Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Sam Cooke. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Sam Cooke. Ordina per data Mostra tutti i post

Otis Redding

(1941, Dawson, Georgia, USA – 1967, Madison, Wisconsi, USA)

Otis Redding era nato in Georgia, come Ray Charles, ma visse solo 26 anni: gliene bastarono pochissimi per diventare un mito del soul, anzi il mito del soul. Nessuno cantava come lui, e a differenza della maggior parte dei suoi colleghi si scriveva molte canzoni da solo. Morì in un incidente aereo tre giorni dopo aver inciso la sua canzone più celebre.

I can’t turn you loose
(1965)
«Ma è la canzone dei Blues Brothers!»: già, è la canzone con cui si aprivano i concerti dei Blues Brothers.

Nobody knows you when you’re down and out
(The soul album, 1966)
Redding andava matto per Sam Cooke: quel che faceva lui, voleva rifarlo. Compreso questo vecchio standard di Jimmy Cox.

Cigarettes and coffee
(The soul album, 1966)
Quattro minuti di nulla soul, perfetti, con solo una sigaretta, un caffè, una ragazza e una sezione fiati da paura.

Try a little tenderness
(Complete and unbelievable: the Otis Redding dictionary of soul, 1966)
Questa è grandissima: il modo in cui entrano i fiati e sale il ritmo e lui che dice “ne-va’... ne-va’... ne-va’...” e “sen-ta-men-ta’...”. Redding ne fa quello che vuole.
E poi la canzone – che aveva già trent’anni allora – è una delle cose più beneducate e galanti che sia mai stata scritta per una ragazza.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #204 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

& I’ve been loving you too long
(Otis blue: Otis Redding sings soul, 1966)
Mescolare sentimentalismo e concretezza pratica, attraverso la tesi che uno ti abbia amata ormai così a lungo che sarebbe assurdo smettere ora, è un’idea geniale. La lunga versione al Festival di Monterey è una leggenda delle esecuzioni dal vivo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #110 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

When something is wrong with my baby
(King and queen, 1967)
Ma chi, chi, chi di noi ragazzi non vorrebbe avere una Carla Thomas accanto che gli dica “quando è triste il mio piccolo, sono triste anch’io”? Chi, chi, chi?

(Sittin’ on) The dock of the bay
(The dock of the bay, 1968)
L’inno alla dolcezza del pigro guardar le navi passare alla faccia delle pressioni del mondo. Otis Redding la compose su una houseboat dove si era sistemato dopo la sua celebre esibizione al Festival di Monterey, e la registrò il 7 dicembre 1967, fischiettando l’ultima strofa in attesa di trovare i versi giusti. Tre giorni dopo l’aereo su cui viaggiava precipitò in un lago del Wisconsin. Lui aveva 26 anni. Diventò il suo più grande successo di sempre, fischiettato.
Ne esistono ovviamente molteplici cover, tra cui una di Battiato.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #28 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

White Christmas
(Soul Christmas, 1968)
La più classica delle canzoni di Natale, scritta da Irving Berlin e tolta da Redding ai sottofondi dei negozi del centro e dello shopping compulsivo, per farne una roba sofferta, appassionata, lamentosa (“may your days... may your days...”, wow). Una roba soul.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Quarantunes: la ripartenza

Continua da Quarantunes: le precauzioni. La serie completa consiste in: la pandemia, i sintomi, le precauzioni e infine la ripartenza.

La cura | Franco Battiato

Curami | CCCP - Fedeli Alla Linea
Zamboni e Ferretti quando erano punk-esistenzialisti ( e fantastici bisogna dire).

Paracetamolo | Calcutta

Remedios | Giusy Ferreri
Brano in spagnolo di Gabriella Ferri, non disponibile su Spotify. Eccolo allora nella versione di Giusy Ferreri.

Non è per sempre | Afterhours

Andrà tutto bene | Levante
Tienimi stretta in un abbraccio, non ho paura se ci andiamo insieme. Del domani mi ripeti che: andrà tutto bene.

