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La musica che gira intorno

Voi pensate a una canzone, tipo "All by myself" di Eric Carmen. Ve la ricordate? Era quella melassa formidabile degli anni Settanta di cui non ci siamo più liberati a ogni occasione buona, una specie di “notte alta e sono sveglio” degli americani (il che la dice lunga sulle proporzioni artistiche tra noi e gli americani) che citava Rachmaninov.

E vi viene in mente quell’altra citazione classica, quella della Patetica di Beethoven nella melensa "This night" di Billy Joel. Oppure Coolio che in "C u when you get there" rifà rap le reiterazioni del Canone di Pachelbel.

E di violini e orchestre in violini e orchestre vi ricordate di Music di John Miles, capolavoro barocco del pop di trent’anni fa a cui "Winding me up" di Alan Parsons è lontanamente paragonabile.

Beh, e vogliamo parlare della versione lunga, sontuosa, di "MacArthur Park" di Donna Summer, la "MacArthur Park suite"? Della "Don’t let me be misunderstood" lunga dei Santa Esmeralda che Tarantino ha poi ripescato per la colonna sonora di Kill Bill? O dell’attacco di archi della versione lunga di "The power of love" dei Frankie Goes to Hollywood?

Ma anche la mediocre "I want your sex" di George Michael, quando poi la allungano e la rilassano, ne combina delle belle. Che le canzonette sono brevi, e spesso danno il meglio con quel che vi si appiccica per allungare: l’introduzione nella versione extended di "Smalltown boy" deiBronski Beat, la coda liberatoria di "Layla" di Eric Clapton o quella di "Sultans of swing" che i Dire Straits facevano solo dal vivo, col sassofono che uàu. E quando scopriste che nel cd c’era un’intro meravigliosa di "Your latest trick" dei Dire Straits che nel vinile non c’era?

Beh, e gli ultimi tre minuti di pianoforte nello "Stambecco ferito" di Venditti? E allora – non è una coda, no – ma vi viene in mente il momento straordinario in cui Jackson Browne passa da "The load-out" a "Stay", dove dice al pubblico “people stay, just a little bit longer…”. E poi l’entrata di "Afterglow" nel medley finale del live dei Genesis, quello post Peter Gabriel.

Voi pensate ad "All by myself" alla radio che ascoltavate da bambini. Che per annunciare cosa facevano al cinema, mettevano in sottofondo "Us and them" dei Pink Floyd, ma usavano anche un sacco "Falcon" della Rah Band e il tema di Shaft di Isaac Hayes.

Voi pensate a una canzone.


& All by myself | Eric Carmen
(Eric Carmen, 1975)
Per quelli che da ragazzi trovavano la musica classica “da vecchi”, fu una rivelazione scoprire che il passaggio chiave nella stupenda e supermelensa "All by myself" era di Rachmaninov, veniva da Concerto per pianoforte n.2, del 1901.
When I was young,
I never needed anyone
And making love was just for fun
Those days are gone

& This night | Billy Joel
(An innocent man, 1983)
Parte del brano è basata sul Secondo movimento della Sonata per pianoforte n. 8 (Patetica) di Ludwig van Beethoven (1798), che è anche accreditato tra gli autori.

& C u when you get there | Coolio
(My soul, 1997)
Coolio rifà rap le reiterazioni del Canone e giga in re maggiore di Johann Pachelbel, del 1653.

Music | John Miles
(Rebel, 1976)
Capolavoro barocco del pop di quarant’anni fa.

Winding me up | The Alan Parsons Project
(Eve, 1979)
Questa è fantastica. Suono di carica del carillon, carillon, strofa precipitosa e ritornello leggero, estivo. E poi la madre di tutti gli assoli strumentali dell’Alan Parsons Project, con il tema ripetuto in arrangiamenti crescenti: archi, flauti, pianoforte, fiati.

MacArthur Park suite | Donna Summer
(Live and More, 1978)
Formidabile supermix costruito intorno alla cover di "MacArthur Park" (scritta da Jimmy Webb nel 1968) con l’aggiunta di "One of a kind" e "Heaven knows". Diciassette minuti. MacArthur Park è a Los Angeles, per i feticisti.

MacArthur Park | Jimmy Webb
(1967)

& Don’t let me be misunderstood | Santa Esmeralda
(singolo, 1977)
Nel 1977 i Santa Esmeralda debuttarono con una versione disco di "Don’t let me be misunderstood", che saccheggiava l'arrangiamento dei The Animals ed aggiungeva ritmi ed elementi tipici della musica latino-americana. Nel 2003 la cover dei Santa Esmeralda acquistò nuova popolarità grazie al suo utilizzo nella scena finale del film Kill Bill Vol.1. Nel film infatti il duello fra la sposa e O-Ren Ishii è accompagnato da una lunga versione strumentale della canzone di oltre dieci minuti.

Don’t let me be misunderstood | The Animals
(singolo, 1965)

& The power of love | Frankie Goes To Hollywood
(Welcome to the pleasuredome, 1984) Appena uscito il doppio disco in cui erano stati inseriti i primi due singoli, fu pubblicato il terzo, di tutt’altro tenore. "The power of love" è un lento enfatico e orchestrale, di formidabile impatto cinematografico. Stavola niente sesso, niente violenza, e un’uscita alla vigilia di Natale: una mossa geniale quanto le precedenti. Nella versione di nove minuti e mezzo, del 12” c’erano un lungo prologo strumentale e un parlato di Holly Johnson preceduti da un attore che ricostruiva il breve monologo sdegnato del deejay Mike Read su "Relax" (“this record is absolutely obscene, I’m not going to play this record”).

I want your sex (Pts 1 & 2) | George Michael
(Faith, 1987)
Questa è un formidabile accrocchio dance, godibile solo nella versione di nove minuti (altrimenti perde moltissimo, ed è solo una canzoncina ripetitiva) che è all’altezza di certi spettacolari extended del tempo della disco, con fiati rhythm’n’blues e passaggi marvingayeani. Subì pesanti censure, malgrado sia un manifesto a favore della monogamia: “sex is best when it’s one-on-one”.

& Smalltown boy | Bronski Beat
(The age of consent, 1984)
Capolavoro pop, fece il botto nel 1984 con la voce formidabile di Jimi Somerville e la storia di persecuzioni di un giovane omosessuale inglese (il video rincarava indimenticabilmente la dose). La versione lunga ha tre minuti di prologo lento, imperdibili.

& Layla | Derek & The Dominos
(The History of Eric Clapton, 1972)
A quei tempi la band di Clapton si chiamava Derek and the Dominoes: si erano messi insieme dopo aver lavorato al primo disco di George Harrison. E Clapton era innamorato della moglie di George Harrison, Patti. Già. "Layla" (nome preso alla protagonista di un poema persiano) è lei, e non ne voleva sapere. E George Harrison era un grande amico di Clapton. Quindi dentro "Layla" c’è tutto questo tormento, che produce uno dei più grandi riff di chitarra della storia (creato da Duane Allman degli Allman Brothers) e la geniale invenzione della coda di pianoforte. Come se non bastasse, degli esecutori della canzone uno morì di lì a un anno, uno dieci anni dopo, e uno fu arrestato per omicidio. E Clapton passò un lungo periodo fulminato dall’eroina. Aspettate: nove anni dopo Patti ed Eric si sposarono (si separarono dopo altri nove anni, quando lui si mise con Lory del Santo). George Harrison suonò al matrimonio. Passò altro tempo, "Layla" finì sui titoli di coda di Goodfellas, e la canzone rinacque nuova, addomesticata e blues nel disco dal vivo Unplugged.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #27 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

& Sultans of swing | Dire Straits
(Dire Straits, 1978)
Fece un inatteso botto alcuni mesi dopo l’uscita del primo disco dei Dire Straits. Non ha la forma di regina delle classifiche, il ritornello praticamente non esiste, e ha un andamento monotono, ripetitivo e segnato solo dall’invadenza delle chitarre. Cose che, grazie al cielo, capitano. Negli anni, Knopfler si è divertito parecchio con l’assolo, che con la coda di pianoforte e sassofono, dura dieci minuti e passa.

