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Ma libera veramente

Chi ascolta la radio sa che nel meccanismo delle “oldies”, i vecchi pezzi che nella programmazione vengono mescolati alle noiose e omologate playlist usa e getta, ci sono dei classici immarcescibili. Canzoni che sembrano fatte apposta per essere trasmesse alla radio nei secoli dei secoli, amen.

You | Ten Sharp
(Under the waterline, 1991)
Erano due olandesi: nessuno li aveva sentiti nominare prima e nessuno li ha più sentiti dopo, almeno a sud di Eindhoven. Ma “You” e il suo giro di tastiere fecero il giro del mondo e vendettero 18 milioni di copie.

Captain of her heart | Double
(Blue, 1986)
Anche i Double erano due, ma svizzeri. La canzonetta per cui sono famosi fa molto frivolezza anni Ottanta ma era davvero bella: pop jazzato con gran pianoforte e sassofono.

Hold the line | Toto
(Toto, 1978)
Il primo singolo dei Toto, e non fecero mai più niente che lo superasse, in termini di equilibrio tra enfasi rock e melensaggine melodica: col pianoforte tutto su un dito e il gran riff di chitarra. Una delle cose più radiofoniche che siano mai arrivate sulla scrivania di un compilatore di scalette.

While you see a chance | Steve Winwood
(Arc of a diver, 1981)
“When some cold tomorrow finds you, when some sad old dreams reminds you...”. A Will Jennings si può perdonare di aver scritto le micidiali canzoni di Titanic (quella di Céline Dion) e di Ufficiale e gentiluomo solo sapendo che fu coautore con Winwood dei versi perfetti di “While you see a chance” (ha scritto anche “Tears in heaven” di Clapton). La celestiale introduzione fu un accidente improvvisato in studio dopo che Winwood aveva cancellato per sbaglio la traccia di batteria prevista (nel disco suonava tutto lui). “Find romance, fake it”, è un po’ lo stesso concetto di “Quando non sai, inventa” dei Peanuts.

Falcon | RAH band
(1980)
Mitico pezzone strumentale buono per mille sigle e sottofondi radiofonici nei primi anni Ottanta. Era un produttore inglese, Richard Anthony Hewson (lavorò coi Beatles, i Supertramp, Diana Ross, solo a dirne tre), e diede le sue iniziali al progetto.

Baby come back | Player
(1977)
“Torna bambina: mi ero sbagliato, non posso vivere senza di te”. “Baby come back” arrivò al numero uno in America. I Player erano di Los Angeles. Il bassista era Ronn Moss, che poi divenne ancor più celebre come protagonista di Beautiful. Cialtronissima e imbattibile la pausa finale su “I was wrong, and I just can’t live...”.

Glad | Traffic
(John Barleycorn must die, 1970)
Strumentale jazzato in accelerazione continua e mille invenzioni, diventato con merito una delle più abusate sigle radiofoniche. Ma anche perfetto per quei film sugli anni Settanta dove vengono mostrate feste di stonati e bicchieri vuoti, tutto in una fumaglia colorata.

Tempted | Squeeze
(East side story, 1981)
“Ho comprato lo spazzolino, il dentifricio...”. Stupenda canzonetta appiccicosissima da un disco del 1981 prodotto da Elvis Costello. Gli Squeeze da noi non se li è mai filati nessuno, ma ci suonavano alcune figure amatissime presso il pop anglosassone (Jools Holland, Chris Difford, Glenn Tilbrook, e poi Paul Carrack, che aveva suonato con i Roxy Music).

Read’em and weep | Meat Loaf
(Dead ringer, 1981)
“Leggili e piangi”, sono i miei occhi. La scrisse Jim Steinman, lo storico socio di Meat Loaf, che ci mette tutto se stesso con vette di kitsch sublimi. Andò forte in una disdicevole cover di Barry Manilow.

Theme from Shaft | Isaac Hayes
(Shaft, 1971)
Isaac Hayes ne ha fatte parecchie, dal cantante, all’attore (era il Duca in 1997, Fuga da New York), al sostenitore di Scientology, alla voce di Chef in South Park. Ma soprattutto ha vinto un Oscar per un pezzo funkissimo e mitologico, scritto per la colonna sonora di Shaft.