Andrà tutto bene | Nesli

Domenica | Coez
Ci manca la banalità del quotidiano, sopratutto quella. “Vorrei fosse domenica, tu coi piedi sul cruscotto, io il braccio che penzola, l’orologio sotto al sole che scotta”.

Fino all’imbrunire | Negramaro
Continuiamo a ricordare tutto ciò che tornerà e a cui daremo tutt’altro valore, cantando con lo stesso velo di tristezza e la stessa "cazzutaggine" (ops, volevo dire resilienza) di chi non molla. “Torneranno tutte le genti che non hanno voluto parlare, scenderanno giù dai monti ed allora staremo a sentire quelle storie da cortile che facevano annoiare ma che adesso sono aria, buona pure da mangiare”.

L’anno che verrà | Lucio Dalla
"Anno bisesto, anno funesto". L’anno è iniziato da pochissimo eppure non vediamo l’ora di cestinarlo confidando in quello che verrà. Sentirlo cantare da Dalla, però, è tutta un’altra cosa e quando il pezzo si apre è pura ricarica di gioia e fiducia. “L’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va, si esce poco la sera compreso quando è festa.”


Adesso | Diodato ft Roy Paci
Un brano a suo modo profetico. "Capire che adesso è tutto ciò che avremo".

Vuoto a perdere | Noemi
Fotografia di un quotidiano comune a tanti e che adesso però suona come un’altra promessa a se stessi. In vista di quel “dopo” che tutti non vediamo l’ora di vivere, quando anche andare a fare la spesa ci sembrerà un miracolo, sorrideremo agli altri un po’ di più e ce la meneremo meno per i nostri piccoli drammi personali. “Sai ti dirò come mai giro ancora per strada, vado a fare la spesa ma non mi fermo più, mentre vado a cercare quello che non c’è più perché il tempo ha cambiato le persone”.

Vita | Levante
Dalla e Morandi ma nella versione acustica di Levante. “Vita io ti credo, dopo che ho guardato a lungo adesso io mi siedo. Non ci son rivincite, né dubbi, né incertezze. Ora il fondo è limpido, ora ascolto immobile le tue carezze. Anche gli angeli capita a volte sai si sporcano ma la sofferenza tocca il limite, così cancella tutto e rinasce un fiore sopra un fatto brutto”.

A change is gonna come | Sam Cooke
"Un cambiamento avverrà". In realtà si tratta di un pezzo ispirato dai tempi di cambiamento e dalle lotte per i diritti dei neri. Dopo “Blowin’ in the wind” di Dylan – e dopo essere stato arrestato perché voleva dormire in un motel per soli bianchi in Louisiana - gli venne di dire la sua, e lo fece in modo memorabile. La cosa più grande della canzone è la declamazione dell’attacco “I was booooorn...”, esaltata poi da Otis Redding.

Mai come ieri | Carmen Consoli ft Mario Venuti
E che, poteva mancare la Cantantessa? “Perché essere felici per una vita intera sarebbe quasi insopportabile, forse meglio dondolarsi fra l’estasi e la noia cercando le risposte più plausibili”.

Torneremo ancora | Franco Battiato

Ecco i negozi | Alice
Brano di Battisti dell'era Panella. Bello il brano e bellissima - per me - la cover di Alice. "Ecco i negozi e non le sembra più di stare a casa (...) Ed è come non mai non stare a casa".

La compagnia | Vasco Rossi
Ancora un brano di Battisti ma qui nella versione di Vasco Rossi. Beh, sì finalmente Vasco ha fatto bene una cover: rivisitando il brano in modo rock lo rende un vero e proprio inno al ritorno alla socialità, a quegli incontri fortuiti che ti svoltano l’umore e la giornata. “Mi sono alzato, mi son vestito e sono uscito solo solo per la strada. Ho camminato a lungo senza meta finché ho sentito cantare in un bar, finché ho sentito cantare in un bar. Canzoni e fumo ed allegria, io ti ringrazio sconosciuta compagnia. Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore ma so che sento più caldo il mio cuore, so che sento più caldo il mio cuore. Felicità ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già. Tristezza va, una canzone il tuo posto prenderà.”

