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Jack Frusciante è uscito dal gruppo

(Enrico Brizzi, 1994, Baldini & Castoldi)

Una storia rock, una storia d’amore e di «rock parrocchiale», una storia di crescita, una storia generazionale. Questo romanzo è un cult della letteratura contemporanea italiana. Ambientato negli anni Novanta, la colonna sonora contiene tutti i brani che Brizzi cita nel libro e delinea perfettamente le atmosfere ribelli adolescenziali vissute dai personaggi.

Il titolo si riferisce a un fatto realmente accaduto nel 1992: John (e non Jack!) Frusciante, l'allora chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, lascia inaspettatamente il gruppo, durante una tournée all'apice della popolarità. Fa, come si legge nel libro, "un salto fuori dal cerchio".In questo può riassumersi l'intera morale del racconto, dal momento che tutta la vicenda è imperniata sul concetto di "uscire dal gruppo" nel senso di "uscire dalla consuetudine, dagli schemi sociali".


Domenica lunatica | Vasco Rossi

Siamo solo noi | Vasco Rossi
(Siamo solo noi, 1981)
Grande manifesto di non allineamento, che si sottrae a tutti i luoghi comuni del genere: nessuno snobismo, nessuna pretesa superiorità morale, nessuna vanità, “generazione di sconvolti”. Punk di casa nostra, ribelle ma con grazia melodica.

Fegato, fegato spappolato | Vasco Rossi

Non l’hai mica capito | Vasco Rossi

Our house | Madness
(Presents the rise and fall, 1982)
Nostalgia dell’infanzia familiare e dei rituali domestici, e realismo sul fatto che siano passati. La senti e pare di vederla, la casa, il papà che va al lavoro e la mamma che gli stira la camicia. Tutto molto british.

Hurry up hurry | Sham 69

Under the bridge | Red Hot Chili Peppers
(Blood sugar sex magik, 1991)
Il ponte è quello sotto il quale il cantante Anthony Kiedis si faceva certe pere. Fu il singolo che lanciò i Red Hot Chili Peppers, che pure avevano già fatto quattro dischi. Il coro in chiusura è quello della chiesa della signora Frusciante, madre del chitarrista John.

Clash city rockers | The Clash

God save the Queen | Sex Pistols
(God save the queen, 1977)
Successe un casino. La contestazione della monarchia non era molto apprezzata, allora, almeno non con espressioni come: “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”. Fu censurata molto e venduta molto. Ufficialmente arrivò al numero due in classifica, ma si pensa che il suo primo posto effettivo sia stato opportunamente tenuto nascosto a vantaggio di “The first cut is the deepest” di Rod Stewart. Era anche l’anno del giubileo reale, e il giorno dei festeggiamenti la band suonò davanti a Westminster da una barca affittata sul Tamigi. Li arrestarono tutti. Mezza Inghilterra li odiava, un’altra mezza non vedeva l’ora che arrivassero: “no future, no future, no future for you!”.

Sexu Machina | Negu Gorriak

Anarchy in the UK | Sex Pistols
(Anarchy in the U.K., 1976)
Il primo singolo dei Sex Pistols, e uno dei loro classici, di cui una cover arrivò fin dentro alla colonna sonora di The million dollar hotel di Wim Wenders. Erano stati assunti dalla EMI, che li licenziò dopo i primi disastri che avevano combinato in giro. Il contratto con la A&M durò poi una settimana (alla festa di presentazione cercarono di farsi le segretarie e vomitarono negli uffici, cosa che era piuttosto contraria all’etichetta), e alla fine approdarono alla Virgin. Dove la canzone sembra dire “I use the enemy” (uso il nemico) il testo cita in realtà “the NME”, odiata rivista dell’establishment pop britannico. E “antichrist” non fa rima con “anarchist”, a meno di non sbagliare la pronuncia, come fa Lydon.

Comfotably numb | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Questa se la portò Gilmour dentro The wall da un suo precedente progetto solista. Nella tensione dell’opera, spartita tra ansie e disperazioni, offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding...”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe l’ha provato anche Gianfranco Fini, quella volta in Giamaica. Poi Waters, che scrisse le parole (con Gilmour smisero di parlarsi subito dopo, e avevano litigato come matti su “Comfortably numb”), spiegò che era una memoria infantile di quando si è malati e intontiti e che si riferiva a un senso di alienazione tra la band e il pubblico.
Nel 2005 ne fecero una spiritosa versione dance gli Scissors Sisters.

My way | Sid Vicious

Happy hour | The Housemartins

The sunnyside of the street | The Pogues

London calling | The Clash
(London calling, 1979)
La dichiarazione di guerra post-punk di Joe Strummer all’Inghilterra thatcheriana. Il titolo cita la frase dell’identificativo radiofonico della BBC durante la guerra, “this is London calling”. La copertina di London Calling – l’ellepì – con la foto di Pennie Smith che ritrae Paul Simonon che distrugge il basso, cita una vecchia copertina di Elvis ed è una delle icone più famose della storia del rock.

King of the Bayou | Joe Strummer

Happiness is a warm gun | The Beatles
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

Foxey lady | Jimi Hendrix
(Are you experienced?, 1967)
Tutti sbagliano sempre, ma era “Foxey”, con la “e”. «Non mi vergogno a dire che non sono capace di scrivere canzoni allegre» ha detto una volta Hendrix, spiegando che questa era l’unica. Più che una canzone allegra, è che lui se la vuole fare, a essere precisi.

Every little thing she does is magic | The Police
Ghost in the machine, 1981)
Dopo il brumoso attacco, il ritornello è una notevole sbandata di allegria pop nel curriculum dei Police, che pure mantengono alcuni loro tic originali, come il “diòòòò” in chiusura. Il verso “do I have to tell the story...” sarà citato da Sting nella sua successiva “Seven days”.

People are strange | The Doors

Libra | Diaframma


A hard rain’s a gonna fall | Eddie Brickell & The New Bohemians

I shot the sheriff | Bob Marley & The Wailers
(Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no.
(Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Lonesome, on’ry and mean | Henry Rollins

There is a light that never goes out | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra.
E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire

Holiday in Cambodia | Dead Kennedys

Always in my mind | Pet Shop Boys
(Introspective, 1988)
Una delle molte cover di una grande canzone d’amore resa celebre da Elvis, naturalmente fatta alla maniera Pet Shop Boys: con un potente frastuono intorno e un riff di tastiere aggressivo. Conquistò l’ambìto titolo di numero uno di Natale nelle classifiche inglesi, nel 1987. La versione di nove minuti contenuta in Introspective è un po’ sfinente: meglio quella del singolo.


Behind the sun | Red Hot Chili Peppers

Where is the mind? | Pixies

Sweet home Chicago | The Blues Brothers

Rhythm is a dancer | SNAP!

Rock the Casbah | The Clash
(Combat rock, 1982)
Malgrado non abbia espliciti riferimenti geografici, la storia dell’insurrezione popolare contro il divieto sul rock fu ispirata dalla notizia di una stretta in questo senso nell’Iran dell’ayatollah Khomeini. Erano i tempi in cui una band di sinistra poteva suggerire di rovesciare le dittature musulmane.
Negli ultimi anni alcuni versi sono diventati profetici, fino a diventare tormentone dei soldati americani nella guerra del Golfo.
Fu il maggiore successo commerciale dei Clash e rese celebre l’armadillo del video.

Raw power | The Stooges

White riot | The Clash

No feelings | Sex Pistols

Shiny happy people | R.E.M.

Tunnel of love | Dire Straits

Sayonara | The Pogues

Dazed and confused | Led Zeppelin

(White man) in Hammersmith Palais | The Clash

Deeper shade of soul | Urban Dance Squad

Lunedì | Vasco Rossi

Love song | Tesla

How beautiful you are | The Cure

Il mio canto libero | Lucio Battisti

Me and my friends | Red Hot Chili Peppers

Friday I’m in love | The Cure
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”. E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri: “it’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff”.

Bigmouth strikes again | The Smiths

Digging the grave | Faith No More

Ghostrider | Rollins Band

Leccaculo | Splatterpink

Il vitello dai piedi di balsa | Elio e Le Storie Tese

Playlist

Bob Dylan

(1941, Duluth, Minnesota, USA)

Quando vai a un concerto di Bob Dylan e lo guardi – mentre lui snocciola tiritere ormai incomprensibili – vedi il mito, la raffigurazione del mito, mezzo secolo di storia, vedi Bobdìlan: potrai dire ai tuoi figli “io e tua madre cantavamo ‘Blowin’ in the wind’ ai concerti di Bob Dylan” (e loro risponderanno “sì, ce l’ha detto anche il nonno”). E pensi, Bob Dylan ha mai riso? L’hai mai visto ridere? Che uomo è questo, che si comporta con una modestia e una timidezza che forse sono l’unico modo per riuscire a essere il mito (chi c’è, in giro, come lui? Prima c’era il papa, ma ora?). È uno che è diventato una leggenda un po’ per bravura, un po’ perché le cose capitano, e ha saputo comportarsi da leggenda con una discrezione e un’eleganza di cui pochissimi sarebbero stati capaci. Cosa accidenti pensa, Bobdìlan, mentre canta “Forever Young”?

Don’t think twice, it’s all right
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
“Qualcuno pensa che sia una specie di canzone d’amore, ma no. È un modo per sentirsi meglio, come parlare tra sé e sé”, disse poi Dylan. E però la sua fidanzata Suze Rotolo, quella sulla copertina del disco sottobraccio a lui, in quel periodo era sempre via, ed è facile mettere le cose in relazione. La canzone deve molto, in musica e testo, al cantautore Paul Clayton, che si sarebbe ucciso quattro anni dopo, fulminandosi nella vasca da bagno.

Blowin’ in the wind
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
Il manifesto della generazione dei giovani americani disillusi dalla politica portata avanti negli anni ‘50 e '60 e sfociata dapprima nella guerra fredda e poi nella guerra del Vietnam. Nel ritornello – rivolto metaforicamente a un ipotetico amico, nel quale si potrebbe identificare l'intera umanità - viene dato un messaggio che lascia uno spiraglio all'ottimismo: una risposta che c'è, e a portarla basterà un soffio di vento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #14 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The times they are a-changin’
(The times they are a-changin’, 1964)
Dylan dichiarò che scrisse la canzone nel tentativo di farne un inno dei cambiamenti che avvenivano in quel momento storico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #59 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

It ain’t me babe
(Another side of Bob Dylan, 1964)
Qualcuno dice che Dylan volesse alludere alle eccessive pretese del suo pubblico, ma letteralmente parla di una ragazza. “Levati pure di torno, non sono io quello che vuoi. Dici che vuoi qualcuno che sia sempre forte, ti protegga e ti difenda. Beh, non guardare me. Dici che cerchi uno che ti dica che non vi lascerete mai. Beh, quello non sono io”.

It’s all over now, baby blue
(Bringing it all back home, 1965)
Una successione di immagini complesse e un po’ criptiche per far capire a “baby blue” che è venuto il momento di mollare il colpo. Dopo, anni di riflessioni su chi sia “baby blue”. Candidati: quasi tutti fuorchè Babbo Natale. Armonica, chitarra e basso, e il modo in cui lui lo dice: “and it’s all over now, baby blue”. Delle molte covers, ce n’è una leggendaria di <Van Morrison con i Them.

Mr. Tambourine Man
(Bringing it all back home, 1965)
"Mr. Tambourine Man" è una canzone folk scritta da Bob Dylan nel 1964 ed è considerato uno dei brani fondamentali della musica rock degli anni sessanta. Nello stesso anno in cui fu pubblicata, la canzone fu portata al successo, in una originale veByrds.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #106 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Subterranean homesick blues
(Bringing it all back home, 1965)
Il brano è importante anche perché è il primo pezzo propriamente “elettrico” di Dylan.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #332 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Like a rolling stone
(Highway 61 revisited, 1965)
Se non vi bastasse il resto, è la canzone di maggior successo commerciale nella carriera di Bob Dylan. Piuttosto rivoluzionaria all’epoca: si avventurava in arrangiamenti e produzioni che fecero storcere il naso ai puristi del suono folk di Dylan, e aveva una lunghezza anomala per il formato radiofonico dell’epoca. «Nessuna altra canzone ha mai messo così tanto in discussione le leggi commerciali e le convenzioni artistiche del suo tempo» dice Rolling Stone (il giornale che l’ha dichiarata nel 2004 la più grande canzone di tutti i tempi: ma c’è un conflitto di interessi). Di chi parla, la canzone? Di voi tutti, ovviamente: ma da anni si accavallano le teorie per cui Dylan si sarebbe ispirato a Edie Sedgwick, (modella e musa del giro warholiano) o a se stesso.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Desolation row
(Highway 61 revisited, 1965)
"Desolation row" è stata descritta come uno dei più alti esempi di lirismo poetico applicato a una canzone pop o rock che dir si voglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #185 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(Highway 61 revisited, 1965)
L'Highway 61 è un'autostrada che corre da Duluth, nel Minnesota, dove Dylan nacque e passò la sua infanzia, fino a New Orleans, Louisiana. Fu un importante via di transito per gli afro-americani che dal profondo Sud giungevano a Chicago, St. Louis e a Memphis, seguendo anche il Mississippi per la maggior parte delle sue 1400 miglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #364 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(1965)

Highway 61 Revisited fu inciso in soli sei giorni e fu pubblicato nell'agosto del 1965. La Highway 61 è una strada americana che va dal Minnesota (stato di nascita di Dylan) fino alla foce del fiume Mississippi. L'album segnò finalmente il definitivo passaggio del cantautore alla chitarra elettrica. La canzone di apertura dell'album, "Like a Rolling Stone" (si vocifera che sia stata scritta pensando a Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol e amica di Dylan), ha riscosso un enorme successo ed è diventata un inno generazionale.
Durante il 1964 e il 1965, Dylan era intento a scrivere un libro, intitolato Tarantula, che non sarebbe stato pubblicato fino al 1971. Comunque, un brano del libro diventò la base per una sua nuova canzone. Così Dylan si espresse nel 1966, «Mi ritrovai a scrivere questa canzone, questa storia, questa lunga vomitata di venti pagine circa, e da essa ne trassi "Like A Rolling Stone"…. Dopo averla scritta, non ero più interessato a scrivere un libro, o una commedia».



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #4 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

I want you
(Blonde on blonde, 1966)
Ne aveva già combinate parecchie, quando scrisse la migliore canzonetta da juke-box della sua carriera. Dice che lui la vuole, e lo dice parecchio: ma in mezzo c’è tutto un casino di gente e accadimenti che in qualche modo non chiarissimo tendono a ostacolare questo suo desiderio. E un’armonica.

Just like a woman
(Blonde on blonde, 1966)
Le scuole di pensiero hanno via via trovato un compromesso sul fatto che la woman di cui parla non sia una sola, ma almeno due: Edie Sedgwick e Joan Baez. Dylan la scrisse nel giorno del Ringraziamento del 1965 a Kansas City, dove era in tournée.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #230 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Stuck inside of mobile with the Memphis blues again
(Blonde on blonde, 1966)
Roba allegra, bel ritmo, e testo acrobatico e misterioso che suggerì persino una parodia a John Lennon, intitolata “Stuck Inside of Lexicon with the Roget's Thesaurus Blues Again”: “Incastrato nella lingua con la malinconia da dizionario”. Ne ha fatto una bella cover Cat Power, nel 2007.

Visions of Johanna
(Blonde on blonde, 1966)
Nel 1999, il professore universitario di letteratura e poesia, Andrew Motion, proclamò che la composizione aveva il miglior testo mai scritto per una canzone di musica leggera e arrivò a proporre la candidatura di Bob Dylan al Premio Nobel per la letteratura, poi puntualmente vinto nel 2016. Appunto.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #404 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Positively fourth street
(Bob Dylan’s greatest hits, 1967)
Benché il testo sia chiarissimo – uno sfogo contro un’ipocrita che ha sempre finto di volergli bene e intanto desiderava il suo male – ci furono da subito dei misteri: di chi parla? C’è una relazione con il protagonista di “Like a rolling stone”, che seguiva di poco? Che vuol dire il titolo? Le teorie vanno avanti da trent’anni: probabilmente Dylan ce l’aveva con qualcuno del Greenwich Village (dove sta una 4th street: ma è papabile anche quella di Minneapolis) che aveva criticato il suo abbandono del folk acustico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #203 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All along the watchtower
(John Wesley Harding, 1967)
“Ci dev’essere un modo di uscirne”. Ma è uno degli ingressi dylaniani più riusciti e leggendari. Citazioni bibliche, fine del mondo, gran tensione. La cover di Jimi Hendrix divenne presto più celebre dell’originale e lo stesso Dylan prese a suonarla alla maniera di Hendrix.

Lay lady lay
(Nashville skyline, 1969)
Sarà la suggestione, ma è difficle non avere l’impressione che “Lay lady lay” suoni esattamente come una avvenente signora sdraiata su un letto disfatto. Saranno quelle quattro note di steel guitar che scivolano sotto le strofe. Come la canta, non sembra lui: e i fans allora rimasero spiazzati (si disse che la voce era cambiata perché aveva smesso di fumare). L’aveva scritta per Un uomo da marciapiede: ma poi scelsero “Everybody’s talkin’” di Harry Nilsson.

The man in me
(New morning, 1970)
È quella dove Dylan fa “lalla lalla lallà lalalà”, chissà cosa gli era preso. E il testo è maschilisticamente vicino a “dietro ogni grand’uomo c’è una grande donna”. Si meritò una nuova popolarità quando i fratelli Coen la ripescarono per Il grande Lebowski.

Wigwam
(Self portrait, 1970)
Uno strumentale canticchiato ebbramente, come da uno che si trascina in fondo alla parata cercando di rimanere in contatto con il resto della banda. Molto divertente e appiccicoso. Fu usato poi nel film di Wes Anderson, I Tenenbaum. Sull’anomalia del disco di cover e strumentali che lo conteneva, vale la pena ricordare la reazione su Rolling Stone del leggendario critico rock Greil Marcus: “Che è ‘sta merda?”.

Knocking on heaven’s door
(Pat Garrett & Billy The Kid, 1973)
Scritta da Bob Dylan per la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid. Nel film la canzone risuona quando lo sceriffo anziano, colpito allo stomaco, muore assistito dalla moglie, una donna grande e rude che mostra il suo dolore solo con le lacrime che le rigano il volto. Una scena di una bellezza struggente acuita dallo sfondo di un rosso tramonto; e dalla canzone di Dylan..
Tra le tante cover segnalo quella del 2015 della cantante RAIGN.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #190 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Forever young
(Planet waves, 1974)
Più facile e ruffiana della maggior parte delle canzoni di Dylan, “Forever young” è una delle sue cose più amate e popolari. In realtà la sua incisione fu lunga e laboriosa: Dylan l’aveva in testa da anni (un augurio sentimentale e commosso ai suoi figli, come “Avrai” di Baglioni e “Per te” di Jovanotti) e non voleva convincersi di nessuna versione provata. Quando sembrava quasi fatta, la ragazza che era venuta in studio con un suo vecchio amico gli disse “Bob, invecchiando mi diventi sentimentale” e lui andò in crisi. Alla fine si convinse, e la sta cantando ancora adesso.
Ce ne sono due versioni, nello stesso album: una veloce e una lenta.

You’re a big girl
(Blood on the tracks, 1975)
È il modo in cui lui fa “ooooooh!”.

Tangled up in blue
(Blood on the tracks, 1975)
"Tangled up in blue" è uno dei più chiari esempi del tentativo da parte di Dylan di scrivere canzoni “multidimensionali” che definiscano concetti indefinti di spazio e tempo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #68 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hurricane
(Desire, 1976)
“Hurricane” è una gran canzone, incalzante, con la stessa progressione di “All along the watchtower”, ed è anche uno degli ultimi singoli di successo di Dylan. Racconta del pugile Ruben Carter, accusato ingiustamente di omicidio. Il grosso del lavoro lo fa il violino di Scarlet Rivera. Il caso Carter fu chiuso dieci anni dopo, quando l’accusa decise di ritirarsi dopo che una sentenza aveva annullato le precedenti condanne. Nel 1999 venne anche il film con Denzel Washington.

Sweetheart like you
(Infidels, 1983)
“Cosa ci fa un bocconcino come te in una topaia come questa?”. Solo con questo verso, uno può entrare nella storia della musica. Lui c’era già, e non a caso. Quelli che suonano le chitarre, lì dietro, sono Mark Knopfler e Mick Taylor. “Sweetheart like you” ha tutta una sua filologia di metafore e riferimenti al mondo e all’America. Dice anche: “sai, una volta conoscevo una ragazza come te, che voleva un uomo tutto intero, non solo una metà”. Già, ma quell’uomo non era lui, babe.

You belong to me
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.


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Led Zeppelin

(1968 -1980, Londra, Inghilterra)

Passano come i papà dell’hard rock (e i Deep Purple le mamme), ma è un’immagine assai riduttiva: nessuno dei loro emuli ha mai saputo fare canzoni altrettanto immediate e ascoltabili (e altrettanto varie e complesse). Erano quattro, leggendari, e avevano preso il nome da una battuta di Keith Moon degli Who a proposito del progetto di una superband («bella idea, precipiterà come un dirigibile di piombo», “a lead zeppelin”). Tutto il repertorio mitico del rock degli anni Settanta – groupies, aerei privati, concerti massacranti, droga, risse, alberghi distrutti – erano loro, i Led Zeppelin. Si sono riuniti per una tournée nel 2008, con il figlio di John Bonham al suo posto.

Babe, I’m gonna leave you
(Led Zeppelin I, 1969)
Il primo disco dei Led Zeppelin, nel 1969, suggerì al rock che si poteva tenere un piede nella staffa delle ballate acustiche e uno in quella del fracasso virtuosistico, contemporaneamente: qui, in un’esecuzione lunga e teatrale della parte dell’uomo che non ce la fa a restare fermo in questo posto. “Babe I’m gonna leave you” era un pezzo folk scritto da Annie Briggs, e già cantato da Joan Baez. I Led Zeppelin lo spacciarono a lungo come “tradizionale” prima di riconoscere all’autrice ciò che era suo.

Thank you
(II, 1969)
I Led Zeppelin hanno sempre attinto molto ai canoni classici, sia per la musica che per i testi: “se il sole non splendesse più, ti amerei lo stesso”. “Thank you” fu scritta da Robert Plant per sua moglie. L’organo finale ritorna in una postilla di una manciata di secondi, dopo una lunga pausa. Ne fece poi una cover Tori Amos.

Whole lotta love
(II, 1969)
Il brano è una rielaborazione di "You need love" del bluesman Muddy Waters. Il riff della canzone è uno dei più famosi della storia del rock.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #75 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ramble on
(II, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #433 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heartbreaker
(II, 1969)
Il brano è uno dei più famosi dei Led Zeppelin e consiste in un riff ripetuto per tutta la durata della canzone che si interrompe solo quando Jimmy Page esegue l'assolo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #320 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tangerine
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.

Stairway to heaven
(IV, 1971)
Prima che i miti divenissero dinosauri, “Stairway to heaven” vinceva tutte le classifiche per la più grande canzone rock della storia. Una specie di idolo adorato, che condensava formidabilmente la passione dei fans per un bel baccano rock e la loro vena sentimentale. Allora c’era sempre quello che sapeva suonare la prima parte di “Stairway to heaven”, e di solito giravano in due: lui, e quello che sapeva rollare le canne (nel film Wayne’s world ci si scherza su, allestendo un divieto di suonare “Stairway to heaven” in un negozio di strumenti musicali). La canzone è divisa in due: una ballata che ora suona persino troppo sdolcinata, e poi uno spettacolo sensazionale di chitarre elettriche e batteria, di potenza eterna. Il titolo era una citazione biblica, ma altri riferimenti del tema spirituale sono più paganamente celtici (oltre a cose di occultismo, che hanno dato luogo a grandi speculazioni sui messaggi satanici registrati all’incontrario, le solite cose). L’attacco era stato copiato da “Taurus” degli Spirit, che avevano suonato in tournée con i Led Zeppelin.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #31 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Black dog
(IV, 1971)
Il titolo della canzone si riferisce ad un labrador retriever nero che vagava attorno agli studi di Headley Grange durante la registrazione dell'album. Il cane non ha nulla a che fare con il testo della canzone, che parla del disperato desiderio per l'amore di una donna e della felicità che da esso ne deriva.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #294 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The song remains the same
(Houses of the holy, 1973)
Jimmy Page che si diverte come un matto, in uno schitarramento leggendario. Robert Plant canta che a momenti pare Peter Gabriel ai primi tempi, grazie a un ritocco durante la produzione. “The song remains the same” divenne il titolo di un famoso film-concerto dei Led Zeppelin, ripreso al Madison Square Garden nel 1973.

The rain song
(Houses of the holy, 1973)
Una leggenda vuole che George Harrison avesse detto a Jimmy Page che i Led Zeppelin erano una grande band ma avrebbero dovuto scrivere qualche ballata romantica in più. E loro fecero “The rain song”, meravigliosa: che in effetti ha persino momenti beatlesiani, troppa grazia. Ma dura sette minuti e la sua parte più forte è quella centrale, strumentale e ipnotica.

Over the hills and far away
(Houses of the holy, 1973)
Il procedimento è ancora quello di “Stairway to heaven”. Una prima parte dolce e acustica con un grande giro di chitarra, e poi bùm!, e che bùm! E John Paul Jones che fa una grande cosa di basso. Poco tempo dopo, la voce di Plant non avrebbe più saputo raggiungere questi acuti e le esecuzioni dal vivo le avrebbero preso le misure.

D’yer mak’er
(Houses of the holy, 1973)
Un fantastico trastullo reggae, in cui John Bonham picchia sulla batteria tutto il tempo, che chissà come hanno fatto poi a spegnerlo. Il titolo viene dalla trascrizione di un intraducibile gioco di parole (si pronuncia come “jamaica”) alla base di una vecchia barzelletta.

Kashmir
(Physical graffiti, 1975)
Capolavoro ansiogeno e teatrale, tutto in salita con influenze orientali varie, e che Robert Plant ha definito la più efficace spiegazione della sua band. Quando Puff Daddy ne fece una specie di cover per la colonna sonora di Godzilla fu l’unica volta in cui i Led Zeppelin frequentarono una notorietà moderna, mentre il resto del loro repertorio è totalmente trascurato dal giro contemporaneo: per le loro canzoni nessuna cover, nessuno spot, nessuna ripresa in un film, nessun campionamento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #140 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ten years gone
(Physical graffiti, 1975)
Esibizione chitarristica che a momenti ricorda “Band on the run” dei Wings: i dieci anni di cui si par- la sono quelli passati da quando la ragazza di Robert Plant gli disse «o me o la musica». Lui scelse come si sa, ma la sogna ancora; lei va’ a sapere come si è sistemata.

Down by the seaside
(Physical graffiti, 1975)
I Led Zeppelin che si divertono a fare i Beach Boys (per la precisione, la canzone è tutta una citazione di “Down by the river” di Neil Young). Poi a un certo punto si stufano, e mettono a ferro a fuoco la spiaggia: pare di vedere i surfers in braghette che corrono a cercare rifugio dietro le sdraio. Roba di pochi secondi, come le trombe d’aria che portano via gli ombrelloni, poi torna la pace.

Fool in the rain
(In through the out door, 1979)
Papa-papà parara, papa papà parà... Al loro ultimo disco (John Bonham morirà soffocato dopo un abuso di alcool, l’anno seguente), i Led Zeppelin ormai facevano altro: pianoforte e addirittura impazzimenti carioca con i fischietti e tutto. Anche se a un certo punto gli scappava sempre la mano su chitarre e batteria.

All my love
(In through the out door, 1979)
I Led Zeppelin che fanno una canzone: con le strofe, il refrain, un suono buono per le radio, tutto quanto. Roba di tastiere, John Paul Jones in primo piano. Dedicata al figlio di Robert Plant, che era morto a cinque anni per un’infezione respiratoria.

I’m gonna crawl
(In through the out door, 1979)
Pezzone soul che concludeva l’ultimo disco della band. Anche il titolo, il testo (“I get down on my knees”) e come Plant la canta, sono tutte fedeli e sapienti citazioni del repertorio soul. Certo, poi Jimmy Page non è che lo si potesse ammanettare.


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The Rolling Stones

(1963, Londra, Inghilterra)

Come è noto, i Rolling Stones sono il più spettacolare fenomeno della storia del rock’n’roll. C’è chi ha fatto canzoni più belle delle loro, chi ha inventato cose più difficili, chi ha creato culti maggiori. Ma loro sono sulla breccia da prima che ammazzassero JFK, hanno cavalcato ogni tempo senza mai finire fuori scena, aggiornandosi senza cambiare davvero mai e frequentando tutto il repertorio estetico di casini e passioni del rock. Quanto a belle canzoni, uuuf.

Time is on my side
(12 X 5, 1964)
Non era degli Stones: l’aveva scritta Jerry Ragovoy per una versione jazz, nel 1963. Poi la cantò soul Irma Thomas, e subito dopo gli Stones, che misero nei libri di storia l’attacco di chitarra blues (assente in alcune versioni) e lo slogan del titolo. Fu il loro primo pezzo a entrare nella top ten americana. Alla luce dell’accaduto, si dimostra che erano nel giusto: il tempo era dalla loro parte.

(I can't get no) Satisfaction
(Out of our heads, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #2 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Out of time
(Aftermath, 1966)
Viceversa, “tempo scaduto, baby”.

Paint it, black
(Aftermath, 1966)
La canzone nacque mentre Wyman suonava l'organo durante una sessione di registrazione. Charlie Watts cominciò ad accompagnare l'organo con la batteria creando quella che sarebbe diventata la base della canzone finale. Brian Jones aggiunse il giro di sitar (che aveva pensato di suonare dopo una visita di George Harrison) e chitarra acustica. Jagger aggiunse il testo probabilmente incentrato sul dolore di un uomo che ha visto morire la propria fidanzata.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #174 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Under my thumb
(Aftermath, 1966)
Brian Jones alla marimba (a me la marimba ricorda sempre una battuta in Alan Ford, «marimba fa rima con rimbamba»): anzi, il più celebre riff di marimba di tutti i tempi, si può dire. Quanto al testo, è uno di quelli di cui si dice “ha fatto arrabbiare le femministe”, facendo pensare a manifestazioni di virago urlanti in gonnelloni e zoccoli. In realtà è un testo misogino e vendicativo che può far arrabbiare anche le persone normali, a meno che siano così normali da trovarla solo una canzone e fregarsene. Lei una volta lo tirava scemo, ma ora sta sotto il suo pollice, e fa tutto quello che lui le ordina, “vero, piccolina?”. Come parla, come si veste, lo decido io: un gattino che fa le fusa, brava, così, brava, va tutto bene, piccola...

Ruby Tuesday
(Between the buttons, 1967)
In effetti, il martedì, inteso come giorno della settimana, non c'entra nulla: Tuesday sarebbe il cognome di una groupie conosciuta in tournée da Keith Richards.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #303 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Jumpin’ Jack flash
(1968)
Il pezzo fu visto come un ritorno della band alle radici blues. La canzone venne registrata durante la sessione in studio dell'album Beggars banquet anche se poi il brano non fu incluso nel disco. Per la cadenza plagale utilizzata nel brano, Mick Jagger ha dichiarato di essersi ispirato ad alcune composizioni di Lou Reed per i Velvet Underground, come "Heroin" o "Venus in Furs".

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #124 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sympathy for the devil
(Beggars banquet, 1968)
Il brano viene cantato da Jagger in prima persona dal punto di vista narrativo di Lucifero. Nel corso di una intervista del 1995 rilasciata alla rivista Rolling Stone, Jagger disse: «Penso che l'ispirazione venne da una vecchia idea di Baudelaire, credo, ma potrei sbagliarmi. Alle volte quando rileggo i miei libri di Baudelaire, non la ritrovo. Ma era un'idea che rubai ad uno scrittore francese. Ne presi solo un paio di frasi e le ampliai. La scrissi come una sorta di canzone alla Bob Dylan». In realtà la memoria di Jagger è fallace, poiché la tematica del brano è chiaramente desunta dal romanzo dello scrittore russo Mikhail Bulgakov Il maestro e Margherita, dove il Diavolo viene descritto come un affabile gentiluomo dell'alta società moscovita.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #32 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Street fighting man
(Beggars banquet, 1968)
Altro pezzo forte dell'album, ispirato agli scontri studenteschi del maggio ‘68 e ai disordini di strada causati dalle manifestazioni contro la guerra in Vietnam che all'epoca impazzavano un po’ dappertutto. Presunto inno rivoluzionario, ma piuttosto un freddo resoconto dei fatti.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #295 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

You can’t always get what you want
(Let it bleed, 1969)
Fenomenale. Lo era già prima di entrare dentro nuovi cuori grazie alla scena del funerale che apre Il grande freddo, con tutto il coro del London Bach Choir (in alcune versioni è tagliato, e la canzone parte dalla chitarra). Poi tira avanti per sette minuti e mezzo di effettiva ascensione al cielo, in palese eccezione al titolo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #100 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Gimme shelter
(Let it bleed, 1969)
Un critico musicale così definì il brano: «Gimme Shelter è una canzone sulla paura; che probabilmente servirà, meglio di qualsiasi altra cosa scritta quest'anno, come passaggio diretto verso il futuro dei prossimi anni»

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #38 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Honky tonk women
(Through the past, darkly, 1969)
L’ingresso è da appendere al muro accanto a quello di “Time is on my side”: Keith Richards dice che lo imparò da Ry Cooder, Cooder disse che glielo aveva fregato. Una versione più country, “Country honk”, uscì in Let it bleed. In gergo, una “honky tonk woman” è un termine utilizzato in America per indicare le ballerine da saloon che spesso sono anche delle prostitute.
Il singolo fu pubblicato all’indomani del funerale di Brian Jones, il chitarrista e fondatore degli Stones allontanato poco prima dalla band con cui era giunto a tensioni inostenibili (Keith Richards nel frattempo gli aveva rubato la ragazza mentre lui era in ospedale). Lo trovarono morto sul fondo di una piscina, e sopravvivono molte teorie complottarde su cosa sia davvero avvenuto.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #116 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Wild horses
(Sticky fingers, 1971)
Ballata lenta lenta con inflessioni country, uno dei loro momenti romantici al tempo in cui erano piuttosto bruschi con le ragazze. Jagger ha negato che parli della sua rottura con Marianne Faithfull, ma non con gran convinzione.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #334 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

I got the blues
(Sticky fingers, 1971)
Anche di “I got the blues”, che in effetti è blues nella chitarra e soul nei fiati e nel ritmo, si disse che il blues glielo aveva lasciato Marianne Faithfull: “avvicinandomi alla tua fiamma, mi sono bruciato di nuovo”.

Brown sugar
(Sticky fingers, 1971)
Il testo della canzone è stato spesso oggetto di polemiche e interesse da parte di critici e fan. La popolarità della melodia e del ritmo di "Brown Sugar", mette frequentemente in secondo piano la scandalosità delle liriche, che sono essenzialmente un misto di riferimenti a vari argomenti scabrosi come il sesso interraziale, lo schiavismo, il cunnilingus, lo stupro, e in maniera più velata, il sadomasochismo, la perdita della verginità, e l'eroina. Nientepopodimeno!

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #490 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tumbling dice
(Exile on main street, 1972)
Il brano racconta la storia di un giocatore d'azzardo incapace di restare fedele ad una sola donna per volta.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #424 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Time waits for no one
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Suona diversa dal resto del loro repertorio: da terrazza del bar davanti alla spiaggia (l’assolo di chitarra è un po’ Santana). “Il tempo non aspetta nessuno, e non aspetterà me”. Sarà la cosa di aspettare, ma somiglia nell’andamento alla successiva “Waiting on a friend”.

Till the next goodbye
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Till the next time we say goodbye, I’ll be thinking of you

Fool to cry
(Black and blue, 1976)
Il papà che piange è lui, e la sua bambina gli dice “daddy, you’re a fool to cry”. Ma glielo dicono anche la sua ragazza, e i suoi amici. Perché lui è un sentimentalone, e si commuove, anche quando canta del bene che gli vogliono e di quanto sia stupida e cieca la sua tristezza. Il modo come canta parlottando, sembra un po’ Springsteen.

Memory Motel
(Black and blue, 1976)
Pezzaccio romantico, che suona un po’ come “Fool to cry”, nello stesso disco. Il motel esiste davvero, a Long Island, e si chiama Memory Motel. La storia è che lui passa una notte con questa Hannah, bella ma con i denti storti, e lei nella vita canta in un bar, e gli canta questa canzone che dice “sei solo il ricordo di un amore passato”. E lui più tardi è in giro per gli States, in tour, e tutte le ragazze gli ricordano un amore passato. Al piano di sopra i suoi soci si divertono, ma lui è in camera da solo che beve e gli scappa la lacrima, al Memory Motel.

Beast of burden
(Some girls, 1978)
“Non sarò la tua bestia da soma”. Le chitarre di Keith Richards e Ron Wood (arrivato da un paio di dischi a rimpiazzare Mick Taylor, a sua volta ricambio di Brian Jones) si divertono a rincorrersi, e noi a guardarle, come i nonni con i bambini al parco. “Beast of burden” è un capolavoro rock-soul, con tutti che fanno cose fantastiche, persino nei falsetti di “am I rough enough”: “emairaffinà!”. Ce ne fu una bella cover di Bette Midler, con loro nel video.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #435 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Miss you
(Some girls, 1978)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #496 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Waiting on a friend
(Tattoo you, 1981)
Intanto l’assolo di sassofono è Sonny Rollins, se vi pare poco. E il pianoforte è Nicky Hopkins, che con gli Stones aveva suonato anche in “Time waits for no one” e diverse altre (oltre che in “Getting in tune” degli Who, in “Jealous guy” di Lennon, in “Revolution” dei Beatles, in “You are so beautiful” di Joe Cocker: mi fermo?). Ma soprattutto, qualcosa è cambiato e Jagger non ha più bisogno di donne, a dir suo, o almeno non di “una puttana, o di una bevuta”: “Non sto aspettando una signora, sto solo aspettando un amico”. Ma magari è un’amica.
Nel video, c’era Peter Tosh sui gradini ad aspettare con Richards.

Anybody seen my baby
(Bridges to Babylon, 1997)
La strofa da pedinamento è un po’ noiosa, ma il refrain è fantastico: “anybody seen myyyy, ba-by”. Solo che non era loro: era copiato da “Constant craving” di K.D. Lang, che fu quindi dovutamente citata col suo coautore nei credits della canzone, prima che li citasse lei.


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The Beatles

(1960 -1970, Liverpool, Inghilterra)

E che, vuoi fare la playlist dei Beatles? Sei scemo? E quante ne metti, settantuno? Beh, metti che questo libro capita in mano a uno giovane, giovane giovane, hai visto mai che serva anche la playlist dei Beatles... (I Beatles, caro figliuolo, sono stati i più grandi scrittori ed esecutori di canzoni della storia: erano quattro, poi a uno gli hanno sparato sotto casa e un altro è morto di malattia. Erano bravi, dammi retta.)

All my loving
(With the Beatles, 1963)
La prima canzone che eseguirono all’Ed Sullivan Show, da dove cominciarono la conquista dell’America. Un grandissimo giro di chitarra e un ritmo sensazionale. E le parole vanno via come bocce da bowling sulla pista.

I want to hold your hand
(1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #16 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

She loves you
(1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #64 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Do you want to know a secret
(Please please me, 1963)
È come George Harrison dice “closer”. È come dice “not to tèll”. È come dice “I’m in love with iù!”. Era il loro primo LP, ed erano già la più grande band della storia.

I saw her standing there
(Please please me, 1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #139 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Please please me
(Please please me, 1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #184 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

A hard day’s night
(A hard day’s night, 1964)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #153 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Can’t buy me love
(A hard day’s night, 1964)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #289 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Any time at all
(A hard day’s night, 1964)
Parte con il ritornello secco, e poi attacca la strofa, di cui suona per contrasto la perfezione: “if you need somebody to love...”. Un bel pezzo rock dei Beatles.

Help!
(Help!, 1965)
“Quando ero giovane, molto più giovane di oggi, non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno, mai.” Avete mai provato a ballarla, “Help”? Funziona benissimo. “Ma ora le cose sono cambiate, e non mi sento più così sicuro. Puoi per favore – per favore – aiutarmi?”

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #29 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Yesterday
(Help!, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #13 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ticket to ride
(Help!, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #384 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

We can work it out
(1965)
Nel 1970 Stevie Wonder fece una bella cover di questo brano.

In my life
(Rubber soul, 1965)
Domandarono a Lennon perché non parlava di sé nelle sue canzoni e lui invece di rispondere “saranno anche fatti miei” – era uno gentile – scrisse questa. Paul McCartney sostiene che la musica l’ha scritta lui, ma c’è una controversia annosa. Qualche anno fa la rivista inglese Mojo la nominò la migliore canzone di tutti i tempi. Parere condivisibile. C’è dentro tutto, e un primo verso fenomenale: “derarpleisisàirimèmber...”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #23 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Norwegian wood (This bird has flown)
(Rubber soul, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #83 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Rain
(1966)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #463 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Here, there and everywhere
(Revolver, 1966)
“To lead a better life...” Ogni tanto ci troviamo ad ascoltare “Wonderwall” degli Oasis e a dire che perfetta canzone pop sia. Ma tutto era già successo. Arrampicato sui falsetti, McCartney raccontò poi di aver cercato di imitare Marianne Faithfull.

For no one
(Revolver, 1966)
“For no one” forse è la più bella ballata di Paul McCartney con i Beatles. Dedicata alla ex fidanzata Jane Asher, lui dice di averla scritta nel bagno di un hotel sulle Alpi svizzere (ma uno che scriva una canzone alla scrivania in ufficio, dopo la pausa pranzo, mai?). Fu incisa senza John Lennon e George Harrison.

Eleanor Rigby
(Revolver, 1966)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #137 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hello, goodbye
(Magical mystery tour, 1967)

I don’t know why you say goodbye, I say hello

Strawberry fields forever
(Magical mystery tour, 1967)
Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #76 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Penny Lane
(Magical mystery tour, 1967)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #449 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All you need is love
(Magical mystery tour, 1967)
Una canzone che non è stata messa in ginocchio nemmeno da una delle peggiori e più celebri trasmissioni della tv commerciale italiana, può resistere a tutto. L’amore di cui si parla è una roba universale, da Estate dell’amore hippie: nessuna indulgenza in sentimentalismi di coppia e il senso dell’umorismo giusto per infilarci gli ottoni, la Marsigliese, e il giro di giostra conclusivo, con autocitazioni (“She loves yeah, yeah, yeah, yeah”, “Yesterday”).


Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #362 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

With a little help from my friends
(Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, 1967)
A Ringo Starr non gli facevano fare quasi mai niente, ma quando lo chiamavano era per cose speciali. Questa la cantò lui, e divenne poi doppiamente famosa nella roca e appassionata versione di Joe Cocker, uno dei momentoni del concerto di Woodstock. Ringo chiese che il verso iniziale fosse cambiato e divenisse: “cosa fareste se cantassi stonato, vi alzereste e ve ne andreste?”. L’originale – “mi tirereste dei pomodori?” – gli sembrava rischioso per le esecuzioni dal vivo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #304 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

A day in the life
(Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, 1967)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #26 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sgt. Pepper’s lonely hearts club band
(1967)


Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è il più importante album di rock & roll mai realizzato, un disco senza paragoni per concezione, suono, composizione, grafica di copertina e tecnologia di studio da parte del più grande gruppo pop di ogni tempo. Dalle regali esplosioni di ottoni e dalla chitarra distorta della canzone che lo intitola, allo stacco orchestrale e al lungo, agonizzante accordo di piano alla fine di "A Day in the Life", i 13 pezzi di questo album segnano l'apice degli otto anni dei Beatles come artisti in sala d'incisione. John, Paul, George e Ringo non furono mai più tanto intrepidi e uniti nella loro ricerca di magia e trascendenza. Pubblicato in Gran Bretagna il 1° Giugno 1967 e negli U.S.A. il giorno dopo, Sgt. Pepper è la dichiarazione definitiva di cambiamento del rock.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

Happiness is a warm gun
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

I’m so tired
(White album, 1968)
Inno degli assonnati (gemella di “I’m only sleeping”), Lennon la scrisse alle tre del mattino in India, sfinito da una maratona di meditazione. Passa perfettamente dalla fase sonnolenta e languida all’eccitazione nervosa dell’insonne che darebbe qualsiasi cosa per un po’ di riposo.
(In conclusione, c’è uno dei noti passaggi che suonati al contrario direbbero cose rivelatrici e sataniche. In questo caso: “Paul is a dead man, miss him, miss him, miss him”).

Good night
(White album, 1968)
Ninnanannona che conclude White Album, scritta da Lennon e cantata straordinariamente da Ringo Starr, assieme a un’orchestra. Gli altri Beatles dormivano.

While my guitar gently weeps
(White album, 1968)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #135 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hey Jude
(1968)
Intitolata originariamente Hey Jules e rinominata in seguito "Hey Jude" per motivi fonetici, fu scritta da McCartney per confortare Julian, il figlio di Lennon, nel momento del divorzio tra il padre e Cynthia Powell.


Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #8 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Here comes the sun
(Abbey Road, 1969)
Più che un’ultima canzone dei Beatles, una prima canzone di George Harrison, allegra e leggera e appiccicosissima come le sue. E in effetti la scrisse per conto proprio, e all’incisione Lennon neanche partecipò. Harrison aveva già cominciato a lavorare con Eric Clapton (allora nei Cream), e insieme avevano scritto “Badge” , da una cui costola nacque “Here comes the sun”.

Come together
(Abbey Road, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #202 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something
(Abbey Road, 1969)
George Harrison sapeva il fatto suo, o lo aveva imparato stando vicino a quegli altri due fenomeni. Ma siccome non se lo filavano mai, questa la pensò per Ray Charles e poi la propose a Joe Cocker. Niente. Andò a finire che la fecero i Beatles.
Se poi volete sapere chi ha scritto prima il verso “something in the way she moves” – Harrison o James Taylor – la risposta è Taylor: la sua canzone è di un anno prima, e uscì per la stessa etichetta dei Beatles.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #273 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

She came in through the bathroom window
Golden slumbers
Carry that weight
(Abbey Road, 1969)
La successione di queste tre canzoni di McCartney in Abbey Road va considerata come un unico capolavoro di salti mortali melodici e riprese inattese. Dopo il racconto rock dell’incursione (vera) di una fan nel bagno di casa McCartney, la dolcezza e il soul di “Golden slumbers” sono una delle cose migliori e più commoventi che la band abbia fatto mai (le parole citano una poesia seicentesca di Thomas Dekker). “Carry that weight” riprende un’altra chicca del disco, “You never give me your money”.

The end
(Abbey Road, 1969)


Across the universe
(Let it be, 1970)
L’onomatopea più lunga della storia del pop, in cui le parole sembrano scorrere come gocce di pioggia infinita in un bicchiere di carta: “words-are-flowing-out-like-end- less-rain-into-a-paper-cup”.

Let it be
(Let it be, 1970)
Il McCartney perfetto. Tanto da lasciare abbastanza disgustato John Lennon. I biografi sostengono che scegliesse di riferire a un ideale socialista i versi più “religiosi” della canzone (“there will be an answer”). La voce femminile è di Linda McCartney. La band a questo punto era già spappolata ed era andata in studio per soddisfare le richieste contrattuali. La Mary di cui si parla, malgrado l’andamento salmodiante della canzone, non è la Vergine Maria ma la mamma di McCartney.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #20 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The long and winding road
(Let it be, 1970)
Let it be fu l’ultimo disco dei Beatles, composto da cose registrate prima del precedente Abbey Road. Uscì che si erano già di fatto sciolti, molto rimaneggiato da Phil Spector a cui era stato affidato il materiale; e quando qualche anno fa uscirono le più scarne versioni originali i fans si divisero tra chi preferiva le une o le altre. Di certo, alcune ballate di McCartney non furono scritte con la mano sinistra di chi era alla fine di una storia. A cominciare da questa, che è facile legare alle vicissitudini della band e la cui pomposa orchestrazione spectoriana irritò molto l’autore. Spector si giustificò spiegando che nella versione originale Lennon al basso era impubblicabile. “Many times I’ve been alone...”.

Don’t let me down
(Hey Jude, 1970)
Registrata a quel giro lì, rimase fuori da Let it be per scelta di , e venne reintrodotta nella versione Naked pubblicata trent’anni dopo (intanto era uscita una raccolta). Un grande pezzo soul di Lennon, presagio delle passioni che avrebbero animato la sua successiva carriera da solista.


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