Playlist


Brani citati

Tom Petty

(1950-2017, Gainesville, Florida, USA)

Adorato rocker americano della generazione di mezzo, da ragazzo vide Elvis che era venuto a girare un film vicino alla sua città e decise cosa voleva fare da grande. La maggior parte dei dischi li ha fatti con la fedele band degli Heartbreakers, ma ha anche partecipato alla rimpatriata di vecchie glorie (Bob Dylan, George Harrison, Jeff Lynne e Roy Orbison) sotto il nome di Traveling Wilburys. Fuori dall’America è conosciuto vagamente, per alcune cose rilanciate in video nel periodo della prima MTV.

I need to know
(You’re gonna get it!, 1978)
Va come una lippa – “I-need-to-know! I-need-to-know!” –, che al primo ascolto veniva il sospetto di aver sbagliato i giri del piatto (ora non c’è più il rischio). Il testo risale al frequente caso tematico del “mi dicono che te ne vuoi andare”: ma com’è che quando lei se ne vuole andare lo dice sempre a qualcun altro (che poi spiffera)?

Refugee
(Damn the torpedoes, 1979)
Rocchetto di organo elettrico, su un amore andato male ma bisogna farsene una ragione, sono cose che capitano: “you don’t have to live like a refugee”.

You got lucky
(Long after dark, 1982)
Brrrr, che spavento: un disco di Tom Petty con le tastiere elettroniche. I fans si fecero venire un colpo, gli altri si godettero una gran canzone: “remember, good love is hard to find”. Vai, vai pure. Vai pure. Ma ricordati, bellezza: sei stata fortunata, a incontrarmi. L’assolo di chitarra voleva somigliare a certi western di Sergio Leone.

Don’t come around here no more
(Southern accents, 1985)
“Non farti vedere più in giro”: ballata inquietante e psichedelica, anomala nella costruzione della strofa e del refrain (qual è una e qual è l’altro?). Quello che suona il sitar è Dave Stewart degli Eurythmics. C’è un gran cambio di ritmo nel finale, che sembrano arrivati i Police. Secondo la leggenda Petty era sempre scontento del risultato delle registrazioni e si fratturò una mano dando un pugno nel muro.

Needles and pins
(Pack up the plantation, 1986)
Ballatona dal suono country che dal 1963 in poi era stata cantata da molti altri (l’avevano scritta Jack Nitzsche, che poi sarebbe diventato un grande produttore e autore di colonne sonore, e Sonny Bono, quello di Cher). Tom Petty e Stevie Nicks la fecero assieme dal vivo con gran passione, e poi uscì come singolo.

Runaway trains
(Let me up (I had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Into the great wide open
(Into the great wide open, 1991)
Un raccontino di ascesa alla celebrità rock, prodotto da Jeff Lynne dell’Electric Light Orchestra, e si sente. Nel video c’erano Johnny Depp e Faye Dunaway.

Something in the air
(Greatest hits, 1993)
“Sta arrivando la rivoluzione, ed è giusta”. “Something in the air” era un classico dei Thunderclap Newman (la band “laterale” di Pete Townshend) usato nel film del 1969 The magic christian, con Peter Sellers e Ringo Starr, e poi in Fragole e sangue (anni dopo, ancora in Almost famous).

Hard on me
(Wildflowers, 1994)
“Hard on me” è una ballata con un bell’andamento soul, e una specie di preghiera al Signore che non gli complichi la vita e non gli chieda troppo, perché la sua pazienza è umana e tutto ciò di cui ha bisogno è solo un amico che gli metta un braccio intorno alle spalle.

Wake up time
(Wildflowers, 1994)
Canzone conclusiva, di pianoforte (e archi arrangiati da Michael Kamen, divo delle colonne sonore hollywoodiane). Sul momento in cui bisogna svegliarsi, e aprire gli occhi.


Brani citati
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The Big Chill

Il grande freddo è un film del 1983 diretto da Lawrence Kasdan, che rappresenta uno spaccato della generazione del Sessantotto e della contestazione giovanile.