Don’t worry, be happy | Bobby McFerrin

Arcobaleno | I Ribelli
Cover del 1968 di "Over the rainbow", tema del film Il mago di Oz del 1939, originalmente cantato da Judy Garland. Notevole la voce di Demetrio Stratos.


Playlist

Cat Stevens

(1948, Londra, Inghilterra)

Era un grande cantautore, pubblicò il suo primo disco a 18 anni e scrisse canzoni dolcissime, moderate dalla sua voce agguerrita. Poi perse un po’ di smalto e quindi non sapremo mai cosa ci abbia tolto la sua conversione all’Islam in seguito all’aver scampato la morte in un incidente aereo nel 1976. Negli ultimi tempi le sue riapparizioni si sono intensificate, per l’eccitazione dei giornali e pochi altri.

Lady d’Arbanville
(Mona Bone Jakon, 1970)
Il padre di Cat Stevens di cognome faceva Georgiu, ed era un greco di Cipro. In casa si ascoltavano dei sirtaki, si direbbe. Invece Patti d’Arbanville, con quel popò di cognome da sceneggiato televisivo, lo lasciò e si mise con Mick Jagger. Poi fece un figlio con Don Johnson. Nella canzone Cat Stevens la dà macabramente per morta. Invece, alla richiesta di spiegazioni sul misterioso titolo del 33 giri (astenersi battute venete), Stevens spiegò che si trattava del nomignolo che dava al suo, ahem...

Father and son
(Tea for the tillerman, 1970)
Da ragazzi ci si fa intortare da tre cose: Siddartha, Il gabbiano Jonathan Livingstone e “Father and son”. Che serve a convincere ogni quattordicenne che qualsiasi bisticcio familiare sull’ora del rientro serale è un conflitto generazionale di grandi implicazioni letterarie e sociali. Demagogia pura, e un grande classico.

Wild world
(Tea for the tillerman, 1970)
Lamento sfigatissimo e ballata stupenda, “Wild world” è lui che si duole con lei di essere stato lasciato e finge di augurarle ogni bene (si fa sempre, in questi casi: quando poi non attacca, si passa agli insulti e alle maledizioni), ma con un avvertimento mafioso dei rischi a cui andrà incontro. Se lei gli dava retta, a quest’ora aveva il burqa.

Hard headed woman
(Tea for the tillerman, 1970)
“Ne ho viste tante, di ballerine, di ragazze che si muovono leggiadramente: ma io cerco una che abbia delle risposte, che mi prenda per quello che sono.” Una capocciona, a tradurre letteralmente il titolo.

Where do the children play?
(Tea for the tillerman, 1970)
Tea for the tillerman è il più bello e il più famoso dei dischi di Cat Stevens. Si apriva con una canzone stupenda in cui si mescolano ancora la dolcezza della melodia e la capacità di Stevens di irritare la voce. “Where do the children play?” è una canzone ecologista sui rischi del progresso, ma di grande equilibrio e moderazione: capace di celebrare i successi tecnologici e accettarne i vantaggi, ma ponendo un dubbio, “lo so, che abbiamo fatto un sacco di strada, e che le cose cambiano ogni giorno: ma i bambini, dove li facciamo giocare?”.

Morning has broken
(Teaser and the firecat, 1971)
“Morning has broken” è una ninnananna inversa, mattutina: una cosa con cui svegliarli, i bambini. Fu scritta da Eleanor Farjeon come inno religioso, molto prima che Cat Stevens la incidesse con l’aiuto di Rick Wakeman degli Yes, che è quello che suona il pianoforte.

