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Ma libera veramente

Chi ascolta la radio sa che nel meccanismo delle “oldies”, i vecchi pezzi che nella programmazione vengono mescolati alle noiose e omologate playlist usa e getta, ci sono dei classici immarcescibili. Canzoni che sembrano fatte apposta per essere trasmesse alla radio nei secoli dei secoli, amen.

You | Ten Sharp
(Under the waterline, 1991)
Erano due olandesi: nessuno li aveva sentiti nominare prima e nessuno li ha più sentiti dopo, almeno a sud di Eindhoven. Ma “You” e il suo giro di tastiere fecero il giro del mondo e vendettero 18 milioni di copie.

Captain of her heart | Double
(Blue, 1986)
Anche i Double erano due, ma svizzeri. La canzonetta per cui sono famosi fa molto frivolezza anni Ottanta ma era davvero bella: pop jazzato con gran pianoforte e sassofono.

Hold the line | Toto
(Toto, 1978)
Il primo singolo dei Toto, e non fecero mai più niente che lo superasse, in termini di equilibrio tra enfasi rock e melensaggine melodica: col pianoforte tutto su un dito e il gran riff di chitarra. Una delle cose più radiofoniche che siano mai arrivate sulla scrivania di un compilatore di scalette.

While you see a chance | Steve Winwood
(Arc of a diver, 1981)
“When some cold tomorrow finds you, when some sad old dreams reminds you...”. A Will Jennings si può perdonare di aver scritto le micidiali canzoni di Titanic (quella di Céline Dion) e di Ufficiale e gentiluomo solo sapendo che fu coautore con Winwood dei versi perfetti di “While you see a chance” (ha scritto anche “Tears in heaven” di Clapton). La celestiale introduzione fu un accidente improvvisato in studio dopo che Winwood aveva cancellato per sbaglio la traccia di batteria prevista (nel disco suonava tutto lui). “Find romance, fake it”, è un po’ lo stesso concetto di “Quando non sai, inventa” dei Peanuts.

Falcon | RAH band
(1980)
Mitico pezzone strumentale buono per mille sigle e sottofondi radiofonici nei primi anni Ottanta. Era un produttore inglese, Richard Anthony Hewson (lavorò coi Beatles, i Supertramp, Diana Ross, solo a dirne tre), e diede le sue iniziali al progetto.

Baby come back | Player
(1977)
“Torna bambina: mi ero sbagliato, non posso vivere senza di te”. “Baby come back” arrivò al numero uno in America. I Player erano di Los Angeles. Il bassista era Ronn Moss, che poi divenne ancor più celebre come protagonista di Beautiful. Cialtronissima e imbattibile la pausa finale su “I was wrong, and I just can’t live...”.

Glad | Traffic
(John Barleycorn must die, 1970)
Strumentale jazzato in accelerazione continua e mille invenzioni, diventato con merito una delle più abusate sigle radiofoniche. Ma anche perfetto per quei film sugli anni Settanta dove vengono mostrate feste di stonati e bicchieri vuoti, tutto in una fumaglia colorata.

Tempted | Squeeze
(East side story, 1981)
“Ho comprato lo spazzolino, il dentifricio...”. Stupenda canzonetta appiccicosissima da un disco del 1981 prodotto da Elvis Costello. Gli Squeeze da noi non se li è mai filati nessuno, ma ci suonavano alcune figure amatissime presso il pop anglosassone (Jools Holland, Chris Difford, Glenn Tilbrook, e poi Paul Carrack, che aveva suonato con i Roxy Music).

Read’em and weep | Meat Loaf
(Dead ringer, 1981)
“Leggili e piangi”, sono i miei occhi. La scrisse Jim Steinman, lo storico socio di Meat Loaf, che ci mette tutto se stesso con vette di kitsch sublimi. Andò forte in una disdicevole cover di Barry Manilow.

Theme from Shaft | Isaac Hayes
(Shaft, 1971)
Isaac Hayes ne ha fatte parecchie, dal cantante, all’attore (era il Duca in 1997, Fuga da New York), al sostenitore di Scientology, alla voce di Chef in South Park. Ma soprattutto ha vinto un Oscar per un pezzo funkissimo e mitologico, scritto per la colonna sonora di Shaft.

Playlist


Brani citati

Stevie Wonder

(1950, Saginaw, Michigan, USA)

Arrivato all’apice di una sensazionale carriera, Stevie Wonder viene intervistato sulla sua incredibile esperienza; alla fine dell’intervista la giornalista esita un momento e poi, superato l’imbarazzo, gli chiede:
- «Mi perdoni se lo domando, ma pensa che avrebbe avuto ancora più chances se non fosse nato cieco?»
- «Si figuri: grazie a Dio non sono nato negro!»