Per il funerale di Alex, suicidatosi senza motivo apparente, nella villa del vecchio compagno Harold e della moglie Sara, viene invitato un gruppo di ex compagni di college. Dopo avere condiviso i sogni e le aspirazioni negli anni sessanta, gli amici si sono persi di vista per circa quindici anni e si ritrovano all'inizio degli anni ottanta, cambiati nelle aspirazioni e nelle aspettative. L'incontro è l'occasione per ricordare i sogni della giovinezza e confrontarli con il presente, ristabilire rapporti e crearne di nuovi: Karen, delusa dal proprio matrimonio con Richard, ravviva una vecchia e latente fiamma con Sam, attore fresco di divorzio; Michael, logorroico giornalista scandalistico, tenta senza successo d'offrirsi a tutte le donne disponibili; la giovane Chloe, ragazza di Alex, forse troverà un nuovo amore in Nick, psicologo introverso e segnato dall'esperienza in Vietnam e dalla droga; l'avvocatessa rampante Meg, che desidera un figlio ma non ha un compagno, forse l'avrà da Harold, con la complicità di Sarah, che si sente ancora in colpa per avere tradito il marito cinque anni prima con Alex.

La colonna sonora, scelta personalmente dal regista e dalla moglie, racchiude alcuni dei grandi successi americani degli anni sessanta, in particolare dell'etichetta soul Motown.


I heard it through the grapevine | Marvin Gaye
(I heard it through the grapevine, 1968)
Beh, un mito, anche se l’hanno infilata in tutti i film e gli spot del mondo, compreso uno per le uvette: ma con quell’attacco lì, si può vendere qualsiasi cosa. Nell’anno prima che convincessero il signor Motown, Barry Gordy, a farla cantare a Gaye, la canzone era stata già data a parecchi altri. Ma con lui divenne il singolo più venduto nella storia della Motown. Una delle più grandi canzoni sulla rivelazione dell’esistenza dell’altro, assieme a “Fiori rosa, fiori di pesco”.
Al minuto 0:01. Sara inizia a piangere. I principali protagonisti vengono introdotti attraverso una serie di brevi riprese.

You can’t always get what you want | The Rolling Stones
(Let it bleed, 1969)
Fenomenale. Lo era già prima di entrare dentro nuovi cuori grazie alla scena del funerale che apre Il grande freddo, con tutto il coro del London Bach Choir (in alcune versioni è tagliato, e la canzone parte dalla chitarra). Poi tira avanti per sette minuti e mezzo di effettiva ascensione al cielo, in palese eccezione al titolo.
Al minuto 0:12. Scena del funerale in chiesa, con Karen che suona il brano con l'organo. Il brano si evolve poi da strumentale all'originale dei Rolling Stones, mentre tutti vanno al cimitero.

Tell him | The Exciters
(singolo, 1962)
Al minuto 0:25. Dopo che Michael ha incontrato Chloe, scene di tutti che disfano le valigie.

A whiter shade of pale | Procol Harum
(Procol Harum, 1967)
Nessuno ha ancora capito cosa accidenti volesse dire (se lo chiedevano anche in The commitments, il film), ma fu l’emblema dell’Estate dell’Amore hippie e rimase una delle canzoni più famose e riprodotte della storia. C’è soul, rock e musica classica assieme (Bach è citato esplicitamente), senza indulgere in sinfonismi à la Queen. “We skip the light fandango...”.

The tracks of my tears | Smokey Robinson & The Miracles
(Going to a go-go, 1965)
Al minuto 0:27. Meg parla di un caso giudiziario e Michael di giornalismo, mentre tutti gironzolano intorno.

Good Lovin' | The Young Rascals
(The Young Rascals, 1966)
Al minuto 0:42. In giro con la jeep.

Ain't yoo proud to beg | The Temptations
(Gettin' ready, 1966)
I Rolling Stones registrarono una versione della canzone per il loro album It's only rock 'n' roll nel 1974.
Al minuto 0:53. Harold mette questo disco e tutti ballano mentre puliscono la cucina.

My girl | The Temptations
(The Temptations sing Smokey, 1965)
Il brano fu scritto e prodotto da Smokey Robinson e portato per la prima volta al successo dai Temptations. Molte sono le cover successive, tra cui quella di Otis Redding.
Al minuto 0:54. Seduti sul divano a fumare uno spinello.

Wouldn’t it be nice | The Beach Boys
(Pet sounds, 1966)
La prima traccia di un disco – Pet sounds – considerato uno dei più importanti della storia del rock. Dopo due minuti ci sono già abbastanza melodie per quattro canzoni. Rivoluzionaria anche nel testo, che dopo tutta l’epica del giovanilismo surfistico suggerisce invece come sarebbe bello essere già vecchi e passare giorni e notti assieme e tranquilli come fa tutto il mondo.

Quicksilver girl | Steve Miller Band
(Sailor, 1968)
Al minuto 0:58. Richard dorme sul divano, mentre Nick e Meg provano delle scarpe.

The weight | The Band
(Music form Big Pink, 1968)
"The weight" è una canzone del 1968 del gruppo canadese The Band. Il brano è tra i più celebri della controcultura della fine degli anni sessanta.
Al minuto 1:01. Meg si prepara un caffè e fuma una sigaretta, mentre Nick e Meg continuano a provarsi delle scarpe.

Gimme some lovin' | The Spencer Davis Group
(Autumn '66), 1966)
Brano del gruppo rock britannico The Spencer Davis Group, di cui faceva parte anche Steve Winwood. Tuttavia molti credono sia invece dei Blues Brothers, perché nel 1980 ne fecero una cover nella colonna sonora del film omonimo. Il riff di base della canzone è stato preso da "(Ain't That) A Lot of Love" di Homer Banks.
Al minuto 1:10. Il match di football.

Bad moon rising | Creedence Clearwater Revival
(Green river, 1969)
Per uno come Fogerty che era così affascinato dai luoghi intorno a New Orleans, una canzone che predice ogni sventura naturale e suggerisce di chiudersi in casa, parve poi piuttosto anticipatrice. Metaforicamente, invece, è buona per tutto. Il verso “there’s a bad moon on the rise” è da sempre confuso dagli ascoltatori con “there’s a bathroom on the right” (il bagno è in fondo a destra).
Al minuto 1:18. Sam e Harold suonano questa canzone mentre sono in giro in jeep.

When a man loves a woman | Percy Sledge
(The Best of Percy Sledge, 1966)
Il brano fu scritto dallo stesso Percy Sledge e fu un grande successo negli anni sessanta. Nel 1991 Michael Bolton registrò una cover del brano, che fece guadagnare a Bolton un Grammy per la miglior interpretazione vocale maschile.
Al minuto 1:22. Sara guarda Harold che passa il telefono a Meg, poi tutti parlano del biglietto di addio di Alex.

(You make me feel like) A natural woman | Aretha Franklin
(singolo, 1967)
Canzone scritta per Aretha Franklin dalla cantautrice americana Carole King, che poi la cantò nel 1971 nel suo album Tapestry. Il brano diventato un classico della musica americana.
Al minuto 1:29. Michael fa riprese con la sua cinepresa, Meg e Harold sono seduti sul letto.

In the midnight hour | Wilson Pickett
(In the midnight hour, 1965)
Il primo successo di Pickett, e rimase il più celebre. Fu registrato a Memphis con tutto il suo storico attacco di fiati. Lui aspetta la mezzanotte, così finalmente sarà solo con lei.
Al minuto 1:32. Chloe da a Nick la giacca di Alex, mentre Sam e Karen e anche Harold e Meg fanno sesso.

I second that emotion | Smokey Robinson & The Miracles
(singolo, 1967)
Brano scritto da Smokey Robinson e da lui portato per primo al successo nel 1967, replicato due anni dopo dalla versione di Diana+Ross & The Supremes con i Temptations.
Al minuto 1:34. Harold va a fare una corsa, Sara lo guarda dalla finestra, mentre Chloe dorme.

Joy to the world | Three Dog Night
(Naturally, 1970)
Il brano è quello che inizia con il verso "Jeremiah was a bullfrog", cioè Geremia era una rana toro. Nella sua canzone natalizia omonima del 1994, Mariah Carey fa uso dei un campionamento del brano dei Three Dog Night.
Al minuto 1:37. Titoli di coda.

Altri 4 brani compaiono nei due album 'ufficiali' della colonna sonora del 1983 (The Big Chill) e del 1984 (More songs from The Big Chill) .

It's the same old song | Four Tops
(Four Tops' second album, 1965)

Dancing in the street | Martha and the Vandellas
(singolo, 1964)
Brano musicale scritto da William "Mickey" Stevenson e Marvin Gaye nel 1964, divenne uno dei maggiori successi del gruppo Martha and the Vandellas. Ne hanno fatto un duetto anche David Bowie e Mick Jagger nel 1985.

What’s going on | Marvin Gaye
(What’s going on, 1971)
La canzone affrontava genericamente i drammi del mondo, odi e guerre, proponendo la generica ma infallibile soluzione dell’amore: “You’ve got to find the way to bring some lovin’ here today”.

Too many fish in the sea | The Marvelettes
(singolo, 1964)

Playlist

Brani citati

Van Morrison

(1945, Belfast, Irlanda del Nord)

Van Morrison è uno dei miti del rock meno conosciuti dal grande pubblico e più amati dagli appassionati. Fonte di ispirazione e culto per tutti i cantautori che sono venuti dopo di lui, mise insieme l’Irlanda da cui veniva, con cose jazz e soul che fece divenire cosa sua («nessun bianco canta come Van Morrison», disse il critico Greil Marcus). Ha tirato fuori dal cilindro un paio di dischi da insegnare nelle scuole e ha scritto: “Have I told you lately”. Ancora fa dischi e concerti, onestamente, con quella voce lì.

Brown eyed girl
(Blowin’ your mind!, 1967)
A parte George W. Bush, non risultano altri casi in cui il suo ascolto abbia coinciso con la scelta di invadere un paese mediorientale. Nel 1967, caso anomalo per Van Morrison, “Brown eyed girl” arrivò al numero 10 della classifica americana, ma le radio censuravano l’osceno passaggio “facciamo l’amore nell’erba” (“far l’amore tra le vigne” di Battisti venne qualche anno dopo: allora c’era una grande aspirazione erotico-campestre).

Vite parallele
Hey where did we go, Days when the rains came Down in the hollow Playin’ a new game, Laughing and a running hey, hey
Nel 2005 l’iPod era già un oggetto di culto ma non ancora di massa e la Casa Bianca diffuse delle foto del presidente Bush in bicicletta, con le cuffie bianche alle orecchie. Le foto mostravano anche il display dell’iPod: il presidente pedalava via libero e felice al suono di “Brown eyed girl” di Van Morrison.
Van Morrison ha appena un anno in più di George Bush. Il suo vero nome di battesimo è George (però il secondo nome non è W., ma un inquietante e russofono Ivan). Negli anni in cui il giovane Bush si faceva fermare ubriaco dalla polizia stradale, il giovane Morrison già aveva inciso i primi dischi. Mentre il giovane Bush si sottraeva agli impegni militari, il giovane Morrison già aveva delle canzoni in classifica.
“Brown eyed girl” Van Morrison la incise nel 1967, quando Bush stava facendo il bambinone a Yale, e magari ci provava con le ragazze ascoltando quella canzone. Ma è nel 1986 che le due carriere parallele hanno forse il loro momento più sintomatico: George Bush sta ormai in qualche consiglio d’amministrazione petrolifero e si appresta a entrare in politica lavorando alla campagna elettorale del padre. Van Morrison incide una canzone dedicata al pensiero di Krishnamurti, che riprende le parole del pensatore indiano: “No guru, no method, no teacher”. Nessun guru, nessun metodo, nessun insegnante. Lo slogan di Apple, produttrice dell’iPod, è “Think different”.

Madame George
(Astral weeks, 1968)
“Madame George” generò un serrato botta e risposta tra il leggendario critico musicale Lester Bangs e Van Morrison. Bangs scrisse mirabilie del pezzo (“un vortice nel disco”) spiegando che era dedicato a una drag queen, e Morrison disse che non lo era. Bangs definì la smentita di Morrison “una stronzata”.

Sweet thing
(Astral weeks, 1968)
Canzone meravigliosa, che se la porta via il vento: ripetitiva ma via via sempre più trascinante e lieta, basta da sola a far capire da chi abbiano imparato i Waterboys (che ne fecero una cover) o gli Hothouse Flowers.

Moondance
(Moondance, 1970)
Grande pezzo swingato, vero jazz con un testo che pare una parodia di Cole Porter, o Gershwin:
Well, it’s a marvelous night for a moondance / With the stars up above in your eyes A fantabulous night to make romance / ‘Neeth the cover of October skies And all the leaves in the trees are falling
. Una cover famosa è quella di Michael Bublé.

Crazy love
(Moondance, 1970)
“Quando vado da lei al tramonto, mi toglie ogni pensiero, mi toglie ogni dolore, mi toglie il mal di cuore, e me ne vado a dormire”. Bella riconoscenza.

Tupelo honey
(Tupelo honey, 1971)
Ci sono canzoni che vi pare siano sempre esistite, melodie che la prima volta che le avete sentite eravate convinti che non fosse la prima. Pare che una volta Bob Dylan abbia detto che “Tupelo honey” è una canzone così, che stava in qualche magazzino inconscio della musica e Van Morrison si è limitato a cantarla per primo.

Across the bridge where angels dwell
(Beautiful vision, 1982)
Close your eyes in fields of wonder, close your eyes and dream.

Vanlose stairway
(Beautiful vision, 1982)
Vanlose è un quartiere di Copenhagen dove abitava la ragazza di Van Morrison, nel periodo in cui aveva vissuto là. Non che questo abbia influenzato molto la sua musica, che ha poco di scandinavo e moltissimo soul e gospel. “Mandami una cartolina, mandami il tuo cuscino, mandami la tua Bibbia” chiede, per starle vicino quando ormai è lontano e vorrebbe vederla, sugli scalini di Vanlose (che è un’aspirazione assai più accessibile, con l’avvento dei voli di linea, rispetto all’ambiziosa pretesa dei Led Zeppelin di una “stairway to heaven”).

In the garden
(No guru, no method, no teacher, 1986)
No guru, no method, no teacher è una citazione degli insegnamenti di Jiddu Krishnamurti, pensatore e filosofo indiano del Novecento, che suggeriva di trovare da soli la propria via, rinunciando a chiese, precetti e modelli, compreso lui, che doveva essere preso solo come guida o aiutante. “In the garden” è dedicata al suo pensiero – Van Morrison era un suo appassionato lettore e l’aveva ascoltato una volta a San Francisco – e contiene il verso che fu usato per il titolo del disco. Una versione dal vivo accelerata, ma più lunga, che include un passaggio da “You send me” di Sam Cooke, si trova in A night in San Francisco.

Have I told you lately
(Avalon sunset, 1989)
“Have I told you lately that I love you” era troppo immediatamente bella per sfuggire alla sua melensizzazione kitsch nei matrimoni e nei videoclip dei programmi del pomeriggio. Ma anche troppo imbattibilmente bella per subirne traumi, con quell’idea un po’ sbadata di rinnovata dichiarazione d’amore. Lui non le dice “ti amo”: le dice “Ti ho mica detto che ti amo, ultimamente?”. Ovvero due cose assieme: che è implicito e ovvio che lui la ami, è solo questione di dirlo più o meno spesso; e che lui non è tipo da recitare la stonata formula “ti amo” con tutta la sua solennità e retorica. “Ti ho mica detto che ti amo, ultimamente?”.


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Peter Gabriel

(1950, Chobham, Inghilterra)

Peter Gabriel divenne leggenda già con i Genesis, e convitato di pietra dei Genesis senza di lui, che intanto era andato a fare dischi bellissimi, a esplorare le musiche del mondo, a far diventare oro qualsiasi cosa fosse toccata dalla sua voce: anche le canzoncine dei film. Dei grandissimi della sua generazione, altrettanto impeccabile c’è solo Lou Reed. Ha comprato un albergo in Sardegna, dove si è sposato qualche anno fa, con Phil Collins come testimone.

& Here comes the flood
(I, 1977)
Forse il miglior pezzo di Peter Gabriel, malgrado lui l’avesse desiderata con un arrangiamento più sobrio, come poi comparve – più sofferta, meno impetuosa, altrettanto bella – nella raccolta Shaking the tree. Influenzata dalla lettura di Carlos Castaneda e da riflessioni sulla telepatia.

Solsbury Hill
(I, 1977)
La più efficace canzonetta pop del primo Peter Gabriel. Solsbury Hill si trova vicino a Bath, in Inghilterra. Il testo viene di volta in volta interpretato come una sorta di rivelazione religiosa, o come il racconto della sua separazione dai Genesis. Il riff di chitarra è una delle cose più contagiose della storia del rock, ma anche il passaggio sul cuore impazzito (“boom boom boom”) è memorabile. “Solsbury Hill” è sempre rimasta tra le preferite del suo autore. Pochi anni fa finì nella colonna sonora di Vanilla sky.

Indigo
(II, 1978)
Canzone di suicidio o di resurrezione, o probabilmente entrambi, dolcissima e appassionata: “ok, mi arrendo...”.

Home sweet home
(II, 1978)
Peter Gabriel che gioca con le sue voci e racconta una storia terribile di sarcasmo antidomestico. I due protagonisti fanno un bambino che non volevano, devono andarsene e trovarsi una casa (“home, sweet home”) ma le cose non funzionano e la vita è difficile. Lui un giorno torna a casa e lei si è buttata dalla finestra dell’appartamento all’undicesimo piano (”home, sweet home”). Quando riceve i soldi dell’assicurazione, gli sembrano così odiosi che decide di giocarli al casinò, e vince. E si compra una deliziosa casetta in campagna (“home, sweet home”), “un posto dove riposarsi e ripensare a tutte le cose che dicevamo, nella nostra casa, dolce casa”.

Family snapshot
(III, 1980)
La discussione tra i fans non si è mai sopita: la canzone parla di Arthur Bremer, che nel 1972 cercò di uccidere il governatore razzista dell’Alabama George Wallace, o dell’assassinio di JFK? Probabilmente di tutti e due.

Biko
(III, 1980)
“September seventyseven, Port Elizabeth, weather fine”. Sono il mese e il luogo in cui Stephen Biko, militante anti-apartheid in Sudafrica morì in carcere in seguito a un pestaggio della polizia. Il coro che apre e chiude la canzone è un canto funebre sudafricano. “Biko” fu il primo passo mosso da Gabriel verso la World Music di cui si occupò intensamente negli anni successivi. Ne esiste una mediocre cover dei Simple Minds.

Games without frontiers
(III, 1980)
If looks could kill, they probably will
In games without frontiers, war without tears

San Jacinto
(IV/Security, 1982)
“San Jacinto” è un racconto, sceneggiato, sullo spappolamento della cultura degli indiani d’America a contatto con quella dei bianchi. Gran lavoro musicale, e teatrale nello sviluppo, è stupenda quando Gabriel decide di mollare tutto su “I hold the line!”.

Wallflower
(IV/Security, 1982)
Fu ispirata dalle storie dei prigionieri torturati sotto la dittatura di Pinochet (secondo altre versioni, dalla detenzione di Lech Walesa). Nel 1990 Gabriel la cantò a Santiago del Cile assieme agli Inti Illimani. Come altre canzoni di Gabriel, compare nella colonna sonora di Birdy in una versione strumentale.

Sledgehammer
(So, 1986)
La più efficace canzonetta pop del secondo Peter Gabriel, che gli valse un inedito successo commerciale e radiofonico soprattutto in America (dove “spodestò” dal numero uno “Invisible touch” dei Genesis). Una ennesima rivoluzione nei suoi suoni, con un tono soul anni Sessanta e l’introduzione di ritmi e fiati che fecero storcere il naso ad alcuni fans, sospettosi persino che ci fosse un’imitazione del malvisto Phil Collins (suo socio e poi erede nei Genesis). Molte allusioni erotiche nel testo: sledgehammer è un mazzuolo da lavoro. Il video è stato premiato da MTV come uno dei più innovativi nella storia dei video.

& In your eyes
(So, 1986)
Suoni africani e grandi cambi di ritmo in corsa, “In your eyes” andrebbe ascoltata dal vivo. A parte la versione extended pubblicata sul 12”, ce n’è una da undici minuti e mezzo in Secret world live, con tutta la band scatenata.

Don’t give up
(So, 1986)
Descrive la disperazione di un uomo che si sente isolato e sconfitto dal sistema economico, e il supporto e il consiglio saggio è cantato da Kate Bush nel ritornello. C'erano due video musicali per questa canzone. Il primo consisteva in un'unica scena dove i due cantanti si abbracciano, mentre il sole entra in eclissi totale e riemerge. Il secondo mostra i volti di Gabriel e di Bush che si sovrappongono ad un filmato di una città e delle sue persone in rovina.

Don’t break this rhythm
(Sledgehammer EP, 1986)
Peter Gabriel ha spesso parcheggiato dei piccoli capolavori sui lati B dei suoi singoli. Questo è fantastico quando lui distende il refrain, “don’t break this rhythm, don’t break this motion...”. Un’altra chicca introvabile sui dischi maggiori è “Curtains” (era il lato B di “Big time”, fu usata poi nel videogame Myst IV).

& Secret world
(Us, 1992)
Dai Genesis in poi, Gabriel ha sempre dato molto nei concerti e nei relativi dischi dal vivo. In Secret world live allunga ancora la già lunga “Secret world”, con evoluzioni affascinanti. La pausa dopo i sei minuti è il momento migliore: “a cosa stavamo pensando?”.

Digging in the dirt
(Us, 1992)
Parla di sé, di guardarsi dentro, di psicanalisi. Come in altre canzoni di Gabriel (per esempio, “In your eyes”), è fantastico il cambio di ritmo liberatorio tra la strofa e il refrain.

Party man
(Virtuosity, 1995)
Virtuosity era un film di fantascienza con Denzel Washington (acutamente ribattezzato in Italia Virtuality), di cui non si ricorda niente se non la bella canzone di Peter Gabriel, scritta assieme a Tori Amos.

Make tomorrow
(OVO, 2000)
Nel 2000 Peter Gabriel pubblicò un’opera a cui aveva lavorato negli anni precedenti e che sarebbe servita come colonna sonora di uno show ospitato nello sfortunato Millennium Dome londinese, la spettacolare struttura costruita lungo il Tamigi per le celebrazioni del Duemila e poi tormentata da problemi economici e di gestione e da polemiche di ogni genere. Nelle canzoni raccolte sul disco, Gabriel coinvolse tra gli altri Paul Buchanan dei Blue Nile e Richie Havens, che cantano con lui in “Make tomorrow”.

The Barry Williams Show
(Up, 2002)
Pezzone che eredita la lezione di “Sledgehammer”, tutto ritmo e fiati, a proposito delle depravazioni dei talkshow americani tipo Jerry Springer, e delle meschinità familiari messe in piazza. L’attore che fa Barry Williams nel video si chiama davvero Barry Williams e recitava nella serie televisiva La famiglia Brady.

The drop
(Up, 2002)
La metafora del guardare il mondo dall’aereo, in questa vaghezza, non è chissà quale ideona. Ma il pezzo è bello, all’antica: solo Peter Gabriel e il pianoforte, a chiudere notturnamente (“watching as the sun goes down”) il suo primo disco in dieci anni.

Book of love
(Shall we dance, 2004)
La canzone dei Magnetic Fields fu interpretata da Peter Gabriel per la colonna sonora di Shall we dance, una sciacquettata con Richard Gere. E gli diede l’occasione di cantare stupendamente una semplice, perfetta, canzone d’amore.

My body is a cage
(Scratch my back, 2010)
Cover del brano degli Arcade Fire, del 2007.


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