Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query The Band. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query The Band. Ordina per data Mostra tutti i post

Britpop

1994 ALTERNATIVE | POP

If every reaction has a “re-reaction”, then Britpop is the re-reaction to Grunge (since Grunge was a reaction itself against Glam Metal). Enough with all the feeble, depressing sorrow and back to glamorous Rock! This soft but catchy kind of Pop is sometimes credited as the least original genre of the nineties. On an auditory level there is indeed not much shocking: a clear wink to British (of course) Mersey Beat but roughened up by the presence of Indie Rock, with sometimes synthesizers and electronic effects to cast a certain glam mood. What makes the genre so well-known, popular and clearly defined is not its sound then, but the Rock ‘n’ Roll mentality of it: the cocky attitude of British frontmen determined to conquer the stage, steal the show and awe the masses. There is a reason for such attitude: many British bands were fed up with the overall dominance of American Rock bands in the British hit charts of the early nineties (mostly due to Grunge). As such they created a strong anti-American music genre, with a very narrow range of influences (all British). Of course, the sound, vocals and song structure are all means to this end. Which explains why Britpop is same meat, different gravy, but very attractive.

da MusicMap
Britpop è il ‘movimento’ che raggruppa alcuni gruppi britannici alt/pop apparsi all'inizio degli anni novanta. Si tratta in generale di artisti che cercarono di riattualizzare le melodie degli anni sessanta e degli anni settanta, aggiungendovi tematiche mutuate dalla new wave o dalla dance music, e sfruttando le nuove tecniche produttive, sino a generare un suono del tutto peculiare.

Il britpop ha riscosso molto successo nel Regno Unito fra il 1994 e la fine degli anni novanta. Ad oggi gode ancora di discreta popolarità. Fuori dai confini britannici, fatta eccezione per pochissimi nomi (Oasis e Blur su tutti) ha comunque sempre avuto difficoltà ad attecchire, a causa della forte connotazione nazionalista della proposta.


Animal nitrate | Suede
(Suede, 1993)
Il titolo della canzone è un riferimento al nitrito di amile, una droga che si inala. L'idea della canzone è nata quando il cantante della band attraversa un periodo in cui "la droga stava prendendo il posto della gente".

Lucy | The Divine Comedy
(Liberation, 1993)
Per questo brano i Divine Comedy hanno semplicemente aggiunto le note ad alcuni versi dell'omonimo poema di William Wordsworth. Versi peraltro presi in ordine sparso: prima la strofa III, poi la II, poi la V. Che anche "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles sia ispirata alla stessa poesia?

Babies | Pulp
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia".

Common people | Pulp
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Alright | Supergrass
(I should Coco, 1995)
We are young, we run green
Keep our teeth nice and clean
See our friends, see the sights
Feel alright

Don’t look back in anger | Oasis
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Noel Gallagher disse che l’attacco l’aveva copiato da “Imagine”, e quello che “lanciò una rivoluzione dal suo letto” è notoriamente John Lennon. Il titolo si riferisce all’opera di John Osborne, Look back in anger. Gli Oasis hanno sempre detto che le parole non dicono niente in particolare e che Sally non esiste, lasciando ai fans involute spiegazioni su quel che le sarebbe successo (tamponata in auto? casini di droga? stuprata dalla band?).

Wonderwall | Oasis
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Wonderwall era un film del 1968 in cui un professore squinternato riempiva di buchi i muri di casa sua per vedere l’avvenente vicina di casa, interpretata da Jane Birkin. La colonna sonora era di George Harrison. Quale sia la relazione di tutto questo con la canzone non si sa, e il suo significato è sempre stato misterioso. A un certo punto – quando si erano lasciati – Noel Gallagher spiegò che non c’entrava niente con la sua fidanzata Meg, ma che siccome tutti sostenevano di sì, lui non aveva avuto il coraggio di smentirlo.
Thom Yorke dei Radiohead disse che la svolta della sua band verso dischi più arditi e di ricerca nacque dall’ascolto di “Wonderwall”: «Il rock and roll aveva toccato la perfezione: o cambiavamo strada o cambiavamo lavoro». “Wonderwall” è una perfetta popsong, così perfetta che la cover più tormentata e languida di Ryan Adams è più bella ancora.

Beautiful ones | Suede
(Coming up, 1996)
Here they come
The beautiful ones

The day we caught the train | Ocean Colour Scene
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il singolo dei Ocean Colour Scene più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Hundred mile high city | Ocean Colour Scene
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Song 2 | Blur
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Wide open space | Mansun
(Attack of the grey lantern, 1997)
Wide open space, I'm standing
I'm all alone and staring in to space

Good enough | Dodgy
(Ace A's + Killer B's, 1998)
If it's good enough for you, it's good enough for me
It's good enough for two, it's what I want to see

Tender | Blur
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.

Moving | Supergrass
(Supergrass, 1999)
"Moving" parla del tedio delle tournée della band.

Gin soaked boy | The Divine Comedy
(Secret history, 1999)
Neil Hannon in crisi di identità elenca le mille cose che lo descrivono (“sono questo”, “sono quello”), in un crescendo di arrangiamenti e di “pappà-pappa-parara”. Alcune battute sono fulminanti: “sono la bella nella bestia”, “sono il perché no nel perché”, “sono Jeff Goldblum nella Mosca”.
Il titolo cita una canzone di Tom Waits, ma nel testo ci sono anche “I’m the ruby in the dust” (da “Cowgirl in the sand” di Neil Young), “I’m the ghost in the machine” (il disco dei Police) e "I’m the catcher in the rye" (il titolo originale del Giovane Holden).

Suicide | Elastica
(single, 2000)
I know there's something out there
Feels like suicide
Always something turning
Something going through my mind

Playlist


Brani citati

Jack Frusciante è uscito dal gruppo

(Enrico Brizzi, 1994, Baldini & Castoldi)

Una storia rock, una storia d’amore e di «rock parrocchiale», una storia di crescita, una storia generazionale. Questo romanzo è un cult della letteratura contemporanea italiana. Ambientato negli anni Novanta, la colonna sonora contiene tutti i brani che Brizzi cita nel libro e delinea perfettamente le atmosfere ribelli adolescenziali vissute dai personaggi.

Il titolo si riferisce a un fatto realmente accaduto nel 1992: John (e non Jack!) Frusciante, l'allora chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, lascia inaspettatamente il gruppo, durante una tournée all'apice della popolarità. Fa, come si legge nel libro, "un salto fuori dal cerchio".In questo può riassumersi l'intera morale del racconto, dal momento che tutta la vicenda è imperniata sul concetto di "uscire dal gruppo" nel senso di "uscire dalla consuetudine, dagli schemi sociali".


Domenica lunatica | Vasco Rossi

Siamo solo noi | Vasco Rossi
(Siamo solo noi, 1981)
Grande manifesto di non allineamento, che si sottrae a tutti i luoghi comuni del genere: nessuno snobismo, nessuna pretesa superiorità morale, nessuna vanità, “generazione di sconvolti”. Punk di casa nostra, ribelle ma con grazia melodica.

Fegato, fegato spappolato | Vasco Rossi

Non l’hai mica capito | Vasco Rossi

Our house | Madness
(Presents the rise and fall, 1982)
Nostalgia dell’infanzia familiare e dei rituali domestici, e realismo sul fatto che siano passati. La senti e pare di vederla, la casa, il papà che va al lavoro e la mamma che gli stira la camicia. Tutto molto british.

Hurry up hurry | Sham 69

Under the bridge | Red Hot Chili Peppers
(Blood sugar sex magik, 1991)
Il ponte è quello sotto il quale il cantante Anthony Kiedis si faceva certe pere. Fu il singolo che lanciò i Red Hot Chili Peppers, che pure avevano già fatto quattro dischi. Il coro in chiusura è quello della chiesa della signora Frusciante, madre del chitarrista John.

Clash city rockers | The Clash

God save the Queen | Sex Pistols
(God save the queen, 1977)
Successe un casino. La contestazione della monarchia non era molto apprezzata, allora, almeno non con espressioni come: “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”. Fu censurata molto e venduta molto. Ufficialmente arrivò al numero due in classifica, ma si pensa che il suo primo posto effettivo sia stato opportunamente tenuto nascosto a vantaggio di “The first cut is the deepest” di Rod Stewart. Era anche l’anno del giubileo reale, e il giorno dei festeggiamenti la band suonò davanti a Westminster da una barca affittata sul Tamigi. Li arrestarono tutti. Mezza Inghilterra li odiava, un’altra mezza non vedeva l’ora che arrivassero: “no future, no future, no future for you!”.

Sexu Machina | Negu Gorriak

Anarchy in the UK | Sex Pistols
(Anarchy in the U.K., 1976)
Il primo singolo dei Sex Pistols, e uno dei loro classici, di cui una cover arrivò fin dentro alla colonna sonora di The million dollar hotel di Wim Wenders. Erano stati assunti dalla EMI, che li licenziò dopo i primi disastri che avevano combinato in giro. Il contratto con la A&M durò poi una settimana (alla festa di presentazione cercarono di farsi le segretarie e vomitarono negli uffici, cosa che era piuttosto contraria all’etichetta), e alla fine approdarono alla Virgin. Dove la canzone sembra dire “I use the enemy” (uso il nemico) il testo cita in realtà “the NME”, odiata rivista dell’establishment pop britannico. E “antichrist” non fa rima con “anarchist”, a meno di non sbagliare la pronuncia, come fa Lydon.

Comfotably numb | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Questa se la portò Gilmour dentro The wall da un suo precedente progetto solista. Nella tensione dell’opera, spartita tra ansie e disperazioni, offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding...”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe l’ha provato anche Gianfranco Fini, quella volta in Giamaica. Poi Waters, che scrisse le parole (con Gilmour smisero di parlarsi subito dopo, e avevano litigato come matti su “Comfortably numb”), spiegò che era una memoria infantile di quando si è malati e intontiti e che si riferiva a un senso di alienazione tra la band e il pubblico.
Nel 2005 ne fecero una spiritosa versione dance gli Scissors Sisters.

My way | Sid Vicious

Happy hour | The Housemartins

The sunnyside of the street | The Pogues

London calling | The Clash
(London calling, 1979)
La dichiarazione di guerra post-punk di Joe Strummer all’Inghilterra thatcheriana. Il titolo cita la frase dell’identificativo radiofonico della BBC durante la guerra, “this is London calling”. La copertina di London Calling – l’ellepì – con la foto di Pennie Smith che ritrae Paul Simonon che distrugge il basso, cita una vecchia copertina di Elvis ed è una delle icone più famose della storia del rock.

King of the Bayou | Joe Strummer

Happiness is a warm gun | The Beatles
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

Foxey lady | Jimi Hendrix
(Are you experienced?, 1967)
Tutti sbagliano sempre, ma era “Foxey”, con la “e”. «Non mi vergogno a dire che non sono capace di scrivere canzoni allegre» ha detto una volta Hendrix, spiegando che questa era l’unica. Più che una canzone allegra, è che lui se la vuole fare, a essere precisi.

Every little thing she does is magic | The Police
Ghost in the machine, 1981)
Dopo il brumoso attacco, il ritornello è una notevole sbandata di allegria pop nel curriculum dei Police, che pure mantengono alcuni loro tic originali, come il “diòòòò” in chiusura. Il verso “do I have to tell the story...” sarà citato da Sting nella sua successiva “Seven days”.

People are strange | The Doors

Libra | Diaframma


A hard rain’s a gonna fall | Eddie Brickell & The New Bohemians

I shot the sheriff | Bob Marley & The Wailers
(Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no.
(Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Lonesome, on’ry and mean | Henry Rollins

There is a light that never goes out | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra.
E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire

Holiday in Cambodia | Dead Kennedys

Always in my mind | Pet Shop Boys
(Introspective, 1988)
Una delle molte cover di una grande canzone d’amore resa celebre da Elvis, naturalmente fatta alla maniera Pet Shop Boys: con un potente frastuono intorno e un riff di tastiere aggressivo. Conquistò l’ambìto titolo di numero uno di Natale nelle classifiche inglesi, nel 1987. La versione di nove minuti contenuta in Introspective è un po’ sfinente: meglio quella del singolo.


Behind the sun | Red Hot Chili Peppers

Where is the mind? | Pixies

Sweet home Chicago | The Blues Brothers

Rhythm is a dancer | SNAP!

Rock the Casbah | The Clash
(Combat rock, 1982)
Malgrado non abbia espliciti riferimenti geografici, la storia dell’insurrezione popolare contro il divieto sul rock fu ispirata dalla notizia di una stretta in questo senso nell’Iran dell’ayatollah Khomeini. Erano i tempi in cui una band di sinistra poteva suggerire di rovesciare le dittature musulmane.
Negli ultimi anni alcuni versi sono diventati profetici, fino a diventare tormentone dei soldati americani nella guerra del Golfo.
Fu il maggiore successo commerciale dei Clash e rese celebre l’armadillo del video.

Raw power | The Stooges

White riot | The Clash

No feelings | Sex Pistols

Shiny happy people | R.E.M.

Tunnel of love | Dire Straits

Sayonara | The Pogues

Dazed and confused | Led Zeppelin

(White man) in Hammersmith Palais | The Clash

Deeper shade of soul | Urban Dance Squad

Lunedì | Vasco Rossi

Love song | Tesla

How beautiful you are | The Cure

Il mio canto libero | Lucio Battisti

Me and my friends | Red Hot Chili Peppers

Friday I’m in love | The Cure
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”. E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri: “it’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff”.

Bigmouth strikes again | The Smiths

Digging the grave | Faith No More

Ghostrider | Rollins Band

Leccaculo | Splatterpink

Il vitello dai piedi di balsa | Elio e Le Storie Tese

Playlist

The Big Chill

Il grande freddo è un film del 1983 diretto da Lawrence Kasdan, che rappresenta uno spaccato della generazione del Sessantotto e della contestazione giovanile.

Per il funerale di Alex, suicidatosi senza motivo apparente, nella villa del vecchio compagno Harold e della moglie Sara, viene invitato un gruppo di ex compagni di college. Dopo avere condiviso i sogni e le aspirazioni negli anni sessanta, gli amici si sono persi di vista per circa quindici anni e si ritrovano all'inizio degli anni ottanta, cambiati nelle aspirazioni e nelle aspettative. L'incontro è l'occasione per ricordare i sogni della giovinezza e confrontarli con il presente, ristabilire rapporti e crearne di nuovi: Karen, delusa dal proprio matrimonio con Richard, ravviva una vecchia e latente fiamma con Sam, attore fresco di divorzio; Michael, logorroico giornalista scandalistico, tenta senza successo d'offrirsi a tutte le donne disponibili; la giovane Chloe, ragazza di Alex, forse troverà un nuovo amore in Nick, psicologo introverso e segnato dall'esperienza in Vietnam e dalla droga; l'avvocatessa rampante Meg, che desidera un figlio ma non ha un compagno, forse l'avrà da Harold, con la complicità di Sarah, che si sente ancora in colpa per avere tradito il marito cinque anni prima con Alex.

La colonna sonora, scelta personalmente dal regista e dalla moglie, racchiude alcuni dei grandi successi americani degli anni sessanta, in particolare dell'etichetta soul Motown.


I heard it through the grapevine | Marvin Gaye
(I heard it through the grapevine, 1968)
Beh, un mito, anche se l’hanno infilata in tutti i film e gli spot del mondo, compreso uno per le uvette: ma con quell’attacco lì, si può vendere qualsiasi cosa. Nell’anno prima che convincessero il signor Motown, Barry Gordy, a farla cantare a Gaye, la canzone era stata già data a parecchi altri. Ma con lui divenne il singolo più venduto nella storia della Motown. Una delle più grandi canzoni sulla rivelazione dell’esistenza dell’altro, assieme a “Fiori rosa, fiori di pesco”.
Al minuto 0:01. Sara inizia a piangere. I principali protagonisti vengono introdotti attraverso una serie di brevi riprese.

You can’t always get what you want | The Rolling Stones
(Let it bleed, 1969)
Fenomenale. Lo era già prima di entrare dentro nuovi cuori grazie alla scena del funerale che apre Il grande freddo, con tutto il coro del London Bach Choir (in alcune versioni è tagliato, e la canzone parte dalla chitarra). Poi tira avanti per sette minuti e mezzo di effettiva ascensione al cielo, in palese eccezione al titolo.
Al minuto 0:12. Scena del funerale in chiesa, con Karen che suona il brano con l'organo. Il brano si evolve poi da strumentale all'originale dei Rolling Stones, mentre tutti vanno al cimitero.

Tell him | The Exciters
(singolo, 1962)
Al minuto 0:25. Dopo che Michael ha incontrato Chloe, scene di tutti che disfano le valigie.

A whiter shade of pale | Procol Harum
(Procol Harum, 1967)
Nessuno ha ancora capito cosa accidenti volesse dire (se lo chiedevano anche in The commitments, il film), ma fu l’emblema dell’Estate dell’Amore hippie e rimase una delle canzoni più famose e riprodotte della storia. C’è soul, rock e musica classica assieme (Bach è citato esplicitamente), senza indulgere in sinfonismi à la Queen. “We skip the light fandango...”.

The tracks of my tears | Smokey Robinson & The Miracles
(Going to a go-go, 1965)
Al minuto 0:27. Meg parla di un caso giudiziario e Michael di giornalismo, mentre tutti gironzolano intorno.

Good Lovin' | The Young Rascals
(The Young Rascals, 1966)
Al minuto 0:42. In giro con la jeep.

Ain't yoo proud to beg | The Temptations
(Gettin' ready, 1966)
I Rolling Stones registrarono una versione della canzone per il loro album It's only rock 'n' roll nel 1974.
Al minuto 0:53. Harold mette questo disco e tutti ballano mentre puliscono la cucina.

My girl | The Temptations
(The Temptations sing Smokey, 1965)
Il brano fu scritto e prodotto da Smokey Robinson e portato per la prima volta al successo dai Temptations. Molte sono le cover successive, tra cui quella di Otis Redding.
Al minuto 0:54. Seduti sul divano a fumare uno spinello.

Wouldn’t it be nice | The Beach Boys
(Pet sounds, 1966)
La prima traccia di un disco – Pet sounds – considerato uno dei più importanti della storia del rock. Dopo due minuti ci sono già abbastanza melodie per quattro canzoni. Rivoluzionaria anche nel testo, che dopo tutta l’epica del giovanilismo surfistico suggerisce invece come sarebbe bello essere già vecchi e passare giorni e notti assieme e tranquilli come fa tutto il mondo.

Quicksilver girl | Steve Miller Band
(Sailor, 1968)
Al minuto 0:58. Richard dorme sul divano, mentre Nick e Meg provano delle scarpe.

The weight | The Band
(Music form Big Pink, 1968)
"The weight" è una canzone del 1968 del gruppo canadese The Band. Il brano è tra i più celebri della controcultura della fine degli anni sessanta.
Al minuto 1:01. Meg si prepara un caffè e fuma una sigaretta, mentre Nick e Meg continuano a provarsi delle scarpe.

Gimme some lovin' | The Spencer Davis Group
(Autumn '66), 1966)
Brano del gruppo rock britannico The Spencer Davis Group, di cui faceva parte anche Steve Winwood. Tuttavia molti credono sia invece dei Blues Brothers, perché nel 1980 ne fecero una cover nella colonna sonora del film omonimo. Il riff di base della canzone è stato preso da "(Ain't That) A Lot of Love" di Homer Banks.
Al minuto 1:10. Il match di football.

Bad moon rising | Creedence Clearwater Revival
(Green river, 1969)
Per uno come Fogerty che era così affascinato dai luoghi intorno a New Orleans, una canzone che predice ogni sventura naturale e suggerisce di chiudersi in casa, parve poi piuttosto anticipatrice. Metaforicamente, invece, è buona per tutto. Il verso “there’s a bad moon on the rise” è da sempre confuso dagli ascoltatori con “there’s a bathroom on the right” (il bagno è in fondo a destra).
Al minuto 1:18. Sam e Harold suonano questa canzone mentre sono in giro in jeep.

When a man loves a woman | Percy Sledge
(The Best of Percy Sledge, 1966)
Il brano fu scritto dallo stesso Percy Sledge e fu un grande successo negli anni sessanta. Nel 1991 Michael Bolton registrò una cover del brano, che fece guadagnare a Bolton un Grammy per la miglior interpretazione vocale maschile.
Al minuto 1:22. Sara guarda Harold che passa il telefono a Meg, poi tutti parlano del biglietto di addio di Alex.

(You make me feel like) A natural woman | Aretha Franklin
(singolo, 1967)
Canzone scritta per Aretha Franklin dalla cantautrice americana Carole King, che poi la cantò nel 1971 nel suo album Tapestry. Il brano diventato un classico della musica americana.
Al minuto 1:29. Michael fa riprese con la sua cinepresa, Meg e Harold sono seduti sul letto.

In the midnight hour | Wilson Pickett
(In the midnight hour, 1965)
Il primo successo di Pickett, e rimase il più celebre. Fu registrato a Memphis con tutto il suo storico attacco di fiati. Lui aspetta la mezzanotte, così finalmente sarà solo con lei.
Al minuto 1:32. Chloe da a Nick la giacca di Alex, mentre Sam e Karen e anche Harold e Meg fanno sesso.

I second that emotion | Smokey Robinson & The Miracles
(singolo, 1967)
Brano scritto da Smokey Robinson e da lui portato per primo al successo nel 1967, replicato due anni dopo dalla versione di Diana+Ross & The Supremes con i Temptations.
Al minuto 1:34. Harold va a fare una corsa, Sara lo guarda dalla finestra, mentre Chloe dorme.

Joy to the world | Three Dog Night
(Naturally, 1970)
Il brano è quello che inizia con il verso "Jeremiah was a bullfrog", cioè Geremia era una rana toro. Nella sua canzone natalizia omonima del 1994, Mariah Carey fa uso dei un campionamento del brano dei Three Dog Night.
Al minuto 1:37. Titoli di coda.

Altri 4 brani compaiono nei due album 'ufficiali' della colonna sonora del 1983 (The Big Chill) e del 1984 (More songs from The Big Chill) .

It's the same old song | Four Tops
(Four Tops' second album, 1965)

Dancing in the street | Martha and the Vandellas
(singolo, 1964)
Brano musicale scritto da William "Mickey" Stevenson e Marvin Gaye nel 1964, divenne uno dei maggiori successi del gruppo Martha and the Vandellas. Ne hanno fatto un duetto anche David Bowie e Mick Jagger nel 1985.

What’s going on | Marvin Gaye
(What’s going on, 1971)
La canzone affrontava genericamente i drammi del mondo, odi e guerre, proponendo la generica ma infallibile soluzione dell’amore: “You’ve got to find the way to bring some lovin’ here today”.