I was made to love her
(I was made to love her, 1967)
La scrisse assieme alla mamma e la portò al numero due in classifica che ancora non aveva diciassette anni (il suo primo numero uno l’aveva fatto a 13: ormai era navigato). Nello stesso anno la incisero anche i Beach Boys.

I’d cry
(I was made to love her, 1967)
“I’d cry” è una festa allegra – malgrado il titolo e il testo: lui minaccia di piangere se lei lo lascia – che gira intorno a un circo di fiati e meriterebbe maggior fama, da piazzarlo tra le cose più note di Wonder.

For once in my life
(For once in my life, 1968)
For once in my life I have someone who needs me
Someone I've needed so long
For once, unafraid, I can go where life leads me
Somehow I know I'll be strong

Signed sealed and delivered
(Signed sealed and delivered, 1970)
Prima canzone prodotta interamente da Wonder, oltre che la prima canzone ad essere supportata dal coro femminile delle Wonderlove. Inoltre è il primo brano a procurare al cantante una nomination ai Grammy Awards, anche se poi il premio andò a un altro.

Superstition
(Talking book, 1972)
Che la superstizione sia drammaticamente contagiosa lo dimostrano le parole dell’autore, che per spiegare la sua critica ai superstiziosi, sostenne che “la cosa peggiore è che più sei superstizioso più ti capitano cose brutte”. L’aveva scritta per Jeff Beck, ma poi ci lavorò ancora e incise la sua versione, pubblicandola un mese prima di quella di Beck, che non fu contento. Fu eseguita per la prima volta dal vivo durante un leggendario tour di Wonder con i Rolling Stones. L’attacco è un missile, comunque.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #74 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

I believe (when I fall in love it will be forever)
(Talking book, 1972)
Accendini, e si dondola.

You are the sunshine of my life
(Talking book, 1972)
You are the sunshine of my life
That’s why I’ll always be around,
You are the apple of my eye,
Forever you’ll stay in my heart.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #281 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tuesday heartbreak
(Talking Book, 1972)
Tuesday heartbreak seem to be unfair,
Cause you say that you found another man.

Living for the city
(Innervisions, 1973)
Fatica, violenza, povertà, discriminazione, e coraggio, dignità, tenacia dei neri d’America. Metà cantata, metà recitata, arrangiamento formidabile.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #104 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Don’t you worry ‘bout a thing
(Innervisions, 1973)
Ritmetto festaiolo e raccomandazione di non preoccuparsi di niente: ridivenne famoso e ballatissimo anni dopo nella cover degli inglesi Incognito.

Higher ground
(Innervisions, 1973)
La canzone è stata poi reinterpretata dai Red Hot Chili Peppers con gran successo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #445 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Joy inside my tears
(Songs in the key of life, 1976)
Songs in the key of life è considerato uno dei più grandi dischi di tutti i tempi (il settimo, nella classifica del canale televisivo VH1, concorrente americano di MTV). Doppio LP, Wonder ci tirò dentro Herbie Hancock, George Benson, e Michael Sembello (quello di “Maniac”, già). “Joy inside my tears” è una stupenda ballatona che si trascina appassionata per minuti e minuti.

Sir Duke
(Songs in the key of life, 1976)
Ancora una volta un buon incipit è metà dell’opera: questo è immortale. Le trombe sono Steve Madaio e Raymond Maldonado, che dopo potrebbero anche aver venduto gelati per il resto della loro vita (ma fate caso anche alla flemma ironica del batterista Raymond Pounds, mentre quelli impazzano). “The king of all Sir Duke” è Duke Ellington (“Sir Duke” è il nome di un suo disco del 1946).

Isn’t she lovely
(Songs in the key of life, 1976)
Il concorso per la migliore canzone in festeggiamento della nascita di un proprio bambino (a cui partecipano Jovanotti e molti altri) è stravinto da Stevie Wonder. Lei è Aisha, “less than one minute old”: grande ritmo, e ci sta anche il vagito finale che sarebbe stato imbarazzante in qualsiasi altro luogo.

Happy birthday
(Hotter than july, 1980)
Il festeggiato è Martin Luther King, postumamente. Stevie Wonder scrisse la canzone per la campagna per proclamare festa nazionale la data di nascita – 15 gennaio – del leader dei diritti dei neri (fu poi sancita nel 1983). Ciò che venne fuori fu un’allegra canzonetta di auguri.

Master blaster (Jammin')
(Hotter than july, 1980)
Il brano, costruito su una base reggae, è un’ode al leggendario Bob Marley.

Part-time lover
(In square circle, 1985)
“I’ve got some things that I must tell”: il guaio con questa canzone è che una volta ne ho ascoltata una versione in cui il giro iniziale era ripetuto in loop per un minuto buono, ed era uno spasso. A questo punto delle mie disperate ricerche mi sono rassegnato a che fosse un’invenzione artigianale del deejay, inedita.