Your latest trick | Dire Straits
(Brothers in arms, 1985)
Bel-lis-si-ma. Paraculissima, ruffiana, jazzata da intorto. Bel-lis-si-ma, sì. Imperdibile il prologo col sax, che su alcune versioni del vinile mancava. E come suona caramella in bocca “like a bowery-bum when he finally understand”.

Lo stambecco ferito | Antonello Venditti
(Lilly, 1975)
Dieci minuti, una storia, una suite. Il passaggio di pianoforte è all’altezza di Keith Jarrett. Bracconieri, soldi in Svizzera, allegorie, e stambecchi. «Mi ricordo che nello stadio di San Siro nel ’92, in uno stadio che aveva voglia di cantare, di essere felice, di far caciara, ho cantato Lo stambecco ferito. A volte sentire 70 mila persone ammutolire è più importante che sentirle applaudire».

& The load out / Stay | Jackson Browne
(Running on empty, 1977)
Duetto perfetto, che chiude e riassume la raccolta di registrazioni live che si chiamò Running on empty. Prima viene un fantastico racconto di vita in tournée (“dobbiamo guidare tutta la notte per uno show a Chicago, o a Detroit, chi si ricorda…”), e poi senza soluzione di continuità si sfocia nella cover di una deliziosa canzonetta degli anni Sessanta scritta da Maurice Williams, cantautore soul, a soli 13 anni. In cui Williams insisteva perché la sua fidanzatina rimanesse ancora un po’ con lui: Browne invece rivolge la preghiera al suo pubblico, parafrasando i passaggi opportuni. Con divertissements vocali e un classicissimo giro di chitarra (quello di "La gatta") a mandare tutti a casa.

Afterglow | Genesis
(Wind and wuthering, 1976) Il più bel pezzo dei Genesis post-Gabriel, straordinaria canzone conclusiva nel suono e nel testo (“come la polvere che mi si deposita attorno, devo trovare una nuova casa”), scritta da Tony Banks e amata anche dagli orfani inconsolabili di Peter Gabriel. In Three sides live Phil Collins la canta a squarciagola, travolgentemente – “oh, but I will search everywhere, just to hear your call!” – e conclude a far casino con la batteria.

Us and them | Pink Floyd
(The dark side of the moon, 1973) Noi e loro, i buoni e i cattivi, lo scontro di civiltá, la riga in mezzo: era tutto giá detto, in quest’altra cosa unica e leggendaria da The dark side of the moon.

Falcon | RAH band
(1980)
Mitico pezzone strumentale buono per mille sigle e sottofondi radiofonici nei primi anni Ottanta. Era un produttore inglese, Richard Anthony Hewson (lavorò coi Beatles, i Supertramp, Diana Ross, solo a dirne tre), e diede le sue iniziali al progetto.

Theme from Shaft | Isaac Hayes
(Shaft, 1971)
Isaac Hayes ne ha fatte parecchie, dal cantante, all’attore (era il Duca in 1997, Fuga da New York), al sostenitore di Scientology, alla voce di Chef in South Park. Ma soprattutto ha vinto un Oscar per un pezzo funkissimo e mitologico, scritto per la colonna sonora di Shaft.

Playlist

The Beatles

(1960 -1970, Liverpool, Inghilterra)

E che, vuoi fare la playlist dei Beatles? Sei scemo? E quante ne metti, settantuno? Beh, metti che questo libro capita in mano a uno giovane, giovane giovane, hai visto mai che serva anche la playlist dei Beatles... (I Beatles, caro figliuolo, sono stati i più grandi scrittori ed esecutori di canzoni della storia: erano quattro, poi a uno gli hanno sparato sotto casa e un altro è morto di malattia. Erano bravi, dammi retta.)

All my loving
(With the Beatles, 1963)
La prima canzone che eseguirono all’Ed Sullivan Show, da dove cominciarono la conquista dell’America. Un grandissimo giro di chitarra e un ritmo sensazionale. E le parole vanno via come bocce da bowling sulla pista.

I want to hold your hand
(1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #16 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

She loves you
(1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #64 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Do you want to know a secret
(Please please me, 1963)
È come George Harrison dice “closer”. È come dice “not to tèll”. È come dice “I’m in love with iù!”. Era il loro primo LP, ed erano già la più grande band della storia.

I saw her standing there
(Please please me, 1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #139 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Please please me
(Please please me, 1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #184 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

A hard day’s night
(A hard day’s night, 1964)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #153 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Can’t buy me love
(A hard day’s night, 1964)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #289 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Any time at all
(A hard day’s night, 1964)
Parte con il ritornello secco, e poi attacca la strofa, di cui suona per contrasto la perfezione: “if you need somebody to love...”. Un bel pezzo rock dei Beatles.

Help!
(Help!, 1965)
“Quando ero giovane, molto più giovane di oggi, non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno, mai.” Avete mai provato a ballarla, “Help”? Funziona benissimo. “Ma ora le cose sono cambiate, e non mi sento più così sicuro. Puoi per favore – per favore – aiutarmi?”

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #29 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Yesterday
(Help!, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #13 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ticket to ride
(Help!, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #384 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

We can work it out
(1965)
Nel 1970 Stevie Wonder fece una bella cover di questo brano.

In my life
(Rubber soul, 1965)
Domandarono a Lennon perché non parlava di sé nelle sue canzoni e lui invece di rispondere “saranno anche fatti miei” – era uno gentile – scrisse questa. Paul McCartney sostiene che la musica l’ha scritta lui, ma c’è una controversia annosa. Qualche anno fa la rivista inglese Mojo la nominò la migliore canzone di tutti i tempi. Parere condivisibile. C’è dentro tutto, e un primo verso fenomenale: “derarpleisisàirimèmber...”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #23 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Norwegian wood (This bird has flown)
(Rubber soul, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #83 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Rain
(1966)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #463 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Here, there and everywhere
(Revolver, 1966)
“To lead a better life...” Ogni tanto ci troviamo ad ascoltare “Wonderwall” degli Oasis e a dire che perfetta canzone pop sia. Ma tutto era già successo. Arrampicato sui falsetti, McCartney raccontò poi di aver cercato di imitare Marianne Faithfull.

For no one
(Revolver, 1966)
“For no one” forse è la più bella ballata di Paul McCartney con i Beatles. Dedicata alla ex fidanzata Jane Asher, lui dice di averla scritta nel bagno di un hotel sulle Alpi svizzere (ma uno che scriva una canzone alla scrivania in ufficio, dopo la pausa pranzo, mai?). Fu incisa senza John Lennon e George Harrison.

Eleanor Rigby
(Revolver, 1966)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #137 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hello, goodbye
(Magical mystery tour, 1967)

I don’t know why you say goodbye, I say hello

Strawberry fields forever
(Magical mystery tour, 1967)
Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #76 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Penny Lane
(Magical mystery tour, 1967)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #449 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All you need is love
(Magical mystery tour, 1967)
Una canzone che non è stata messa in ginocchio nemmeno da una delle peggiori e più celebri trasmissioni della tv commerciale italiana, può resistere a tutto. L’amore di cui si parla è una roba universale, da Estate dell’amore hippie: nessuna indulgenza in sentimentalismi di coppia e il senso dell’umorismo giusto per infilarci gli ottoni, la Marsigliese, e il giro di giostra conclusivo, con autocitazioni (“She loves yeah, yeah, yeah, yeah”, “Yesterday”).


Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #362 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

With a little help from my friends
(Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, 1967)
A Ringo Starr non gli facevano fare quasi mai niente, ma quando lo chiamavano era per cose speciali. Questa la cantò lui, e divenne poi doppiamente famosa nella roca e appassionata versione di Joe Cocker, uno dei momentoni del concerto di Woodstock. Ringo chiese che il verso iniziale fosse cambiato e divenisse: “cosa fareste se cantassi stonato, vi alzereste e ve ne andreste?”. L’originale – “mi tirereste dei pomodori?” – gli sembrava rischioso per le esecuzioni dal vivo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #304 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

A day in the life
(Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, 1967)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #26 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sgt. Pepper’s lonely hearts club band
(1967)


Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è il più importante album di rock & roll mai realizzato, un disco senza paragoni per concezione, suono, composizione, grafica di copertina e tecnologia di studio da parte del più grande gruppo pop di ogni tempo. Dalle regali esplosioni di ottoni e dalla chitarra distorta della canzone che lo intitola, allo stacco orchestrale e al lungo, agonizzante accordo di piano alla fine di "A Day in the Life", i 13 pezzi di questo album segnano l'apice degli otto anni dei Beatles come artisti in sala d'incisione. John, Paul, George e Ringo non furono mai più tanto intrepidi e uniti nella loro ricerca di magia e trascendenza. Pubblicato in Gran Bretagna il 1° Giugno 1967 e negli U.S.A. il giorno dopo, Sgt. Pepper è la dichiarazione definitiva di cambiamento del rock.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

Happiness is a warm gun
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

I’m so tired
(White album, 1968)
Inno degli assonnati (gemella di “I’m only sleeping”), Lennon la scrisse alle tre del mattino in India, sfinito da una maratona di meditazione. Passa perfettamente dalla fase sonnolenta e languida all’eccitazione nervosa dell’insonne che darebbe qualsiasi cosa per un po’ di riposo.
(In conclusione, c’è uno dei noti passaggi che suonati al contrario direbbero cose rivelatrici e sataniche. In questo caso: “Paul is a dead man, miss him, miss him, miss him”).

Good night
(White album, 1968)
Ninnanannona che conclude White Album, scritta da Lennon e cantata straordinariamente da Ringo Starr, assieme a un’orchestra. Gli altri Beatles dormivano.

While my guitar gently weeps
(White album, 1968)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #135 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hey Jude
(1968)
Intitolata originariamente Hey Jules e rinominata in seguito "Hey Jude" per motivi fonetici, fu scritta da McCartney per confortare Julian, il figlio di Lennon, nel momento del divorzio tra il padre e Cynthia Powell.


Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #8 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Here comes the sun
(Abbey Road, 1969)
Più che un’ultima canzone dei Beatles, una prima canzone di George Harrison, allegra e leggera e appiccicosissima come le sue. E in effetti la scrisse per conto proprio, e all’incisione Lennon neanche partecipò. Harrison aveva già cominciato a lavorare con Eric Clapton (allora nei Cream), e insieme avevano scritto “Badge” , da una cui costola nacque “Here comes the sun”.

Come together
(Abbey Road, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #202 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something
(Abbey Road, 1969)
George Harrison sapeva il fatto suo, o lo aveva imparato stando vicino a quegli altri due fenomeni. Ma siccome non se lo filavano mai, questa la pensò per Ray Charles e poi la propose a Joe Cocker. Niente. Andò a finire che la fecero i Beatles.
Se poi volete sapere chi ha scritto prima il verso “something in the way she moves” – Harrison o James Taylor – la risposta è Taylor: la sua canzone è di un anno prima, e uscì per la stessa etichetta dei Beatles.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #273 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

She came in through the bathroom window
Golden slumbers
Carry that weight
(Abbey Road, 1969)
La successione di queste tre canzoni di McCartney in Abbey Road va considerata come un unico capolavoro di salti mortali melodici e riprese inattese. Dopo il racconto rock dell’incursione (vera) di una fan nel bagno di casa McCartney, la dolcezza e il soul di “Golden slumbers” sono una delle cose migliori e più commoventi che la band abbia fatto mai (le parole citano una poesia seicentesca di Thomas Dekker). “Carry that weight” riprende un’altra chicca del disco, “You never give me your money”.

The end
(Abbey Road, 1969)


Across the universe
(Let it be, 1970)
L’onomatopea più lunga della storia del pop, in cui le parole sembrano scorrere come gocce di pioggia infinita in un bicchiere di carta: “words-are-flowing-out-like-end- less-rain-into-a-paper-cup”.

Let it be
(Let it be, 1970)
Il McCartney perfetto. Tanto da lasciare abbastanza disgustato John Lennon. I biografi sostengono che scegliesse di riferire a un ideale socialista i versi più “religiosi” della canzone (“there will be an answer”). La voce femminile è di Linda McCartney. La band a questo punto era già spappolata ed era andata in studio per soddisfare le richieste contrattuali. La Mary di cui si parla, malgrado l’andamento salmodiante della canzone, non è la Vergine Maria ma la mamma di McCartney.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #20 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The long and winding road
(Let it be, 1970)
Let it be fu l’ultimo disco dei Beatles, composto da cose registrate prima del precedente Abbey Road. Uscì che si erano già di fatto sciolti, molto rimaneggiato da Phil Spector a cui era stato affidato il materiale; e quando qualche anno fa uscirono le più scarne versioni originali i fans si divisero tra chi preferiva le une o le altre. Di certo, alcune ballate di McCartney non furono scritte con la mano sinistra di chi era alla fine di una storia. A cominciare da questa, che è facile legare alle vicissitudini della band e la cui pomposa orchestrazione spectoriana irritò molto l’autore. Spector si giustificò spiegando che nella versione originale Lennon al basso era impubblicabile. “Many times I’ve been alone...”.

Don’t let me down
(Hey Jude, 1970)
Registrata a quel giro lì, rimase fuori da Let it be per scelta di , e venne reintrodotta nella versione Naked pubblicata trent’anni dopo (intanto era uscita una raccolta). Un grande pezzo soul di Lennon, presagio delle passioni che avrebbero animato la sua successiva carriera da solista.


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Radio

James Taylor

(1948, Belmont, Massachusetts, USA)

Lui era un bravissimo cantautore sdolcinato con la chitarra (adesso è un cantautore sdolcinato con la chitarra), ma aprì un varco da cui passarono legioni di emuli da latte-alle-ginocchia, di cui la storia gli chiederà conto. Allora, però, occupò uno spazio trascurato dal rock, assieme a Joni Mitchell, Carole King, Carly Simon (due delle quali frequentò più assiduamente) e Jackson Browne. E fece grandi canzoni in un tempo in cui sembrava non bastasse: «Non sto cambiando il mondo, non devo dimostrare niente». Come si sa dalla canzone, era cresciuto in North Carolina.

Something in the way she moves
(James Taylor, 1969)
“È qualcosa nel modo in cui si muove”. Standard classico, canzone d’amore su come sto bene quando lei è qui intorno, e le cose che mi dice, anzi il modo in cui me le dice, e non importa cosa vogliano dire.
“Something in the way she moves” ispirò il più celebre primo verso di “Something” dei Beatles.

Carolina in my mind
(James Taylor, 1969)
In my mind, I’m goin’ to Carolina

Fire and rain
(Sweet baby James, 1970)
Con “Fire and rain” James Taylor diventò famoso, al suo secondo disco. E creò il modello per il chitarrista languido che viene aggredito da John Belushi al toga party di Animal house tra gli applausi del pubblico in sala. Taylor ha raccontato che la canzone parla della sua depressione giovanile, ospedali psichiatrici compresi, e della morte di un’amica, Suzanne Schnerr. Circola una leggenda drasticamente smentita da Taylor stesso sul fatto che Suzanne sia morta in un incidente aereo andando a un suo concerto (un’invenzione simile ha accompagnato in Italia le interpretazioni del testo di “Buonanotte fiorellino” di De Gregori).

Sweet baby James
(Sweet baby James, 1970)
Esercizio di canzone country – dedicato a un nipote neonato – con ritratto canonico della solitudine del cowboy, che al sorgere della luna “chiude gli occhi e canta una canzone dolcemente, ma come se qualcuno potesse sentirlo” (“as if maybe someone coud hear”, verso dal suono perfetto, come pure “there’s a song that they sing when they take to the highway”).

Hey mister, that’s me upon the jukebox
(Mud Slide Slim and the blue horizon, 1971)
“Hey, signore, sono io quello del jukebox: sono quello che canta la canzone triste. Piango ogni volta che metti una monetina”. Nel disco canta la fidanzata di Taylor di allora, Joni Mitchell.

Don’t let me be lonely tonight
(One man dog, 1972)
James Taylor non si preoccupò di cantare in un modo che fino ad allora era stato femminile, e nemmeno di cantare cose che gli uomini non cantavano, come questa preghiera all’amante che lo tira scemo: che almeno stanotte non lo lasci solo (“mentimi, ma stringimi”). Ce n’è una cover di Eric Clapton del 2001.

How sweet it is (to be loved by you)
(Gorilla, 1975)
Era di Marvin Gaye, scritta da Holland, Dozier e Holland, le galline dalle uova d’oro Motown. Ma nella storia della musica è rimasto il momento in cui Taylor dice “I just wanna stop! ...and thank you baby”.

Like everyone she knows
(New moon shine, 1991)
Aveva appena superato i quarant’anni, ma era già quasi calvo, e questo non lo aiutava a scrollarsi di dosso l’immagine del buon-vecchio-James-Taylor. Però qualcosa di forte c’era ancora, nella strofa di “Like everyone she knows” (e nel sax di Branford Marsalis: un po’ meno nel coretto femminile), la cui protagonista aspetta un amore vero da troppo tempo.


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Radio

Ed Sheeran

(1991, Halifax, Inghilterra)

Ed Sheeran ha iniziato a suonare la chitarra giovanissimo, dopo aver visto un concerto di Eric Clapton. Da lì, ha capito quale fosse la sua strada: la musica e le canzoni. Mischiando il pop al folk con qualche influenza soul, con una grande semplicità ed immediatezza compositiva sia per quanto riguarda la musica sia per quanto riguarda i testi, il giovane cantautore britannico ha scalato l’impervia scala del successo, fino alla cima.

Give me love
(+ (Plus), 2011)
Il brano inizia con una strofa dal carattere piuttosto intimistico per poi sfociare su un ritornello più incalzante. In generale, l’atmosfera del brano rimane su un registro triste e lamentoso, mentre Ed chiede semplicemente di essere amato.

The A Team
(+ (Plus), 2011)

Molte cover acustiche. Tra queste a me piacciono quelle di Daniela Andrade, Boyce Avenue e Adrees.

I see fire
(The Hobbit - The desolation of Smaug, 2013)
Ed Sheeran è anche un apprezzato compositore di colonne sonore. E infatti "I see fire" è stata composta appositamente per il film Lo Hobbit, la desolazione di Smaug. Il brano viene intonato con un tono raccolto e sommesso, creando da subito un’atmosfera enigmatica, perfetta per accompagnare le immagini intense e allo stesso tempo desolate degli scenari lunari del film.

Sing
(X (Multiply), 2014)
Per questa canzone Sheeran decide di cambiare registro e ammicca ad un funky energico, esplorando anche vocalmente e scegliendo di cantare il ritornello in falsetto. Sheeran, nella seconda strofa, sembrare strizzare l’occhio anche al rap.

Photograph
(X (Multiply), 2014)
Un semplice arpeggio di chitarra introduce questa dolcissima canzone dedicata ai bei tempi andati. I ricordi vanno custoditi e sono proprio i ricordi e un viso immortalato in una fotografia ingiallita che nutrono l’amore. Sone empre tante e spesso belle le cover acustiche dei brani di Sheeran. Ne propongo una di Boyce Avenue.

Thinking out loud
(X (Multiply), 2014)
Altro successo strepitoso, una canzone che Sheeran ha dedicato ad una ex ragazza. Molto efficace è il video che ritrae Ed mentre danza rapito con una giovane donna in un palazzo antico. La base a tratti R&B rende il brano accattivante, mentre la voce graffiante del cantante intona la melodia con grande intensità. Ovviamente esistono cover acustiche per tutti i gusti: qui propongo quelle di Jasmine Thompson, Boyce Avenue e Dylan Scott.

Perfect
(÷ (Divide), 2017)
Il cantautore sceglie un tempo più dilatato per questa romantica ballata dalle atmosfere natalizie. Pare che il brano sia dedicato alla moglie di Sheeran, sposata nel 2018 e che il cantante aveva conosciuto ai tempi della scuola. Sheeran ha interpretato questo brano in duetto con diversi artisti, tra cui Beyoncé e Bocelli, addirittura in italiano.

Shape of you
(÷ (Divide), 2017)
Con ben 4 miliardi e mezzo di visualizzazioni, questa hit incredibile fonde un sound dal ritmo esotico ad una linea melodica molto semplice ma efficace. Molto ballabile ma dai contenuti romantici, questo brano si piazza in testa a tutte le classifiche e diventa un classico pop amatissimo dal pubblico.

Happier
(÷ (Divide), 2017)
Il video di "Happier" mostra un momento di vita normale, una storia tra due innamorati che devono confrontarsi con le difficoltà dell’amore, con tutte le sue ombre e i suoi momenti di luce.

Castle on the hill
(÷ (Divide), 2017)
Un altro brano nostalgico. Sheeran racconta ricordi, frammenti di vita passata, momenti che come schegge ricompongono il mosaico del presente.

Galway girl
(÷ (Divide), 2017)
Sheeran sceglie qui un sound hip hop per le strofe molto declamate. Il ritornello invece risente dell’influenza della musica irlandese, che si inserisce con molta eleganza nella base ritmata. Sheeran infatti, di origine irlandese, ha sempre dichiarato di amare la musica tradizionale della piccola isoletta a ovest della Gran Bretagna, e la usa sovente nelle sue canzoni.

I don't care
(No. 6 collaborations project, 2019)
Allegro duetto assieme ad un’altra superstar del pop, Justin Bieber.

Beautiful people
(No. 6 collaborations project, 2019)
Con la partecipazione vocale del cantautore statunitense Khalid, molto apprezzato da Sheeran, che di lui dice: «Khalid ha una voce indubbiamente soul e sapevo che sarebbe stato perfetto per questo brano. Penso che entriamo in connessione con la canzone allo stesso modo.»


Brani citati
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Eric Clapton

(1945, Ripley, Inghilterra)

Rarissimo caso di longevo mito del rock, con tanto di casini e traversie di ogni genere, impersonato da un uomo di reticente eleganza e sobrietà. Comunque: uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, uno dei Cream, uno degli Yardbirds, uno dei Blind Faith, e uno di almeno altre quattro bands. Ma si convinse anche a cavarsela da solo.

ascolta anche: B.B. King - Jeff Beck
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Led Zeppelin

(1968 -1980, Londra, Inghilterra)

Passano come i papà dell’hard rock (e i Deep Purple le mamme), ma è un’immagine assai riduttiva: nessuno dei loro emuli ha mai saputo fare canzoni altrettanto immediate e ascoltabili (e altrettanto varie e complesse). Erano quattro, leggendari, e avevano preso il nome da una battuta di Keith Moon degli Who a proposito del progetto di una superband («bella idea, precipiterà come un dirigibile di piombo», “a lead zeppelin”). Tutto il repertorio mitico del rock degli anni Settanta – groupies, aerei privati, concerti massacranti, droga, risse, alberghi distrutti – erano loro, i Led Zeppelin. Si sono riuniti per una tournée nel 2008, con il figlio di John Bonham al suo posto.

Babe, I’m gonna leave you
(Led Zeppelin I, 1969)
Il primo disco dei Led Zeppelin, nel 1969, suggerì al rock che si poteva tenere un piede nella staffa delle ballate acustiche e uno in quella del fracasso virtuosistico, contemporaneamente: qui, in un’esecuzione lunga e teatrale della parte dell’uomo che non ce la fa a restare fermo in questo posto. “Babe I’m gonna leave you” era un pezzo folk scritto da Annie Briggs, e già cantato da Joan Baez. I Led Zeppelin lo spacciarono a lungo come “tradizionale” prima di riconoscere all’autrice ciò che era suo.

