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Prince

(1958-2016, Minneapolis, Minnesota, USA)

Per un po’ lo contrapposero a Michael Jackson, demone contro cherubino (poi si vide che le cose erano più complicate). Dopo però lo celebrarono come il genio che era, un innovatore di pop e soul, inventore di cose che ancora gli altri stanno copiando. Lui allora si annoiò di se stesso e fece stranezze commerciali imperdonabili per lo show business. Dovrebbe essere un mito, è uno dimenticato: se non fosse mai esistito e arrivasse oggi, sbancherebbe ancora con le stesse canzoni. E qualsiasi playlist gli va sempre troppo stretta.

ascolta anche: Michael Jackson - Stevie Wonder - Earth, Wind & Fire - Terence Trent D'Arby
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One Hit Wonders - Prima degli anni Novanta

“One Hit Wonder”, letteralmente “un colpo fantastico”, è il termine universalmente conosciuto con il quale vengono indicate le cosiddette “meteore musicali”, ovvero quelle canzoni, o quegli artisti, che hanno brillato una sola stagione e dei quali poi si sono perse le tracce.

Prima degli anni Novanta


Venus | Shoking Blue
(At home, 1969)
Nel 1969, gli Shoking Blue, quartetto di rock psichedelico olandese ottenne un successo planetario con un singolo divenuto famosissimo: “Venus”. Chi non ha mai canticchiato: “She’s got it Yeah, baby, she’s got it, I’m your Venus, I’m your fire, At your desire?”.

You to me are everything | The Real Thing
(Real Thing, 1976)
Hit del gruppo soul britannico The Real Thing. Marina Rei nel 1997 ne face una versione in italiano, con il titolo "Primavera".

My Sharona | The Knack
(Get the Knack, 1979)
Clamoroso tormentone estivo in tutto il mondo, caratterizzato da un riff chitarristico che ha fatto storia. Una curiosità: la Sharona della canzone esiste davvero. È la ragazza che appare sulla copertina del singolo, la quale, adesso, fa l’agente immobiliare.

Video killed the radio stars | The Buggles
(The age of plastic, 1980)
Grandissimo successo di fine anni ’70 ad opera di un gruppo inglese che annoverava fra i suoi componenti due musicisti, Trevor Horn (voce, chitarra) e Geoffrey Downes (tastiere) che di lì a poco sarebbero entrati a far parte del ben più famoso gruppo progressive degli Yes. “Video killed the radio stars” può essere considerata a tutti gli effetti la canzone spartiacque fra la musica “dance” degli anni ’70 e quella – più spiccatamente elettronica – degli anni ’80.

AA. Giddy up a gogo | Ad Visser ft Daniel Sahuleka
(1982)
Musicista, ma soprattutto scrittore e vj, l’olandese Ad Visser pescò il jolly nel 1982 con questa canzone incisa con la voce del cantante indonesiano Daniel Sahuleka.

Maniac | Michael Sembello
(Flashdance, OST, 1983)
Michael Sembello, pur avendo nella sua carriera collaborato con artisti del calibro di Stevie Wonder, Michael Jackson, Donna Summer etc. arrivò alla notorietà nel 1983 quando la sua canzone “Maniac” entrò a far parte della colonna sonora del film Flashdance.

Captain of her heart | Double
(Blue, 1986)
Anche i Double erano due, ma svizzeri. La canzonetta per cui sono famosi fa molto frivolezza anni Ottanta ma era davvero bella: pop jazzato con gran pianoforte e sassofono.

BB. À caus’ des garçons | À caus’ des garçons
(1987)
Un tiro, un centro. Musicata da Alain Chamfort, uno dei nomi di punta del pop francese degli ultimi 40 anni, è stata più volte coverizzata, pur restando un successo simbolo di quegli anni, effimero quanto piacevolissimo.

C’est la ouate | Caroline Loeb
(C’est la ouate, 1987)
Umoristico inno alla pigrizia che nel 1986 schizza in testa alle classifiche europee.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Giddy up a gogo | Ad Visser ft Daniel Sahuleka


BB. À caus’ des garçons | À caus’ des garçons

Nirvana

(1987 – 1994, Aberdeen, Washington, USA)

I Nirvana furono la band manifesto del grunge, quella cosa di ribellismo e ritorno alla purezza ruvida del rock che andò per la maggiore in tutto il mondo negli anni Novanta a partire dall’America nord occidentale (il sound di Seattle, si diceva anche). Se la sarebbero battuta con i Pearl Jam, ma Kurt Cobain era biondo, stava con Courtney Love, e si sparò, che per l’eternità rock è una cosa che vale mille punti. Se fosse vivo, sostengono alcuni, oggi sarebbe un grande cantautore pop.

About a girl
(Bleach, 1989)
Kurt Cobain sentiva un sacco i Beatles, allora, e stava con Tracy Marander, che lavorava in un bar e guadagnava per entrambi. Nel primo disco dei Nirvana “About a girl” è la canzone più melodica, ma nel successivo Unplugged in New York ce ne sarà una versione più lenta e cupa. Il titolo – molto beatlesiano – pare sia nato quando l’allora batterista dei Nirvana chiese a Cobain di che parlasse, e lui rispose “di una ragazza”.

Smells like teen spirit
(Nevermind, 1991)
Questa sta in tutte le classifiche delle riviste specializzate, insieme a “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin e “One” degli U2. È la canzone ufficiale del successo del grunge. Il titolo si riferisce a un deodorante della Colgate, Teen spirit, e nacque da una scritta sul muro che un’amica dedicò a Cobain: “Kurt smells like teen spirit”. Cobain – che poi disse di non amare la canzone – sostenne che allora non sapeva del deodorante e che gli piaceva il significato letterale dello slogan.
L’attacco di chitarra è leggendario, ma il passaggio migliore – più dei fonemi comici urlati nel ritornello: “a mulatto, an albino, a mosquito, my libido” – è “hello, hello, hello, how low?”.
Ne esiste una bella cover ‘acustica’ di Tori Amos.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #9 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

In bloom
(Nevermind, 1991)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #407 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Come as you are
(Nevermind, 1991)
Dopo che si fu sparato, sentire Cobain cantare “and I swear that I don’t have a gun”, avrebbe avuto per sempre un altro effetto. “Come as you are” suona molto simile a un pezzo dei Killing Joke del 1985, “Eighties”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #445 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something in the way
(Nevermind, 1991)
C’è qualcosa dei Joy Division nella spettrale esecuzione minimale di “Something in the way” (che cita un aneddoto mai accreditato della vita di Cobain: lui raccontava di aver vissuto per un po’ sotto un ponte). Fu usata drammaticamente in Jarhead, il film di Sam Mendes sulla Guerra del Golfo.