Chemical love
(Jungle fever, 1991)
Una delle canzoni di Wonder per la colonna sonora di Jungle fever di Spike Lee, ha un gran ritmo e se la prende con il consumo di certe cose chimiche.

I just called to say I love you
(The woman in red, 1994))
Una delle canzoni di Wonder per la colonna sonora di La signora in rosso. Il brano è una ballata romantica abbastanza ritmata, in cui Wonder descrive come qualunque giornata ordinaria può diventare magica, se si confessano i propri sentimenti alla persona amata. Si tratta di una delle canzoni più “semplici” di Stevie Wonder, lontana dalle sperimentazioni anni ‘70, e pienamente in linea con lo stile anni '80, fatto di sintetizzatori e drum machine.


Brani citati
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Marvin Gaye

(1939, Washington, Columbia, USA – 1984, Los Angeles, California, USA)

Un genio, e un figo della Madonna. Titolare di uno dei dischi più importanti nella storia del soul. A tre anni cantava col coro della chiesa, poi ebbe tutti casini del mondo con le donne, la droga e la discografia, e a 45 anni suo padre, reverendo, gli sparò. Un genio, e un figo della Madonna.

Ain’t no mountain high enough
(United, 1967)
“Listen, baby...”. Questa cosa che per vedersi Marvin Gaye e Tammi Terrell – che allora abitavano probabilmente in due eleganti appartamenti del centro e non erano esattamente i tipi del taglialegna e della bella lavanderina – dovessero scavalcare dei passi montani e guadare dei fiumi, non è credibilissima.

I heard it through the grapevine
(I heard it through the grapevine, 1968)
Beh, un mito, anche se l’hanno infilata in tutti i film e gli spot del mondo, compreso uno per le uvette (è anche uno dei molti tesori della colonna sonora perfetta, quella del Grande Freddo): ma con quell’attacco lì, si può vendere qualsiasi cosa. Nell’anno prima che convincessero il signor Motown, Barry Gordy, a farla cantare a Gaye, la canzone era stata già data a parecchi altri. Ma con lui divenne il singolo più venduto nella storia della Motown. Una delle più grandi canzoni sulla rivelazione dell’esistenza dell’altro, assieme a “Fiori rosa, fiori di pesco”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #80 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Mercy mercy me (The ecology)
(What’s going on, 1971)
What’s going on è un album mitologico per la storia del soul: invece che farsi passare dalla Motown le solite canzoni scritte da qualcun altro il giorno prima o vent’anni prima, Marvin Gaye se le scrisse da sé. Un disco di ballabili e al tempo stesso di testi, considerazioni, posizioni forti. “Mercy mercy me” è – come dice il sottotitolo – una canzone ambientalista. “Mercy mercy me, things ain’t what they used to be”. La base è una grandissima invenzione, e soprattutto quel giro di chitarra che non è la prima cosa che se ne percepisce. E la canzone stessa è organizzata in modo anomalo e nuovo: nessun ritornello e l’assolo di sassofono nel finale, che si sospende improvvisamente senza che la voce rientri, con quella chiusa un po’ da Scooby Doo.

What’s going on
(What’s going on, 1971)
La title-track affrontava invece più genericamente i drammi del mondo, odi e guerre, proponendo la generica ma infallibile soluzione dell’amore: “You’ve got to find the way to bring some lovin’ here today”. Lo stesso dubbio e la stessa domanda del titolo, tradotti, sarebbero stati espressi anni dopo da Roberto Benigni con la battuta “o icché c’è?”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #4 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Let’s get it on
(Let’s get it on, 1973)
Attacco degno di Otis Redding, e “uuuuh!”. Poi sesso sesso sesso – la sua nuova ragazza aveva diciassette anni – anche se “sono caldo come un forno” l’avrebbe conservata per la successiva “Sexual healing”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #167 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

If I should die tonight
(Let’s get it on, 1973)
Sei lì disteso con il tuo partner, o con qualcuno che non conosci molto bene, mentre Marvin ti informa che come avete fatto sesso adesso, non lo farete mai più, per il resto della vostra vita. Qualsiasi esperienza successiva è destinata ad essere talmente deludente che vi conviene cavarvi subito da quella spirale mortale. Questo è un insopportabile fardello per la coppia. E sicuramente inibisce le consuete attività post-coitali: sonno, caccia al calzino o al telecomando, scambio di indirizzi email (falsi), eccetera eccetera.

da 31 Songs di Nick Hornby

I want you
(I want you, 1976)
Poi lui era bravo a fare questo: un grande sottofondo ritmico ante-lounge e trascinarci molto le sillabe sopra.

