse now
Everytime you criticise
I'm under your curse now
But I call it compromise
I thought that you were wise
But you were otherwise


Brani citati
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Joe Henry

(1960, Charlotte, North Carolina, USA)

In giro non lo si sa molto, ma uno dei migliori musicisti contemporanei si chiama Joe Henry, ed è americano. Cantautore versatile, partito dal country-rock e approdato a dischi quasi jazz, cognato di Madonna per cui ha scritto una volta una bella canzone, e poi eclettico produttore di bei dischi altrui. Prima Solomon Burke, leggenda del soul, poi Jim White, Aimee Mann, Ani DiFranco ed Elvis Costello. Nel 1998 gli chiesero i suoi dieci dischi preferiti e lui mise al numero uno una raccolta di Paolo Conte.

00. Date for church
(Shuffletown, 1990)
Ha un andamento da innamorarsi e passeggiare per i vialetti alberati, diretti alla funzione serale. Lui ha un appuntamento in chiesa, stasera. Comincia come un’idea romantica e angelica, poi a poco poco viene fuori che sono diversi giorni che la segue e la guarda, e stasera la seguirà in chiesa ma se ne andrà prima che finisca la messa, e lei non si accorgerà che era lì. Non lo saprà mai.

AA. Drowning in the river half laughing
(Shuffletown, 1990)
“Il magistrato è ubriaco” è un verso iniziale che avrebbe potuto avere fortuna, in Italia. Ce ne sono altri, stupendi, a cominciare dal titolo, “affogando nel fiume mentre mi scappa da ridere”. Più avanti è la luna ad affogare: “the moon is losing ground, drowning in the river, and I have come to think my chest is hollow through and through”. Canzone stupenda, lenta lenta, di pianoforte e basso, con qualcosa di Tom Waits.

Good fortune
(Short man’s room, 1992)
In Short man’s room Henry si buttò più verso il country, in un momento in cui il genere veniva rivisitato molto dal giovane rock americano. Con lui suonano alcuni dei Jayhawks, e in “Good fortune” se ne sente il ritmo.

Sault Sainte Marie
(Short man’s room, 1992)
Sault Sainte Marie sono due città con lo stesso nome sulle rive opposte del fiume Saint Mary, che fa da confine tra il Canada e gli Stati Uniti: una in Ontario e l’altra in Michigan.

Buckdancer’s choice
(Kindness of the world, 1993)
Resa dei conti amorosa, da un lato all’altro della strada, con il parcheggio, i lampioni, i cani, tutto su un doppio binario di metafore e realtà. Anche in Kindness of the world suonano i due Jayhawks Perlman e Louris, assieme a Victoria Williams, cantautrice di culto americano e moglie di Mark Olson, altro Jayhawk che aveva suonato in Short man’s room.

Who would know
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Go with God
(Trampoline, 1996)
Del guardare il mondo e se stessi dalla terrazza sopra la spiaggia, quassù. Quello del banjo si chiama Mike Russell.

Stop
(Scar, 2001)
Diventerà assai più famosa quando la canterà, stravolta, la sorella di Melanie Henry, moglie di Joe. La canzone si chiamerà “Don’t tell me” e la sorella si chiamerà Madonna. Qui è un tango.

Cold enough to cross
(Scar, 2001)
Molti anni dopo, sembra tornare a “Drowning in the river half laughing”, col pianoforte e il cantato ancora più waitsiano. Dentro Scar suonano i seguenti: Ornette Coleman, Brad Mehldau, Marc Ribot, Meshell Ndegéocello. Ed è dedicato all’attore Richard Pryor (a cui è anche intitolata una canzone), allo stesso Coleman, e a Neilo Anthony Ciccone, uno di famiglia.

Widows of the revolution
(Tiny voices, 2003)
Una musica da funerale a New Orleans, per raccontare dell’attesa addolorata della moglie di un “rivoluzionario”: “un giorno sapremo che eravamo nel giusto, ma stanotte il mio uomo non è tornato”.

God only knows
(Civilians, 2007)
A un certo punto la musica di Joe Henry diviene una cosa monocorde e ipnotica, ma buona come un gelato, a cui bastano la dolcezza dei suoni e l’indulgenza della sua voce, e le canzoni non si sa più bene come fanno: nel senso che canticchiarle sotto la doccia non è facilissimo. Ma va bene così.

ascolta anche: The Jayhawks

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