Thank you
(II, 1969)
I Led Zeppelin hanno sempre attinto molto ai canoni classici, sia per la musica che per i testi: “se il sole non splendesse più, ti amerei lo stesso”. “Thank you” fu scritta da Robert Plant per sua moglie. L’organo finale ritorna in una postilla di una manciata di secondi, dopo una lunga pausa. Ne fece poi una cover Tori Amos.

Whole lotta love
(II, 1969)
Il brano è una rielaborazione di "You need love" del bluesman Muddy Waters. Il riff della canzone è uno dei più famosi della storia del rock.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #75 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ramble on
(II, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #433 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heartbreaker
(II, 1969)
Il brano è uno dei più famosi dei Led Zeppelin e consiste in un riff ripetuto per tutta la durata della canzone che si interrompe solo quando Jimmy Page esegue l'assolo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #320 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tangerine
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.

Stairway to heaven
(IV, 1971)
Prima che i miti divenissero dinosauri, “Stairway to heaven” vinceva tutte le classifiche per la più grande canzone rock della storia. Una specie di idolo adorato, che condensava formidabilmente la passione dei fans per un bel baccano rock e la loro vena sentimentale. Allora c’era sempre quello che sapeva suonare la prima parte di “Stairway to heaven”, e di solito giravano in due: lui, e quello che sapeva rollare le canne (nel film Wayne’s world ci si scherza su, allestendo un divieto di suonare “Stairway to heaven” in un negozio di strumenti musicali). La canzone è divisa in due: una ballata che ora suona persino troppo sdolcinata, e poi uno spettacolo sensazionale di chitarre elettriche e batteria, di potenza eterna. Il titolo era una citazione biblica, ma altri riferimenti del tema spirituale sono più paganamente celtici (oltre a cose di occultismo, che hanno dato luogo a grandi speculazioni sui messaggi satanici registrati all’incontrario, le solite cose). L’attacco era stato copiato da “Taurus” degli Spirit, che avevano suonato in tournée con i Led Zeppelin.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #31 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Black dog
(IV, 1971)
Il titolo della canzone si riferisce ad un labrador retriever nero che vagava attorno agli studi di Headley Grange durante la registrazione dell'album. Il cane non ha nulla a che fare con il testo della canzone, che parla del disperato desiderio per l'amore di una donna e della felicità che da esso ne deriva.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #294 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The song remains the same
(Houses of the holy, 1973)
Jimmy Page che si diverte come un matto, in uno schitarramento leggendario. Robert Plant canta che a momenti pare Peter Gabriel ai primi tempi, grazie a un ritocco durante la produzione. “The song remains the same” divenne il titolo di un famoso film-concerto dei Led Zeppelin, ripreso al Madison Square Garden nel 1973.

The rain song
(Houses of the holy, 1973)
Una leggenda vuole che George Harrison avesse detto a Jimmy Page che i Led Zeppelin erano una grande band ma avrebbero dovuto scrivere qualche ballata romantica in più. E loro fecero “The rain song”, meravigliosa: che in effetti ha persino momenti beatlesiani, troppa grazia. Ma dura sette minuti e la sua parte più forte è quella centrale, strumentale e ipnotica.

Over the hills and far away
(Houses of the holy, 1973)
Il procedimento è ancora quello di “Stairway to heaven”. Una prima parte dolce e acustica con un grande giro di chitarra, e poi bùm!, e che bùm! E John Paul Jones che fa una grande cosa di basso. Poco tempo dopo, la voce di Plant non avrebbe più saputo raggiungere questi acuti e le esecuzioni dal vivo le avrebbero preso le misure.

D’yer mak’er
(Houses of the holy, 1973)
Un fantastico trastullo reggae, in cui John Bonham picchia sulla batteria tutto il tempo, che chissà come hanno fatto poi a spegnerlo. Il titolo viene dalla trascrizione di un intraducibile gioco di parole (si pronuncia come “jamaica”) alla base di una vecchia barzelletta.

Kashmir
(Physical graffiti, 1975)
Capolavoro ansiogeno e teatrale, tutto in salita con influenze orientali varie, e che Robert Plant ha definito la più efficace spiegazione della sua band. Quando Puff Daddy ne fece una specie di cover per la colonna sonora di Godzilla fu l’unica volta in cui i Led Zeppelin frequentarono una notorietà moderna, mentre il resto del loro repertorio è totalmente trascurato dal giro contemporaneo: per le loro canzoni nessuna cover, nessuno spot, nessuna ripresa in un film, nessun campionamento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #140 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ten years gone
(Physical graffiti, 1975)
Esibizione chitarristica che a momenti ricorda “Band on the run” dei Wings: i dieci anni di cui si par- la sono quelli passati da quando la ragazza di Robert Plant gli disse «o me o la musica». Lui scelse come si sa, ma la sogna ancora; lei va’ a sapere come si è sistemata.

Down by the seaside
(Physical graffiti, 1975)
I Led Zeppelin che si divertono a fare i Beach Boys (per la precisione, la canzone è tutta una citazione di “Down by the river” di Neil Young). Poi a un certo punto si stufano, e mettono a ferro a fuoco la spiaggia: pare di vedere i surfers in braghette che corrono a cercare rifugio dietro le sdraio. Roba di pochi secondi, come le trombe d’aria che portano via gli ombrelloni, poi torna la pace.

Fool in the rain
(In through the out door, 1979)
Papa-papà parara, papa papà parà... Al loro ultimo disco (John Bonham morirà soffocato dopo un abuso di alcool, l’anno seguente), i Led Zeppelin ormai facevano altro: pianoforte e addirittura impazzimenti carioca con i fischietti e tutto. Anche se a un certo punto gli scappava sempre la mano su chitarre e batteria.

All my love
(In through the out door, 1979)
I Led Zeppelin che fanno una canzone: con le strofe, il refrain, un suono buono per le radio, tutto quanto. Roba di tastiere, John Paul Jones in primo piano. Dedicata al figlio di Robert Plant, che era morto a cinque anni per un’infezione respiratoria.

I’m gonna crawl
(In through the out door, 1979)
Pezzone soul che concludeva l’ultimo disco della band. Anche il titolo, il testo (“I get down on my knees”) e come Plant la canta, sono tutte fedeli e sapienti citazioni del repertorio soul. Certo, poi Jimmy Page non è che lo si potesse ammanettare.


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Jack Frusciante è uscito dal gruppo

(Enrico Brizzi, 1994, Baldini & Castoldi)

Una storia rock, una storia d’amore e di «rock parrocchiale», una storia di crescita, una storia generazionale. Questo romanzo è un cult della letteratura contemporanea italiana. Ambientato negli anni Novanta, la colonna sonora contiene tutti i brani che Brizzi cita nel libro e delinea perfettamente le atmosfere ribelli adolescenziali vissute dai personaggi.

Il titolo si riferisce a un fatto realmente accaduto nel 1992: John (e non Jack!) Frusciante, l'allora chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, lascia inaspettatamente il gruppo, durante una tournée all'apice della popolarità. Fa, come si legge nel libro, "un salto fuori dal cerchio".In questo può riassumersi l'intera morale del racconto, dal momento che tutta la vicenda è imperniata sul concetto di "uscire dal gruppo" nel senso di "uscire dalla consuetudine, dagli schemi sociali".


Domenica lunatica | Vasco Rossi

Siamo solo noi | Vasco Rossi
(Siamo solo noi, 1981)
Grande manifesto di non allineamento, che si sottrae a tutti i luoghi comuni del genere: nessuno snobismo, nessuna pretesa superiorità morale, nessuna vanità, “generazione di sconvolti”. Punk di casa nostra, ribelle ma con grazia melodica.

Fegato, fegato spappolato | Vasco Rossi

Non l’hai mica capito | Vasco Rossi

Our house | Madness
(Presents the rise and fall, 1982)
Nostalgia dell’infanzia familiare e dei rituali domestici, e realismo sul fatto che siano passati. La senti e pare di vederla, la casa, il papà che va al lavoro e la mamma che gli stira la camicia. Tutto molto british.

Hurry up hurry | Sham 69

Under the bridge | Red Hot Chili Peppers
(Blood sugar sex magik, 1991)
Il ponte è quello sotto il quale il cantante Anthony Kiedis si faceva certe pere. Fu il singolo che lanciò i Red Hot Chili Peppers, che pure avevano già fatto quattro dischi. Il coro in chiusura è quello della chiesa della signora Frusciante, madre del chitarrista John.

Clash city rockers | The Clash

God save the Queen | Sex Pistols
(God save the queen, 1977)
Successe un casino. La contestazione della monarchia non era molto apprezzata, allora, almeno non con espressioni come: “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”. Fu censurata molto e venduta molto. Ufficialmente arrivò al numero due in classifica, ma si pensa che il suo primo posto effettivo sia stato opportunamente tenuto nascosto a vantaggio di “The first cut is the deepest” di Rod Stewart. Era anche l’anno del giubileo reale, e il giorno dei festeggiamenti la band suonò davanti a Westminster da una barca affittata sul Tamigi. Li arrestarono tutti. Mezza Inghilterra li odiava, un’altra mezza non vedeva l’ora che arrivassero: “no future, no future, no future for you!”.

Sexu Machina | Negu Gorriak

Anarchy in the UK | Sex Pistols
(Anarchy in the U.K., 1976)
Il primo singolo dei Sex Pistols, e uno dei loro classici, di cui una cover arrivò fin dentro alla colonna sonora di The million dollar hotel di Wim Wenders. Erano stati assunti dalla EMI, che li licenziò dopo i primi disastri che avevano combinato in giro. Il contratto con la A&M durò poi una settimana (alla festa di presentazione cercarono di farsi le segretarie e vomitarono negli uffici, cosa che era piuttosto contraria all’etichetta), e alla fine approdarono alla Virgin. Dove la canzone sembra dire “I use the enemy” (uso il nemico) il testo cita in realtà “the NME”, odiata rivista dell’establishment pop britannico. E “antichrist” non fa rima con “anarchist”, a meno di non sbagliare la pronuncia, come fa Lydon.

Comfotably numb | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Questa se la portò Gilmour dentro The wall da un suo precedente progetto solista. Nella tensione dell’opera, spartita tra ansie e disperazioni, offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding...”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe l’ha provato anche Gianfranco Fini, quella volta in Giamaica. Poi Waters, che scrisse le parole (con Gilmour smisero di parlarsi subito dopo, e avevano litigato come matti su “Comfortably numb”), spiegò che era una memoria infantile di quando si è malati e intontiti e che si riferiva a un senso di alienazione tra la band e il pubblico.
Nel 2005 ne fecero una spiritosa versione dance gli Scissors Sisters.

My way | Sid Vicious

Happy hour | The Housemartins

The sunnyside of the street | The Pogues

London calling | The Clash
(London calling, 1979)
La dichiarazione di guerra post-punk di Joe Strummer all’Inghilterra thatcheriana. Il titolo cita la frase dell’identificativo radiofonico della BBC durante la guerra, “this is London calling”. La copertina di London Calling – l’ellepì – con la foto di Pennie Smith che ritrae Paul Simonon che distrugge il basso, cita una vecchia copertina di Elvis ed è una delle icone più famose della storia del rock.

King of the Bayou | Joe Strummer

Happiness is a warm gun | The Beatles
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

Foxey lady | Jimi Hendrix
(Are you experienced?, 1967)
Tutti sbagliano sempre, ma era “Foxey”, con la “e”. «Non mi vergogno a dire che non sono capace di scrivere canzoni allegre» ha detto una volta Hendrix, spiegando che questa era l’unica. Più che una canzone allegra, è che lui se la vuole fare, a essere precisi.

Every little thing she does is magic | The Police
Ghost in the machine, 1981)
Dopo il brumoso attacco, il ritornello è una notevole sbandata di allegria pop nel curriculum dei Police, che pure mantengono alcuni loro tic originali, come il “diòòòò” in chiusura. Il verso “do I have to tell the story...” sarà citato da Sting nella sua successiva “Seven days”.

People are strange | The Doors

Libra | Diaframma


A hard rain’s a gonna fall | Eddie Brickell & The New Bohemians

I shot the sheriff | Bob Marley & The Wailers
(Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no.
(Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Lonesome, on’ry and mean | Henry Rollins

There is a light that never goes out | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra.
E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire

Holiday in Cambodia | Dead Kennedys

Always in my mind | Pet Shop Boys
(Introspective, 1988)
Una delle molte cover di una grande canzone d’amore resa celebre da Elvis, naturalmente fatta alla maniera Pet Shop Boys: con un potente frastuono intorno e un riff di tastiere aggressivo. Conquistò l’ambìto titolo di numero uno di Natale nelle classifiche inglesi, nel 1987. La versione di nove minuti contenuta in Introspective è un po’ sfinente: meglio quella del singolo.


Behind the sun | Red Hot Chili Peppers

Where is the mind? | Pixies

Sweet home Chicago | The Blues Brothers

Rhythm is a dancer | SNAP!

Rock the Casbah | The Clash
(Combat rock, 1982)
Malgrado non abbia espliciti riferimenti geografici, la storia dell’insurrezione popolare contro il divieto sul rock fu ispirata dalla notizia di una stretta in questo senso nell’Iran dell’ayatollah Khomeini. Erano i tempi in cui una band di sinistra poteva suggerire di rovesciare le dittature musulmane.
Negli ultimi anni alcuni versi sono diventati profetici, fino a diventare tormentone dei soldati americani nella guerra del Golfo.
Fu il maggiore successo commerciale dei Clash e rese celebre l’armadillo del video.

Raw power | The Stooges

White riot | The Clash

No feelings | Sex Pistols

Shiny happy people | R.E.M.

Tunnel of love | Dire Straits

Sayonara | The Pogues

Dazed and confused | Led Zeppelin

(White man) in Hammersmith Palais | The Clash

Deeper shade of soul | Urban Dance Squad

Lunedì | Vasco Rossi

Love song | Tesla

How beautiful you are | The Cure

Il mio canto libero | Lucio Battisti

Me and my friends | Red Hot Chili Peppers

Friday I’m in love | The Cure
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”. E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri: “it’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff”.

Bigmouth strikes again | The Smiths

Digging the grave | Faith No More

Ghostrider | Rollins Band

Leccaculo | Splatterpink

Il vitello dai piedi di balsa | Elio e Le Storie Tese

Playlist

Una città per cantare

Intendiamoci: queste sono “belle” canzoni dedicate a città , che se no ci stava anche "Firenze Santa Maria Novella" di Pupo o, a far posto a una donna, "Alghero" di Giuni Russo.

Genova per noi | Paolo Conte
(Paolo Conte, 1975)
Un’intera e rinomata generazione di cantautori genovesi non ha raccontato la città quanto una sola canzone, mitologica quanto le espressioni che ha inventato e incastonato nella lingua nazionale: "con quella faccia un po’ così", "il sole è un lampo giallo", "quel mare scuro che si muove anche di notte".

Rimini | Fabrizio De André
(Rimini, 1978)
Canzone di aborti: quello di Teresa, ragazza riminese che era stata messa incinta dal bagnino e che pensa il suo amore sia vittima di persecuzioni politiche, e quello di Colombo, che non ha saputo far nascere l’America, "macellata su una croce di legno".
Non regalate terre promesse a chi non le mantiene

Rimini | Les Wampas
(Rock'n'Roll Part 9, 2006)
Omaggio dei Les Wampasì, gruppo punk rock francese, al ciclista Marco Pantani, morto per overdose in un hotel della riviera romagnola dopo alcuni anni di sbandamento. "Ma che ti ha preso per andare a morire proprio a Rimini?!?".
Le soir quand l'Italie est triste Elle ressemble à Rimini.(...) Oui à côté de Rimini, même Palavas a l'air sexy Car à côté de Rimini, La Grande-Motte ressemble à Venise

Riccione | Thegiornalisti
(singolo, 2017)
Canzone scritta da Tommaso Paradiso, che con le sonorità vintage anni ottanta e, allo stesso tempo, contemporanee che caratterizzano i Thegiornalisti, racconta immagini e sensazioni di un'estate senza tempo.

Milano e Vincenzo | Alberto Fortis
(Alberto Fortis, 1979)
Quando arrivò "Milano e Vincenzo", ancora me la ricordo. Non è che ne uscissero spesso di canzoni in cui il refrain era una minaccia personale, un’apologia di reato, e uno sdoganamento dell’omicidio; e il testo una dichiarazione d’amore rivoluzionaria per la città più detestata d’Italia. Vincenzo era Vincenzo Micocci, già agente di De Gregori e di molti altri.

Milano | Lucio Dalla
(Lucio Dalla, 1979)
Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco
e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica

Innamorati a Milano | Ornella Vanoni
(singolo, 1966)
Canzone scritta da Alberto Testa e Memo Remigi e cantata da Ornella Vanoni nel 1966. Descrive l’amore di due innamorati nella città che sembrerebbe la meno romantica: “senza fiori, senza verde, senza cielo, senza niente… tra la gente, tanta gente.”

Bologna è una regola | Luca Carboni
(Pop-up, 2015)
Ballata electro-pop dalla vena malinconica. Carboni ha dichiarato: «È una canzone sulla magia e l'inquietudine della mia città. Magia che alla fine non si riesce mai a spiegare con la ragione o con le parole e rimane sempre un mistero. Un mistero che si intreccia con il destino di tanti ragazzi che qui ci nascono, ci vivono, diventano uomini e tanti altri che qui, invece, ci arrivano per l'università.»

Bologna | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
Con i luoghi comuni va a finire spesso così: che erano veri. “Bologna” celebra tutti i luoghi comuni su Bologna, e li conferma e legittima.

Venezia | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
"Stefania era bella, Stefania non stava mai male". Bellissima, triste, umida. Bellissima. Diversamente dalla gemella "Bologna", qui prevale la storia di Stefania su quella della città, ma anche questa è raccontata meravigliosamente: "La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti". E il verso terribile sul respiro che quasi inciampava nei denti.

Napul’è | Pino Daniele
(Terra mia, 1977)
“’Na tazzulella ‘e cafè” è il lato B – the dark side of the moon – del 45 giri, e di Napoli. Il lato A è una cosa che sbaraglia tutta la retorica ‘o- sole-mio-eccetera, senza arretrare di un millimetro dalla linea della canzone sentimentale e commovente, e napoletana: il più bel pezzo che sia mai stato scritto per una città, più di “New York state of mind” di Billy Joel.

A Naples il y a | Vincent Delerm
(Les piqûres d'araignée, 2006)
J'ai conservé sur moi
le souvenir d'un soir
où tu disaisA Naples il y a
peu d'endroits pour s'asseoir

Roma-Bangkok | Baby K. ft. Giusy Ferreri
(Kiss kiss bang bang, 2015)
Brano caratterizzato da influenze dancehall, reggae ed elettropop. Riguardo al testo, Baby K ha spiegato: «Racconta la mappa geografica della mia vita: Londra, Roma ed estremo Oriente, infatti, sono i posti in cui ho vissuto, che mi porto dentro ancora oggi e che, attraverso questa musica, riesco a rivivere. Considero questa canzone un inno all'estate e alla voglia di divertirsi.»

Roma capoccia | Antonello Venditti
(Theorius Campus, 1972)
Poesia vera. In romanesco. Potrà sembrare una contraddizione, a quelli che giustamente non hanno mai sopportato il fenomeno della poesia vernacolare, ma così è. Una canzone che ha generato una mezza dozzina di espressioni di culto, da “der monno ’nfame” a “e so’ piu’ vivo e so’ più bbono” a “li passeracci so’ usignoli”. E lui aveva 14 anni: molto tempo dopo sarebbe approdato a “mi chiamo Laura e sono laureata”.

Modena | Antonello Venditti
(Buona domenica, 1979)
Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui. Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi
“Modena” è bellissima. Non so di cosa parli, davvero, o fingo di non saperlo. Alcune cose sono ovvie, e commoventi («Quella canzone segnava la mia personale rottura, nel 1980, con il Pci. La scrissi sull’onda della delusione di leggere in testa alla brochure della Festa nazionale dell’Unità la scritta “Coca Cola presenta”» (da un’intervista di Carlo Moretti). Altre cose restano misteriose, e commoventi. Cioè, so di cosa parla, a me. E poi c’è quell’invenzione del sassofono di Gato Barbieri, che sta a “Modena” come quello di Danilo Tomasetta sta a “Ho visto anche degli zingari felici”. Buona domenica, l’ellepì, uscì nel 1979: quarantuno anni fa.
Ma cos’è questa nuova paura che ho? Ma cos’è questa voglia di uscire e andare via?
Da quarantuno anni, non posso passare dall’uscita di Modena senza pensare che la nostra vita è Coca Cola, fredda nella gola.

Verona beat | Gatti di vicolo Miracoli
(singolo, 1980)
Da giovani, Calà, Smaila e gli altri due fecero questa canzoncina sulla loro città, su quando erano ancora più giovani. Raccontano degli anni Sessanta, che a Verona c’era una vivace scena musicale, si sentiva l’Equipe 84 e si partecipava a uno sciopero per il Bangladesh: ma dopo un’ora si era rimasti in tre (viene da chiedersi quale dei quattro se ne fosse andato: io dico che era Smaila).

Sweet home Chicago | The Blues Brothers
(The Blues Brothers, 1980)
Famosa canzone popolare blues, riprende in parte la melodia di uno dei brani blues più noti, "Baby please don't go" cantato da Big Joe Williams nel 1935 e ripreso tra gli altri da Muddy Waters e dai Them di Van Morrison. Una cover del brano fu realizzata da Eric Clapton.

Chicago | Graham Nash
(Four way street, 1971)
Dedicata ai tumulti sessantottini di Chicago durante la convention del Partito Democratico, e al processo conseguente, invita i soci della band a tornare in città a protestare: “won’t you please come to Chicago just to sing”. Fu incisa prima nel doppio live Four way street (con l’ironica dedica al sindaco Daley), e poi registrata in studio nel disco di Nash Songs for beginners.

Chicago | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)
Non è in effetti un pezzo su Chicago, ma piuttosto un’epica personale e dolente, che racconta di una fuga di casa, una fuga da Chicago e dalla famiglia in furgone. Per raccontare la tua città e il rapporto che ti ci lega, parti da quella volta che la odiavi per forza di cose. Tanto poi tutto passa: "All things go". Chapeau. Ce ne sono altri tre arrangiamenti su The Avalanche, tutti ottimi.

Jacksonville | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)

Oh Detroit, lift up your weary head! (Rebuild! Restore! Reconsider!) | Sufjan Stevens
(Michigan, 2003)
La capitale del soul e dei motori, la Motown in tutti i sensi, raccontata come la potrebbe raccontare un ossessivo che legge l’enciclopedia. “Un tempo bel posto, ora prigione”: e poi qualche banalità e un elenco di nomi che comprende Henry Ford, la Pontiac e il wolverine, cioè il grosso mammifero unghiato che dà il nome al personaggio Marvel. Per la cronaca (e soprattutto per i nostalgici del progressive), la canzone è in nove ottavi.

Panic in Detroit | David Bowie
(Aladdin sane, 1973)
Il migliore pezzo rock di Bowie, con quell’attacco tostissimo e il tipo che “somiglia un sacco a Che Guevara e guida un furgone diesel”. Tesa e apocalittica, fu ispirata dai racconti di Iggy Pop sui tumulti di Detroit alla fine degli anni Sessanta.

AA. Philadelphia | Neil Young
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

Streets of Philadelphia | Bruce Springsteen
(Philadelphia, 1994)
Era la canzone di apertura del film di Jonathan Demme, Philadelphia, che uscì a Natale e vinse l’Oscar nel 1994, battendo "Philadelphia" di Neil Young, che era sui titoli di coda nello stesso film (bella gara: ma quella di Neil Young è più bella).

Miami 2017 (Seen the lights go out on Broadway) | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Una specie di Fuga da New York. Il disco del ritorno in città dopo un periodo californiano – aperto da “Say goodbye to Hollywood” – si chiude con una fantasia di fine del mondo sulla città. La Miami del titolo è la città dove ha trovato rifugio il narratore dopo la distruzione di New York. La versione migliore è quella che introduce il bellissimo disco dal vivo che si chiama Songs in the attic. La canzone assunse un significato inquietante e rinnovato nei giorni dopo l’11 settembre (“I saw the Empire State laid low”): Joel la cantò al famoso concertone benefico del Madison Square Garden, assieme a “New York state of mind”.

New York state of mind | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Altro che la città che non dorme mai e tutte quelle fregnacce. La poesia migliore su New York è que-sta, scritta da uno che è-la-sua-città, scritta in un periodo in cui ci era appena tornato dopo tre anni dall’altra parte (“seen all the movie stars”). Pochi fuochi d’artificio, e invece un gran pianoforte, un autobus sulla linea dell’Hudson, il New York Times, Chinatown, e la città vera.

I love L.A. | Randy Newman
(Trouble in paradise, 1983)
Anche qui c’era dell’ironia, nel cantare l’odio per New York e Chicago e l’amore per le bellezze di Los Angeles (ragazze, Beach Boys, autostrade e “tutti sono così felici perché c’è sempre il sole”). Ma l’ironia si perse e “I love L.A.” diventò un discreto successo, soprattutto come inno olimpico e della squadra dei Lakers.

New York City boy | Pet Shop Boys
(Nightlife, 1999)
A forza di ammirare e imitare i Village People, i Pet Shop Boys divennero i Village People: quasi più Village People degli originali.
So young, so wrong, it’s New York city!

Leaving New York | REM
(Around the sun, 2004)
Un’altra canzone scritta dall’aeroplano, questa volta sulla costa opposta rispetto a “Electrolite”: dedicata alla seconda città di adozione di Michael Stipe, con un attacco del refrain stupendo: “you might have laughed if I told you...”.

New York City serenade | Bruce Springsteen
(The wild, the innocent and the E street shuffle, 1973)
Sensazionale introduzione di pianoforte e un pezzone che parte languidissimo e poi diventa una specie di suite di dieci minuti.

New York, New York | Liza Minnelli
New York, New York
I want to wake up in that city
that never sleeps
and find I'm king of the hill

San Francisco | Village People
(San Francisco, 1977)
Celebrazione della città dove si poteva tutto, ai tempi in cui si poteva tutto, prima che arrivasse l’apocalisse a rinchiudere tutti in casa.

San Francisco (Be sure to wear flowers in your hair) | Scott McKenzie
(singolo, 1967)
Canzone pubblicata nel giugno del 1967 per promuovere il Festival di Monterey, fu subito una hit. Il testo diceva "Se stai andando a San Francisco, sii sicuro di avere qualche fiore tra i capelli"). La canzone è apparsa in molti film, tra i quali Il laureato e Forrest Gump.

San Diego serenade | Tom Waits
(The heart of saturday night, 1974)
Tom Waits che si traveste da Billy Joel. «Parla di una ragazza, tanto tempo fa. Ero pazzo di lei. Anche suo marito». E anche: «L’ho scritta pensando a Ray Charles, pensando che gli sarebbe piaciuto cantarla. Non so perché. Non l’ho mai conosciuto».

Walking in Memphis | Marc Cohen
(Marc Cohen, 1991)
Saw the ghost of Elvis on Union Avenue
Followed him up to the gates of Graceland
Then I watched him walk right through
Now security they did not see him
Anche Cher ne ha fatto una cover.

Parigi | Paolo Conte
(Paris milonga, 1981)
«Ci sono due amanti che si incontrano e rapidamente finiscono in un piccolo hotel, e tutto si raccoglie intorno alla frase: "intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Francia". Mentre a me italiano è piaciuta questa frase quando l’ho scritta, mi suonava bene (perché la Francia è, per me italiano, l’estero), quando ho avuto la possibilità di soffermarmi su una traduzione in francese perché un francese la cantasse, mi sono accorto che al traduttore dava fastidio pronunciarla, così come a me avrebbe dato fastidio dire “pioggia, pioggia, pioggia e Italia”. Ho provato a dire al traduttore: e se dicessi “intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Olanda”? – Risposta: sì, sì, va benissimo».

Paris | The Chainsmokers
(Memories ... do not open, 2017)
We were staying in Paris
To get away from your parents

Paris latino | Bandolero
(singolo, 1983)
Brano disco-funk-rap che ebbe un grande successo in Europa all'epoca. Il testo è un miscuglio di francese, spagnolo e inglese.

San Tropez | Pink Floyd
(Meddle, 1971)
"San Tropez" (scritto san) è una canzone di Roger Waters, con un andamento tra Burt Bacharach e gli Steely Dan. Una leggenda a lungo tramandata vuole che un verso dica "making a day for Rita Pavone", cosa di cui si era vantata anche l’interessata. In realtà è "making a date for later by phone".

Deauville sans Trintignant | Vincent Delerm
(Vincent Delerm, 2002)
Elle repense à ce film
Qui se passe à Deauville
C'est un peu décevant
Deauville sans Trintignant

Evreux | Vincent Delerm
(Kensington Square, 2004)
Vincent Delerm è un cantautore francese (tra i miei preferiti), figlio dello scrittore Philippe Delerm, l'autore di La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita. Vincent Delerm è nato a Evreux.

Vienna | Ultravox
(Vienna, 1980)
"Vienna" fu una strepitosa invenzione degli Ultravox, una canzone marziale, strana abbastanza da affascinare mezza Europa e rendere riconoscibile la band. Elettronica e gravità notturne, vistose affinità estetiche con il film Il terzo uomo, vera new wave, il canto appassionato di Midge Ure“this means nothing to me!” – a celebrare miti e decadenze della città.

Budapest | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Barcelona | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Lugano addio | Ivan Graziani
(I lupi, 1977)
«Si tratta di una storia abbastanza semplice di un ragazzo del sul e di una ragazza del nord, chiaramente si innamorano il che è una cosa normalissima, ma si innamora sopratutto di quello che lei rappresenta cioè quello che è il mondo, che è totalmente diverso dal suo.» Cosi diceva Ivan in un documentario della Rai, presentando il brano. Nel brano viene citata "Addio a Lugano", una popolare canzone anarchica scritta da Pietro Gori nel gennaio 1895.

Firenze - Canzone triste | Ivan Graziani
(Viaggi e intemperie, 1980)
Storia d’amore sfortunata ruotante intorno a tre personaggi che vivono in una città non loro per ragioni di studio. La ballata si dipana in un continuo dialogo tra il soggetto narrante e il Barbarossa, soprannome dello studente di filosofia irlandese, rimasti senza la donna contesa, dal momento in cui lei getta nell'Arno i suoi disegni con l’intenzione di tornarsene a casa sua. E quando anche il Barbarossa se ne tornerà in Irlanda con la sua laurea in filosofia, non ci sarà davvero più nessuno a parlargli di lei, come se non fosse mai esistita.

Lei, lui, Firenze | Brunori Sas
(Poveri Cristi vol.2, 2011)
Ancora Firenze, ancora una cosa a tre: la città, lui e lei.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Philadelphia | Neil Young