Too many fish in the sea | The Marvelettes
(singolo, 1964)

Playlist

Brani citati

One Hit Wonders - Gli anni novanta

“One Hit Wonder”, letteralmente “un colpo fantastico”, è il termine universalmente conosciuto con il quale vengono indicate le cosiddette “meteore musicali”, ovvero quelle canzoni, o quegli artisti, che hanno brillato una sola stagione e dei quali poi si sono perse le tracce.

Gli anni Novanta


The Power | Snap!
(World powers 1990)
"I've got the power - tun tun tututun tun". Eurodance a manetta prodotta tra l'Italia e la Germania. Loro sono in effetti una Two Hits Wonder, perché hanno bissato con "Rhythm is a dancer".

I’ve been thinking about you | Londonbeat
(1990)
Come vivere di rendita con un solo brano. Nel 1990 questa canzone che arriva dopo due anni dall’avvio della loro carriera, proietta la band britannica in testa alle classifiche di mezzo mondo. Ma incredibilmente, non solo non trascina l’album, ma resterà l’unica hit anche in patria.

Two princes | Spin Doctors
(Pocket full of kryptonite, 1991)
Indimenticabile pezzo funk-rock per una band che ha lasciato poco altro. Alcuni ricorderanno anche il cappello indossato dal cantante Chris Barron nel video trasmesso all'infinito negli anni ’90, molto simile al copricapo che aveva John Frusciante in "Under the bridge".

All that she wants | Ace Of Base
(Happy nation, 1992)
Praticamente gli ABBA perversi. Sono sempre in attività ma la casa se la sono comprata con questo pezzo qui.

The rhythm of the night | Corona
(Happy nation, 1992)
Pezzone scritto dal fratello di Ivana Spagna e prodotto da Checco Bontempi. La modella Olga de Souza prestava solo la faccia, in realtà cantava Jenny B.

Would I lie to you | Charles & Eddie
(Duophonic, 1992)
Il nero e l'ispanico, smielati fino al diabete. Purtroppo Charles è morto nel 2001.

I'm too sexy | Right Said Fred
(Up, 1992)
Quando apparirono in tv, culturisti, machi e equivoci, ce ne innamorammo subito!

Runaway train | Soul Asylum
(Grave dancers union, 1992)
Un’altra band punk rock esplosa negli anni ’90 con una ballata, "Runaway train", trascinata dal videoclip in stile Chi l’ha visto? che pare abbia contribuito a far ritrovare parecchi bambini scomparsi. Sex symbol dell’epoca, il cantante Dave Pirner è diventato famoso anche grazie a una delle sue fidanzate, Winona Ryder.

What’s up? | 4 Non Blondes
(Bigger, better, faster, more!, 1992)
“And I say hey, yeah yeah…”. Un unico album e un unico, enorme successo. Ed è un’altra ballata uggiosa che nella prima metà degli anni ’90 ha ipnotizzato chiunque con la voce della cantante Linda Perry.

Paris Latino | Bandolero
(1993)
Precursori degli artisti francesi che cantano (anche) in spagnolo, i Bandolero entrano all’improvviso, da esordienti, nelle classifiche di mezza Europa del 1983. Il brano è la hit dell’estate. Poi scompaiono dai radar.

What is love | Haddaway
(1993)
Probabilmente la persona più famosa della storia di Trinidad e Tobago e di certo l'unico che sa cos'è l'amore.

'74-'75 | The Connells
(Ring, 1993)
Band americana di pop rock melodico e struggente, hanno raggiunto il successo con questo pezzo, nonostante continuino a sfornare album come se non ci fosse domani.

Informer | Snow
(12 inches of Snow, 1993)
Snow ha realizzato il singolo reggae più venduto negli Stato Uniti, nonostante sia canadese e di giamaicano non abbia proprio niente. Poi è sparito nel nulla.

“Mmm mmm mmm mmm” | Crash Test Dummies
(God shuffled his feet, 1993)
Le strofe cantate col tono basso dal cantante Brad Roberts e quella singola lettera, un verso con le labbra chiuse, trasformato in memorabile, bizzarro ritornello. Ogni strofa racconta l’isolamento e la sofferenza di un bambino, traumi infantili fatti hit.

Blue (da ba dee) | Eiffel 65
(1995)
Maury, Jeffrey Jey e Gabry Ponte, eurodance ai massimi livelli, famosi in tutto il mondo, gettonatissimi all'autoscontro.

Eins zwei polizei | Mo-Do
(Was ist das, 1995)
Nome d'arte di Fabio Frittelli, modello italiano nato da madre austriaca e purtroppo morto suicida nel 2013.

Lemon tree | Fool’s Garden
(Dish of the day, 1995)
Il supertormentone dell’estate 1995 è questa filastrocca composta dal tedesco Peter Freudenthaler e dai suoi sodali, ovvero i Fool’s Garden. Che hanno anche pubblicato anche un Greatest Hits. Ci sarà solo questo pezzo ripetuto 12 volte?.

I'll be there for you | The Rembrandts
(L.P., 1995)
Si può passare alla storia per un unico pezzo? Se è la sigla di Friends. Veterani del power pop, i Rembrandts avevano già pubblicato un paio di album prima di consegnare alla storia "I'll be there for you", scritta insieme agli stessi produttori della serie tv. Colonna sonora perfetta per i tuffi sul divano.

One of us | Joan Osborne
(Relish, 1995)
Il pezzo era la sigla del telefilm Joan of Arcadia e in quegli anni è stato cantato da tutte le aspiranti cantanti del mondo.

Strange world | Ké
(1996)
Nemmeno Wikipedia ci sa dire che fine abbia fatto questo modello e cantante. Sparito nel nulla.

Thubthumping | Chumbawamba
(Tubthumper, 1997)
I Chumbawamba, prima e dopo questo brano, loro unico vero successo hanno una carriera lunga così, che continua ancora nei circuiti alternativi, anche per via della loro dichiarata simpatia politica anarchica. L’unica vera incursione nel pop rock commerciale è appunto questo singoloche gira tutto intorno al refrain: “I get knocked down, but I get up again. You’re never going to keep me down“, che per loro è una sorta di manifesto.

Barbie girl | Aqua
(Aquarium, 1997)
Si narra che gli Aqua si stiano per riunire. Ma quali pezzi suoneranno, oltre a questo?

MMMbop | Hanson
(Middle of nowhere, 1997)
Che dire? Dopo 23 anni, sono costretti a suonare ancora "MMMbop". Beati loro.

Mr. Gorgeous (and Miss Curvaceous) | Smoke City
(Flying away, 1997)
Il ritornello da canticchiare fa la sua parte, ma a decretare il successo di questo brano acid jazz è senz’altro il video, dove spadroneggia la vocalist brasiliana di questo gruppo inglese, Nina Miranda.

Kiss the rain | Billie Myers
(Growing, pain, 1997)
Billie Myers è una cantante britannica dalle origini giamaicane e dal timbro caldissimo e carico di sfumature; nel 1997 debutta sulle scene musicali con questo brano dai profondi influssi soft rock, oggi diventato un classico.

Truly madly deeply | Savage Garden
(Savage Garden, 1997)
Duo australiano diventato famoso in tutto il mondo con questo singolone del 1997. Si sono sciolti nel 2001.

Walkin' on the sun | Smash Mouth
(Push Yu Mang, 1997)
Suonano dal 1994 e qualche singolo l'hanno piazzato, ma questo pezzo è il motivo per andare a vedere un loro concerto.

Brimful of Asha | Cornershop
(1997)
In pieno delirio brit pop, un inno alle canzoni del cinema bollywoodiano e alla musica a 45 giri, dalle sorprendenti coreografie indiane ai vinili di Marc Bolan e della Trojan Records. I Cornershop erano già al loro terzo album quando Norman Cook/Fatboy Slim si è innamorato di "Brimful of Asha", remixando il pezzo e trasformandolo in un successo epocale. Impossibile stare fermi e non cantarla.

Bitch | Meredith Brooks
(Blurring the edges, 1997)
Con questo singolo si aggiudicò anche una nomination ai Grammy. Incredibilmente suona ancora.

Kiss me | Sixpence None The Richer
(Sixpence None The Richer, 1997)
All'inizio erano una band cristiana, poi hanno deciso di passare al pop. Le nostre orecchie ringraziano.

Save tonight | Eagle Eye Cherry
(Desireless, 1998)
Il fratellastro di Neneh Cherry è un musicista e un attore, ma della sua carriera ci ricordiamo solo questo singolo.

Crush | Jennifer Paige
(1998)
Bella come il sole, questa cantante americana suona ancora ma non è mai riuscita a bissare il successo del suo singolo di punta.

Big big world | Emilia
(Big big world, 1998)
Emilia Mitiku è una cantante svedese. Dopo il suo singolo di maggior successo, è tornata anche a cantare in svedese.

Unforgivable sinner | Lene Marlin
(Playing my game, 1998)
Lene in realtà di canzoni famose ne ha fatte, ma dopo i primi due album si è volatilizzata. Resta sempre una delle nostre cantanti preferite degli anni '90.

Torn | Natalie Imbruglia
(Left of the middle, 1998)
“Torn” era già stata incisa nel 1993 (in danese, con il titolo "Brændt") dalla cantante Lis Sørensen, poi nel 1995 dagli autori, il gruppo californiano Ednaswap e ancora nel 1996 dalla cantante americana-norvegese Trine Rein. Ma fu con la cantante di origini australiane, Natalie Imbruglia, che arrivò al successo cinque anni dopo la sua prima uscita.

If you believe | Sasha
(Dedicated to ..., 1998)
Il tedesco Sascha Schmitz raggiunse il successo internazionale con questo successoche fece da traino all’album d’esordio “Dedicated to…” premiato col disco di platino.

Narcotic | Liquido
(Narcotic, 1998)
Band alternative tedesca, sciolta nel 2009. Un riff di tastiera da lavaggio del cervello.

Iris | The Goo Goo Dolls
(Dizzy up the girl, 1998)
Una corposa power ballad scritta da John Rzeznik, cantante e chitarrista dei Goo Goo Dolls, per la colonna sonora del film City of Angels.

Boom, Boom, Boom, Boom!! | Vengaboys
(1998)
Band europop olandese, amante dei travestimenti e del look sopra le righe. Dal 2007 si sono riuniti e non ce n'è più per nessuno. Forse.

Snow on the Sahara | Anggun
(Anggun, 1998)
La bellissima indonesiana, dopo il suo pezzo famoso, ha dovuto duettare anche con Piero Pelù in quell'apice di trash che è "Amore immaginato".

The bad touch | Bloodhound Gang
(Hooray for bobbies, 1999)
Il video con loro vestiti da scimmie, semplicemente mitico. "Io e te baby non siamo che mammiferi, quindi facciamolo come si vede fare su Discovery Channel".

Mambo no. 5 | Lou Bega
(A little bit of mambo, 1999)
"A little bit of Monica in my life". Ascoltata talmente tante volte che fa venire le bolle. Lou Bega è un cantante tedesco di origini italiane ed ugandesi. Il brano è basato sull'omonimo brano registrato da Pérez Prado nel 1952.

You get what you give | New Radicals
(Maybe you've been brainwashed too, 1998)
Dopo l'esperienza nella band, il cantante Gregg Alexander ha scritto anche il brano "The game of love" con cui i Santana vinsero un Grammy nel 2003.

Life | Des'ree
(Supernatural, 1998)
Cantante e compositrice britannica, famosa per due canzoni: "Life" e "You gotta be".

Goodnight moon | Shivaree
(I oughtta give you a shot in the head for making me live in this dump, 1999)
Goodnight moon, un brano carico di influenze country, suadente e notturno, fu in assoluto il primo singolo degli Shivaree, band americana dedita alla sperimentazione di vari generi musicali. registrato nel 1999 e pubblicato poi nel corso del 2000 per la Capitol Records. Spopolò in Italia e in Europa, anche grazie al suo inserimento in diverse colonne, come Kill Bill Vol.2 di Tarantino.

Playlist


Brani citati

Led Zeppelin

(1968 -1980, Londra, Inghilterra)

Passano come i papà dell’hard rock (e i Deep Purple le mamme), ma è un’immagine assai riduttiva: nessuno dei loro emuli ha mai saputo fare canzoni altrettanto immediate e ascoltabili (e altrettanto varie e complesse). Erano quattro, leggendari, e avevano preso il nome da una battuta di Keith Moon degli Who a proposito del progetto di una superband («bella idea, precipiterà come un dirigibile di piombo», “a lead zeppelin”). Tutto il repertorio mitico del rock degli anni Settanta – groupies, aerei privati, concerti massacranti, droga, risse, alberghi distrutti – erano loro, i Led Zeppelin. Si sono riuniti per una tournée nel 2008, con il figlio di John Bonham al suo posto.

Babe, I’m gonna leave you
(Led Zeppelin I, 1969)
Il primo disco dei Led Zeppelin, nel 1969, suggerì al rock che si poteva tenere un piede nella staffa delle ballate acustiche e uno in quella del fracasso virtuosistico, contemporaneamente: qui, in un’esecuzione lunga e teatrale della parte dell’uomo che non ce la fa a restare fermo in questo posto. “Babe I’m gonna leave you” era un pezzo folk scritto da Annie Briggs, e già cantato da Joan Baez. I Led Zeppelin lo spacciarono a lungo come “tradizionale” prima di riconoscere all’autrice ciò che era suo.

Thank you
(II, 1969)
I Led Zeppelin hanno sempre attinto molto ai canoni classici, sia per la musica che per i testi: “se il sole non splendesse più, ti amerei lo stesso”. “Thank you” fu scritta da Robert Plant per sua moglie. L’organo finale ritorna in una postilla di una manciata di secondi, dopo una lunga pausa. Ne fece poi una cover Tori Amos.

Whole lotta love
(II, 1969)
Il brano è una rielaborazione di "You need love" del bluesman Muddy Waters. Il riff della canzone è uno dei più famosi della storia del rock.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #75 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ramble on
(II, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #433 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heartbreaker
(II, 1969)
Il brano è uno dei più famosi dei Led Zeppelin e consiste in un riff ripetuto per tutta la durata della canzone che si interrompe solo quando Jimmy Page esegue l'assolo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #320 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tangerine
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.

Stairway to heaven
(IV, 1971)
Prima che i miti divenissero dinosauri, “Stairway to heaven” vinceva tutte le classifiche per la più grande canzone rock della storia. Una specie di idolo adorato, che condensava formidabilmente la passione dei fans per un bel baccano rock e la loro vena sentimentale. Allora c’era sempre quello che sapeva suonare la prima parte di “Stairway to heaven”, e di solito giravano in due: lui, e quello che sapeva rollare le canne (nel film Wayne’s world ci si scherza su, allestendo un divieto di suonare “Stairway to heaven” in un negozio di strumenti musicali). La canzone è divisa in due: una ballata che ora suona persino troppo sdolcinata, e poi uno spettacolo sensazionale di chitarre elettriche e batteria, di potenza eterna. Il titolo era una citazione biblica, ma altri riferimenti del tema spirituale sono più paganamente celtici (oltre a cose di occultismo, che hanno dato luogo a grandi speculazioni sui messaggi satanici registrati all’incontrario, le solite cose). L’attacco era stato copiato da “Taurus” degli Spirit, che avevano suonato in tournée con i Led Zeppelin.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #31 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Black dog
(IV, 1971)
Il titolo della canzone si riferisce ad un labrador retriever nero che vagava attorno agli studi di Headley Grange durante la registrazione dell'album. Il cane non ha nulla a che fare con il testo della canzone, che parla del disperato desiderio per l'amore di una donna e della felicità che da esso ne deriva.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #294 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The song remains the same
(Houses of the holy, 1973)
Jimmy Page che si diverte come un matto, in uno schitarramento leggendario. Robert Plant canta che a momenti pare Peter Gabriel ai primi tempi, grazie a un ritocco durante la produzione. “The song remains the same” divenne il titolo di un famoso film-concerto dei Led Zeppelin, ripreso al Madison Square Garden nel 1973.

The rain song
(Houses of the holy, 1973)
Una leggenda vuole che George Harrison avesse detto a Jimmy Page che i Led Zeppelin erano una grande band ma avrebbero dovuto scrivere qualche ballata romantica in più. E loro fecero “The rain song”, meravigliosa: che in effetti ha persino momenti beatlesiani, troppa grazia. Ma dura sette minuti e la sua parte più forte è quella centrale, strumentale e ipnotica.

Over the hills and far away
(Houses of the holy, 1973)
Il procedimento è ancora quello di “Stairway to heaven”. Una prima parte dolce e acustica con un grande giro di chitarra, e poi bùm!, e che bùm! E John Paul Jones che fa una grande cosa di basso. Poco tempo dopo, la voce di Plant non avrebbe più saputo raggiungere questi acuti e le esecuzioni dal vivo le avrebbero preso le misure.

D’yer mak’er
(Houses of the holy, 1973)
Un fantastico trastullo reggae, in cui John Bonham picchia sulla batteria tutto il tempo, che chissà come hanno fatto poi a spegnerlo. Il titolo viene dalla trascrizione di un intraducibile gioco di parole (si pronuncia come “jamaica”) alla base di una vecchia barzelletta.

Kashmir
(Physical graffiti, 1975)
Capolavoro ansiogeno e teatrale, tutto in salita con influenze orientali varie, e che Robert Plant ha definito la più efficace spiegazione della sua band. Quando Puff Daddy ne fece una specie di cover per la colonna sonora di Godzilla fu l’unica volta in cui i Led Zeppelin frequentarono una notorietà moderna, mentre il resto del loro repertorio è totalmente trascurato dal giro contemporaneo: per le loro canzoni nessuna cover, nessuno spot, nessuna ripresa in un film, nessun campionamento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #140 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ten years gone
(Physical graffiti, 1975)
Esibizione chitarristica che a momenti ricorda “Band on the run” dei Wings: i dieci anni di cui si par- la sono quelli passati da quando la ragazza di Robert Plant gli disse «o me o la musica». Lui scelse come si sa, ma la sogna ancora; lei va’ a sapere come si è sistemata.

Down by the seaside
(Physical graffiti, 1975)
I Led Zeppelin che si divertono a fare i Beach Boys (per la precisione, la canzone è tutta una citazione di “Down by the river” di Neil Young). Poi a un certo punto si stufano, e mettono a ferro a fuoco la spiaggia: pare di vedere i surfers in braghette che corrono a cercare rifugio dietro le sdraio. Roba di pochi secondi, come le trombe d’aria che portano via gli ombrelloni, poi torna la pace.

Fool in the rain
(In through the out door, 1979)
Papa-papà parara, papa papà parà... Al loro ultimo disco (John Bonham morirà soffocato dopo un abuso di alcool, l’anno seguente), i Led Zeppelin ormai facevano altro: pianoforte e addirittura impazzimenti carioca con i fischietti e tutto. Anche se a un certo punto gli scappava sempre la mano su chitarre e batteria.

All my love
(In through the out door, 1979)
I Led Zeppelin che fanno una canzone: con le strofe, il refrain, un suono buono per le radio, tutto quanto. Roba di tastiere, John Paul Jones in primo piano. Dedicata al figlio di Robert Plant, che era morto a cinque anni per un’infezione respiratoria.

I’m gonna crawl
(In through the out door, 1979)
Pezzone soul che concludeva l’ultimo disco della band. Anche il titolo, il testo (“I get down on my knees”) e come Plant la canta, sono tutte fedeli e sapienti citazioni del repertorio soul. Certo, poi Jimmy Page non è che lo si potesse ammanettare.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Neil Young

(1945, Toronto, Canada)

Neil Young è canadese, ha passato i sessant’anni ed è sulla breccia da quaranta. È stato il mito di un paio di generazioni ed è andato vicino a esserlo per una terza. Le sue mille straordinarie canzoni si dividono sostanzialmente tra le ballate acustiche country-folk e i rockacci ante-grunge. In tutto questo, ha pure fatto parecchie cose inutili (e ancora ne fa), ma quale mito non ha i suoi momentacci?

Broken arrow
(Buffalo Springfield again, 1967)
I Buffalo Springfield furono la prima band di Neil Young. Con lui c’era già Stephen Stills: la band fece due dischi e poi si sciolse. Nel secondo c’erano tre canzoni di Young, molto indipendenti dal resto dei Buffalo Springfield e già parte della sua carriera solista. “Broken arrow” è una visione musicale complicata, una specie di"Lucy in the sky with diamonds”, che alterna strofe meravigliose a inserimenti sonori anomali e incongrui. Ed è bellissima. “And when it was over it felt like a dream...”

Cowgirl in the sand
(Everybody knows this is nowhere, 1969)
“Cowgirl in the sand” è il primo grande classico di Neil Young: un pezzo col quale spiegare a un bambino di sei anni che cosa è “rock”. L’attacco è come quando si sgombera la scrivania con un solo gesto dell’avambraccio. Ma per dieci minuti interi tutto è perfetto nella melodia e sensazionale nell’uso delle chitarre. C’è solo “Like a hurricane” meglio di così.

Helpless
(Déja vu, 1970)
Crosby, Stills e Nash esistevano già da un disco, ma con Déja vu diventarono Crosby, Stills, Nash & Young, un marchio effimero ma definitivo come Gianni e Pinotto, o Procter & Gamble. Young non si mescolò agli altri: si mise buono da una parte quando non toccava alle sue canzoni, e chiese ai tre di fare lo stesso con le sue, che sono a tutti gli effetti canzoni di Neil Young. In “Helpless” gli altri si limitano al coretto: è una canzone dolcissima di ricordi autobiografici, che comincia con “c’è una casa in North Ontario” (la piccola casetta in Canadà, insomma) e poi ha un verso inverso (un po’ come la faccia sovrapposta a quella di chissà chi altro in “Rimmel”): “blue blue windows, behind the stars”. Ne fece una gran versione con la Band (quella con la bi maiuscola, quella con il “the” davanti), registrata in The last waltz.
(Aneddoto scabroso: il regista del relativo film sul concerto celebrativo della Band, Martin Scorsese, dovette fare i salti mortali per occultare il baffo di cocaina che si vedeva uscire dal naso di Young durante “Helpless”).

After the gold rush
(After the gold rush, 1970)
Già “Helpless” era una specie di sogno, e sogni ne avrebbe raccontati ancora per molto tempo. Qui comincia così: “well I dreamed I saw the knights in armour come”. E poi c’è ancora moltissimo del suo linguaggio frequente: arcieri, lune, soli.
“After the gold rush” è una canzone lenta e inesorabile, col pianoforte in grande evidenza, con una specie di corno, e una malinconia generale che circonda il racconto piuttosto criptico di una visione da fine del mondo: racconto che è oggetto da sempre di mille interpretazioni. In una delle molte cover, Linda Ronstadt, Dolly Parton ed Emmylou Harris hanno sostituito il verso “avevo voglia di stonarmi” con “avevo voglia di piangere”, sostenendo che erano troppo vecchie per avere voglia di stonarsi (o almeno per cantarlo in giro).

Southern man
(After the gold rush, 1970)
Altro grande classico rock, con Nils Lofgren che pesta sul pianoforte dall’inizio alla fine mentre le chitarre fanno il loro porco mestiere. La canzone parla del razzismo negli Stati del Sud, e ricevette una risposta in “Sweet home Alabama” dei Lynyrd Skynyrd, con i versi: “I hope Neil Young will remember, the Southern man don’t need him around anymore”.

Don’t let it bring you down
(After the gold rush, 1970)
“Old man”, “full moon”, “the sky”, “down to the river”, le solite cose. Ma una costruzione originalissima, con un solo ritornello finale che si blocca in una pausa da cui si ripete con una nuova dolcezza, rovesciandosi come acqua che trabocca sul resto sulla canzone. E poi c’è questo bel titolo: "Non buttarti giù”.

Birds
(After the gold rush, 1970)
“Birds” è nello stesso disco di “After the gold rush”, e le somiglia. Dolce, lenta, solo pianoforte e voci. Ma questa è una bellissima canzone d’amore, anche se di un amore finito.

Out on the weekend
(Harvest, 1972)
A molti grandi del rock poi capita anche il disco che stravende, quello con cui si portano a casa non solo i fans ma anche il resto del mondo. Per Neil Young, quello fu Harvest, e a risentirlo ancora si capisce il perché. “Penso che farò le valigie e mi comprerò un pick-up, e me ne andrò a Los Angeles”, è l’inizio del disco, molto country nei suoni, più di quanto Young avesse accennato finora. L’armonica è memorabile, e fa il paio con quella di “Heart of gold”, nello stesso disco.

Alabama
(Harvest, 1972)
Fu “Alabama” che fece traboccare il vaso della pazienza dei Lynyrd Skynyrd, che allora pubblicarono “Sweet home Alabama”. Ancora sui pregiudizi del Sud e sul desiderio che ne esca il meglio, una stupenda ballata rock con un grande equilibrio tra la strofa melodica (il modo in cui dice “windooows, down in Alabama” fa rizzare i capelli) e l’aggressività del refrain.

Words
(Harvest, 1972)
Come in “Alabama”, su “Words” canticchiano Stephen Stills e Graham Nash, ma il grosso lo fanno pianoforte e chitarre, con un andamento formidabile, triste, solitario e finale.

Heart of gold
(Harvest, 1972)
Keeps me searching
for a heart of gold
And I’m getting old.

See the sky about to rain
(On the beach, 1974)
Racconta ancora qualcosa di inquietante all’orizzonte, come in “After the gold to rush”, ma qui il suono è più west coast (e il titolo del disco è On the beach), con un organo à la Doors.

Tired eyes
(Tonight’s the night, 1975)
“Please take my advice”: una anomala canzone di Neil Young, bellissima e sonnolenta come gli occhi del titolo, con lui che di fatto parla, più che cantare. Salvo lasciarsi andare nella dolcezza del refrain.

Long may you run
(Long may you run, 1976)
Per quelli di queste generazioni, sono due gli auguri immortali tra cui scegliere quando si lascia un amico: “che la forza sia con te” e “long may you run”. Nell’originale della citazione – la canzone che dava il titolo al disco inciso insieme a Stephen Stills – il saluto era diretto alla vecchia Pontiac del ’53 di Young.

Like a hurricane
(American stars’n’bars, 1977)
Per me, numero uno: tra le dieci grandi canzoni della storia del rock. Quando Neil Young la scrisse, era un periodo che non poteva cantare per un intervento alle corde vocali seguito a un eccesso di cocaina. Ce n’è una bella e agguerrita cover di Jay Farrar nel suo Stone, steel & bright lights.

Lotta love
(Comes a time, 1978)
Ballatina amabile, tratta da Comes a time, che fu un bel disco di indulgenze country. Diventò famosa nella versione di Nicolette Larson, e viceversa. Poi per gli italiani l’equivoco bellicoso del termine “lotta” è divertente, come in “Whole lotta Rosie” degli AC/DC (sta per “lot of”: “ci vorrà un sacco d’amore”).

Four strong winds
(Comes a time, 1978)
Non era di Neil Young, ma di un cantautore canadese di nome Ian Tyson, che l’aveva scritta una ventina d’anni prima. Un’allegra canzone country sulla volatilità delle cose e delle vite. Young la cantò ancora al Live 8 di Toronto, nel 2005.

& Hey hey, my my
(Rust never sleeps, 1979)
"Rust never sleeps" era lo slogan pubblicitario di un antiruggine. Divenne il titolo del disco e un verso della canzone principale, che ha due versioni simmetriche: una rock e l’altra acustica. La prima è un pezzone travolgente che affronta il ruolo di Neil Young stesso nei confronti dei cambiamenti sulla scena del rock internazionale (“the king is gone but he’s not forgotten, is this the story of Johnny Rotten?”), e contiene il verso-manifesto “rock and roll will never die”. Il grunge praticamente verrà da qui (un altro verso della versione acustica, “it’s better to burn out than to fade away”, sarà citato nella nota lasciata da Cobain prima di uccidersi).

Powderfinger
(Rust never sleeps, 1979)
E qui era ancora capace di fare una canzone nel solco di “Cowgirl in the sand” e “Southern man”, con l’ausilio dei fedeli Crazy Horse: “look out mama there’s a white boat comin’ up the river”. “Powderfinger” è uno dei classici del secondo Neil Young (ormai siamo già al quarto, o quinto), di cui hanno fatto una bella cover i Cowboy Junkies.

Lost in space
(Hawks & doves, 1980)
Hawks & doves non ebbe una grande accoglienza: un po’ perché era un ritorno a suoni country più convenzionali, un po’ perché aveva degli espliciti apprezzamenti per l’America reaganiana, un po’ perché in effetti non era un gran disco. Ma ha qualcosa di gradevole, se non i capolavori del Neil Young consueto. “Lost in space” è una dolce ballata, con un inatteso coretto da cartoni animati. Dove dice “losing you, I heard I was losing you” è un po’ come quando De Gregori canta “mi dicono che stai vincendo e ridono da matti”.

AA. Philadelphia
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

Change your mind
(Sleeps with angels, 1994)
Eccolo il pezzone rock. Il disco successivo di Neil Young risente molto di quell’andamento dolce e ricco di pianoforte, quello di "Philadelphia", e molto della morte di Kurt Cobain. Ma c’è anche qualcosa più sonoramente alla Crazy Horse, con le chitarre giuste che vanno avanti un quarto d’ora.

It’s a dream
(Prairie wind, 2005)
«Ho scritto “It’s a dream” e l’ho portata in studio il mattino seguente per registrarla: e ho detto a Ben Keith (il produttore di Prairie wind): “Ben, sai cosa? Qui ci starebbero bene degli archi, che ne pensi? Chiamiamo Chuck Cochran?”. Così chiamiamo Chuck, che ha curato gli archi per Comes a time e in due ore quello arriva. E non lo vedevamo da almeno 15 anni». Mentre registravano, a Nashville, a Neil Young fu diagnosticato un aneurisma cerebrale. Si fece operare, e tornò a finire il disco.

Ordinary people
(Chrome dreams II, 2007)
Diciotto minuti di pezzone rock come li faceva quarant’anni prima (e in effetti risaliva a vent’anni prima), con aggiunta sensazionale di fiati che potrebbero andare avanti all’infinito. Ci sono quelli che da un certo punto in poi puoi star certo che non infileranno mai più un buon disco. Neil Young non lo sai mai.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio


Altri brani, non su Spotify

AA. Philadelphia | Neil Young


Like a hurricane | Jay Farrar

Ocean Colour Scene

(1989, Birmingham, Inghilterra)

Se gli Oasis fossero stati più creativi, sarebbero stati gli Ocean Colour Scene. Sono quattro (poi cinque, con qualche cambiamento), di Birmingham, forse la miglior band britannica ignorata dal mondo degli anni Novanta: grandi nelle ballate come nelle tirate rock, a metà tra i Beatles e Paul Weller, loro mentore.