Got to give it up
(Live at the London Palladium, 1977)
La madre di tutte le canzoni di gridolini – Michael Jackson doveva ancora fare “Don’t stop ‘til you get enough” – e gli fece fare il colpo più grosso della sua carriera fino ad allora, piste da ballo comprese. La versione originale pubblicata in appendice a un disco dal vivo era di dodici minuti, e Gaye ci aveva improvvisato sopra anche la percussione di una bottiglia di succo di pompelmo.

Sexual healing
(Midnight Love, 1982)
Probabilmente la più celebre e definitiva canzone da pomicio – a dire il meno – di tutti tempi. Eravamo finiti negli anni Ottanta, e Marvin Gaye ci mise il piede dentro con questa roba di “come on, come on, come on” e un video che rincarava la dose (quello con l’infermiera). Quasi tutto quello che si sente, lo suona Marvin Gaye, e il resto il chitarrista Gordon Banks.
Molto 'gettonata' su Spotify una versione remix da Kygo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #231 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

La brutta morte di Marvin Gaye
Il padre di Marvin Gaye, Marvin Gay senior (suo figlio aveva aggiunto una “e” al cognome di famiglia), era stato pastore della Chiesa Ebrea Pentecostale di un sobborgo di Washington, ma i racconti su di lui lo mostravano come un pastore piuttosto stravagante, con un debole per gli abiti femminili. Col successo musicale del figlio sviluppò una forte invidia e un senso di competizione che peggiorarono le tensioni tra i due, che secondo alcuni risalivano a violenze domestiche infantili.
Nel 1983, subito dopo il rinnovato successo di Midnight love, Marvin Gaye era tornato a vivere con i suoi a Los Angeles dopo un lungo periodo passato a Ostenda, in Belgio. Era tormentato da abusi costanti di cocaina e uno stato di paranoia arcinoto nello show-business: era convinto che qualcuno volesse ucciderlo, girava sempre con molte guardie del corpo e spesso indossava un giubbotto antiproiettile. Nella sua stanza nascondeva molte armi, e il primo aprile del 1984 gliene fu trovata una anche nella tasca dell’accappatoio che indossava da diversi giorni. Suo padre si affacciò sulla soglia per cercare sua madre, ma disse di non voler entrare. Marvin fece l’offeso e gli rispose di non tornare mai più. I due litigarono, e continuarono a farlo fino nella stanza del più vecchio. La signora Gay trascinò Marvin di nuovo nella sua camera, dove lui le disse che se ne sarebbe andato da quella casa, perché il padre lo odiava. In quel momento, Marvin senior riapparve nella stanza e sparò a suo figlio al petto una volta, e poi di nuovo, da più vicino. Il giorno seguente Marvin Gaye avrebbe compiuto 45 anni.

Brani citati
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The Big Chill

Il grande freddo è un film del 1983 diretto da Lawrence Kasdan, che rappresenta uno spaccato della generazione del Sessantotto e della contestazione giovanile.

Per il funerale di Alex, suicidatosi senza motivo apparente, nella villa del vecchio compagno Harold e della moglie Sara, viene invitato un gruppo di ex compagni di college. Dopo avere condiviso i sogni e le aspirazioni negli anni sessanta, gli amici si sono persi di vista per circa quindici anni e si ritrovano all'inizio degli anni ottanta, cambiati nelle aspirazioni e nelle aspettative. L'incontro è l'occasione per ricordare i sogni della giovinezza e confrontarli con il presente, ristabilire rapporti e crearne di nuovi: Karen, delusa dal proprio matrimonio con Richard, ravviva una vecchia e latente fiamma con Sam, attore fresco di divorzio; Michael, logorroico giornalista scandalistico, tenta senza successo d'offrirsi a tutte le donne disponibili; la giovane Chloe, ragazza di Alex, forse troverà un nuovo amore in Nick, psicologo introverso e segnato dall'esperienza in Vietnam e dalla droga; l'avvocatessa rampante Meg, che desidera un figlio ma non ha un compagno, forse l'avrà da Harold, con la complicità di Sarah, che si sente ancora in colpa per avere tradito il marito cinque anni prima con Alex.

La colonna sonora, scelta personalmente dal regista e dalla moglie, racchiude alcuni dei grandi successi americani degli anni sessanta, in particolare dell'etichetta soul Motown.


I heard it through the grapevine | Marvin Gaye
(I heard it through the grapevine, 1968)
Beh, un mito, anche se l’hanno infilata in tutti i film e gli spot del mondo, compreso uno per le uvette: ma con quell’attacco lì, si può vendere qualsiasi cosa. Nell’anno prima che convincessero il signor Motown, Barry Gordy, a farla cantare a Gaye, la canzone era stata già data a parecchi altri. Ma con lui divenne il singolo più venduto nella storia della Motown. Una delle più grandi canzoni sulla rivelazione dell’esistenza dell’altro, assieme a “Fiori rosa, fiori di pesco”.
Al minuto 0:01. Sara inizia a piangere. I principali protagonisti vengono introdotti attraverso una serie di brevi riprese.

You can’t always get what you want | The Rolling Stones
(Let it bleed, 1969)
Fenomenale. Lo era già prima di entrare dentro nuovi cuori grazie alla scena del funerale che apre Il grande freddo, con tutto il coro del London Bach Choir (in alcune versioni è tagliato, e la canzone parte dalla chitarra). Poi tira avanti per sette minuti e mezzo di effettiva ascensione al cielo, in palese eccezione al titolo.
Al minuto 0:12. Scena del funerale in chiesa, con Karen che suona il brano con l'organo. Il brano si evolve poi da strumentale all'originale dei Rolling Stones, mentre tutti vanno al cimitero.

Tell him | The Exciters
(singolo, 1962)
Al minuto 0:25. Dopo che Michael ha incontrato Chloe, scene di tutti che disfano le valigie.

A whiter shade of pale | Procol Harum
(Procol Harum, 1967)
Nessuno ha ancora capito cosa accidenti volesse dire (se lo chiedevano anche in The commitments, il film), ma fu l’emblema dell’Estate dell’Amore hippie e rimase una delle canzoni più famose e riprodotte della storia. C’è soul, rock e musica classica assieme (Bach è citato esplicitamente), senza indulgere in sinfonismi à la Queen. “We skip the light fandango...”.

The tracks of my tears | Smokey Robinson & The Miracles
(Going to a go-go, 1965)
Al minuto 0:27. Meg parla di un caso giudiziario e Michael di giornalismo, mentre tutti gironzolano intorno.

Good Lovin' | The Young Rascals
(The Young Rascals, 1966)
Al minuto 0:42. In giro con la jeep.

Ain't yoo proud to beg | The Temptations
(Gettin' ready, 1966)
I Rolling Stones registrarono una versione della canzone per il loro album It's only rock 'n' roll nel 1974.
Al minuto 0:53. Harold mette questo disco e tutti ballano mentre puliscono la cucina.

My girl | The Temptations
(The Temptations sing Smokey, 1965)
Il brano fu scritto e prodotto da Smokey Robinson e portato per la prima volta al successo dai Temptations. Molte sono le cover successive, tra cui quella di Otis Redding.
Al minuto 0:54. Seduti sul divano a fumare uno spinello.

Wouldn’t it be nice | The Beach Boys
(Pet sounds, 1966)
La prima traccia di un disco – Pet sounds – considerato uno dei più importanti della storia del rock. Dopo due minuti ci sono già abbastanza melodie per quattro canzoni. Rivoluzionaria anche nel testo, che dopo tutta l’epica del giovanilismo surfistico suggerisce invece come sarebbe bello essere già vecchi e passare giorni e notti assieme e tranquilli come fa tutto il mondo.

Quicksilver girl | Steve Miller Band
(Sailor, 1968)
Al minuto 0:58. Richard dorme sul divano, mentre Nick e Meg provano delle scarpe.

The weight | The Band
(Music form Big Pink, 1968)
"The weight" è una canzone del 1968 del gruppo canadese The Band. Il brano è tra i più celebri della controcultura della fine degli anni sessanta.
Al minuto 1:01. Meg si prepara un caffè e fuma una sigaretta, mentre Nick e Meg continuano a provarsi delle scarpe.

Gimme some lovin' | The Spencer Davis Group
(Autumn '66), 1966)
Brano del gruppo rock britannico The Spencer Davis Group, di cui faceva parte anche Steve Winwood. Tuttavia molti credono sia invece dei Blues Brothers, perché nel 1980 ne fecero una cover nella colonna sonora del film omonimo. Il riff di base della canzone è stato preso da "(Ain't That) A Lot of Love" di Homer Banks.
Al minuto 1:10. Il match di football.

Bad moon rising | Creedence Clearwater Revival
(Green river, 1969)
Per uno come Fogerty che era così affascinato dai luoghi intorno a New Orleans, una canzone che predice ogni sventura naturale e suggerisce di chiudersi in casa, parve poi piuttosto anticipatrice. Metaforicamente, invece, è buona per tutto. Il verso “there’s a bad moon on the rise” è da sempre confuso dagli ascoltatori con “there’s a bathroom on the right” (il bagno è in fondo a destra).
Al minuto 1:18. Sam e Harold suonano questa canzone mentre sono in giro in jeep.

When a man loves a woman | Percy Sledge
(The Best of Percy Sledge, 1966)
Il brano fu scritto dallo stesso Percy Sledge e fu un grande successo negli anni sessanta. Nel 1991 Michael Bolton registrò una cover del brano, che fece guadagnare a Bolton un Grammy per la miglior interpretazione vocale maschile.
Al minuto 1:22. Sara guarda Harold che passa il telefono a Meg, poi tutti parlano del biglietto di addio di Alex.

(You make me feel like) A natural woman | Aretha Franklin
(singolo, 1967)
Canzone scritta per Aretha Franklin dalla cantautrice americana Carole King, che poi la cantò nel 1971 nel suo album Tapestry. Il brano diventato un classico della musica americana.
Al minuto 1:29. Michael fa riprese con la sua cinepresa, Meg e Harold sono seduti sul letto.

In the midnight hour | Wilson Pickett
(In the midnight hour, 1965)
Il primo successo di Pickett, e rimase il più celebre. Fu registrato a Memphis con tutto il suo storico attacco di fiati. Lui aspetta la mezzanotte, così finalmente sarà solo con lei.
Al minuto 1:32. Chloe da a Nick la giacca di Alex, mentre Sam e Karen e anche Harold e Meg fanno sesso.

I second that emotion | Smokey Robinson & The Miracles
(singolo, 1967)
Brano scritto da Smokey Robinson e da lui portato per primo al successo nel 1967, replicato due anni dopo dalla versione di Diana+Ross & The Supremes con i Temptations.
Al minuto 1:34. Harold va a fare una corsa, Sara lo guarda dalla finestra, mentre Chloe dorme.

Joy to the world | Three Dog Night
(Naturally, 1970)
Il brano è quello che inizia con il verso "Jeremiah was a bullfrog", cioè Geremia era una rana toro. Nella sua canzone natalizia omonima del 1994, Mariah Carey fa uso dei un campionamento del brano dei Three Dog Night.
Al minuto 1:37. Titoli di coda.

Altri 4 brani compaiono nei due album 'ufficiali' della colonna sonora del 1983 (The Big Chill) e del 1984 (More songs from The Big Chill) .

It's the same old song | Four Tops
(Four Tops' second album, 1965)

Dancing in the street | Martha and the Vandellas
(singolo, 1964)
Brano musicale scritto da William "Mickey" Stevenson e Marvin Gaye nel 1964, divenne uno dei maggiori successi del gruppo Martha and the Vandellas. Ne hanno fatto un duetto anche David Bowie e Mick Jagger nel 1985.

What’s going on | Marvin Gaye
(What’s going on, 1971)
La canzone affrontava genericamente i drammi del mondo, odi e guerre, proponendo la generica ma infallibile soluzione dell’amore: “You’ve got to find the way to bring some lovin’ here today”.

Too many fish in the sea | The Marvelettes
(singolo, 1964)

Playlist

Brani citati

La musica che gira intorno

Voi pensate a una canzone, tipo "All by myself" di Eric Carmen. Ve la ricordate? Era quella melassa formidabile degli anni Settanta di cui non ci siamo più liberati a ogni occasione buona, una specie di “notte alta e sono sveglio” degli americani (il che la dice lunga sulle proporzioni artistiche tra noi e gli americani) che citava Rachmaninov.

E vi viene in mente quell’altra citazione classica, quella della Patetica di Beethoven nella melensa "This night" di Billy Joel. Oppure Coolio che in "C u when you get there" rifà rap le reiterazioni del Canone di Pachelbel.

E di violini e orchestre in violini e orchestre vi ricordate di Music di John Miles, capolavoro barocco del pop di trent’anni fa a cui "Winding me up" di Alan Parsons è lontanamente paragonabile.

Beh, e vogliamo parlare della versione lunga, sontuosa, di "MacArthur Park" di Donna Summer, la "MacArthur Park suite"? Della "Don’t let me be misunderstood" lunga dei Santa Esmeralda che Tarantino ha poi ripescato per la colonna sonora di Kill Bill? O dell’attacco di archi della versione lunga di "The power of love" dei Frankie Goes to Hollywood?

Ma anche la mediocre "I want your sex" di George Michael, quando poi la allungano e la rilassano, ne combina delle belle. Che le canzonette sono brevi, e spesso danno il meglio con quel che vi si appiccica per allungare: l’introduzione nella versione extended di "Smalltown boy" deiBronski Beat, la coda liberatoria di "Layla" di Eric Clapton o quella di "Sultans of swing" che i Dire Straits facevano solo dal vivo, col sassofono che uàu. E quando scopriste che nel cd c’era un’intro meravigliosa di "Your latest trick" dei Dire Straits che nel vinile non c’era?

Beh, e gli ultimi tre minuti di pianoforte nello "Stambecco ferito" di Venditti? E allora – non è una coda, no – ma vi viene in mente il momento straordinario in cui Jackson Browne passa da "The load-out" a "Stay", dove dice al pubblico “people stay, just a little bit longer…”. E poi l’entrata di "Afterglow" nel medley finale del live dei Genesis, quello post Peter Gabriel.

Voi pensate ad "All by myself" alla radio che ascoltavate da bambini. Che per annunciare cosa facevano al cinema, mettevano in sottofondo "Us and them" dei Pink Floyd, ma usavano anche un sacco "Falcon" della Rah Band e il tema di Shaft di Isaac Hayes.

Voi pensate a una canzone.


& All by myself | Eric Carmen
(Eric Carmen, 1975)
Per quelli che da ragazzi trovavano la musica classica “da vecchi”, fu una rivelazione scoprire che il passaggio chiave nella stupenda e supermelensa "All by myself" era di Rachmaninov, veniva da Concerto per pianoforte n.2, del 1901.
When I was young,
I never needed anyone
And making love was just for fun
Those days are gone

& This night | Billy Joel
(An innocent man, 1983)
Parte del brano è basata sul Secondo movimento della Sonata per pianoforte n. 8 (Patetica) di Ludwig van Beethoven (1798), che è anche accreditato tra gli autori.

& C u when you get there | Coolio
(My soul, 1997)
Coolio rifà rap le reiterazioni del Canone e giga in re maggiore di Johann Pachelbel, del 1653.

Music | John Miles
(Rebel, 1976)
Capolavoro barocco del pop di quarant’anni fa.

Winding me up | The Alan Parsons Project
(Eve, 1979)
Questa è fantastica. Suono di carica del carillon, carillon, strofa precipitosa e ritornello leggero, estivo. E poi la madre di tutti gli assoli strumentali dell’Alan Parsons Project, con il tema ripetuto in arrangiamenti crescenti: archi, flauti, pianoforte, fiati.

MacArthur Park suite | Donna Summer
(Live and More, 1978)
Formidabile supermix costruito intorno alla cover di "MacArthur Park" (scritta da Jimmy Webb nel 1968) con l’aggiunta di "One of a kind" e "Heaven knows". Diciassette minuti. MacArthur Park è a Los Angeles, per i feticisti.

MacArthur Park | Jimmy Webb
(1967)

& Don’t let me be misunderstood | Santa Esmeralda
(singolo, 1977)
Nel 1977 i Santa Esmeralda debuttarono con una versione disco di "Don’t let me be misunderstood", che saccheggiava l'arrangiamento dei The Animals ed aggiungeva ritmi ed elementi tipici della musica latino-americana. Nel 2003 la cover dei Santa Esmeralda acquistò nuova popolarità grazie al suo utilizzo nella scena finale del film Kill Bill Vol.1. Nel film infatti il duello fra la sposa e O-Ren Ishii è accompagnato da una lunga versione strumentale della canzone di oltre dieci minuti.

Don’t let me be misunderstood | The Animals
(singolo, 1965)

& The power of love | Frankie Goes To Hollywood
(Welcome to the pleasuredome, 1984) Appena uscito il doppio disco in cui erano stati inseriti i primi due singoli, fu pubblicato il terzo, di tutt’altro tenore. "The power of love" è un lento enfatico e orchestrale, di formidabile impatto cinematografico. Stavola niente sesso, niente violenza, e un’uscita alla vigilia di Natale: una mossa geniale quanto le precedenti. Nella versione di nove minuti e mezzo, del 12” c’erano un lungo prologo strumentale e un parlato di Holly Johnson preceduti da un attore che ricostruiva il breve monologo sdegnato del deejay Mike Read su "Relax" (“this record is absolutely obscene, I’m not going to play this record”).

I want your sex (Pts 1 & 2) | George Michael
(Faith, 1987)
Questa è un formidabile accrocchio dance, godibile solo nella versione di nove minuti (altrimenti perde moltissimo, ed è solo una canzoncina ripetitiva) che è all’altezza di certi spettacolari extended del tempo della disco, con fiati rhythm’n’blues e passaggi marvingayeani. Subì pesanti censure, malgrado sia un manifesto a favore della monogamia: “sex is best when it’s one-on-one”.

& Smalltown boy | Bronski Beat
(The age of consent, 1984)
Capolavoro pop, fece il botto nel 1984 con la voce formidabile di Jimi Somerville e la storia di persecuzioni di un giovane omosessuale inglese (il video rincarava indimenticabilmente la dose). La versione lunga ha tre minuti di prologo lento, imperdibili.

& Layla | Derek & The Dominos
(The History of Eric Clapton, 1972)
A quei tempi la band di Clapton si chiamava Derek and the Dominoes: si erano messi insieme dopo aver lavorato al primo disco di George Harrison. E Clapton era innamorato della moglie di George Harrison, Patti. Già. "Layla" (nome preso alla protagonista di un poema persiano) è lei, e non ne voleva sapere. E George Harrison era un grande amico di Clapton. Quindi dentro "Layla" c’è tutto questo tormento, che produce uno dei più grandi riff di chitarra della storia (creato da Duane Allman degli Allman Brothers) e la geniale invenzione della coda di pianoforte. Come se non bastasse, degli esecutori della canzone uno morì di lì a un anno, uno dieci anni dopo, e uno fu arrestato per omicidio. E Clapton passò un lungo periodo fulminato dall’eroina. Aspettate: nove anni dopo Patti ed Eric si sposarono (si separarono dopo altri nove anni, quando lui si mise con Lory del Santo). George Harrison suonò al matrimonio. Passò altro tempo, "Layla" finì sui titoli di coda di Goodfellas, e la canzone rinacque nuova, addomesticata e blues nel disco dal vivo Unplugged.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #27 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

& Sultans of swing | Dire Straits
(Dire Straits, 1978)
Fece un inatteso botto alcuni mesi dopo l’uscita del primo disco dei Dire Straits. Non ha la forma di regina delle classifiche, il ritornello praticamente non esiste, e ha un andamento monotono, ripetitivo e segnato solo dall’invadenza delle chitarre. Cose che, grazie al cielo, capitano. Negli anni, Knopfler si è divertito parecchio con l’assolo, che con la coda di pianoforte e sassofono, dura dieci minuti e passa.

Your latest trick | Dire Straits
(Brothers in arms, 1985)
Bel-lis-si-ma. Paraculissima, ruffiana, jazzata da intorto. Bel-lis-si-ma, sì. Imperdibile il prologo col sax, che su alcune versioni del vinile mancava. E come suona caramella in bocca “like a bowery-bum when he finally understand”.

Lo stambecco ferito | Antonello Venditti
(Lilly, 1975)
Dieci minuti, una storia, una suite. Il passaggio di pianoforte è all’altezza di Keith Jarrett. Bracconieri, soldi in Svizzera, allegorie, e stambecchi. «Mi ricordo che nello stadio di San Siro nel ’92, in uno stadio che aveva voglia di cantare, di essere felice, di far caciara, ho cantato Lo stambecco ferito. A volte sentire 70 mila persone ammutolire è più importante che sentirle applaudire».

& The load out / Stay | Jackson Browne
(Running on empty, 1977)
Duetto perfetto, che chiude e riassume la raccolta di registrazioni live che si chiamò Running on empty. Prima viene un fantastico racconto di vita in tournée (“dobbiamo guidare tutta la notte per uno show a Chicago, o a Detroit, chi si ricorda…”), e poi senza soluzione di continuità si sfocia nella cover di una deliziosa canzonetta degli anni Sessanta scritta da Maurice Williams, cantautore soul, a soli 13 anni. In cui Williams insisteva perché la sua fidanzatina rimanesse ancora un po’ con lui: Browne invece rivolge la preghiera al suo pubblico, parafrasando i passaggi opportuni. Con divertissements vocali e un classicissimo giro di chitarra (quello di "La gatta") a mandare tutti a casa.

Afterglow | Genesis
(Wind and wuthering, 1976) Il più bel pezzo dei Genesis post-Gabriel, straordinaria canzone conclusiva nel suono e nel testo (“come la polvere che mi si deposita attorno, devo trovare una nuova casa”), scritta da Tony Banks e amata anche dagli orfani inconsolabili di Peter Gabriel. In Three sides live Phil Collins la canta a squarciagola, travolgentemente – “oh, but I will search everywhere, just to hear your call!” – e conclude a far casino con la batteria.

Us and them | Pink Floyd
(The dark side of the moon, 1973) Noi e loro, i buoni e i cattivi, lo scontro di civiltá, la riga in mezzo: era tutto giá detto, in quest’altra cosa unica e leggendaria da The dark side of the moon.

Falcon | RAH band
(1980)
Mitico pezzone strumentale buono per mille sigle e sottofondi radiofonici nei primi anni Ottanta. Era un produttore inglese, Richard Anthony Hewson (lavorò coi Beatles, i Supertramp, Diana Ross, solo a dirne tre), e diede le sue iniziali al progetto.

Theme from Shaft | Isaac Hayes
(Shaft, 1971)
Isaac Hayes ne ha fatte parecchie, dal cantante, all’attore (era il Duca in 1997, Fuga da New York), al sostenitore di Scientology, alla voce di Chef in South Park. Ma soprattutto ha vinto un Oscar per un pezzo funkissimo e mitologico, scritto per la colonna sonora di Shaft.

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