How can I tell you
(Teaser and the firecat, 1971)
Lui che non trova le parole, e come posso dirtelo, ci vogliono le parole giuste per dirti che ti amo, e però non le trovo, le parole, e così via per un totale di 244 parole.

Sitting
(Catch bull at four, 1972)
“I feel the power growin’ in my hand!” Non è che le maggiori canzoni di Cat Stevens abbiano tutto questo ritmo, di solito: “Sitting” è travolgente, lui tosto, il pianoforte strepitoso.

Oh very young
(Buddha and the chocolate box, 1974)

Another saturday night
(1974)
Il pezzo era già stato famoso nella versione di Sam Cooke: Cat Stevens lo riarrangiò, mantenendo il ritmo festaiolo malgrado sia “un altro sabato sera, ho dei soldi da spendere che mi hanno appena pagato, ma non ho nessuno, nessuno con cui parlare, e sono di pessimo umore”.

Remember the days of the old schoolyard
(Izitso, 1977)
Sì, le tastiere in attacco sono tremende, e i bambini e il refrain strillato anche. Ma la strofa è dolcissima, malgrado il giorgiobocchismo sui bei tempi andati, “when we had semplicity...”.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Van Morrison

(1945, Belfast, Irlanda del Nord)

Van Morrison è uno dei miti del rock meno conosciuti dal grande pubblico e più amati dagli appassionati. Fonte di ispirazione e culto per tutti i cantautori che sono venuti dopo di lui, mise insieme l’Irlanda da cui veniva, con cose jazz e soul che fece divenire cosa sua («nessun bianco canta come Van Morrison», disse il critico Greil Marcus). Ha tirato fuori dal cilindro un paio di dischi da insegnare nelle scuole e ha scritto: “Have I told you lately”. Ancora fa dischi e concerti, onestamente, con quella voce lì.

Brown eyed girl
(Blowin’ your mind!, 1967)
A parte George W. Bush, non risultano altri casi in cui il suo ascolto abbia coinciso con la scelta di invadere un paese mediorientale. Nel 1967, caso anomalo per Van Morrison, “Brown eyed girl” arrivò al numero 10 della classifica americana, ma le radio censuravano l’osceno passaggio “facciamo l’amore nell’erba” (“far l’amore tra le vigne” di Battisti venne qualche anno dopo: allora c’era una grande aspirazione erotico-campestre).

Vite parallele
Hey where did we go, Days when the rains came Down in the hollow Playin’ a new game, Laughing and a running hey, hey
Nel 2005 l’iPod era già un oggetto di culto ma non ancora di massa e la Casa Bianca diffuse delle foto del presidente Bush in bicicletta, con le cuffie bianche alle orecchie. Le foto mostravano anche il display dell’iPod: il presidente pedalava via libero e felice al suono di “Brown eyed girl” di Van Morrison.
Van Morrison ha appena un anno in più di George Bush. Il suo vero nome di battesimo è George (però il secondo nome non è W., ma un inquietante e russofono Ivan). Negli anni in cui il giovane Bush si faceva fermare ubriaco dalla polizia stradale, il giovane Morrison già aveva inciso i primi dischi. Mentre il giovane Bush si sottraeva agli impegni militari, il giovane Morrison già aveva delle canzoni in classifica.
“Brown eyed girl” Van Morrison la incise nel 1967, quando Bush stava facendo il bambinone a Yale, e magari ci provava con le ragazze ascoltando quella canzone. Ma è nel 1986 che le due carriere parallele hanno forse il loro momento più sintomatico: George Bush sta ormai in qualche consiglio d’amministrazione petrolifero e si appresta a entrare in politica lavorando alla campagna elettorale del padre. Van Morrison incide una canzone dedicata al pensiero di Krishnamurti, che riprende le parole del pensatore indiano: “No guru, no method, no teacher”. Nessun guru, nessun metodo, nessun insegnante. Lo slogan di Apple, produttrice dell’iPod, è “Think different”.

Madame George
(Astral weeks, 1968)
“Madame George” generò un serrato botta e risposta tra il leggendario critico musicale Lester Bangs e Van Morrison. Bangs scrisse mirabilie del pezzo (“un vortice nel disco”) spiegando che era dedicato a una drag queen, e Morrison disse che non lo era. Bangs definì la smentita di Morrison “una stronzata”.

Sweet thing
(Astral weeks, 1968)
Canzone meravigliosa, che se la porta via il vento: ripetitiva ma via via sempre più trascinante e lieta, basta da sola a far capire da chi abbiano imparato i Waterboys (che ne fecero una cover) o gli Hothouse Flowers.

Moondance
(Moondance, 1970)
Grande pezzo swingato, vero jazz con un testo che pare una parodia di Cole Porter, o Gershwin:
Well, it’s a marvelous night for a moondance / With the stars up above in your eyes A fantabulous night to make romance / ‘Neeth the cover of October skies And all the leaves in the trees are falling
. Una cover famosa è quella di Michael Bublé.

Crazy love
(Moondance, 1970)
“Quando vado da lei al tramonto, mi toglie ogni pensiero, mi toglie ogni dolore, mi toglie il mal di cuore, e me ne vado a dormire”. Bella riconoscenza.

Tupelo honey
(Tupelo honey, 1971)
Ci sono canzoni che vi pare siano sempre esistite, melodie che la prima volta che le avete sentite eravate convinti che non fosse la prima. Pare che una volta Bob Dylan abbia detto che “Tupelo honey” è una canzone così, che stava in qualche magazzino inconscio della musica e Van Morrison si è limitato a cantarla per primo.

Across the bridge where angels dwell
(Beautiful vision, 1982)
Close your eyes in fields of wonder, close your eyes and dream.

Vanlose stairway
(Beautiful vision, 1982)
Vanlose è un quartiere di Copenhagen dove abitava la ragazza di Van Morrison, nel periodo in cui aveva vissuto là. Non che questo abbia influenzato molto la sua musica, che ha poco di scandinavo e moltissimo soul e gospel. “Mandami una cartolina, mandami il tuo cuscino, mandami la tua Bibbia” chiede, per starle vicino quando ormai è lontano e vorrebbe vederla, sugli scalini di Vanlose (che è un’aspirazione assai più accessibile, con l’avvento dei voli di linea, rispetto all’ambiziosa pretesa dei Led Zeppelin di una “stairway to heaven”).

In the garden
(No guru, no method, no teacher, 1986)
No guru, no method, no teacher è una citazione degli insegnamenti di Jiddu Krishnamurti, pensatore e filosofo indiano del Novecento, che suggeriva di trovare da soli la propria via, rinunciando a chiese, precetti e modelli, compreso lui, che doveva essere preso solo come guida o aiutante. “In the garden” è dedicata al suo pensiero – Van Morrison era un suo appassionato lettore e l’aveva ascoltato una volta a San Francisco – e contiene il verso che fu usato per il titolo del disco. Una versione dal vivo accelerata, ma più lunga, che include un passaggio da “You send me” di Sam Cooke, si trova in A night in San Francisco.

Have I told you lately
(Avalon sunset, 1989)
“Have I told you lately that I love you” era troppo immediatamente bella per sfuggire alla sua melensizzazione kitsch nei matrimoni e nei videoclip dei programmi del pomeriggio. Ma anche troppo imbattibilmente bella per subirne traumi, con quell’idea un po’ sbadata di rinnovata dichiarazione d’amore. Lui non le dice “ti amo”: le dice “Ti ho mica detto che ti amo, ultimamente?”. Ovvero due cose assieme: che è implicito e ovvio che lui la ami, è solo questione di dirlo più o meno spesso; e che lui non è tipo da recitare la stonata formula “ti amo” con tutta la sua solennità e retorica. “Ti ho mica detto che ti amo, ultimamente?”.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio