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Led Zeppelin

(1968 -1980, Londra, Inghilterra)

Passano come i papà dell’hard rock (e i Deep Purple le mamme), ma è un’immagine assai riduttiva: nessuno dei loro emuli ha mai saputo fare canzoni altrettanto immediate e ascoltabili (e altrettanto varie e complesse). Erano quattro, leggendari, e avevano preso il nome da una battuta di Keith Moon degli Who a proposito del progetto di una superband («bella idea, precipiterà come un dirigibile di piombo», “a lead zeppelin”). Tutto il repertorio mitico del rock degli anni Settanta – groupies, aerei privati, concerti massacranti, droga, risse, alberghi distrutti – erano loro, i Led Zeppelin. Si sono riuniti per una tournée nel 2008, con il figlio di John Bonham al suo posto.

Babe, I’m gonna leave you
(Led Zeppelin I, 1969)
Il primo disco dei Led Zeppelin, nel 1969, suggerì al rock che si poteva tenere un piede nella staffa delle ballate acustiche e uno in quella del fracasso virtuosistico, contemporaneamente: qui, in un’esecuzione lunga e teatrale della parte dell’uomo che non ce la fa a restare fermo in questo posto. “Babe I’m gonna leave you” era un pezzo folk scritto da Annie Briggs, e già cantato da Joan Baez. I Led Zeppelin lo spacciarono a lungo come “tradizionale” prima di riconoscere all’autrice ciò che era suo.

Thank you
(II, 1969)
I Led Zeppelin hanno sempre attinto molto ai canoni classici, sia per la musica che per i testi: “se il sole non splendesse più, ti amerei lo stesso”. “Thank you” fu scritta da Robert Plant per sua moglie. L’organo finale ritorna in una postilla di una manciata di secondi, dopo una lunga pausa. Ne fece poi una cover Tori Amos.

Whole lotta love
(II, 1969)
Il brano è una rielaborazione di "You need love" del bluesman Muddy Waters. Il riff della canzone è uno dei più famosi della storia del rock.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #75 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ramble on
(II, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #433 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heartbreaker
(II, 1969)
Il brano è uno dei più famosi dei Led Zeppelin e consiste in un riff ripetuto per tutta la durata della canzone che si interrompe solo quando Jimmy Page esegue l'assolo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #320 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tangerine
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.

Stairway to heaven
(IV, 1971)
Prima che i miti divenissero dinosauri, “Stairway to heaven” vinceva tutte le classifiche per la più grande canzone rock della storia. Una specie di idolo adorato, che condensava formidabilmente la passione dei fans per un bel baccano rock e la loro vena sentimentale. Allora c’era sempre quello che sapeva suonare la prima parte di “Stairway to heaven”, e di solito giravano in due: lui, e quello che sapeva rollare le canne (nel film Wayne’s world ci si scherza su, allestendo un divieto di suonare “Stairway to heaven” in un negozio di strumenti musicali). La canzone è divisa in due: una ballata che ora suona persino troppo sdolcinata, e poi uno spettacolo sensazionale di chitarre elettriche e batteria, di potenza eterna. Il titolo era una citazione biblica, ma altri riferimenti del tema spirituale sono più paganamente celtici (oltre a cose di occultismo, che hanno dato luogo a grandi speculazioni sui messaggi satanici registrati all’incontrario, le solite cose). L’attacco era stato copiato da “Taurus” degli Spirit, che avevano suonato in tournée con i Led Zeppelin.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #31 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Black dog
(IV, 1971)
Il titolo della canzone si riferisce ad un labrador retriever nero che vagava attorno agli studi di Headley Grange durante la registrazione dell'album. Il cane non ha nulla a che fare con il testo della canzone, che parla del disperato desiderio per l'amore di una donna e della felicità che da esso ne deriva.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #294 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The song remains the same
(Houses of the holy, 1973)
Jimmy Page che si diverte come un matto, in uno schitarramento leggendario. Robert Plant canta che a momenti pare Peter Gabriel ai primi tempi, grazie a un ritocco durante la produzione. “The song remains the same” divenne il titolo di un famoso film-concerto dei Led Zeppelin, ripreso al Madison Square Garden nel 1973.

The rain song
(Houses of the holy, 1973)
Una leggenda vuole che George Harrison avesse detto a Jimmy Page che i Led Zeppelin erano una grande band ma avrebbero dovuto scrivere qualche ballata romantica in più. E loro fecero “The rain song”, meravigliosa: che in effetti ha persino momenti beatlesiani, troppa grazia. Ma dura sette minuti e la sua parte più forte è quella centrale, strumentale e ipnotica.

Over the hills and far away
(Houses of the holy, 1973)
Il procedimento è ancora quello di “Stairway to heaven”. Una prima parte dolce e acustica con un grande giro di chitarra, e poi bùm!, e che bùm! E John Paul Jones che fa una grande cosa di basso. Poco tempo dopo, la voce di Plant non avrebbe più saputo raggiungere questi acuti e le esecuzioni dal vivo le avrebbero preso le misure.

D’yer mak’er
(Houses of the holy, 1973)
Un fantastico trastullo reggae, in cui John Bonham picchia sulla batteria tutto il tempo, che chissà come hanno fatto poi a spegnerlo. Il titolo viene dalla trascrizione di un intraducibile gioco di parole (si pronuncia come “jamaica”) alla base di una vecchia barzelletta.

Kashmir
(Physical graffiti, 1975)
Capolavoro ansiogeno e teatrale, tutto in salita con influenze orientali varie, e che Robert Plant ha definito la più efficace spiegazione della sua band. Quando Puff Daddy ne fece una specie di cover per la colonna sonora di Godzilla fu l’unica volta in cui i Led Zeppelin frequentarono una notorietà moderna, mentre il resto del loro repertorio è totalmente trascurato dal giro contemporaneo: per le loro canzoni nessuna cover, nessuno spot, nessuna ripresa in un film, nessun campionamento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #140 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ten years gone
(Physical graffiti, 1975)
Esibizione chitarristica che a momenti ricorda “Band on the run” dei Wings: i dieci anni di cui si par- la sono quelli passati da quando la ragazza di Robert Plant gli disse «o me o la musica». Lui scelse come si sa, ma la sogna ancora; lei va’ a sapere come si è sistemata.

Down by the seaside
(Physical graffiti, 1975)
I Led Zeppelin che si divertono a fare i Beach Boys (per la precisione, la canzone è tutta una citazione di “Down by the river” di Neil Young). Poi a un certo punto si stufano, e mettono a ferro a fuoco la spiaggia: pare di vedere i surfers in braghette che corrono a cercare rifugio dietro le sdraio. Roba di pochi secondi, come le trombe d’aria che portano via gli ombrelloni, poi torna la pace.

Fool in the rain
(In through the out door, 1979)
Papa-papà parara, papa papà parà... Al loro ultimo disco (John Bonham morirà soffocato dopo un abuso di alcool, l’anno seguente), i Led Zeppelin ormai facevano altro: pianoforte e addirittura impazzimenti carioca con i fischietti e tutto. Anche se a un certo punto gli scappava sempre la mano su chitarre e batteria.

All my love
(In through the out door, 1979)
I Led Zeppelin che fanno una canzone: con le strofe, il refrain, un suono buono per le radio, tutto quanto. Roba di tastiere, John Paul Jones in primo piano. Dedicata al figlio di Robert Plant, che era morto a cinque anni per un’infezione respiratoria.

I’m gonna crawl
(In through the out door, 1979)
Pezzone soul che concludeva l’ultimo disco della band. Anche il titolo, il testo (“I get down on my knees”) e come Plant la canta, sono tutte fedeli e sapienti citazioni del repertorio soul. Certo, poi Jimmy Page non è che lo si potesse ammanettare.


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31 canzoni

(Nick Hornby, 2002, Guanda)

31 canzoni è una raccolta di saggi sulla musica dello scrittore inglese Nick Hornby. Parla della particolare risonanza emotiva che queste 31 canzoni (e molte altre!) hanno avuto per lui.
«Un paio di volte l’anno mi faccio una cassetta da mettere in macchina, un nastro pieno di tutte le nuove canzoni che ho amato nel corso degli ultimi mesi. Ogni volta che ne completo una mi pare impossibile che potrà essercene un’altra. Ma c’è sempre, e non vedo l’ora che arrivi: basterebbe qualche altro centinaio di cose come questa per rendere la vita degna di essere vissuta.»
In un passaggio, Hornby fa questa perfetta sintesi del significato del libro.


Your love is the place where i come from | Teenage Fanclub
(Songs from Northern Britain, 1997)
Uno dei pezzi più belli di uno dei miei album preferiti.

da 31 Songs di Nick Hornby

Thunder Road | Bruce Springsteen
(Born To Run, 1975)
Forse "Thunder Road" mi ha aiutato perché, malgrado il suo vigore, il volume, le macchine sportive e i capelli, ha pur sempre un tono elegiaco. Più invecchio, più lo sento. In fondo, credo di essere anch’io dell’idea che se la vita è una cosa triste e molto seria, c’è sempre un po’ di speranza; sarò pure un depresso in preda al dramma esistenziale, o magari un idiota contento, ma in ogni caso "Thunder Road" dice esattamente come mi sento e chi sono, e questa in fin dei conti è una delle consolazioni dell’arte.

da 31 Songs di Nick Hornby

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #86 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

I'm like a bird | Nelly Furtado
(Whoa, Nelly!, 2000)
Secondo una teoria di Dave Eggers, ascoltiamo e riascoltiamo canzoni perchè dobbiamo 'risolverle'. E’ vero che nei primi approcci e nella fase del corteggiamento di una nuova canzone si passa attraverso una specie di confusione mentale. Ad esempio, c’è un passaggio di "I’m like a bird", verso la metà, in cui la voce si sdoppia su una frase, e l’effetto – specialmente per chi non è musicista, per chi ama e apprezza la musica ma rimane stupito e sedotto di fronte al più semplice dei trucchi musicali – è quello di una droga succosa e fresca.(…)

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Heartbreaker | Led Zeppelin
(II, 1969)
A un certo punto, in questi ultimi anni, mi sono accorto che la mia dieta musicale era povera di carboidrati, e che il riff rock è essenziale per l’alimentazione – specialmente in macchina o durante i tour di lancio dei libri, quando ti serve qualcosa di rapido e semplice per affrontare una lunga giornata. I Nirvana, The Bends e i Chemical Brothers hanno stimolato di nuovo il mio appetito, ma solo i Led Zeppelin sono riusciti a soddisfarlo. Infatti, se mi dovesse mai capitare di canticchiare un riff blues-metal a un alieno con le idee confuse, sceglierei "Heartbreaker" degli Zeppelin, da Led Zeppelin II. Non sono sicuro se intonando “DANG DANG DANG DANG DA-DA-DANG, DA-DA-DA DA-DA-DA-DANG-DANG DA-DA-DANG” riuscirei a illuminarlo, ma mi sentirei di aver fatto del mio meglio nei limiti delle circostanze. Perfino scritto così (sebbene con l'aiuto delle maiuscole), mi pare che la gloriosa e demenziale rumorosità del pezzo venga espressa con efficacia e chiarezza. Rileggetelo. Visto? Sballa.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

One man guy | Rufus Wainwright
(Poses, 2001)
Era una canzone di suo padre Loudon, scritta come inno alla solitudine maschile. Nella versione di Rufus divenne anche un proclama fiero della propria omosessualità: “people will know when they see this show the kind of a guy I am”. Il coro del refrain è spettacolare, e lo canta anche sua sorella Martha.
Secondo me, Lui compare all’inizio della seconda strofa, appena Rufus e sua sorella Martha cominciano ad armonizzare. Forse è significativo (o magari Lui sta solo dimostrando un senso dell’umorismo fin qui insospettato) che cominci ad avvertire la Sua presenza quando senti “People meditate, hey, that’s just great, trying to find the Inner You”. Merito dell’armonia, anche se non mi sono chiari i rapporti di causa ed effetto. Dio compare perché Martha e Rufus cantano così bene insieme che Lui sentendoli da lontano si dice: “Ehi, questa è musica che fa per Me, vado giù a dare un’occhiata“

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Samba pa ti | Santana
(Abraxas, 1970)
"Samba pa ti" è un pezzo strumentale, non una canzone, ma per un periodo cruciale della mia piena adolescenza, quando lo scoprii, mi parlò con la stessa eloquenza di qualsiasi altra cosa fosse composta di parole: ero convinto che fosse l’espressione dell’esperienza sessuale. Più precisamente, sapevo che "Samba pa ti" era il pezzo che avrei ascoltato durante la perdita della mia verginità – se non allo stereo, comunque nella mia testa. All’inizio è lenta e misteriosa e bella, e poi …, be’, poi sfuma (per inciso, dura quattro minuti e quarantesette secondi ma, per non essere accusato di sbruffoneria, avevo previsto di essere impegnato a fare altre cose durante la parte lenta – baciare, spogliare, forse aspettare l’autobus per casa dopo il cinema – per cui contavo di farcela fino al punto in cui sfuma).

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Mama, you been on my mind | Rod Stewart
(Never a dull moment, 1972)
"Mama you been on my mind", di Dylan, mi sembra poco più che una strimpellata – una strimpellata squisita, ma pur sempre una strimpellata. Stewart è innamorato di questa canzone e sa valorizzarla, mentre Dylan la butta quasi lì così, dandoci a intendere di avere molte più cartucce da sparare; la devozione di Stewart sembra donargli dignità, la investe di un’epicità che Dylan le ha negato.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Can you please crawl out your window? | Bob Dylan
(Biograph, 1985)
"Can you please crawl out your window?" è, capisco, una delle cose minori di Dylan, uno dei suoi stizzosi (e meno che poetici) pezzi a muso duro, ma risale al mio periodo preferito (elettrico, con quel suono di organo chiaro e pulito), e non l’ho sentito un milione di volte; per questo adesso si insinua nelle cassette che tengo in auto.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Rain | The Beatles
(Past Masters, 1988)
"Rain" è una grande canzone dei Beatles risalente a una grande annata, quella che gli Oasis cercano di vivere da dieci anni, ed è fantastico ascoltare Lennon/McCartney in un brano che conserva ancora quasi tutta la sua polpa.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

You had time | Ani DiFranco
(Out of range, 1994)

I've had it | Aimee Mann
(Whatever, 1993)
Verrebbe da pensare che le canzoni introspettive sulla vita nel mondo della musica – sulle gioie e i dolori dell’essere una cantautrice di talento in cerca di successo ("I’ve had it") o sulle difficoltà di conciliare una relazione di coppia con una carriera rock ("You had time") – facciano schifo. Verrebbe da pensare che questi brani puzzino di autocompiacimento o siano indice di carenza di immaginazione, di creatività ed empatia. Verrebbe da pensare che la Mann e la DiFranco non siano molto lontane dallo scrivere canzoni sul servizio in camera, sugli angoli bar al cinema e sull’imbecillità degli speaker delle radio locali. E allora come mai questi sono due tra i brani musicali più commoventi e belli che si possa sperare in un album pop?

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Born for me | Paul Westerberg
Paul Westerberg, noto campione mancato, è tutt’altro che un pianista, ma il suo assolo in "Born for me" è semplicemente adorabile – forse perché lui è l’autore del pezzo e sa come la canzone lo fa sentire, e quindi come dovrebbe far sentire tutti noi.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Frankie teardrop | Suicide
(Suicide, 1977)
"Frankie teardrop", dei Suicide, sono dieci minuti e mezzo di autentico, terrificante rumore industriale, una specie di equivalente sonoro di Eraserhead. Come il film di David Linch, evoca una raggelante, cupa e monocromatica distopia, piena di acuti e clangori da brivido, ma del tutto priva, a differenza del film, di qualche raro momento di tregua, del più piccolo, sporadico sprazzo di una bizzarra e anomala speranza. (…) Se non lo avete ascoltato e ancora desiderate farlo, prendetevi una serata libera, assicuratevi di di non rimanere soli nella stanza (per inciso, ascoltarla in cuffia porta quasi certamente al ricovero in ospedale) e prendetevi il giorno successivo di ferie.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Ain't that enough | Teenage Fanclub
(Songs from Northern Britain, 1997)
Al contrario, "Ain't that enough", dei Teenage Fanclub, è una raffica di pop byrdsiano di tre minuti, zeppa di solarità, suoni accattivanti, armonie e bontà. Preferisco la canzone dei Teenage Fanclub.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

First I look at the purse | The J. Geils Band
(J. Geils Band, 1970)
Il disco comincia con una solida botta di rumore di pubblico, fischi, incitazioni e grida, seguita da una presentazione urlata e molto non-inglese fatta da uno speaker: “Siete pronti per darci dentro? Siete pronti per un po’ di rock’n’roll? Dico, siete pronti per un po’ di rock’n’roll? Fateci sentire che siete pronti per la J. Geils Band!”. Poi, di colpo (senza accordare gli strumenti né borbottare un “come va?” la band si lancia in "First I look at the purse", un vecchio pezzo scritto da Smokey Robinson per un gruppo della Motown chiamato The Contours, e a quel punto perfino le vecchie canzoni di Smokey Robinson sembravano arrivare da un universo parallelo.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Smoke | Ben Folds Five
(Whatever and ever amen, 1997)
Per me, "Smoke" è poeticamente perfetta, intelligente, triste e chiara, anche se il mio amico non sarebbe disposto ad ammetterlo. È una delle pochissime canzoni che esprimono un pensiero profondo sull’amore piuttosto che sull’oggetto o sul soggetto, ed è stata la mia fedele compagna durante la fine (lunga ed estenuante) del mio matrimonio. aveva un senso allora e continua ad averlo adesso. Non si può pretendere di più da una canzone.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

A minor incident | Badly Drawn Boy
(About a boy, 2002)
“A minor incident”, un dolce, caloroso pezzo acustico con chitarra e un dylanesco assolo di armonica ansante, si riferisce direttamente a uno degli episodi principali del libro e del film: Marcus torna a casa dopo aver trascorso una giornata fuori e trova sua madre Fiona distesa sul divano priva di conoscenza: ha tentato di suicidarsi, e c’è il vomito sparso tutto intorno sul pavimento. La canzone è il suo messaggio di addio al figlio.

da 31 Songs di Nick Hornby
Il film è Un ragazzo, tratto dall'omonimo romanzo di Hornby.

Glorybound | The Bible
(Walking the ghost back home, 1986)
Un piacevole shuffle mid-tempo che inizia in modo promettente (…) con lo stesso riff di basso a due note di "Rikki don’t lose that number" (che a sua volta parte con lo stesso riff di basso a due note di "Song for my father", di Horace Silver, per cui si può affermare che i Bible onorano rispettosamente una gloriosa tradizione musicale) e contenente uno stupendo, tirato assolo di chitarra.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Caravan | Van Morrison
(Moondance, 1970)
La magnifica versione di "Caravan" in It’s too late to stop now (indiscutibilmente il più bell’album di Van Morrison, quindi non provate neanche a discutere) sarebbe degna di accompagnare i titoli di coda del più bel film che abbia visto nella mia vita; e se una canzone mi fa questo effetto, allora di sicuro, per estensione, significa che potrebbe essere suonata al mio funerale. Troppo melodrammatico? Non credo.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

AA. So I'll run | Butch Hancock and Marce LaCouture
(Yella rose, 1985)
Non mi ricordo più quando esattamente, negli anni Ottanta, andai a sentire il cantautore texano Butch Hancock in un pub grande e pieno di spifferi nella mia zona. Ricordo chiaramente lo scarso entusiasmo che provavo strada facendo. (…) Ma Butch Hancock è una figura leggendaria nell’ambito della musica country-folk, e poi veniva da molto lontano e non sarebbe tornato tanto facilmente a Finsbury Park… mi pareva incivile non andare. Ma Butch non suonò da solo. Quella sera era accompagnato da una cantante di nome Marce LaCouture e, appena iniziarono, mi sentii subito risollevato. Era una coppia fantastica, e sembrava un miracolo che due voci e una chitarra acustica potessero trasformare quel pub freddo (e, diciamolo, per tre quarti vuoto) in un luogo in cui potevano accadere belle cose.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Puff, the magic dragon | Gregory Isaacs
(Reggae for kids, 1992)
É impossibile non fare del sentimentalismo sui primi giorni di vita di un bambino, ma allora ero pronto a scommettere che la musica sarebbe stata importante per mio figlio (…) Danny era costante motivo di preoccupazione (a tre anni gli fu diagnosticato l’autismo) e, com’era prevedibile dato lo stress di quei primi tempi, i cerotti impiegati per rattoppare il rapporto dei suoi genitori si staccarono, mettendo a nudo delle ferite in cancrena. Ma Danny ha continuato a sentire la musica – la sente così tanto da aver coniato una sua parola per indicarla, e non è un’impresa da nulla quando la tua incapacità di comunicare coinvolge tutto il mondo circostante.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Reasons to be cheerful, part 3 | Ian Dury and the Blockheads
(Sex & Drugs & Rock & Roll, 1987)
Più la ascolto, più mi convinco che "Reasons to be cheerful" è il miglior inno nazionale: infonde un po’ di orgoglio persino in chi, come me, passa troppo tempo a sentirsi imbarazzato di appartenere al proprio paese (…) Per essere un capriccio funk,"Reasons to be cheerful" è culturalmente molto precisa, se la si ascolta bene; solo il tempo ci saprà dire se si riferisce a un’età dell’oro ormai definitivamente tramontata.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

The Calvary Cross | Richard and Linda Thompson
(I want to see the bright lights tonight, 1974)
In "The Calvary Cross" si sente un’Inghilterra più antica, quella di Blake e delle sorelle Brontë: vecchia, spaventosa, piena di contadini satanici, venti ululanti, vesciche di maiale e quant’altro.

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Late for the sky | Jackson Browne
(Late for the sky, 1974)
Deprimentissima e meravigliosa canzone di fallimento di coppia.
Per un quarto di secolo avevo ignorato il passionale e profondo assolo di chitarra di “Late for the sky” perché ero intollerante, gretto e ottuso come tutti i razzisti. Ora mi sento ben più combattivo per Jackson Browne di quanto sia mai stato per i Sex Pistols. Non vi piace “Late for the sky”? Beh, ‘fanculo, tanto non me ne frega un cazzo.

da 31 Songs di Nick Hornby

Hey self-defeater | Mark Mulcahy
(Fathering, 1999)
"Hey self-defeater", che si è guadagnato un posto più o meno in tutte le compilation in cassetta registrate da me quest’anno, esprime un solido ottimismo, un senso di compassionevole partecipazione col mondo attraverso i filtri della verità e un dimesso, quotidiano sarcasmo: ci parla, rivolgendosi alla gente sarcastica e compassionevole proprio come noi, e siccome, a quanto pare, non siamo in molti (Dio sola sa perché, visto che il sarcasmo e la compassione sono due delle qualità che rendono sopportabile la vita sulla terra), era una canzone destinata a trovare un pubblico solo tramite passaparola o il suggerimento di qualcuno che ha i tuoi stessi gusti.

da 31 Songs di Nick Hornby

Needle in a haystack | The Velvelettes
(singolo, 1964)
Ma poi, alla metà degli anni ottanta, mi ritrovai di nuovo ad andare a ballare di mia spontanea volontà, e senza neanche lo scopo di rimorchiare. Ci andavo perché mi piaceva. La serata si chiamava The Locomotion, e aveva luogo ogni venerdì sera a Kentish Town, Londra Nord. Quando non potevo andarci ero triste, proprio come quando non potevo veder giocare la mia squadra di calcio. La DJ, una certa Wendy May, metteva su una fantastica miscela di funk, Motown, ska, pop gay (…) Wendy May sapeva il fatto suo. Le canzoni della Motown che metteva su erano perfette, ma a eccezione dei pezzi Motown, che conoscevo e di cui mi ero stancato, lì sentii per la prima volta cose come la tagliente "Needle in a haystack" delle Velvelettes (che andai dritto a comprare.

da 31 Songs di Nick Hornby

Let's straighten it out | O.V. Wright
(The bottom line, 1978)
Una sera una mia compagna di appartamento portò in casa il suo nuovo ragazzo. Era un tipo più grande, uno scrittore che indossava un cappello di feltro floscio e metteva parecchia soggezione. Attaccammo a parlare di musica; ovviamente lui era un appassionato di jazz e non ascoltava la roba che piaceva a me: era troppo da ragazzini, come se non ci fosse nessuna differenza tra gli Osmonds e i Clash – e per lui forse non c’era. In un’illuminazione improvvisa – probabilmente quella fu la volta che arrivai più vicino a un atto di ritorsione – calai di nuovo la puntina sulla traccia che avevo appena ascoltato. La versione di O.V. Wright della bellissima "Let's straighten it out", di Latimore – e nel sorriso del jazzofilo vidi la sconfitta e una richiesta di perdono.

da 31 Songs di Nick Hornby

Röyksopp's night out | Röyksopp
(Melody AM, 2001)
Per qualche mese , verso la fine del 2001, ho ascoltato i Röyksopp nei momenti di ozio. Il mio pezzo preferito era "Röyksopp's night out", che è un po’ più mossa e vivace rispetto agli altri pezzi dall’atmosfera sognante contenuti nell’album (purtroppo non mi affatico abbastanza per aver bisogno di tirarmi su con la musica ambient). Ma proprio quando avevo deciso che "Röyksopp's night out" era una Buona Cosa – o perlomeno che era Okay – ho cominciato a ritrovarmela tra i piedi ovunque.

da 31 Songs di Nick Hornby

Frontier psychiatrist | The Avalanches
(Since I left you, 2000)
Gli Avalanches hanno un modo tutto loro per usare brandelli di materiale altrui; il risultato è che, in pratica, creano dal nulla. Il ritmo di "Frontier psychiatrist" nasce da frammenti di dialoghi tratti da vecchi film, rumori vari e un riff di corno rubato a un disco attempato e presumibilmente poco funky di Bert Kaempfert. Pur partendo da questo materiale così poco promettente, gli Avalanches ti trascinano via in un crescendo di vertiginosa potenza (e riescono perfino a mettere insieme due frammenti di dialogo per mezzo della rima).

da 31 Songs di Nick Hornby

BB. No fun vs Push it | Soulwax
(Too many DJS, 2000)
Nel frattempo, il fenomeno dei bootleg, per cui i DJ tagliano un paio di canzoni per il lungo e le sovrappongono una all’altra, si delinea come il movimento musicale più allegramente nichilista dai tempi del punk, anche se forse i punk, conservando il dolce antiquato bisogno di creare da sé la propria musica, aderivano solo a parole agli ideali del nichilismo. Gente come i Soulwax e i Freelance Hellraiser (i quali hanno fuso insieme, con risultati sorprendentemente ottimi, Christina Aguilera e gli Strokes) ci dicono che è finita e che ormai loro stanno usando i resti che gli abbiamo lasciato come legna da ardere per fare un fuoco attorno a cui stringersi mentre l’inferno del mondo musicale si congela.

da 31 Songs di Nick Hornby
Si tratta del mashup di "No fun" degli Stooges con "Push it" dei Salt 'n Pepa.

Pissing in a river | Patti Smith Group
(Radio Ethiopia, 1976)
Ci sono alcune cose di Patti Smith che è impossibile non amare: un inguaribile spirito bohémien e la fame insaziabile per tutto quanto abbia a che fare con l’arte, i libri e la musica. (…) Non ricordavo di aver mai sentito "Pissing in a river", ma se l’avevo sentita, allora evidentemente non mi aveva lasciato alcun segno. Invece quella sera, mentre Patti Smith cantava in un crescendo elettrizzante “Everithing I’ve done, I’ve done for you / Oh, I’d give my life for you” dondolandosi nella luce azzurra che arrivava dalle belle vetrate colorate alle sue spalle e invadeva il pulpito, lo sentivi che tutto il pubblico si stava innamorando di lei, della sua canzone e della serata. Fu uno di quei rari momenti – miracolosi nel contesto di uno spettacolo rock – in cui provi gratitudine per la musica che conosci e per quella che devi ancora sentire, per i libri che hai letto e per quelli che leggerai, forse addirittura per la vita che vivi.

da 31 Songs di Nick Hornby

Playlist


Altri brani, non su Spotify

11. I've had it | Aimee Mann


AA. So I'll run | Butch Hancock and Marce LaCouture


BB. No fun vs Push it | Soulwax

Nirvana

(1987 – 1994, Aberdeen, Washington, USA)

I Nirvana furono la band manifesto del grunge, quella cosa di ribellismo e ritorno alla purezza ruvida del rock che andò per la maggiore in tutto il mondo negli anni Novanta a partire dall’America nord occidentale (il sound di Seattle, si diceva anche). Se la sarebbero battuta con i Pearl Jam, ma Kurt Cobain era biondo, stava con Courtney Love, e si sparò, che per l’eternità rock è una cosa che vale mille punti. Se fosse vivo, sostengono alcuni, oggi sarebbe un grande cantautore pop.

About a girl
(Bleach, 1989)
Kurt Cobain sentiva un sacco i Beatles, allora, e stava con Tracy Marander, che lavorava in un bar e guadagnava per entrambi. Nel primo disco dei Nirvana “About a girl” è la canzone più melodica, ma nel successivo Unplugged in New York ce ne sarà una versione più lenta e cupa. Il titolo – molto beatlesiano – pare sia nato quando l’allora batterista dei Nirvana chiese a Cobain di che parlasse, e lui rispose “di una ragazza”.

Smells like teen spirit
(Nevermind, 1991)
Questa sta in tutte le classifiche delle riviste specializzate, insieme a “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin e “One” degli U2. È la canzone ufficiale del successo del grunge. Il titolo si riferisce a un deodorante della Colgate, Teen spirit, e nacque da una scritta sul muro che un’amica dedicò a Cobain: “Kurt smells like teen spirit”. Cobain – che poi disse di non amare la canzone – sostenne che allora non sapeva del deodorante e che gli piaceva il significato letterale dello slogan.
L’attacco di chitarra è leggendario, ma il passaggio migliore – più dei fonemi comici urlati nel ritornello: “a mulatto, an albino, a mosquito, my libido” – è “hello, hello, hello, how low?”.
Ne esiste una bella cover ‘acustica’ di Tori Amos.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #9 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

In bloom
(Nevermind, 1991)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #407 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Come as you are
(Nevermind, 1991)
Dopo che si fu sparato, sentire Cobain cantare “and I swear that I don’t have a gun”, avrebbe avuto per sempre un altro effetto. “Come as you are” suona molto simile a un pezzo dei Killing Joke del 1985, “Eighties”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #445 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something in the way
(Nevermind, 1991)
C’è qualcosa dei Joy Division nella spettrale esecuzione minimale di “Something in the way” (che cita un aneddoto mai accreditato della vita di Cobain: lui raccontava di aver vissuto per un po’ sotto un ponte). Fu usata drammaticamente in Jarhead, il film di Sam Mendes sulla Guerra del Golfo.

Nevermind
(1991)
Favole di successo immediato degli anni ‘90, il secondo album dei Nirvana e il suo totemico primo singolo "Smells Like Teen Spirit", uscirono dritti dall'underground del Nordovest - la nascente scena grunge di Seattle - per scalciare Michael Jackson dalla cima della classifica di Billboard e per far sparire dalla circolazione l'hair metal.
In anni recenti nessun album ha avuto un impatto simile su una generazione, una nazione di adolescenti diventati punk di colpo e un effetto così catastrofico sul suo principale artefice (il peso del successo portò Kurt Cobain a suicidarsi nel 1994).
Ma i riff taglienti, il canto caustico e la scrittura deviante e obliqua di Kurt, più il contributo di corposa potenza alla Pixies / Led Zeppelin del bassista Krist Novoselic e del batterista Dave Grohl restituirono al Rock & Roll la purezza guerriera.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #17 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

All apologies
(In utero, 1993)
L’ultima canzone dell’ultimo disco dei Nirvana, prima che il fantasma di Kurt Cobain riapparisse a cadavere caldo con la pubblicazione di Unplugged in New York (dove suonava ancora più definitiva): “che altro posso dire? Solo scuse. Che posso scrivere? Non ne ho il diritto. Vorrei essere come voi, che vi accontentate di poco”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #455 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heart-shaped box
(In utero, 1993)
«La ragazza gli aveva fatto arrivare un regalo attraverso Dave, il batterista di allora. Era una scatola rossa a forma di cuore. All’esterno era piena di decorazioni floreali e dentro c’erano pigne, conchiglie, una bambola e un servizio da tè per la bambola. Kurt era rimasto molto colpito e scrisse su un pezzo di carta delle parole che avrebbe poi messo in una delle sue canzoni. Sono rimasto chiuso per delle settimane nella tua scatola a forma di amore, scrisse» (Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo, Einaudi).

Polly
(MTV Unplugged in New York, 1994)
I Nirvana suonarono in diverse occasioni a sostegno di associazioni contro la violenza sulle donne. “Polly” è ispirata alla storia vera di una ragazzina di quattordici anni sequestrata e violentata di ritorno da un concerto a Tacoma, Washington.

The man who sold the world
(MTV Unplugged in New York, 1994)
Era la canzone che dava il titolo al terzo disco di David Bowie, uscito nel 1970. Un quarto di secolo dopo diventò la cosa più efficace e sorprendente del disco unplugged pubblicato pochi mesi dopo la morte di Kurt Cobain.


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Colori

Canzoni di tutti i colori


True colors | Cyndi Lauper
(True colors, 1986)
But I see your true colors
Shining through
I see your true colors
And that's why I love you
So don't be afraid to let them show
Your true colors
True colors are beautiful
Like a rainbow

Colours | Donovan
(Fairytale, 1965)
Con rispetto parlando, il coretto suona del tutto incongruo rispetto alla leggerezza della canzone: sem-brano le sorelle Bandiera. Nick Drake lo avrebbe capito esercitandosi tutta la vita sugli stessi suoni, ma senza coretto.

Forbidden colors | Ryuchi Sakamoto ft David Sylvian
(Merry Christmas Mr. Lawrence, 1983)
Nel 1983 Ryuchi Sakamoto – frequente collaboratore di Sylvian e viceversa – coprodusse e recitò nel film di Nagisa Oshima Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo, in Italia). Compose anche la colonna sonora, e chiese a Sylvian di scrivere il testo e cantare nella canzone che poi divenne molto più famosa del film. Sylvian ne mise una versione in fondo al suo Secrets of the beehive, che scomparve in alcune edizioni in cd. È anche il titolo di un romanzo di Yukio Mishima del 1953, per restare in giapponeserie.


A whiter shade of pale | Procol Harum
(Procol Harum, 1967)
Nessuno ha ancora capito cosa accidenti volesse dire (se lo chiedevano anche in The commitments, il film), ma fu l’emblema dell’Estate dell’Amore hippie e rimase una delle canzoni più famose e riprodotte della storia. C’è soul, rock e musica classica assieme (Bach è citato esplicitamente), senza indulgere in sinfonismi à la Queen. “We skip the light fandango...”.


Ivory boy | The Nits
(Wool, 2000)
Era in un disco uscito nel 2000 – Wool – il più bel disco mai pubblicato da una band olandese, per quel che ne so io. Qualche tempo fa a Utrecht c’è stata una convention internazionale di fans dei Nits, per festeggiare i trent’anni della band (avete letto bene: trent’anni, che nel frattempo sono diventati quaranta e durante i quali ci fu anche lo spazio per una canzone dedicata a Bobby Solo). Wool aveva qualcosa degli Steely Dan (o degli Aluminium Group, o viceversa): qualcuno la chiamò “musica da camera pop”.


Mellow yellow | Donovan
(Mellow yellow, 1967)
Roba di ragazze, anche giovani, con una annosa questione filologica sulla attribuzione all’ambito sessuale o a quello stupefacente dell’espressione “electrical banana”. Comunque, è la canzone-bollino di Donovan, sempre parlando di banane. Si racconta che nel coretto, in un angoletto, ci fosse pure Paul McCartney: ma la tesi è controversa. Di giallo in giallo, Donovan mise le mani nella composizione di “Yellow submarine”. Adesso “Mellow yellow” è usata come sigla da Linus e Nicola su Radio DeeJay.


Yellow | Coldplay
(Parachutes, 2000)
Le cronache raccontano che nel video, a camminare sulla spiaggia avrebbero dovuto essere tutti e quattro e non solo Chris Martin. Ma gli altri tre dovettero andare al funerale della madre di Will Champion, il batterista. La domanda sorge spontanea: Chris Martin fu un po’ stronzo?

Big yellow taxi | Counting Crows ft Vanessa Carlton
(Hard candy, 2002)
Vecchia fantastica canzone di Joni Mitchell, usata persino da Janet Jackson in un raro momento di illuminazione. Reincisa con la voce di Vanessa Carlton, andò molto forte anche tra il pubblico più giovane della media dei fans dei Counting Crows.

Big yellow taxi | Joni Mitchell
(Ladies of the canyon, 1970)
La più famosa canzone di Joni Mitchell per chi non conosce Joni Mitchell. Grazie al campionamento di Janet Jackson nella sua notevole “Got ‘til it’s gone” e alla cover dei Counting Crows. Il taxi lo vide dalla finestra di un albergo alle Hawaii, e capì che “va sempre a finire che non sai quello che possiedi fino a che non lo hai perso: hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio”.

Yellow submarine | The Beatles
(Revolver, 1966)

Goodbye yellow brick road | Elton John
(Goodbye yellow brick road, 1973)
La strada dei mattoni gialli viene dal Mago di Oz. L’idea di Elton che molla tutto e torna dal vecchio gufo nel bosco, fa un po’ ridere: chissà il gufo, quando se lo vede comparire davanti.


Oro | Mango
(singolo, 1984)
Nel 1984 Mango presenta alla Fonit un provino che piace molto a Mara Maionchi. La musica, un downtempo dall'arrangiamento elettropop, ispirò Mogol, che decise di riscriverne il testo, credendo nelle potenzialità del pezzo.


Azzurro | Adriano Celentano
(Azzurro, 1968)
Bisognerebbe fare un’analisi della prevalenza dei toni del blu nella poetica della musica italiana, da “Volare” a “Celeste nostalgia” a “I’m blue, dabadì dabadà” (sì, il rischio sono quelle playlist sceme che pubblicano le riviste, tipo “canzoni scritte da uno che si chiama Paolo” ... oddio, ma è proprio quello che faccio qui!).
“Azzurro” l’aveva scritta Paolo Conte: stravendette, divenne un classico, e Conte si risolse a cantarla in concerto un quarto di secolo dopo.


Nel blu dipinto di blu | Domenico Modugno
(1958)
"Nel blu dipinto di blu" fu scritta da Franco Migliacci e Domenico Modugno, che con questa canzone vinse il Festival di Sanremo del 1958 in coppia con Dorelli. Da lì ottenne un successo planetario, fino a diventare una delle canzoni italiane più famose nel mondo. La parola che apre il ritornello, "Volare", divenuta identificativa della canzone, è stata depositata alla SIAE come titolo alternativo della canzone.
Modugno raccontava che l'idea del ritornello "Volare, oh oh" gli era venuta una mattina osservando il cielo azzurro dalla finestra della sua casa a Roma, mentre Migliacci affermava che l'idea era venuta a lui, osservando il quadro Le coq rouge dans la nuit di Marc Chagall. Musicalmente, la canzone rappresentò il punto di rottura della musica italiana tradizionale e l'inizio di una nuova era, recependo il nuovo stile portato dagli "urlatori" e mediandolo con un'esecuzione che risente delle influenze swing di importazione statunitense.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.


Purple rain | Prince
(Purple rain, 1984)
Introduzione chitarresca leggendaria, voce nel megafono, la power-ballad definitiva, versione Prince: tutti con gli accendini e lui e la chitarra che imbizzarriscono un finale spettacoloso, buono per chiudere baracca e mandare tutti a casa.


English rose | The Jam
(All mod cons, 1978)
Ballata sentimentale piuttosto anomala nel repertorio Jam, ispirata dal tour americano e dalla lontananza dalla terra natìa e dalla fidanzata. Le parole sono così banali che finiscono per suonare del tutto sincere, e rivelatrici del legame della band con l’isola da cui proveniva.


La vie en rose | Grace Jones
(Portfolio, 1977)
“La vie en rose” è per i francesi quello che per gli italiani è "Nel blu dipinto di blu”, e uno può ragionarci a lungo, soprattutto sull’alternativa cromatica. Fu incisa nel 1946 da Edith Piaf, che ne aveva scritto il testo: la musica è di Louis Guglielmi. Farla cantare a Grace Jones fu una scelta piuttosto fuori moda – invenzione geniale del produttore Tom Moulton, considerato l’inventore del remix e dell’EP - ma funzionò alla grande, grazie al lezioso arrangiamento ballabile, ma ballabile piano. Si raccomanda la versione lunga.


Rosso | Niccolò Fabi
(Il giardiniere, 1997)
Rosso, è un vestito rosso oggi quello che indossi per il mio funerale

Rosso relativo | Tiziano Ferro
(Rosso relativo, 2001)
Il tuo è un rosso relativo

Little red Corvette | Prince
(1999, 1983)
Non che le allusioni sessuali – a parole e gesti – siano mai mancate nel repertorio di Prince, ma in questo caso la metafora automobilistica lo protesse dai censori disattenti. Il pezzo scalò le classifiche in una riedizione successiva assieme a “1999”. Anni dopo la Chevrolet pubblicò dei manifesti che ritraevano una Corvette rossa del ’63 e lo slogan “Nessuno scrive canzoni sulle Volvo”.

Red red wine | UB40
(Labour of love, 1983)
Una vecchia canzone di Neil Diamond, sul bere per dimenticare, che l’arrangiamento UB40 rende ancora più dondolante ed etilica (una versione reggae esisteva già, per voce del giamaicano Tony Tribe). Lo stesso Diamond, nelle esecuzioni dal vivo, si convertì al loro ritmo: ma raccontò come lui la intendesse meno allegra e più malinconica, la sbronza.


Crimson and clover | Tommy James & The Shondells
(Crimson and clover, 1968)
Ne esiste anche una versione in italiano, con un testo scritto dal solito Mogol, del cantante libanese Patrick Samson, con il titolo "Soli si muore".


Profondo rosso | Goblin
(Profondo rosso, 1975)
Il più famoso brano del gruppo musicale di rock progressivo italiano Goblin, parte della colonna sonora del film omonimo di Dario Argento.


Tangerine | Led Zeppelin
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.


Back in black | AC/DC
(Back in black, 1980)
Il titolo spiega il ritorno degli AC/DC dopo la morte del cantante Bon Scott: aveva 33 anni e fu trovato morto in una macchina per “intossicazione da alcolici” dopo una notte di eccessi. Quanto alla canzone, ricorda molto “Highway to hell”: attacco sensazionale anche qui, e il resto vien da sé. Negli Stati Uniti Back in black è il quarto album più venduto della storia.

Nero | Gazzelle
(singolo, 2017)
Nemmeno è tutto nero

Black | Pearl Jam
(Ten, 1991)
La canzone più amata del primo disco dei Pearl Jam, malgrado la band non abbia voluto farne un singolo sostenendo che ne sarebbe stata rovinata.
I know someday you’ll have a beautiful life, I know you’ll be a star in somebody else’s sky, but why, why, why can’t it be, oh, can’t it be mine?
E insomma, salvo il cantare assai più tormentato e tenebroso, è ancora lo stesso guaio di Baglioni in “E tu come stai?”.


Ebony and ivory | Paul McCartney ft Stevie Wonder
(Tug of war, 1982)
Celebre duetto musicale di Paul McCartney e Stevie Wonder. Potrebbe sembrare che il brano parli dell'ebano e dell'avorio, i colori dei tasti del pianoforte, ma i più perspicaci di voi hanno compreso che sottintende l'armonia fra bianchi e neri Come disse qualcuno"black notes, white notes, and you need to play the two to make harmony folks!"

Black and white unite | Belle and Sebastian
(Storytelling, 2002)
Nel 2000 Belle and Sebastian accettarono di scrivere le canzoni per un film di Todd Solondz, Storytelling. Il film ebbe vicende complicate, e anche i rapporti con la band furono faticosi. Alla fine, della loro musica fu usato solo qualche minuto. “Black and white unite”, lo scrive qualcuno su un muro, nella canzone.


Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.


Colorblind | Counting Crows
(This desert life, 1999)
Una canzone bella ma tristissima. Divenne celebre perché fu la colonna sonora del funerale del padre di Dawson in Dawson’s Creek. Già, quello che morì perché si era rovesciato addosso un gelato mentre guidava. Colorblind significa 'daltonico.

Blinded by the light | Manfred+Mann's Earth Band
(The roaring silence, 1976)
"Blinded by the light" è il singolo del debutto di Bruce Springsteen, nel 1973 e non ebbe particolare successo. Nel 1976 il gruppo Manfred Mann's Earth Band realizzò una versione della canzone che raggiunse la prima posizione della Billboard Hot 100, prima e unica volta in cui Bruce Springsteen raggiunse la vetta della classifica statunitense dei singoli, sia pur solo come autore. Incredibile, ma vero. Comunque, per ragioni affettive, il brano nella versione di Manfred Mann è una delle mie personali 'all time favorites'!

Playlist
Brani citati

The White Stripes

(1997, Detroit, Michigan, USA)

I primi e più creativi di un treno di bands rocchettare piombato sul mondo all’inizio del millennio (il loro primo disco è del 1999, a essere precisi): suono tradizionale, chitarra e batteria, rumorosi quando si deve e acustici quando si vuole. Sono due, Jack White e Meg White, e non sono più marito e moglie da un pezzo (tanto che negano di esserlo mai stati). Lui porta dei gran cappelli e dopo si è fidanzato sempre con certe modelle: l’ultima l’ha sposata.

You’re pretty good looking (for a girl)
(De Stijl, 2000)
Rock démodé, come quando c’erano i Kinks. Qualche anno dopo sarebbero arrivati gli Strokes, gli Hives, i Libertines, i Black Rebel Motorcycle Club, a eccitare gli appesantiti fans del rock chitarresco anni Settanta.

Fell in love with a girl
(White blood cells, 2001)
Neanche due minuti di rivisitazione del punk, con coro fulminante che vi rimane in testa per tutta la settimana. La ragazza gli dice di andare con lei al fiume, a baciarsi, e che per Bobby non è un problema. Ci vorrebbero più Bobby, al mondo.

We’re going to be friends
(White blood cells, 2001)
Ok, gran calma, mettetevi tranquilli ora. Voce e chitarra, melodia dondolante. Ricordi da primo giorno di scuola e dell’eccitazione di aver individuato un nuovo amico. Ne ha fatto una cover Jack Johnson, non a caso per la colonna sonora del cartone animato Curious George.

Dead leaves and the dirty ground
(White blood cells, 2001)
Un rocchettone sentimentale pieno di metafore e paragoni, come le foglie secche del titolo, ancora pieno di ammiccamenti ai grandi casinari del passato, dagli Who agli AC/DC. Anche se l’ascoltatore italiano nota innanzitutto il passaggio identico a “Pigro” di Ivan Graziani.

Hotel Yorba
(White blood cells, 2001)
L’Hotel Yorba è a Detroit, e si dice che la canzone sia stata scritta là: chissà cosa ci facevano in albergo, nella loro città. Secondo un’altra voce, dopo che ebbero cantato – su un formidabile ritmetto country – quanto fosse bello vedersi all’Hotel Yorba perché le stanze erano sempre tutte vuote, quelli dello Yorba si seccarono parecchio.

Seven nation army
(Elephant, 2003)
La grandezza di “Seven nation army” è dimostrata dalla sua leggendaria storia di successo da stadio. Non si è mai capito esattamente se il gigantesco riff di chitarra (sembra un basso, ma è una chitarra: e fu inventato durante le prove di un concerto australiano) sia stato trasformato in un coro da curva dai tifosi di una squadra scozzese o da quelli belgi. Ma i romanisti lo impararono da questi ultimi, lo fecero arrivare fino al palco di Sanremo quando a presentare il festival ci fu la signora Totti, e poi divenne il tormentone della vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006.
Il titolo è un equivoco infantile di Jack White, che da piccolo interpretava così l’espressione “Salvation army” (l’Esercito della Salvezza). E per chiudere con i riferimenti infantili, la musica si presta benissimo a una reinterpretazione di “Stella stellina, la notte si avvicina”.
Tante sono le cover: qui propongo quelle di Ben l'Oncle Soul, Zella Day e Scott Bradlee's Postmodern Jukebox.

I just don’t know what to do with myself
(Elephant, 2003)
Una delle più belle canzoni di Burt Bacharach, fu raccolta dai White Stripes con lo snobismo artistico tipico della band: la riarrangiarono rock, lui gridacchia un po’ troppo, ma sulla strofa non può che disciplinarsi all’originale. Il video fu diretto da Sofia Coppola (e c’era Kate Moss).

My doorbell
(Get behind me Satan, 2005)
Pezzaccio spiritosissimo: si sono buttati sul pianoforte, in una via di mezzo tra i Led Zeppelin e James Brown, e un falsetto che sintetizza Michael Jackson e Brian Johnson degli AC/DC. Un’araba fenice rock.


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AC/DC

(1973, Sydney, Australia)

Allora si sosteneva che facessero hard rock. Poi si cominciò a chiamarlo heavy metal, cambiò mille altri nomi, e oggi a risentirli sembrano le Vibrazioni, al confronto con quel che arrivò dopo. Australiani, spettacolari dal vivo, dotati di un seguito sfegatato e di un logo riprodotto allora sulle t-shirt e gli zainetti dei ragazzotti di mezzo mondo, raggiunsero un pubblico ancora più vasto con un disco quasi perfetto, nero nero, Back in black.

Whole lotta Rosie
(Let there be rock, 1977)
Pezzaccio fatto solo di un riff leggendario di chitarra (che in una famosa versione live è intervallato dal pubblico che grida in coro il nome di Angus Young: “Angus!”), un rock’n’roll da abbecedario e un assolo che pare di vederlo. Il titolo imita “Whole lotta love” dei Led Zeppelin, dove però Rosie è una celebrata amante di Bon Scott del peso di 120 chili: “non è esattamente carina, e non è esattamente piccola”. Ma fa delle cose, Rosie, che nessun’altra mai.

Let there be rock
(Let there be rock, 1977)
Predicone heavy metal: “Che sia rock, e rock fu”. “In the beginning” eccetera, e via con l’epica biblica della musica. Schitarrate come se piovesse, e piove vero rock’n’roll, ripreso da Chuck Berry.

Riff raff
(Powerage, 1978)
L’attacco di “Riff raff” è un crescente baccano da amplificatori distorti, particolarmente apprezzabile come introduzione dal vivo: “if you want blood you’ve got it”. E poi una sparatoria di assoli di chitarra.

Highway to hell
(Highway to hell, 1979)
A quanto si dice, un giornalista chiese come fosse essere sempre in tour, e Angus Young rispose “un’autostrada per l’inferno”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #254 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Back in black
(Back in black, 1980)
Il titolo spiega il ritorno della band dopo la morte del cantante Bon Scott: aveva 33 anni e fu trovato morto in una macchina per “intossicazione da alcolici” dopo una notte di eccessi. Quanto alla canzone, ricorda molto “Highway to hell”: attacco sensazionale anche qui, e il resto vien da sé. Negli Stati Uniti Back in black è il quarto disco più venduto della storia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #187 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hell’s bells
(Back in black, 1980)
Le campane più famose della storia del rock, registrate al memoriale della Prima guerra mondiale di Loughborough, in Inghilterra. Trevor Hoffmann, uno dei più popolari lanciatori del campionato di baseball americano (giocava nei San Diego Padres dal 1993), faceva suonare da sempre “Hell’s bells” al suo ingresso in campo.

You shook me all night long
(Back in black, 1980)
Il pezzo più da classifica della band, e infatti andò bene. Ospita il notevole verso: “She told me to come but I was already there”, che non ci si sente di tradurre qui. Non ci crederete, ma ce n’è una cover di Anastacia con Céline Dion.

For those about to rock (we salute you)
(For those about to rock we salute you, 1981)
Il titolo starebbe per “Rockituri te salutant”, essendo un’elaborazione di un passo letto su un libro di gladiatori. L’inizio ha ancora qualcosa degli Who, poi c’è il coro, e i cannoni. Di norma, era il pezzo che chiudeva i concerti.


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Van Morrison

(1945, Belfast, Irlanda del Nord)

Van Morrison è uno dei miti del rock meno conosciuti dal grande pubblico e più amati dagli appassionati. Fonte di ispirazione e culto per tutti i cantautori che sono venuti dopo di lui, mise insieme l’Irlanda da cui veniva, con cose jazz e soul che fece divenire cosa sua («nessun bianco canta come Van Morrison», disse il critico Greil Marcus). Ha tirato fuori dal cilindro un paio di dischi da insegnare nelle scuole e ha scritto: “Have I told you lately”. Ancora fa dischi e concerti, onestamente, con quella voce lì.

Brown eyed girl
(Blowin’ your mind!, 1967)
A parte George W. Bush, non risultano altri casi in cui il suo ascolto abbia coinciso con la scelta di invadere un paese mediorientale. Nel 1967, caso anomalo per Van Morrison, “Brown eyed girl” arrivò al numero 10 della classifica americana, ma le radio censuravano l’osceno passaggio “facciamo l’amore nell’erba” (“far l’amore tra le vigne” di Battisti venne qualche anno dopo: allora c’era una grande aspirazione erotico-campestre).

Vite parallele
Hey where did we go, Days when the rains came Down in the hollow Playin’ a new game, Laughing and a running hey, hey
Nel 2005 l’iPod era già un oggetto di culto ma non ancora di massa e la Casa Bianca diffuse delle foto del presidente Bush in bicicletta, con le cuffie bianche alle orecchie. Le foto mostravano anche il display dell’iPod: il presidente pedalava via libero e felice al suono di “Brown eyed girl” di Van Morrison.
Van Morrison ha appena un anno in più di George Bush. Il suo vero nome di battesimo è George (però il secondo nome non è W., ma un inquietante e russofono Ivan). Negli anni in cui il giovane Bush si faceva fermare ubriaco dalla polizia stradale, il giovane Morrison già aveva inciso i primi dischi. Mentre il giovane Bush si sottraeva agli impegni militari, il giovane Morrison già aveva delle canzoni in classifica.
“Brown eyed girl” Van Morrison la incise nel 1967, quando Bush stava facendo il bambinone a Yale, e magari ci provava con le ragazze ascoltando quella canzone. Ma è nel 1986 che le due carriere parallele hanno forse il loro momento più sintomatico: George Bush sta ormai in qualche consiglio d’amministrazione petrolifero e si appresta a entrare in politica lavorando alla campagna elettorale del padre. Van Morrison incide una canzone dedicata al pensiero di Krishnamurti, che riprende le parole del pensatore indiano: “No guru, no method, no teacher”. Nessun guru, nessun metodo, nessun insegnante. Lo slogan di Apple, produttrice dell’iPod, è “Think different”.

Madame George
(Astral weeks, 1968)
“Madame George” generò un serrato botta e risposta tra il leggendario critico musicale Lester Bangs e Van Morrison. Bangs scrisse mirabilie del pezzo (“un vortice nel disco”) spiegando che era dedicato a una drag queen, e Morrison disse che non lo era. Bangs definì la smentita di Morrison “una stronzata”.

Sweet thing
(Astral weeks, 1968)
Canzone meravigliosa, che se la porta via il vento: ripetitiva ma via via sempre più trascinante e lieta, basta da sola a far capire da chi abbiano imparato i Waterboys (che ne fecero una cover) o gli Hothouse Flowers.

Moondance
(Moondance, 1970)
Grande pezzo swingato, vero jazz con un testo che pare una parodia di Cole Porter, o Gershwin:
Well, it’s a marvelous night for a moondance / With the stars up above in your eyes A fantabulous night to make romance / ‘Neeth the cover of October skies And all the leaves in the trees are falling
. Una cover famosa è quella di Michael Bublé.

Crazy love
(Moondance, 1970)
“Quando vado da lei al tramonto, mi toglie ogni pensiero, mi toglie ogni dolore, mi toglie il mal di cuore, e me ne vado a dormire”. Bella riconoscenza.

Tupelo honey
(Tupelo honey, 1971)
Ci sono canzoni che vi pare siano sempre esistite, melodie che la prima volta che le avete sentite eravate convinti che non fosse la prima. Pare che una volta Bob Dylan abbia detto che “Tupelo honey” è una canzone così, che stava in qualche magazzino inconscio della musica e Van Morrison si è limitato a cantarla per primo.

Across the bridge where angels dwell
(Beautiful vision, 1982)
Close your eyes in fields of wonder, close your eyes and dream.

Vanlose stairway
(Beautiful vision, 1982)
Vanlose è un quartiere di Copenhagen dove abitava la ragazza di Van Morrison, nel periodo in cui aveva vissuto là. Non che questo abbia influenzato molto la sua musica, che ha poco di scandinavo e moltissimo soul e gospel. “Mandami una cartolina, mandami il tuo cuscino, mandami la tua Bibbia” chiede, per starle vicino quando ormai è lontano e vorrebbe vederla, sugli scalini di Vanlose (che è un’aspirazione assai più accessibile, con l’avvento dei voli di linea, rispetto all’ambiziosa pretesa dei Led Zeppelin di una “stairway to heaven”).

In the garden
(No guru, no method, no teacher, 1986)
No guru, no method, no teacher è una citazione degli insegnamenti di Jiddu Krishnamurti, pensatore e filosofo indiano del Novecento, che suggeriva di trovare da soli la propria via, rinunciando a chiese, precetti e modelli, compreso lui, che doveva essere preso solo come guida o aiutante. “In the garden” è dedicata al suo pensiero – Van Morrison era un suo appassionato lettore e l’aveva ascoltato una volta a San Francisco – e contiene il verso che fu usato per il titolo del disco. Una versione dal vivo accelerata, ma più lunga, che include un passaggio da “You send me” di Sam Cooke, si trova in A night in San Francisco.

Have I told you lately
(Avalon sunset, 1989)
“Have I told you lately that I love you” era troppo immediatamente bella per sfuggire alla sua melensizzazione kitsch nei matrimoni e nei videoclip dei programmi del pomeriggio. Ma anche troppo imbattibilmente bella per subirne traumi, con quell’idea un po’ sbadata di rinnovata dichiarazione d’amore. Lui non le dice “ti amo”: le dice “Ti ho mica detto che ti amo, ultimamente?”. Ovvero due cose assieme: che è implicito e ovvio che lui la ami, è solo questione di dirlo più o meno spesso; e che lui non è tipo da recitare la stonata formula “ti amo” con tutta la sua solennità e retorica. “Ti ho mica detto che ti amo, ultimamente?”.


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Jack Frusciante è uscito dal gruppo

(Enrico Brizzi, 1994, Baldini & Castoldi)

Una storia rock, una storia d’amore e di «rock parrocchiale», una storia di crescita, una storia generazionale. Questo romanzo è un cult della letteratura contemporanea italiana. Ambientato negli anni Novanta, la colonna sonora contiene tutti i brani che Brizzi cita nel libro e delinea perfettamente le atmosfere ribelli adolescenziali vissute dai personaggi.

Il titolo si riferisce a un fatto realmente accaduto nel 1992: John (e non Jack!) Frusciante, l'allora chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, lascia inaspettatamente il gruppo, durante una tournée all'apice della popolarità. Fa, come si legge nel libro, "un salto fuori dal cerchio".In questo può riassumersi l'intera morale del racconto, dal momento che tutta la vicenda è imperniata sul concetto di "uscire dal gruppo" nel senso di "uscire dalla consuetudine, dagli schemi sociali".


Domenica lunatica | Vasco Rossi

Siamo solo noi | Vasco Rossi
(Siamo solo noi, 1981)
Grande manifesto di non allineamento, che si sottrae a tutti i luoghi comuni del genere: nessuno snobismo, nessuna pretesa superiorità morale, nessuna vanità, “generazione di sconvolti”. Punk di casa nostra, ribelle ma con grazia melodica.

Fegato, fegato spappolato | Vasco Rossi

Non l’hai mica capito | Vasco Rossi

Our house | Madness
(Presents the rise and fall, 1982)
Nostalgia dell’infanzia familiare e dei rituali domestici, e realismo sul fatto che siano passati. La senti e pare di vederla, la casa, il papà che va al lavoro e la mamma che gli stira la camicia. Tutto molto british.

Hurry up hurry | Sham 69

Under the bridge | Red Hot Chili Peppers
(Blood sugar sex magik, 1991)
Il ponte è quello sotto il quale il cantante Anthony Kiedis si faceva certe pere. Fu il singolo che lanciò i Red Hot Chili Peppers, che pure avevano già fatto quattro dischi. Il coro in chiusura è quello della chiesa della signora Frusciante, madre del chitarrista John.

Clash city rockers | The Clash

God save the Queen | Sex Pistols
(God save the queen, 1977)
Successe un casino. La contestazione della monarchia non era molto apprezzata, allora, almeno non con espressioni come: “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”. Fu censurata molto e venduta molto. Ufficialmente arrivò al numero due in classifica, ma si pensa che il suo primo posto effettivo sia stato opportunamente tenuto nascosto a vantaggio di “The first cut is the deepest” di Rod Stewart. Era anche l’anno del giubileo reale, e il giorno dei festeggiamenti la band suonò davanti a Westminster da una barca affittata sul Tamigi. Li arrestarono tutti. Mezza Inghilterra li odiava, un’altra mezza non vedeva l’ora che arrivassero: “no future, no future, no future for you!”.

Sexu Machina | Negu Gorriak

Anarchy in the UK | Sex Pistols
(Anarchy in the U.K., 1976)
Il primo singolo dei Sex Pistols, e uno dei loro classici, di cui una cover arrivò fin dentro alla colonna sonora di The million dollar hotel di Wim Wenders. Erano stati assunti dalla EMI, che li licenziò dopo i primi disastri che avevano combinato in giro. Il contratto con la A&M durò poi una settimana (alla festa di presentazione cercarono di farsi le segretarie e vomitarono negli uffici, cosa che era piuttosto contraria all’etichetta), e alla fine approdarono alla Virgin. Dove la canzone sembra dire “I use the enemy” (uso il nemico) il testo cita in realtà “the NME”, odiata rivista dell’establishment pop britannico. E “antichrist” non fa rima con “anarchist”, a meno di non sbagliare la pronuncia, come fa Lydon.

Comfotably numb | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Questa se la portò Gilmour dentro The wall da un suo precedente progetto solista. Nella tensione dell’opera, spartita tra ansie e disperazioni, offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding...”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe l’ha provato anche Gianfranco Fini, quella volta in Giamaica. Poi Waters, che scrisse le parole (con Gilmour smisero di parlarsi subito dopo, e avevano litigato come matti su “Comfortably numb”), spiegò che era una memoria infantile di quando si è malati e intontiti e che si riferiva a un senso di alienazione tra la band e il pubblico.
Nel 2005 ne fecero una spiritosa versione dance gli Scissors Sisters.

My way | Sid Vicious

Happy hour | The Housemartins

The sunnyside of the street | The Pogues

London calling | The Clash
(London calling, 1979)
La dichiarazione di guerra post-punk di Joe Strummer all’Inghilterra thatcheriana. Il titolo cita la frase dell’identificativo radiofonico della BBC durante la guerra, “this is London calling”. La copertina di London Calling – l’ellepì – con la foto di Pennie Smith che ritrae Paul Simonon che distrugge il basso, cita una vecchia copertina di Elvis ed è una delle icone più famose della storia del rock.

King of the Bayou | Joe Strummer

Happiness is a warm gun | The Beatles
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

Foxey lady | Jimi Hendrix
(Are you experienced?, 1967)
Tutti sbagliano sempre, ma era “Foxey”, con la “e”. «Non mi vergogno a dire che non sono capace di scrivere canzoni allegre» ha detto una volta Hendrix, spiegando che questa era l’unica. Più che una canzone allegra, è che lui se la vuole fare, a essere precisi.

Every little thing she does is magic | The Police
Ghost in the machine, 1981)
Dopo il brumoso attacco, il ritornello è una notevole sbandata di allegria pop nel curriculum dei Police, che pure mantengono alcuni loro tic originali, come il “diòòòò” in chiusura. Il verso “do I have to tell the story...” sarà citato da Sting nella sua successiva “Seven days”.

People are strange | The Doors

Libra | Diaframma


A hard rain’s a gonna fall | Eddie Brickell & The New Bohemians

I shot the sheriff | Bob Marley & The Wailers
(Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no.
(Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Lonesome, on’ry and mean | Henry Rollins

There is a light that never goes out | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra.
E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire

Holiday in Cambodia | Dead Kennedys

Always in my mind | Pet Shop Boys
(Introspective, 1988)
Una delle molte cover di una grande canzone d’amore resa celebre da Elvis, naturalmente fatta alla maniera Pet Shop Boys: con un potente frastuono intorno e un riff di tastiere aggressivo. Conquistò l’ambìto titolo di numero uno di Natale nelle classifiche inglesi, nel 1987. La versione di nove minuti contenuta in Introspective è un po’ sfinente: meglio quella del singolo.


Behind the sun | Red Hot Chili Peppers

Where is the mind? | Pixies

Sweet home Chicago | The Blues Brothers

Rhythm is a dancer | SNAP!

Rock the Casbah | The Clash
(Combat rock, 1982)
Malgrado non abbia espliciti riferimenti geografici, la storia dell’insurrezione popolare contro il divieto sul rock fu ispirata dalla notizia di una stretta in questo senso nell’Iran dell’ayatollah Khomeini. Erano i tempi in cui una band di sinistra poteva suggerire di rovesciare le dittature musulmane.
Negli ultimi anni alcuni versi sono diventati profetici, fino a diventare tormentone dei soldati americani nella guerra del Golfo.
Fu il maggiore successo commerciale dei Clash e rese celebre l’armadillo del video.

Raw power | The Stooges

White riot | The Clash

No feelings | Sex Pistols

Shiny happy people | R.E.M.

Tunnel of love | Dire Straits

Sayonara | The Pogues

Dazed and confused | Led Zeppelin

(White man) in Hammersmith Palais | The Clash

Deeper shade of soul | Urban Dance Squad

Lunedì | Vasco Rossi

Love song | Tesla

How beautiful you are | The Cure

Il mio canto libero | Lucio Battisti

Me and my friends | Red Hot Chili Peppers

Friday I’m in love | The Cure
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”. E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri: “it’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff”.

Bigmouth strikes again | The Smiths

Digging the grave | Faith No More

Ghostrider | Rollins Band

Leccaculo | Splatterpink

Il vitello dai piedi di balsa | Elio e Le Storie Tese

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