Nevermind
(1991)
Favole di successo immediato degli anni ‘90, il secondo album dei Nirvana e il suo totemico primo singolo "Smells Like Teen Spirit", uscirono dritti dall'underground del Nordovest - la nascente scena grunge di Seattle - per scalciare Michael Jackson dalla cima della classifica di Billboard e per far sparire dalla circolazione l'hair metal.
In anni recenti nessun album ha avuto un impatto simile su una generazione, una nazione di adolescenti diventati punk di colpo e un effetto così catastrofico sul suo principale artefice (il peso del successo portò Kurt Cobain a suicidarsi nel 1994).
Ma i riff taglienti, il canto caustico e la scrittura deviante e obliqua di Kurt, più il contributo di corposa potenza alla Pixies / Led Zeppelin del bassista Krist Novoselic e del batterista Dave Grohl restituirono al Rock & Roll la purezza guerriera.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #17 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

All apologies
(In utero, 1993)
L’ultima canzone dell’ultimo disco dei Nirvana, prima che il fantasma di Kurt Cobain riapparisse a cadavere caldo con la pubblicazione di Unplugged in New York (dove suonava ancora più definitiva): “che altro posso dire? Solo scuse. Che posso scrivere? Non ne ho il diritto. Vorrei essere come voi, che vi accontentate di poco”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #455 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heart-shaped box
(In utero, 1993)
«La ragazza gli aveva fatto arrivare un regalo attraverso Dave, il batterista di allora. Era una scatola rossa a forma di cuore. All’esterno era piena di decorazioni floreali e dentro c’erano pigne, conchiglie, una bambola e un servizio da tè per la bambola. Kurt era rimasto molto colpito e scrisse su un pezzo di carta delle parole che avrebbe poi messo in una delle sue canzoni. Sono rimasto chiuso per delle settimane nella tua scatola a forma di amore, scrisse» (Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo, Einaudi).

Polly
(MTV Unplugged in New York, 1994)
I Nirvana suonarono in diverse occasioni a sostegno di associazioni contro la violenza sulle donne. “Polly” è ispirata alla storia vera di una ragazzina di quattordici anni sequestrata e violentata di ritorno da un concerto a Tacoma, Washington.

The man who sold the world
(MTV Unplugged in New York, 1994)
Era la canzone che dava il titolo al terzo disco di David Bowie, uscito nel 1970. Un quarto di secolo dopo diventò la cosa più efficace e sorprendente del disco unplugged pubblicato pochi mesi dopo la morte di Kurt Cobain.


Brani citati
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The White Stripes

(1997, Detroit, Michigan, USA)

I primi e più creativi di un treno di bands rocchettare piombato sul mondo all’inizio del millennio (il loro primo disco è del 1999, a essere precisi): suono tradizionale, chitarra e batteria, rumorosi quando si deve e acustici quando si vuole. Sono due, Jack White e Meg White, e non sono più marito e moglie da un pezzo (tanto che negano di esserlo mai stati). Lui porta dei gran cappelli e dopo si è fidanzato sempre con certe modelle: l’ultima l’ha sposata.

You’re pretty good looking (for a girl)
(De Stijl, 2000)
Rock démodé, come quando c’erano i Kinks. Qualche anno dopo sarebbero arrivati gli Strokes, gli Hives, i Libertines, i Black Rebel Motorcycle Club, a eccitare gli appesantiti fans del rock chitarresco anni Settanta.

Fell in love with a girl
(White blood cells, 2001)
Neanche due minuti di rivisitazione del punk, con coro fulminante che vi rimane in testa per tutta la settimana. La ragazza gli dice di andare con lei al fiume, a baciarsi, e che per Bobby non è un problema. Ci vorrebbero più Bobby, al mondo.

We’re going to be friends
(White blood cells, 2001)
Ok, gran calma, mettetevi tranquilli ora. Voce e chitarra, melodia dondolante. Ricordi da primo giorno di scuola e dell’eccitazione di aver individuato un nuovo amico. Ne ha fatto una cover Jack Johnson, non a caso per la colonna sonora del cartone animato Curious George.

Dead leaves and the dirty ground
(White blood cells, 2001)
Un rocchettone sentimentale pieno di metafore e paragoni, come le foglie secche del titolo, ancora pieno di ammiccamenti ai grandi casinari del passato, dagli Who agli AC/DC. Anche se l’ascoltatore italiano nota innanzitutto il passaggio identico a “Pigro” di Ivan Graziani.

Hotel Yorba
(White blood cells, 2001)
L’Hotel Yorba è a Detroit, e si dice che la canzone sia stata scritta là: chissà cosa ci facevano in albergo, nella loro città. Secondo un’altra voce, dopo che ebbero cantato – su un formidabile ritmetto country – quanto fosse bello vedersi all’Hotel Yorba perché le stanze erano sempre tutte vuote, quelli dello Yorba si seccarono parecchio.

Seven nation army
(Elephant, 2003)
La grandezza di “Seven nation army” è dimostrata dalla sua leggendaria storia di successo da stadio. Non si è mai capito esattamente se il gigantesco riff di chitarra (sembra un basso, ma è una chitarra: e fu inventato durante le prove di un concerto australiano) sia stato trasformato in un coro da curva dai tifosi di una squadra scozzese o da quelli belgi. Ma i romanisti lo impararono da questi ultimi, lo fecero arrivare fino al palco di Sanremo quando a presentare il festival ci fu la signora Totti, e poi divenne il tormentone della vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006.
Il titolo è un equivoco infantile di Jack White, che da piccolo interpretava così l’espressione “Salvation army” (l’Esercito della Salvezza). E per chiudere con i riferimenti infantili, la musica si presta benissimo a una reinterpretazione di “Stella stellina, la notte si avvicina”.
Tante sono le cover: qui propongo quelle di Ben l'Oncle Soul, Zella Day e Scott Bradlee's Postmodern Jukebox.

I just don’t know what to do with myself
(Elephant, 2003)
Una delle più belle canzoni di Burt Bacharach, fu raccolta dai White Stripes con lo snobismo artistico tipico della band: la riarrangiarono rock, lui gridacchia un po’ troppo, ma sulla strofa non può che disciplinarsi all’originale. Il video fu diretto da Sofia Coppola (e c’era Kate Moss).

My doorbell
(Get behind me Satan, 2005)
Pezzaccio spiritosissimo: si sono buttati sul pianoforte, in una via di mezzo tra i Led Zeppelin e James Brown, e un falsetto che sintetizza Michael Jackson e Brian Johnson degli AC/DC. Un’araba fenice rock.


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Marvin Gaye

(1939, Washington, Columbia, USA – 1984, Los Angeles, California, USA)

Un genio, e un figo della Madonna. Titolare di uno dei dischi più importanti nella storia del soul. A tre anni cantava col coro della chiesa, poi ebbe tutti casini del mondo con le donne, la droga e la discografia, e a 45 anni suo padre, reverendo, gli sparò. Un genio, e un figo della Madonna.

Ain’t no mountain high enough
(United, 1967)
“Listen, baby...”. Questa cosa che per vedersi Marvin Gaye e Tammi Terrell – che allora abitavano probabilmente in due eleganti appartamenti del centro e non erano esattamente i tipi del taglialegna e della bella lavanderina – dovessero scavalcare dei passi montani e guadare dei fiumi, non è credibilissima.

I heard it through the grapevine
(I heard it through the grapevine, 1968)
Beh, un mito, anche se l’hanno infilata in tutti i film e gli spot del mondo, compreso uno per le uvette (è anche uno dei molti tesori della colonna sonora perfetta, quella del Grande Freddo): ma con quell’attacco lì, si può vendere qualsiasi cosa. Nell’anno prima che convincessero il signor Motown, Barry Gordy, a farla cantare a Gaye, la canzone era stata già data a parecchi altri. Ma con lui divenne il singolo più venduto nella storia della Motown. Una delle più grandi canzoni sulla rivelazione dell’esistenza dell’altro, assieme a “Fiori rosa, fiori di pesco”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #80 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Mercy mercy me (The ecology)
(What’s going on, 1971)
What’s going on è un album mitologico per la storia del soul: invece che farsi passare dalla Motown le solite canzoni scritte da qualcun altro il giorno prima o vent’anni prima, Marvin Gaye se le scrisse da sé. Un disco di ballabili e al tempo stesso di testi, considerazioni, posizioni forti. “Mercy mercy me” è – come dice il sottotitolo – una canzone ambientalista. “Mercy mercy me, things ain’t what they used to be”. La base è una grandissima invenzione, e soprattutto quel giro di chitarra che non è la prima cosa che se ne percepisce. E la canzone stessa è organizzata in modo anomalo e nuovo: nessun ritornello e l’assolo di sassofono nel finale, che si sospende improvvisamente senza che la voce rientri, con quella chiusa un po’ da Scooby Doo.

What’s going on
(What’s going on, 1971)
La title-track affrontava invece più genericamente i drammi del mondo, odi e guerre, proponendo la generica ma infallibile soluzione dell’amore: “You’ve got to find the way to bring some lovin’ here today”. Lo stesso dubbio e la stessa domanda del titolo, tradotti, sarebbero stati espressi anni dopo da Roberto Benigni con la battuta “o icché c’è?”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #4 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Let’s get it on
(Let’s get it on, 1973)
Attacco degno di Otis Redding, e “uuuuh!”. Poi sesso sesso sesso – la sua nuova ragazza aveva diciassette anni – anche se “sono caldo come un forno” l’avrebbe conservata per la successiva “Sexual healing”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #167 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

If I should die tonight
(Let’s get it on, 1973)
Sei lì disteso con il tuo partner, o con qualcuno che non conosci molto bene, mentre Marvin ti informa che come avete fatto sesso adesso, non lo farete mai più, per il resto della vostra vita. Qualsiasi esperienza successiva è destinata ad essere talmente deludente che vi conviene cavarvi subito da quella spirale mortale. Questo è un insopportabile fardello per la coppia. E sicuramente inibisce le consuete attività post-coitali: sonno, caccia al calzino o al telecomando, scambio di indirizzi email (falsi), eccetera eccetera.

da 31 Songs di Nick Hornby

I want you
(I want you, 1976)
Poi lui era bravo a fare questo: un grande sottofondo ritmico ante-lounge e trascinarci molto le sillabe sopra.

Got to give it up
(Live at the London Palladium, 1977)
La madre di tutte le canzoni di gridolini – Michael Jackson doveva ancora fare “Don’t stop ‘til you get enough” – e gli fece fare il colpo più grosso della sua carriera fino ad allora, piste da ballo comprese. La versione originale pubblicata in appendice a un disco dal vivo era di dodici minuti, e Gaye ci aveva improvvisato sopra anche la percussione di una bottiglia di succo di pompelmo.

Sexual healing
(Midnight Love, 1982)
Probabilmente la più celebre e definitiva canzone da pomicio – a dire il meno – di tutti tempi. Eravamo finiti negli anni Ottanta, e Marvin Gaye ci mise il piede dentro con questa roba di “come on, come on, come on” e un video che rincarava la dose (quello con l’infermiera). Quasi tutto quello che si sente, lo suona Marvin Gaye, e il resto il chitarrista Gordon Banks.
Molto 'gettonata' su Spotify una versione remix da Kygo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #231 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

La brutta morte di Marvin Gaye
Il padre di Marvin Gaye, Marvin Gay senior (suo figlio aveva aggiunto una “e” al cognome di famiglia), era stato pastore della Chiesa Ebrea Pentecostale di un sobborgo di Washington, ma i racconti su di lui lo mostravano come un pastore piuttosto stravagante, con un debole per gli abiti femminili. Col successo musicale del figlio sviluppò una forte invidia e un senso di competizione che peggiorarono le tensioni tra i due, che secondo alcuni risalivano a violenze domestiche infantili.
Nel 1983, subito dopo il rinnovato successo di Midnight love, Marvin Gaye era tornato a vivere con i suoi a Los Angeles dopo un lungo periodo passato a Ostenda, in Belgio. Era tormentato da abusi costanti di cocaina e uno stato di paranoia arcinoto nello show-business: era convinto che qualcuno volesse ucciderlo, girava sempre con molte guardie del corpo e spesso indossava un giubbotto antiproiettile. Nella sua stanza nascondeva molte armi, e il primo aprile del 1984 gliene fu trovata una anche nella tasca dell’accappatoio che indossava da diversi giorni. Suo padre si affacciò sulla soglia per cercare sua madre, ma disse di non voler entrare. Marvin fece l’offeso e gli rispose di non tornare mai più. I due litigarono, e continuarono a farlo fino nella stanza del più vecchio. La signora Gay trascinò Marvin di nuovo nella sua camera, dove lui le disse che se ne sarebbe andato da quella casa, perché il padre lo odiava. In quel momento, Marvin senior riapparve nella stanza e sparò a suo figlio al petto una volta, e poi di nuovo, da più vicino. Il giorno seguente Marvin Gaye avrebbe compiuto 45 anni.

Brani citati
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Gli immortali

Immaginiamo di costruire da zero una discoteca: per carità, non una discoteca che raccolga i documenti sonori di tutte le culture e tutte le tradizioni. Una discoteca privata, misura domestica, con pezzi scelti in tutta la musica classica con il solo criterio del valore: gli "immortali", appunto.

Trio in mi bemolle maggiore, op.100: II. andante con moto | Franz Schubert
Questo Andante con moto ha dei caratteri da marcia funebre. Ma con Schubert la marcia funebre diventa ironicamente un passo di danza, un balletto sinistro di figure spettrali, mentre la melodia del violoncello è il baricentro di tutto il pezzo. Tanto è vero che Schubert a un certo punto lo mette da parte; ma ecco che a metà del brano il grande tema del violoncello riappare inatteso, come il personaggio di un romanzo che – colpo di scena – torna, lavorato dal tempo e carico d'esperienze …

Gymnopédie n.1 in re maggiore: lent et douloureux | Erik Satie
Le Gymnopédies sono tre brevi pezzi pieni di atmosfera, in tempo di 3/4, che condividono un tema e una struttura comuni. Nel loro insieme sono considerate come precorritrici della moderna musica ambient – pezzi armoniosi ma tuttavia eccentrici che all'epoca uscivano dalla tradizione classica. Le melodie dei 3 pezzi fanno un uso deliberato di dissonanze, che producono un effetto melanconico come previsto dalle istruzioni di Satie, che prevedevano esecuzioni comunque lente, e poi dolorose, tristi e gravi. Se poi queste istruzioni fossero da prendere alla lettera, o fossero invece dei commenti satirici su altra musica del tempo non è dato sapere. Ma nulla toglie al fascino eterno dei pezzi.

Sinfonia n.7 in la maggiore, op.92: II. allegretto | Ludwig van Beethoven
Ascoltando la Settima sinfonia si ha l'impressione di una massa lanciata con impeto crescente verso l'apoteosi finale. Il ritmo è tutto: anche il celebre Allegretto non consente indugi perchè è tutto definito dal suo immutabile sottofondo ritmico che lo sospinge oltre, lo costringe a muoversi. Naturalmente questo correre in avanti, accumulando energia anziché consumarla strada facendo, ha pure una sua drammaticità, che ricorda la forza con cui la Quinta sinfonia si lanciava contro ogni ostacolo. Ma la Settima non conosce ostacoli, è un dramma di forme, un dramma danzato; appunto, l'apoteosi della danza, come la definì Wagner.

Duo des fleurs | Léo Delibes
"Duetto dei fiori" è un famoso duetto per soprano e mezzo-soprano dall'opera Lakmé di Léo Delibes. Il duetto si svolge nel primo atto, tra il personaggio di Lakmé, la figlia di un prete di Brahmin, e la sua serva Mallika, mentre vanno a raccogliere dei fiori in riva ad un fiume.

Trio in la minore per pianoforte, violino e violoncello: I. moderé | Maurice Ravel
Il modo migliore per conoscere il Trio di Ravel è quello di ascoltarlo dopo una fiera batosta, oppure storditi di stanchezza, con la testa che ronza a vuoto, gli occhi pesti e i nervi ancora tutti drizzati e indoloriti: così conciati, il primo tema del pianoforte, pianissimo, con il suo ritmo lieve e sospeso, con il suo gioco tra commosso e ironizzato, ci trasporta subito in un mondo nuovo, in un tempo nuovo, che non ha più nulla a che fare con le misure reali e dove ogni contingenza oscura, materiale, vergognosa scompare. Poi tocca al genio di Ravel preservare questa sensazione per tutta la durata del pezzo, per tutti e quattro i movimenti. Qui propongo il miracoloso Moderé, primo movimento.

Goldberg Variations, BWV 988: aria da capo | Johann Sebastian Bach
Per le Variazioni Goldberg di Bach suonate sul pianoforte da Glenn Gould verrebbe voglia di usare la sigla autorale abbinata: Bach-Gould. Non che Gould abbia trascritto nulla, che anzi tutto è scrupolosamente fedele all'originale, fino all'ultima nota e all'ultima pausa. Ma Gould ha la facoltà d'inventare una vita sonora e timbrica, un gioco di pesi e di rapporti temporali molto originale. Gould voleva essere tutto cervello, ma qui è anche cuore, tanto da cantarsi a voce percepibile le note che suona.



Il molto eclettico Dr. Hannibal Lecter (de Il silenzio degli innocenti) è notoriamente un appassionato delle Variazioni Goldberg nell'esecuzione di Glenn Gould.

Danse macabre | Camille Saint-Saëns
La Danza macabra è un breve poema sinfonico composto nel 1874 da Camille Saint-Saëns. Fonte di ispirazione fu un poemetto grottesco di Henri Cazalis in cui la morte suona un violino scordato in un cimitero. Il violino della Morte, oltre ad avere la corda più alta “scordata” appositamente, suona anche in tonalità sbagliata. Gli scheletri escono dalle tombe e avvolti in bianchi sudari si mettono a ballare forsennatamente: la danza vera e propria è formata da contrabbassi e violoncelli, con lo xilofono che imita il rumore secco delle ossa degli scheletri che danzano. Insomma un “Thriller” 110 anni prima di Michael Jackson!

Berceuse per pianoforte in re bemolle maggiore, op.57 | Fryderyl Chopin
Tutti sanno la differenza tra il tempo matematico degli orologi e il tempo psicologico percepito dalla coscienza; la musica, arte dell'interiorità, lavora su quel rapporto e ciascun compositore attira e organizza nel proprio tempo idee e immagini sonore. Quanto "dura" la Berceuse per pianoforte di Chopin? La mano sinistra ripete da cima a fondo sempre la stessa formula ritmica e il tempo sembra arrestarsi; ma su questa sorta d'ipnosi la mano destra disegna una linea immacolata e poi la conduce per una rete di varianti che ognuna illumina una faccia di quel purissimo diamante; partita da un filo di musica, la pagina passa per un rigonfiamento e poi si vuota alla fine tornando al punto di partenza: se a questo punto guardiamo l'orologio, vedremo che sono passati si e no cinque minuti; mentre nella realtà della fantasia siamo stati rapiti in una misteriora immobilità fuori da ogni tempo meccanico.

Sinfonia n.3 in fa maggiore, op.90: III. poco allegretto | Johannes Brahms
Secondo attendibili statistiche, delle quattro sinfonie di Bramhs la n.3 è di gran lunga la meno eseguita. Ma proprio quest'opera contiene, con il suo Terzo movimento, una delle pagine più popolari di tutto Brahms, specie dopo il successo mondiale del film ricavato dal romanzo di Françoise Sagan Aimez-vous Brahms?, dove il tema ricorre con persistente malinconia.

Adagio for strings | Samuel Barber
L'Adagio per archi di Barber è struggente e bellissimo.

The Elephant Man (1980), diretto da David Lynch, è stato il primo film ad utilizzare questo brano: fu aggiunto in coda al film per aumentare l'emotività della pellicola. Il pezzo è stato usato anche nel film Platoon (1986) di Oliver Stone, per sottolineare i momenti più forti della pellicola.

Sinfonia n.5 in do minore, op.67: I. allegro con brio | Ludwig van Beethoven
La buona musica non sempre sa tenere compagnia. Il caso più evidente è quello della Quinta sinfonia di Beethoven, che a dire la verità, se uno l'ascolta proprio bene, è un po' come mettersi un leone in casa: che non è certo una buona compagnia, a meno di non nascere con la vocazione del domatore. Eppure la Quinta sinfonia è irrinunciabile, essendo l'opera in cui il pensiero beethoveniano si presenta efficace come un dramma e chiaro come un teorema.

Water Music, suite n.2 in re maggiore, HWV 349: II. alla hornpipe | Georg Friedrich
Se c'è una musica che bisogna ascoltare tutte le mattine prima d'incominciare le solite occupazioni, nulla di piú tonico e corroborante si può trovare della Water Music di Haendel; come le pratiche igieniche, il rassettarsi e il vestire con appropriatezza, questa musica potrà mettere in forma lo spirito per buona parte della giornata. C'è persino il pericolo che quella grandiosità di respiro e quel fraseggiare sempre maestoso inducano – in chi ascolta e se ne compenetri – una certa qual grandigia e altezzosità di gesti e di atteggiamenti: c'è il rischio di non rispondere al saluto della vicina sul pianerottolo, peggio, di respingere schifati e annoiati la piú urbana osservazione di un superiore: tanto è maiuscola quella musica, tanto è impregnata di maniere graziose e regali!

Concerto in re maggiore per tromba e archi: I. adagio | Georg Philipp Telemann
Sono sicuro che questa melodia ti è molto familiare. Infatti è quella de "La canzone dell’amore perduto" di De André (vedi alla voce Plagi d'autore).

Agitata da due venti | Antonio Vivaldi
Aria dal II atto di Griselda, opera di Antonio Vivaldi su libretto di Carlo Goldoni. Fe-no-me-na-le la Cecilia Bartoli.
Agitata da due venti,
freme l’onda in mar turbato
e il nocchiero spaventato
già s’aspetta a naufragar.

Kinderszenen n.7 in fa maggiore, op.15: Träumerei | Robert Schumann
Una delle Kinderszenen. Schumann inizialmente le definì come scene infantili composte per bambini da parte di un adulto, ma in seguito modificò il proprio giudizio in 'reminiscenze per adulti da parte di un adulto'; non più musica per i bimbi dunque, bensì sui bimbi. Questa è "Sogno".

Variations on an original theme, op.36, Enigma: 9. Nimrod (adagio) | Edward+Elgar
Le Enigma Variations consistono in un tema principale, seguito da 14 variazioni, che differiscono dal tema per melodia, armonia e ritmo; l'ultima variazione costituisce il gran finale. Questa è Nimrod, la nona variazione, la più famosa.


Playlist

La musica che gira intorno

Voi pensate a una canzone, tipo "All by myself" di Eric Carmen. Ve la ricordate? Era quella melassa formidabile degli anni Settanta di cui non ci siamo più liberati a ogni occasione buona, una specie di “notte alta e sono sveglio” degli americani (il che la dice lunga sulle proporzioni artistiche tra noi e gli americani) che citava Rachmaninov.

E vi viene in mente quell’altra citazione classica, quella della Patetica di Beethoven nella melensa "This night" di Billy Joel. Oppure Coolio che in "C u when you get there" rifà rap le reiterazioni del Canone di Pachelbel.

E di violini e orchestre in violini e orchestre vi ricordate di Music di John Miles, capolavoro barocco del pop di trent’anni fa a cui "Winding me up" di Alan Parsons è lontanamente paragonabile.

Beh, e vogliamo parlare della versione lunga, sontuosa, di "MacArthur Park" di Donna Summer, la "MacArthur Park suite"? Della "Don’t let me be misunderstood" lunga dei Santa Esmeralda che Tarantino ha poi ripescato per la colonna sonora di Kill Bill? O dell’attacco di archi della versione lunga di "The power of love" dei Frankie Goes to Hollywood?

Ma anche la mediocre "I want your sex" di George Michael, quando poi la allungano e la rilassano, ne combina delle belle. Che le canzonette sono brevi, e spesso danno il meglio con quel che vi si appiccica per allungare: l’introduzione nella versione extended di "Smalltown boy" deiBronski Beat, la coda liberatoria di "Layla" di Eric Clapton o quella di "Sultans of swing" che i Dire Straits facevano solo dal vivo, col sassofono che uàu. E quando scopriste che nel cd c’era un’intro meravigliosa di "Your latest trick" dei Dire Straits che nel vinile non c’era?

Beh, e gli ultimi tre minuti di pianoforte nello "Stambecco ferito" di Venditti? E allora – non è una coda, no – ma vi viene in mente il momento straordinario in cui Jackson Browne passa da "The load-out" a "Stay", dove dice al pubblico “people stay, just a little bit longer…”. E poi l’entrata di "Afterglow" nel medley finale del live dei Genesis, quello post Peter Gabriel.

Voi pensate ad "All by myself" alla radio che ascoltavate da bambini. Che per annunciare cosa facevano al cinema, mettevano in sottofondo "Us and them" dei Pink Floyd, ma usavano anche un sacco "Falcon" della Rah Band e il tema di Shaft di Isaac Hayes.

Voi pensate a una canzone.


& All by myself | Eric Carmen
(Eric Carmen, 1975)
Per quelli che da ragazzi trovavano la musica classica “da vecchi”, fu una rivelazione scoprire che il passaggio chiave nella stupenda e supermelensa "All by myself" era di Rachmaninov, veniva da Concerto per pianoforte n.2, del 1901.
When I was young,
I never needed anyone
And making love was just for fun
Those days are gone

& This night | Billy Joel
(An innocent man, 1983)
Parte del brano è basata sul Secondo movimento della Sonata per pianoforte n. 8 (Patetica) di Ludwig van Beethoven (1798), che è anche accreditato tra gli autori.

& C u when you get there | Coolio
(My soul, 1997)
Coolio rifà rap le reiterazioni del Canone e giga in re maggiore di Johann Pachelbel, del 1653.

Music | John Miles
(Rebel, 1976)
Capolavoro barocco del pop di quarant’anni fa.

Winding me up | The Alan Parsons Project
(Eve, 1979)
Questa è fantastica. Suono di carica del carillon, carillon, strofa precipitosa e ritornello leggero, estivo. E poi la madre di tutti gli assoli strumentali dell’Alan Parsons Project, con il tema ripetuto in arrangiamenti crescenti: archi, flauti, pianoforte, fiati.

MacArthur Park suite | Donna Summer
(Live and More, 1978)
Formidabile supermix costruito intorno alla cover di "MacArthur Park" (scritta da Jimmy Webb nel 1968) con l’aggiunta di "One of a kind" e "Heaven knows". Diciassette minuti. MacArthur Park è a Los Angeles, per i feticisti.

MacArthur Park | Jimmy Webb
(1967)

& Don’t let me be misunderstood | Santa Esmeralda
(singolo, 1977)
Nel 1977 i Santa Esmeralda debuttarono con una versione disco di "Don’t let me be misunderstood", che saccheggiava l'arrangiamento dei The Animals ed aggiungeva ritmi ed elementi tipici della musica latino-americana. Nel 2003 la cover dei Santa Esmeralda acquistò nuova popolarità grazie al suo utilizzo nella scena finale del film Kill Bill Vol.1. Nel film infatti il duello fra la sposa e O-Ren Ishii è accompagnato da una lunga versione strumentale della canzone di oltre dieci minuti.

Don’t let me be misunderstood | The Animals
(singolo, 1965)

& The power of love | Frankie Goes To Hollywood
(Welcome to the pleasuredome, 1984) Appena uscito il doppio disco in cui erano stati inseriti i primi due singoli, fu pubblicato il terzo, di tutt’altro tenore. "The power of love" è un lento enfatico e orchestrale, di formidabile impatto cinematografico. Stavola niente sesso, niente violenza, e un’uscita alla vigilia di Natale: una mossa geniale quanto le precedenti. Nella versione di nove minuti e mezzo, del 12” c’erano un lungo prologo strumentale e un parlato di Holly Johnson preceduti da un attore che ricostruiva il breve monologo sdegnato del deejay Mike Read su "Relax" (“this record is absolutely obscene, I’m not going to play this record”).

I want your sex (Pts 1 & 2) | George Michael
(Faith, 1987)
Questa è un formidabile accrocchio dance, godibile solo nella versione di nove minuti (altrimenti perde moltissimo, ed è solo una canzoncina ripetitiva) che è all’altezza di certi spettacolari extended del tempo della disco, con fiati rhythm’n’blues e passaggi marvingayeani. Subì pesanti censure, malgrado sia un manifesto a favore della monogamia: “sex is best when it’s one-on-one”.

& Smalltown boy | Bronski Beat
(The age of consent, 1984)
Capolavoro pop, fece il botto nel 1984 con la voce formidabile di Jimi Somerville e la storia di persecuzioni di un giovane omosessuale inglese (il video rincarava indimenticabilmente la dose). La versione lunga ha tre minuti di prologo lento, imperdibili.

& Layla | Derek & The Dominos
(The History of Eric Clapton, 1972)
A quei tempi la band di Clapton si chiamava Derek and the Dominoes: si erano messi insieme dopo aver lavorato al primo disco di George Harrison. E Clapton era innamorato della moglie di George Harrison, Patti. Già. "Layla" (nome preso alla protagonista di un poema persiano) è lei, e non ne voleva sapere. E George Harrison era un grande amico di Clapton. Quindi dentro "Layla" c’è tutto questo tormento, che produce uno dei più grandi riff di chitarra della storia (creato da Duane Allman degli Allman Brothers) e la geniale invenzione della coda di pianoforte. Come se non bastasse, degli esecutori della canzone uno morì di lì a un anno, uno dieci anni dopo, e uno fu arrestato per omicidio. E Clapton passò un lungo periodo fulminato dall’eroina. Aspettate: nove anni dopo Patti ed Eric si sposarono (si separarono dopo altri nove anni, quando lui si mise con Lory del Santo). George Harrison suonò al matrimonio. Passò altro tempo, "Layla" finì sui titoli di coda di Goodfellas, e la canzone rinacque nuova, addomesticata e blues nel disco dal vivo Unplugged.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #27 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

& Sultans of swing | Dire Straits
(Dire Straits, 1978)
Fece un inatteso botto alcuni mesi dopo l’uscita del primo disco dei Dire Straits. Non ha la forma di regina delle classifiche, il ritornello praticamente non esiste, e ha un andamento monotono, ripetitivo e segnato solo dall’invadenza delle chitarre. Cose che, grazie al cielo, capitano. Negli anni, Knopfler si è divertito parecchio con l’assolo, che con la coda di pianoforte e sassofono, dura dieci minuti e passa.

Your latest trick | Dire Straits
(Brothers in arms, 1985)
Bel-lis-si-ma. Paraculissima, ruffiana, jazzata da intorto. Bel-lis-si-ma, sì. Imperdibile il prologo col sax, che su alcune versioni del vinile mancava. E come suona caramella in bocca “like a bowery-bum when he finally understand”.

Lo stambecco ferito | Antonello Venditti
(Lilly, 1975)
Dieci minuti, una storia, una suite. Il passaggio di pianoforte è all’altezza di Keith Jarrett. Bracconieri, soldi in Svizzera, allegorie, e stambecchi. «Mi ricordo che nello stadio di San Siro nel ’92, in uno stadio che aveva voglia di cantare, di essere felice, di far caciara, ho cantato Lo stambecco ferito. A volte sentire 70 mila persone ammutolire è più importante che sentirle applaudire».

& The load out / Stay | Jackson Browne
(Running on empty, 1977)
Duetto perfetto, che chiude e riassume la raccolta di registrazioni live che si chiamò Running on empty. Prima viene un fantastico racconto di vita in tournée (“dobbiamo guidare tutta la notte per uno show a Chicago, o a Detroit, chi si ricorda…”), e poi senza soluzione di continuità si sfocia nella cover di una deliziosa canzonetta degli anni Sessanta scritta da Maurice Williams, cantautore soul, a soli 13 anni. In cui Williams insisteva perché la sua fidanzatina rimanesse ancora un po’ con lui: Browne invece rivolge la preghiera al suo pubblico, parafrasando i passaggi opportuni. Con divertissements vocali e un classicissimo giro di chitarra (quello di "La gatta") a mandare tutti a casa.

Afterglow | Genesis
(Wind and wuthering, 1976) Il più bel pezzo dei Genesis post-Gabriel, straordinaria canzone conclusiva nel suono e nel testo (“come la polvere che mi si deposita attorno, devo trovare una nuova casa”), scritta da Tony Banks e amata anche dagli orfani inconsolabili di Peter Gabriel. In Three sides live Phil Collins la canta a squarciagola, travolgentemente – “oh, but I will search everywhere, just to hear your call!” – e conclude a far casino con la batteria.

Us and them | Pink Floyd
(The dark side of the moon, 1973) Noi e loro, i buoni e i cattivi, lo scontro di civiltá, la riga in mezzo: era tutto giá detto, in quest’altra cosa unica e leggendaria da The dark side of the moon.

Falcon | RAH band
(1980)
Mitico pezzone strumentale buono per mille sigle e sottofondi radiofonici nei primi anni Ottanta. Era un produttore inglese, Richard Anthony Hewson (lavorò coi Beatles, i Supertramp, Diana Ross, solo a dirne tre), e diede le sue iniziali al progetto.

Theme from Shaft | Isaac Hayes
(Shaft, 1971)
Isaac Hayes ne ha fatte parecchie, dal cantante, all’attore (era il Duca in 1997, Fuga da New York), al sostenitore di Scientology, alla voce di Chef in South Park. Ma soprattutto ha vinto un Oscar per un pezzo funkissimo e mitologico, scritto per la colonna sonora di Shaft.

Playlist

Tom Petty

(1950-2017, Gainesville, Florida, USA)

Adorato rocker americano della generazione di mezzo, da ragazzo vide Elvis che era venuto a girare un film vicino alla sua città e decise cosa voleva fare da grande. La maggior parte dei dischi li ha fatti con la fedele band degli Heartbreakers, ma ha anche partecipato alla rimpatriata di vecchie glorie (Bob Dylan, George Harrison, Jeff Lynne e Roy Orbison) sotto il nome di Traveling Wilburys. Fuori dall’America è conosciuto vagamente, per alcune cose rilanciate in video nel periodo della prima MTV.

I need to know
(You’re gonna get it!, 1978)
Va come una lippa – “I-need-to-know! I-need-to-know!” –, che al primo ascolto veniva il sospetto di aver sbagliato i giri del piatto (ora non c’è più il rischio). Il testo risale al frequente caso tematico del “mi dicono che te ne vuoi andare”: ma com’è che quando lei se ne vuole andare lo dice sempre a qualcun altro (che poi spiffera)?

Refugee
(Damn the torpedoes, 1979)
Rocchetto di organo elettrico, su un amore andato male ma bisogna farsene una ragione, sono cose che capitano: “you don’t have to live like a refugee”.

You got lucky
(Long after dark, 1982)
Brrrr, che spavento: un disco di Tom Petty con le tastiere elettroniche. I fans si fecero venire un colpo, gli altri si godettero una gran canzone: “remember, good love is hard to find”. Vai, vai pure. Vai pure. Ma ricordati, bellezza: sei stata fortunata, a incontrarmi. L’assolo di chitarra voleva somigliare a certi western di Sergio Leone.

Don’t come around here no more
(Southern accents, 1985)
“Non farti vedere più in giro”: ballata inquietante e psichedelica, anomala nella costruzione della strofa e del refrain (qual è una e qual è l’altro?). Quello che suona il sitar è Dave Stewart degli Eurythmics. C’è un gran cambio di ritmo nel finale, che sembrano arrivati i Police. Secondo la leggenda Petty era sempre scontento del risultato delle registrazioni e si fratturò una mano dando un pugno nel muro.

Needles and pins
(Pack up the plantation, 1986)
Ballatona dal suono country che dal 1963 in poi era stata cantata da molti altri (l’avevano scritta Jack Nitzsche, che poi sarebbe diventato un grande produttore e autore di colonne sonore, e Sonny Bono, quello di Cher). Tom Petty e Stevie Nicks la fecero assieme dal vivo con gran passione, e poi uscì come singolo.

Runaway trains
(Let me up (I had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Into the great wide open
(Into the great wide open, 1991)
Un raccontino di ascesa alla celebrità rock, prodotto da Jeff Lynne dell’Electric Light Orchestra, e si sente. Nel video c’erano Johnny Depp e Faye Dunaway.

Something in the air
(Greatest hits, 1993)
“Sta arrivando la rivoluzione, ed è giusta”. “Something in the air” era un classico dei Thunderclap Newman (la band “laterale” di Pete Townshend) usato nel film del 1969 The magic christian, con Peter Sellers e Ringo Starr, e poi in Fragole e sangue (anni dopo, ancora in Almost famous).

Hard on me
(Wildflowers, 1994)
“Hard on me” è una ballata con un bell’andamento soul, e una specie di preghiera al Signore che non gli complichi la vita e non gli chieda troppo, perché la sua pazienza è umana e tutto ciò di cui ha bisogno è solo un amico che gli metta un braccio intorno alle spalle.

Wake up time
(Wildflowers, 1994)
Canzone conclusiva, di pianoforte (e archi arrangiati da Michael Kamen, divo delle colonne sonore hollywoodiane). Sul momento in cui bisogna svegliarsi, e aprire gli occhi.


Brani citati
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Radio

Van Morrison

(1945, Belfast, Irlanda del Nord)

Van Morrison è uno dei miti del rock meno conosciuti dal grande pubblico e più amati dagli appassionati. Fonte di ispirazione e culto per tutti i cantautori che sono venuti dopo di lui, mise insieme l’Irlanda da cui veniva, con cose jazz e soul che fece divenire cosa sua («nessun bianco canta come Van Morrison», disse il critico Greil Marcus). Ha tirato fuori dal cilindro un paio di dischi da insegnare nelle scuole e ha scritto: “Have I told you lately”. Ancora fa dischi e concerti, onestamente, con quella voce lì.

Brown eyed girl
(Blowin’ your mind!, 1967)
A parte George W. Bush, non risultano altri casi in cui il suo ascolto abbia coinciso con la scelta di invadere un paese mediorientale. Nel 1967, caso anomalo per Van Morrison, “Brown eyed girl” arrivò al numero 10 della classifica americana, ma le radio censuravano l’osceno passaggio “facciamo l’amore nell’erba” (“far l’amore tra le vigne” di Battisti venne qualche anno dopo: allora c’era una grande aspirazione erotico-campestre).

Vite parallele
Hey where did we go, Days when the rains came Down in the hollow Playin’ a new game, Laughing and a running hey, hey
Nel 2005 l’iPod era già un oggetto di culto ma non ancora di massa e la Casa Bianca diffuse delle foto del presidente Bush in bicicletta, con le cuffie bianche alle orecchie. Le foto mostravano anche il display dell’iPod: il presidente pedalava via libero e felice al suono di “Brown eyed girl” di Van Morrison.
Van Morrison ha appena un anno in più di George Bush. Il suo vero nome di battesimo è George (però il secondo nome non è W., ma un inquietante e russofono Ivan). Negli anni in cui il giovane Bush si faceva fermare ubriaco dalla polizia stradale, il giovane Morrison già aveva inciso i primi dischi. Mentre il giovane Bush si sottraeva agli impegni militari, il giovane Morrison già aveva delle canzoni in classifica.
“Brown eyed girl” Van Morrison la incise nel 1967, quando Bush stava facendo il bambinone a Yale, e magari ci provava con le ragazze ascoltando quella canzone. Ma è nel 1986 che le due carriere parallele hanno forse il loro momento più sintomatico: George Bush sta ormai in qualche consiglio d’amministrazione petrolifero e si appresta a entrare in politica lavorando alla campagna elettorale del padre. Van Morrison incide una canzone dedicata al pensiero di Krishnamurti, che riprende le parole del pensatore indiano: “No guru, no method, no teacher”. Nessun guru, nessun metodo, nessun insegnante. Lo slogan di Apple, produttrice dell’iPod, è “Think different”.

Madame George
(Astral weeks, 1968)
“Madame George” generò un serrato botta e risposta tra il leggendario critico musicale Lester Bangs e Van Morrison. Bangs scrisse mirabilie del pezzo (“un vortice nel disco”) spiegando che era dedicato a una drag queen, e Morrison disse che non lo era. Bangs definì la smentita di Morrison “una stronzata”.

Sweet thing
(Astral weeks, 1968)
Canzone meravigliosa, che se la porta via il vento: ripetitiva ma via via sempre più trascinante e lieta, basta da sola a far capire da chi abbiano imparato i Waterboys (che ne fecero una cover) o gli Hothouse Flowers.

Moondance
(Moondance, 1970)
Grande pezzo swingato, vero jazz con un testo che pare una parodia di Cole Porter, o Gershwin:
Well, it’s a marvelous night for a moondance / With the stars up above in your eyes A fantabulous night to make romance / ‘Neeth the cover of October skies And all the leaves in the trees are falling
. Una cover famosa è quella di Michael Bublé.

Crazy love
(Moondance, 1970)
“Quando vado da lei al tramonto, mi toglie ogni pensiero, mi toglie ogni dolore, mi toglie il mal di cuore, e me ne vado a dormire”. Bella riconoscenza.

Tupelo honey
(Tupelo honey, 1971)
Ci sono canzoni che vi pare siano sempre esistite, melodie che la prima volta che le avete sentite eravate convinti che non fosse la prima. Pare che una volta Bob Dylan abbia detto che “Tupelo honey” è una canzone così, che stava in qualche magazzino inconscio della musica e Van Morrison si è limitato a cantarla per primo.

Across the bridge where angels dwell
(Beautiful vision, 1982)
Close your eyes in fields of wonder, close your eyes and dream.

Vanlose stairway
(Beautiful vision, 1982)
Vanlose è un quartiere di Copenhagen dove abitava la ragazza di Van Morrison, nel periodo in cui aveva vissuto là. Non che questo abbia influenzato molto la sua musica, che ha poco di scandinavo e moltissimo soul e gospel. “Mandami una cartolina, mandami il tuo cuscino, mandami la tua Bibbia” chiede, per starle vicino quando ormai è lontano e vorrebbe vederla, sugli scalini di Vanlose (che è un’aspirazione assai più accessibile, con l’avvento dei voli di linea, rispetto all’ambiziosa pretesa dei Led Zeppelin di una “stairway to heaven”).

In the garden
(No guru, no method, no teacher, 1986)
No guru, no method, no teacher è una citazione degli insegnamenti di Jiddu Krishnamurti, pensatore e filosofo indiano del Novecento, che suggeriva di trovare da soli la propria via, rinunciando a chiese, precetti e modelli, compreso lui, che doveva essere preso solo come guida o aiutante. “In the garden” è dedicata al suo pensiero – Van Morrison era un suo appassionato lettore e l’aveva ascoltato una volta a San Francisco – e contiene il verso che fu usato per il titolo del disco. Una versione dal vivo accelerata, ma più lunga, che include un passaggio da “You send me” di Sam Cooke, si trova in A night in San Francisco.

Have I told you lately
(Avalon sunset, 1989)
“Have I told you lately that I love you” era troppo immediatamente bella per sfuggire alla sua melensizzazione kitsch nei matrimoni e nei videoclip dei programmi del pomeriggio. Ma anche troppo imbattibilmente bella per subirne traumi, con quell’idea un po’ sbadata di rinnovata dichiarazione d’amore. Lui non le dice “ti amo”: le dice “Ti ho mica detto che ti amo, ultimamente?”. Ovvero due cose assieme: che è implicito e ovvio che lui la ami, è solo questione di dirlo più o meno spesso; e che lui non è tipo da recitare la stonata formula “ti amo” con tutta la sua solennità e retorica. “Ti ho mica detto che ti amo, ultimamente?”.


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