The day we caught the train
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il loro singolo più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Lining your pockets
(Moseley Shoals, 1996)
Simon Fowler, cantante degli Ocean Colour Scene, in un momento soul in cui qualche critico ha sentito persino qualcosa di Randy Newman. E poi c’è il punto stupendo dove dice “all the things that I wanted....”.

Policemen and pirates
(Moseley Shoals, 1996)
But it doesn’t really matter when the judgements are said, ‘cause we all take our chances to find out romance is in some others bed
. Moseley Shoals, il secondo disco degli Ocean Colour Scene, è pieno di pezzi formidabili, e testi come questo, con tanto di Nerone e Ponzio Pilato.

The downstream
(Moseley Shoals, 1996)
Se faccio un film, ci metto questa canzone: nel momento in cui il protagonista è depresso per le cazzate che ha combinato e gli sembra che tutto sia perduto. Forse anzi finisce così, il film.

Better day
(Marchin’ already, 1997)
“Cosa mi aspetto dal tomorrow?” Bisogna avere sempre un po’ di diffidenza nei confronti delle accuse di plagio, che da un po’ di anni fioccano come funghi (crescono come api?). E allora, se è vero che la bella “Un giorno migliore” dei Lunapop comincia proprio identica a questa canzone degli Ocean Colour Scene, poi però il ritornello è diverso. E a leggere le note, “Un giorno migliore” risulta scritta da Cesare Cremonini, punto. Solo lui. C’è però un dettaglio che rende un po’ strana l’ipotesi della casualità: il titolo, della canzone.

< Hundred mile high city
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Profit in peace
(One from the modern, 1999)
“Profit in peace” è un potente inno pacifista, che gira attorno al concetto semplicistico ma sempre fondato della guerra come mezzo di interessi economici, enumerando tutti quelli che “non vogliono combattere più”, ma che dovranno continuare a farlo perché “con la pace non si guadagna”.

Families
(One from the modern, 1999)
Del voler bene ai bambini, che poi loro si ricordano.

We made it more
(Mechanical wonder, 2001)
Lentone sentimentale, con gli archi, e il modo in cui lui va via lontano su “ain’t gonna make another play today...”.

Golden Gate bridge
(North Atlantic drift, 2003)
“And I really hope to have you all my life” è un verso fantastico, semplice e poetico insieme. Gli fa da contraltare l’auspicio simile ma più netto di celebrare assieme “un cinquantaduesimo anniversario”. Grande refrain, bisognerebbe esserci quando la cantano in uno stadio.

Free my name
(A hyperactive workout for the flying squad, 2005)
Un wall-of-sound da portare via tutta la baracca e far scendere la gente affacciata ai balconi, e fiati in abbondanza: il primo singolo dal disco del 2005 degli Ocean Colour Scene era ancora perfetto per alzarsi la mattina e andare a conquistare il mondo, là fuori.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Blur

(1989, Colchester, Inghilterra)

Band di culto, band rivoluzionaria, band di grande fantasia, band di popolarità mondiale, band di continui tentativi di svolta. Sono stati una delle cose più importanti della musica pop degli anni Novanta, soprattutto in Gran Bretagna. Poi una delle due teste, il chitarrista Graham Coxon, ha deciso di lasciare; e l’altra testa, il cantante Damon Albarn, ci è rimasto male e continua a dire che senza Coxon non sarà più la stessa cosa. Intanto si è inventato altro, dalle raccolte di musica terzomondista al successone dei Gorillaz.

Sing
(Leisure, 1991)
Canzone dalla storia agitata. Fu ripescata dal periodo pre-Blur della band, messa dentro al primo disco dei Blur – ignorato fuori dalla Gran Bretagna – e uscì come b-side del primo singolo. E quando ripubblicarono l’LP negli Stati Uniti, la tolsero. Poi ricomparve nella colonna sonora di Trainspotting. Se lo meritava, perché benché non succeda praticamente niente per cinque minuti scanditi da un pianoforte incessante e tramviario, ha un feeling particolare e arioso, ottima scelta per una colonna sonora.

Sunday sunday
(Modern life is rubbish, 1993)
Fu il terzo singolo da Modern life is rubbish, quello che andò meglio. C’era già tutto quello che i Blur avrebbero fatto poi, dal suono britpop alle indulgenze più rock, ai temi della deprimente quotidianità britannica. Una domenica bestiale.

Girls and boys
(Parklife, 1994)
Gli inglesi chiamano “eurotrash” quel pop da classifica di solito proveniente dai paesi del Nordeuropa, spesso per opera di bands che poi spariscono nell’oblio, molta elettronica e una melodietta che funziona coi ragazzini: tipo “Barbie girl” degli Aqua, per capirsi. Questa canzone fu l’imitazione e la parodia dell’eurotrash e al tempo stesso la presa in giro del nascente cazzeggio degli anni Novanta e della gioventù squinternata ed eccitata che li frequentò. L’ironia fu ignorata da quella stessa gioventù e dalle classifiche di mezzo mondo: la canzone aprì la strada a un’ennesima era di britpop di grande successo internazionale.

Trouble in the message centre
(Parklife, 1994)
Ritmone. Ritornello abbastanza inutile, ma strofa tiratissima: sapete schioccare le dita?

Parklife
(Parklife, 1994)
La canzone contiene alcuni versi recitati in cockney dall'attore Phil Daniels, il quale compare anche nel videoclip del brano. La canzone è citata spesso a proposito della cosiddetta "battaglia del Britpop" tra Blur e Oasis. Nel febbraio 1996 Liam e Noel, nel ricevere un premio, si esibirono in una parodia irriguardosa di "Parklife" (il titolo fu cambiato in "Shite-life").

Country house
(The great escape, 1995)
La resa dei conti con i rivali Oasis arrivò quando Damon Albarn decise di fare uscire il nuovo singolo dal nuovo cd la stessa settimana del nuovo singolo dal nuovo cd degli altri, “Roll with it”. Gli Oasis poi sostennero che del loro non erano state stampate abbastanza copie, ma insomma: al numero uno andò “Country house”. Non durò a lungo: quando dal disco degli Oasis uscì fuori “Wonderwall”, chiuse la partita delle vendite.

The universal
(The great escape, 1995)
La più bella canzone dei Blur, per come si inventa l’andamento lento della strofa e il refrain liberatorio, illusorio e “anthemico”, come dicono gli inglesi: e per come li mette assieme.

Entertain me
(The great escape, 1995)
In realtà è la stessa canzone di “Girls and boys”, suo sequel.

You’re so great
(Blur, 1997)
Suona un po’ strana, per una canzone dei Blur: e in effetti la suona e la canta Graham Coxon tutto da solo, in un disco già molto più rock e “americano” rispetto ai precedenti, proprio su insistenza dello stesso Coxon. Ma nella sua anomalia, “You’re so great” aggiunge l’esemplare “canzone struggente” al repertorio altrimenti sempre un po’ freddino-pop dei Blur.

Strange news from another star
(Blur, 1997)
Benché citi il titolo di un racconto di Hermann Hesse del 1915, è impossibile non legare il riferimento astronomico al suono bowiesco della canzone.

Song 2
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Coffee & TV
(13, 1999)
Uno sguardo indietro al suono e ai coretti di qualche disco prima, ottimo pop prodotto da William Orbit. Il video, per chi se lo ricorda, era quello del cartone di latte che va alla ricerca di Graham Coxon.

Tender
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio