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Luca Carboni

(1962, Bologna)

Luca Carboni è bravo. Ha evitato di diventare l’idolo dei teenagers e di sbracare in melensaggini come avrebbe fatto chiunque altro al suo posto dopo il successo delle sue canzoni che parlavano di ventenni e provincia. Non si è mai preso troppo sul serio e, in caso contrario, non lo ha fatto pesare. Magari un giorno farà ancora il botto.

Ci stiamo sbagliando
(Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film, 1984)
Carboni arrivò con un disco dal titolo chilometrico e misterioso e una canzoncina che faceva “rio-a-riò”. Di quelle che poi chiamano “manifesto generazionale”. C’erano già le commesse dei negozi del centro, le tasse da pagare e il sentimentalismo malinconico – “cento milioni di cuori, cento milioni di matti” – su cui sarebbe stato bravissimo da lì in poi.

Sarà un uomo
(Forever, 1985)
La diffidenza per il deejay conobbe a un certo punto molta insistenza. Ci fu Joe Jackson (“I get tired of deejays”), ci furono gli Smiths e la loro soluzione estrema (“hang the deejay”), e ci fu Carboni, che qui saluta chi arriverà e chi se ne va: “e tutti quelli che voglion le orchestre, non si fidano dei deejay”.

Le nostre parole
(Forever, 1985)
Ha qualcosa di “Futura” di Lucio Dalla, nel modo in cui accelera verso la concitazione dell’accoppiamento, una telecronaca erotica. Ma la strofa è bellissima.

Silvia lo sai
(Luca Carboni, 1987)
«Sarà il verso iniziale “La maglia del Bologna sette giorni su sette” (...) quel pezzo mi schiude delle porte che non sapevo di avere. Tipo che d’improvviso sento nascere un calore nuovo, e comincio a pensare che sarebbe ora di prendersi una cotta per qualche ragazza, per esempio» (Gianluca Morozzi, L’Emilia o la dura legge della musica, Guanda).

Farfallina
(Luca Carboni, 1987)
Ci volle del coraggio per tormentare una strofa così dolce ed efficace con un ritornello ansiogeno e grave come “se-hai-bisogno-di-affetto!”. Ma il coraggio fu premiato, e la storia dolorosa del desiderio di amore di Farfallina andò meritatamente fortissimo.

Vieni a vivere con me
(Luca Carboni, 1987)
“Potremmo essere felici, fare un sacco di peccati”: quando poi sentite che eminenti porporati si scagliano contro l’indulgenza verso i piaceri della carne che si manifesta nella regione emiliana, è perché hanno sentito Luca Carboni.

Primavera
(Persone silenziose, 1989)
“Primavera” è un elenco di madeleines, una “Campi Flegrei” di Carboni. La malinconia del rivivere le emozioni di ragazzo, e del non saperle rivivere. “Lasciati andare alla vita, e non disperarti mai”.

Mare mare
(Carboni, 1992)
Pezzone estivo da juke-box, storia non convenzionale di un eccitato progetto marino finito in vacca:
Mare mare mare, cosa son venuto a fare, se non ci sei tu: no, non voglio restarci più. Mare mare mare, avevo voglia di abbracciare tutte quante voi, ragazze belle del mare. Mare mare mare, poi lo so che torno sempre a naufragare qui.
La tromba è di Mauro Malavasi, coautore delle musiche. Ne esiste anche una versione in greco, cantata assieme a Stefanos Korkolis.

L’amore che cos’è
(Carboni, 1992)
Voglio entrare nella tua vita!

& Ci vuole un fisico bestiale
(Carboni, 1992)

Nel 2008 Carboni registra la canzone a cappella in duetto con i Neri per caso. Nel 2013 il brano è stato rivisitato da Carboni per la raccolta Fisico & Politico in una nuova versione in duetto con Jovanotti.

Mi ami davvero
(Luca, 2002)
Amore e attualità giornalistica: lui chiede a lei se lo ama, ed enuncia a paragone una serie di questioni di cronaca, con effetto al limite dell’imbarazzante. Le cantasse un altro, le canzonette d’amore di Carboni, suonerebbero svenevoli, sdolcinate, roba da teenagers. Ma le canta lui: e diventano ballate fantastiche, che mettono di buonumore (avevo scritto “buonamore”, lapsus ovvio).


Brani citati
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Radio

Luciano Ligabue

(1960, Correggio, Reggio Emilia)

Ligabue ha costruito un mito nazionale del rocker di provincia secondo solo a quello imbattibile di Vasco, e riempe stadi e cuori di passioni sincere. Ha un’umiltà rara, non le dice mai grosse, cerca invano di non fare il guru: e benché faccia praticamente la stessa canzone da sempre, azzecca ogni volta le parole. Se imparasse anche a cantare i ritornelli – chiedere troppo – sarebbe grandissimo.

Ho messo via
(Sopravvissuti e sopravviventi, 1993)
Ottima ballata del genere ripetitivo – ho messo via questo, ho messo via quello eccetera – prima di una lunga serie.
C’è un verso per chi pretende di spiegargli come debba scrivere le canzoni: “ho messo via un po’ di consigli, dicono è più facile: li ho messi via perchè a sbagliare sono bravissimo da me”.

A che ora è la fine del mondo?
(A che ora è la fine del mondo?, 1994)
Era “It’s the end of the world as we know it” dei REM, che Ligabue riscrisse restando fedele al tema della fine del mondo, ma virandolo su una prospettiva di rincoglionimento televisivo nazionale. L’idea gli venne, dice, quando Berlusconi sostenne che le sue televisioni non avevano influito sulla vittoria elettorale di Forza Italia.

Non dovete badare al cantante
(Buon compleanno Elvis, 1995)
Certe vite passano, leggere come le canzoni.
Billy Joel ha “Piano man”, Ligabue ha “Non dovete badare al cantante”: ironici e leggeri autoritratti di musicisti, e in questo caso anche un avvertimento imbarazzato ai fans troppo incantati.
Non dovete badare al cantante, quello lì che si crede una star.

Viva!
(Buon compleanno Elvis, 1995)
Questa qua è per te, e anche se non è un granché ti volevo solo dire che era qui in fondo a me
Ascoltando bene il testo, pur con qualche dubbio, è bello pensare che parli di sua madre: “quanta vita mi hai passato, non la chiedi indietro mai”.

I "ragazzi" sono in giro
(Buon compleanno Elvis, 1995)
Gran rocchettone di quelli che fan saltare anche le tribune. Il “vagano, vagano...” all’inizio viene da Amarcord di Fellini.

Leggero
(Buon compleanno Elvis, 1995)
E ti vedi con una, che fa il tuo stesso giro
Bellissima, la più bella. Parte piano piano e ti pare di vederle, le macchine: e dondolano, “al ritmo di chi è lì dentro per potersi consolare”. Poi un po’ alla volta “senti le vene piene di ciò che sei”, e al secondo refrain fa il botto, staccandosi, leggera e potente, dalle cose terrene che ha raccontato fino a lì: “Legge-e-e-ro, nel vestito migliore...”.

Il giorno di dolore che uno ha
(Su e giù da un palco, 1997)
Il tema è un modello canonico del rock: stai su, tieni duro. Fu dedicata a un amico malato di una malattia grave. È un esempio tipico della grandezza di Ligabue nel costruire e raccontare le strofe, e della sua contemporanea pigrizia nel trattare il refrain come un semplice punto e accapo per riattaccare con la strofa successiva.
Ligabue la introduce così, ai concerti: «una canzone scritta in un momento particolare, scritta per un momento tragico. E che ha finito per rappresentare forse la possibilità di far capire che il mondo è tutt’altro che il posto che vorremmo, ma facendo i conti ognuno di noi può affrontare e mettersi alle spalle con la propria forza il giorno di dolore che uno ha».

Ho perso le parole
(Radiofreccia, 1998)
Sei bella che fai male
sei bella che si balla solo
come vuoi tu non servono parole
so che lo sai
le mie parole non servon più
Fu scritta per la colonna sonora di Radiofreccia, il primo film di Ligabue, dedicato a una compagnia di giovani di provincia e ai tempi delle radio libere.

Happy hour
(Nome e cognome, 2005)
Fu il tormentone dell’estate 2006, non solo musicale (venne adottata da uno spot telefonico, strumento infallibile e già abbondantemente rodato per entrare nelle orecchie di tutta la nazione). Divennero comuni anche i versi e il concetto sulle aspirazioni alla celebrità e sui comportamenti asserviti ai cliché mi-si-nota-di-più, espressi con la sintesi metaforica dell’happy hour, rito ormai polveroso di socialità indotta: “Sei già dentro l’happy hour!”.


Brani citati
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Radio

Stevie Wonder

(1950, Saginaw, Michigan, USA)

Arrivato all’apice di una sensazionale carriera, Stevie Wonder viene intervistato sulla sua incredibile esperienza; alla fine dell’intervista la giornalista esita un momento e poi, superato l’imbarazzo, gli chiede:
- «Mi perdoni se lo domando, ma pensa che avrebbe avuto ancora più chances se non fosse nato cieco?»
- «Si figuri: grazie a Dio non sono nato negro!»


I was made to love her
(I was made to love her, 1967)
La scrisse assieme alla mamma e la portò al numero due in classifica che ancora non aveva diciassette anni (il suo primo numero uno l’aveva fatto a 13: ormai era navigato). Nello stesso anno la incisero anche i Beach Boys.

I’d cry
(I was made to love her, 1967)
“I’d cry” è una festa allegra – malgrado il titolo e il testo: lui minaccia di piangere se lei lo lascia – che gira intorno a un circo di fiati e meriterebbe maggior fama, da piazzarlo tra le cose più note di Wonder.

For once in my life
(For once in my life, 1968)
For once in my life I have someone who needs me
Someone I've needed so long
For once, unafraid, I can go where life leads me
Somehow I know I'll be strong

Signed sealed and delivered
(Signed sealed and delivered, 1970)
Prima canzone prodotta interamente da Wonder, oltre che la prima canzone ad essere supportata dal coro femminile delle Wonderlove. Inoltre è il primo brano a procurare al cantante una nomination ai Grammy Awards, anche se poi il premio andò a un altro.

Superstition
(Talking book, 1972)
Che la superstizione sia drammaticamente contagiosa lo dimostrano le parole dell’autore, che per spiegare la sua critica ai superstiziosi, sostenne che “la cosa peggiore è che più sei superstizioso più ti capitano cose brutte”. L’aveva scritta per Jeff Beck, ma poi ci lavorò ancora e incise la sua versione, pubblicandola un mese prima di quella di Beck, che non fu contento. Fu eseguita per la prima volta dal vivo durante un leggendario tour di Wonder con i Rolling Stones. L’attacco è un missile, comunque.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #74 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

I believe (when I fall in love it will be forever)
(Talking book, 1972)
Accendini, e si dondola.

You are the sunshine of my life
(Talking book, 1972)
You are the sunshine of my life
That’s why I’ll always be around,
You are the apple of my eye,
Forever you’ll stay in my heart.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #281 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tuesday heartbreak
(Talking Book, 1972)
Tuesday heartbreak seem to be unfair,
Cause you say that you found another man.

Living for the city
(Innervisions, 1973)
Fatica, violenza, povertà, discriminazione, e coraggio, dignità, tenacia dei neri d’America. Metà cantata, metà recitata, arrangiamento formidabile.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #104 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Don’t you worry ‘bout a thing
(Innervisions, 1973)
Ritmetto festaiolo e raccomandazione di non preoccuparsi di niente: ridivenne famoso e ballatissimo anni dopo nella cover degli inglesi Incognito.

Higher ground
(Innervisions, 1973)
La canzone è stata poi reinterpretata dai Red Hot Chili Peppers con gran successo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #445 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Joy inside my tears
(Songs in the key of life, 1976)
Songs in the key of life è considerato uno dei più grandi dischi di tutti i tempi (il settimo, nella classifica del canale televisivo VH1, concorrente americano di MTV). Doppio LP, Wonder ci tirò dentro Herbie Hancock, George Benson, e Michael Sembello (quello di “Maniac”, già). “Joy inside my tears” è una stupenda ballatona che si trascina appassionata per minuti e minuti.

Sir Duke
(Songs in the key of life, 1976)
Ancora una volta un buon incipit è metà dell’opera: questo è immortale. Le trombe sono Steve Madaio e Raymond Maldonado, che dopo potrebbero anche aver venduto gelati per il resto della loro vita (ma fate caso anche alla flemma ironica del batterista Raymond Pounds, mentre quelli impazzano). “The king of all Sir Duke” è Duke Ellington (“Sir Duke” è il nome di un suo disco del 1946).

Isn’t she lovely
(Songs in the key of life, 1976)
Il concorso per la migliore canzone in festeggiamento della nascita di un proprio bambino (a cui partecipano Jovanotti e molti altri) è stravinto da Stevie Wonder. Lei è Aisha, “less than one minute old”: grande ritmo, e ci sta anche il vagito finale che sarebbe stato imbarazzante in qualsiasi altro luogo.

Happy birthday
(Hotter than july, 1980)
Il festeggiato è Martin Luther King, postumamente. Stevie Wonder scrisse la canzone per la campagna per proclamare festa nazionale la data di nascita – 15 gennaio – del leader dei diritti dei neri (fu poi sancita nel 1983). Ciò che venne fuori fu un’allegra canzonetta di auguri.

Master blaster (Jammin')
(Hotter than july, 1980)
Il brano, costruito su una base reggae, è un’ode al leggendario Bob Marley.

Part-time lover
(In square circle, 1985)
“I’ve got some things that I must tell”: il guaio con questa canzone è che una volta ne ho ascoltata una versione in cui il giro iniziale era ripetuto in loop per un minuto buono, ed era uno spasso. A questo punto delle mie disperate ricerche mi sono rassegnato a che fosse un’invenzione artigianale del deejay, inedita.

Chemical love
(Jungle fever, 1991)
Una delle canzoni di Wonder per la colonna sonora di Jungle fever di Spike Lee, ha un gran ritmo e se la prende con il consumo di certe cose chimiche.

I just called to say I love you
(The woman in red, 1994))
Una delle canzoni di Wonder per la colonna sonora di La signora in rosso. Il brano è una ballata romantica abbastanza ritmata, in cui Wonder descrive come qualunque giornata ordinaria può diventare magica, se si confessano i propri sentimenti alla persona amata. Si tratta di una delle canzoni più “semplici” di Stevie Wonder, lontana dalle sperimentazioni anni ‘70, e pienamente in linea con lo stile anni '80, fatto di sintetizzatori e drum machine.


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Radio

Bob Dylan

(1941, Duluth, Minnesota, USA)

Quando vai a un concerto di Bob Dylan e lo guardi – mentre lui snocciola tiritere ormai incomprensibili – vedi il mito, la raffigurazione del mito, mezzo secolo di storia, vedi Bobdìlan: potrai dire ai tuoi figli “io e tua madre cantavamo ‘Blowin’ in the wind’ ai concerti di Bob Dylan” (e loro risponderanno “sì, ce l’ha detto anche il nonno”). E pensi, Bob Dylan ha mai riso? L’hai mai visto ridere? Che uomo è questo, che si comporta con una modestia e una timidezza che forse sono l’unico modo per riuscire a essere il mito (chi c’è, in giro, come lui? Prima c’era il papa, ma ora?). È uno che è diventato una leggenda un po’ per bravura, un po’ perché le cose capitano, e ha saputo comportarsi da leggenda con una discrezione e un’eleganza di cui pochissimi sarebbero stati capaci. Cosa accidenti pensa, Bobdìlan, mentre canta “Forever Young”?

Don’t think twice, it’s all right
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
“Qualcuno pensa che sia una specie di canzone d’amore, ma no. È un modo per sentirsi meglio, come parlare tra sé e sé”, disse poi Dylan. E però la sua fidanzata Suze Rotolo, quella sulla copertina del disco sottobraccio a lui, in quel periodo era sempre via, ed è facile mettere le cose in relazione. La canzone deve molto, in musica e testo, al cantautore Paul Clayton, che si sarebbe ucciso quattro anni dopo, fulminandosi nella vasca da bagno.

Blowin’ in the wind
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
Il manifesto della generazione dei giovani americani disillusi dalla politica portata avanti negli anni ‘50 e '60 e sfociata dapprima nella guerra fredda e poi nella guerra del Vietnam. Nel ritornello – rivolto metaforicamente a un ipotetico amico, nel quale si potrebbe identificare l'intera umanità - viene dato un messaggio che lascia uno spiraglio all'ottimismo: una risposta che c'è, e a portarla basterà un soffio di vento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #14 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The times they are a-changin’
(The times they are a-changin’, 1964)
Dylan dichiarò che scrisse la canzone nel tentativo di farne un inno dei cambiamenti che avvenivano in quel momento storico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #59 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

It ain’t me babe
(Another side of Bob Dylan, 1964)
Qualcuno dice che Dylan volesse alludere alle eccessive pretese del suo pubblico, ma letteralmente parla di una ragazza. “Levati pure di torno, non sono io quello che vuoi. Dici che vuoi qualcuno che sia sempre forte, ti protegga e ti difenda. Beh, non guardare me. Dici che cerchi uno che ti dica che non vi lascerete mai. Beh, quello non sono io”.

It’s all over now, baby blue
(Bringing it all back home, 1965)
Una successione di immagini complesse e un po’ criptiche per far capire a “baby blue” che è venuto il momento di mollare il colpo. Dopo, anni di riflessioni su chi sia “baby blue”. Candidati: quasi tutti fuorchè Babbo Natale. Armonica, chitarra e basso, e il modo in cui lui lo dice: “and it’s all over now, baby blue”. Delle molte covers, ce n’è una leggendaria di <Van Morrison con i Them.

Mr. Tambourine Man
(Bringing it all back home, 1965)
"Mr. Tambourine Man" è una canzone folk scritta da Bob Dylan nel 1964 ed è considerato uno dei brani fondamentali della musica rock degli anni sessanta. Nello stesso anno in cui fu pubblicata, la canzone fu portata al successo, in una originale veByrds.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #106 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Subterranean homesick blues
(Bringing it all back home, 1965)
Il brano è importante anche perché è il primo pezzo propriamente “elettrico” di Dylan.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #332 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Like a rolling stone
(Highway 61 revisited, 1965)
Se non vi bastasse il resto, è la canzone di maggior successo commerciale nella carriera di Bob Dylan. Piuttosto rivoluzionaria all’epoca: si avventurava in arrangiamenti e produzioni che fecero storcere il naso ai puristi del suono folk di Dylan, e aveva una lunghezza anomala per il formato radiofonico dell’epoca. «Nessuna altra canzone ha mai messo così tanto in discussione le leggi commerciali e le convenzioni artistiche del suo tempo» dice Rolling Stone (il giornale che l’ha dichiarata nel 2004 la più grande canzone di tutti i tempi: ma c’è un conflitto di interessi). Di chi parla, la canzone? Di voi tutti, ovviamente: ma da anni si accavallano le teorie per cui Dylan si sarebbe ispirato a Edie Sedgwick, (modella e musa del giro warholiano) o a se stesso.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Desolation row
(Highway 61 revisited, 1965)
"Desolation row" è stata descritta come uno dei più alti esempi di lirismo poetico applicato a una canzone pop o rock che dir si voglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #185 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(Highway 61 revisited, 1965)
L'Highway 61 è un'autostrada che corre da Duluth, nel Minnesota, dove Dylan nacque e passò la sua infanzia, fino a New Orleans, Louisiana. Fu un importante via di transito per gli afro-americani che dal profondo Sud giungevano a Chicago, St. Louis e a Memphis, seguendo anche il Mississippi per la maggior parte delle sue 1400 miglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #364 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(1965)

Highway 61 Revisited fu inciso in soli sei giorni e fu pubblicato nell'agosto del 1965. La Highway 61 è una strada americana che va dal Minnesota (stato di nascita di Dylan) fino alla foce del fiume Mississippi. L'album segnò finalmente il definitivo passaggio del cantautore alla chitarra elettrica. La canzone di apertura dell'album, "Like a Rolling Stone" (si vocifera che sia stata scritta pensando a Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol e amica di Dylan), ha riscosso un enorme successo ed è diventata un inno generazionale.
Durante il 1964 e il 1965, Dylan era intento a scrivere un libro, intitolato Tarantula, che non sarebbe stato pubblicato fino al 1971. Comunque, un brano del libro diventò la base per una sua nuova canzone. Così Dylan si espresse nel 1966, «Mi ritrovai a scrivere questa canzone, questa storia, questa lunga vomitata di venti pagine circa, e da essa ne trassi "Like A Rolling Stone"…. Dopo averla scritta, non ero più interessato a scrivere un libro, o una commedia».



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #4 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

I want you
(Blonde on blonde, 1966)
Ne aveva già combinate parecchie, quando scrisse la migliore canzonetta da juke-box della sua carriera. Dice che lui la vuole, e lo dice parecchio: ma in mezzo c’è tutto un casino di gente e accadimenti che in qualche modo non chiarissimo tendono a ostacolare questo suo desiderio. E un’armonica.

Just like a woman
(Blonde on blonde, 1966)
Le scuole di pensiero hanno via via trovato un compromesso sul fatto che la woman di cui parla non sia una sola, ma almeno due: Edie Sedgwick e Joan Baez. Dylan la scrisse nel giorno del Ringraziamento del 1965 a Kansas City, dove era in tournée.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #230 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Stuck inside of mobile with the Memphis blues again
(Blonde on blonde, 1966)
Roba allegra, bel ritmo, e testo acrobatico e misterioso che suggerì persino una parodia a John Lennon, intitolata “Stuck Inside of Lexicon with the Roget's Thesaurus Blues Again”: “Incastrato nella lingua con la malinconia da dizionario”. Ne ha fatto una bella cover Cat Power, nel 2007.

Visions of Johanna
(Blonde on blonde, 1966)
Nel 1999, il professore universitario di letteratura e poesia, Andrew Motion, proclamò che la composizione aveva il miglior testo mai scritto per una canzone di musica leggera e arrivò a proporre la candidatura di Bob Dylan al Premio Nobel per la letteratura, poi puntualmente vinto nel 2016. Appunto.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #404 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Positively fourth street
(Bob Dylan’s greatest hits, 1967)
Benché il testo sia chiarissimo – uno sfogo contro un’ipocrita che ha sempre finto di volergli bene e intanto desiderava il suo male – ci furono da subito dei misteri: di chi parla? C’è una relazione con il protagonista di “Like a rolling stone”, che seguiva di poco? Che vuol dire il titolo? Le teorie vanno avanti da trent’anni: probabilmente Dylan ce l’aveva con qualcuno del Greenwich Village (dove sta una 4th street: ma è papabile anche quella di Minneapolis) che aveva criticato il suo abbandono del folk acustico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #203 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All along the watchtower
(John Wesley Harding, 1967)
“Ci dev’essere un modo di uscirne”. Ma è uno degli ingressi dylaniani più riusciti e leggendari. Citazioni bibliche, fine del mondo, gran tensione. La cover di Jimi Hendrix divenne presto più celebre dell’originale e lo stesso Dylan prese a suonarla alla maniera di Hendrix.

Lay lady lay
(Nashville skyline, 1969)
Sarà la suggestione, ma è difficle non avere l’impressione che “Lay lady lay” suoni esattamente come una avvenente signora sdraiata su un letto disfatto. Saranno quelle quattro note di steel guitar che scivolano sotto le strofe. Come la canta, non sembra lui: e i fans allora rimasero spiazzati (si disse che la voce era cambiata perché aveva smesso di fumare). L’aveva scritta per Un uomo da marciapiede: ma poi scelsero “Everybody’s talkin’” di Harry Nilsson.

The man in me
(New morning, 1970)
È quella dove Dylan fa “lalla lalla lallà lalalà”, chissà cosa gli era preso. E il testo è maschilisticamente vicino a “dietro ogni grand’uomo c’è una grande donna”. Si meritò una nuova popolarità quando i fratelli Coen la ripescarono per Il grande Lebowski.

Wigwam
(Self portrait, 1970)
Uno strumentale canticchiato ebbramente, come da uno che si trascina in fondo alla parata cercando di rimanere in contatto con il resto della banda. Molto divertente e appiccicoso. Fu usato poi nel film di Wes Anderson, I Tenenbaum. Sull’anomalia del disco di cover e strumentali che lo conteneva, vale la pena ricordare la reazione su Rolling Stone del leggendario critico rock Greil Marcus: “Che è ‘sta merda?”.

Knocking on heaven’s door
(Pat Garrett & Billy The Kid, 1973)
Scritta da Bob Dylan per la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid. Nel film la canzone risuona quando lo sceriffo anziano, colpito allo stomaco, muore assistito dalla moglie, una donna grande e rude che mostra il suo dolore solo con le lacrime che le rigano il volto. Una scena di una bellezza struggente acuita dallo sfondo di un rosso tramonto; e dalla canzone di Dylan..
Tra le tante cover segnalo quella del 2015 della cantante RAIGN.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #190 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Forever young
(Planet waves, 1974)
Più facile e ruffiana della maggior parte delle canzoni di Dylan, “Forever young” è una delle sue cose più amate e popolari. In realtà la sua incisione fu lunga e laboriosa: Dylan l’aveva in testa da anni (un augurio sentimentale e commosso ai suoi figli, come “Avrai” di Baglioni e “Per te” di Jovanotti) e non voleva convincersi di nessuna versione provata. Quando sembrava quasi fatta, la ragazza che era venuta in studio con un suo vecchio amico gli disse “Bob, invecchiando mi diventi sentimentale” e lui andò in crisi. Alla fine si convinse, e la sta cantando ancora adesso.
Ce ne sono due versioni, nello stesso album: una veloce e una lenta.

You’re a big girl
(Blood on the tracks, 1975)
È il modo in cui lui fa “ooooooh!”.

Tangled up in blue
(Blood on the tracks, 1975)
"Tangled up in blue" è uno dei più chiari esempi del tentativo da parte di Dylan di scrivere canzoni “multidimensionali” che definiscano concetti indefinti di spazio e tempo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #68 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hurricane
(Desire, 1976)
“Hurricane” è una gran canzone, incalzante, con la stessa progressione di “All along the watchtower”, ed è anche uno degli ultimi singoli di successo di Dylan. Racconta del pugile Ruben Carter, accusato ingiustamente di omicidio. Il grosso del lavoro lo fa il violino di Scarlet Rivera. Il caso Carter fu chiuso dieci anni dopo, quando l’accusa decise di ritirarsi dopo che una sentenza aveva annullato le precedenti condanne. Nel 1999 venne anche il film con Denzel Washington.

Sweetheart like you
(Infidels, 1983)
“Cosa ci fa un bocconcino come te in una topaia come questa?”. Solo con questo verso, uno può entrare nella storia della musica. Lui c’era già, e non a caso. Quelli che suonano le chitarre, lì dietro, sono Mark Knopfler e Mick Taylor. “Sweetheart like you” ha tutta una sua filologia di metafore e riferimenti al mondo e all’America. Dice anche: “sai, una volta conoscevo una ragazza come te, che voleva un uomo tutto intero, non solo una metà”. Già, ma quell’uomo non era lui, babe.

You belong to me
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.


Brani citati
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Radio

Euterpe

Qualche tempo fa, ad un rave-party, ho incontrato Euterpe, di professione Musa, specializzazione in Musica e Poesia lirica. Euterpe, “colei che rallegra”, mi ha fatto conoscere alcuni piccoli capolavori, ovvero poesie (vere e proprie poesie, non testi poetici) messe in musica (da ottimi musicisti).

Je suis venu te dire que je m'en vais | Serge Gainsbourg
(Vu de l'extérieur, 1973)
Je suis venu te dire que je m'en vais
Tes sanglots longs n'y pourront rien changer
Comm'dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venu te dire ue je m'en vais
Ne esiste una bella cover di Carmen Consoli, dalla colonna sonora del film Saturno contro di Ferzan Ozpetek.

La poesia di Verlaine citata da Gainsbourg è Chanson d’automne.

la poesia

Chanson d’automne
Verlaine

Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon cour
D’une langueur
Monotone.

Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure,

Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.

Il n’y a pas d’amour heureux | George Brassens
(Les amoureux des bancs publics 1954)
Il n’y a pas d’amour heureux è una poesia del 1943 di Louis Aragon, dove il poeta esprime la sua concezione di amore come un assoluto inaccessibile. Ci sono anche numerosi riferimenti alla Resistenza, in particolare nell’ultima strofa. Georges Brassens la mise in musica, ad eccezione dell’ultima strofa (la qual cosa, secondo Aragon, stravolgeva il significato della poesia trasformandola in un canto d'amore). La stessa melodia sarà utilizzata da Brassens per musicare un'altra poesia (La Prière di Francis Jammes). Il brano è stato successivamente interpretato da numerosi artisti, come Françoise Hardy, Barbara, Nina Simone, Poom o Danielle Darrieux (nel film 8 Femmes).

Che bello e come ‘suona’ bene il verso: “Mon bel amour mon cher amour ma déchirure”.

la poesia

Il n’y a pas d’amour heureux
Louis Aragon

Rien n’est jamais acquis à l’homme ni sa force
Ni sa faiblesse ni son coeur et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d’une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce
Il n’y a pas d’amour heureux

Sa vie elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu’on avait habillés pour un autre destin
A quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu’on retrouve au soir désoeuvrés incertains
Dites ces mots ma vie et retenez vos larmes
Il n’y a pas d’amour heureux

Mon bel amour mon cher amour ma déchirure
Je te porte dans moi comme un oiseau blessé
Et ceux-là sans savoir nous regardent passer
Répétant après moi les mots que j’ai tressés
Et qui pour tes grands yeux tout aussitôt moururent
Il n’y a pas d’amour heureux

Le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard
Que pleurent dans la nuit nos coeurs à l’unisson
Ce qu’il faut de malheur pour la moindre chanson
Ce qu’il faut de regrets pour payer un frisson
Ce qu’il faut de sanglots pour un air de guitare
Il n’y a pas d’amour heureux

Il n’y a pas d’amour qui ne soit à douleur
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit meurtri
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l’amour de la patrie
Il n’y a pas d’amour qui ne vive de pleurs
Il n’y a pas d’amour heureux
Mais c’est notre amour à tous les deux

The dull flame of desire | Björk ft Antony Hegarty
(Volta, 2007)
Una poesia russa di Fëdor Ivanovic Tjutcev, un grande poeta russo dell’800, messa in musica da Bjork e Antony Hegarty.

La poesia di Tjutcev appare anche nel finale dello splendido film Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij, recitata dalla figlia dello stalker. (YouTube)

la poesia

The dull flame of desire
Fëdor Ivanovic Tjutcev

I love your eyes, my dear
Their splendid, sparkling fire
When suddenly you raise them so
to cast a swift embracing glance
like lightning flashing in the sky
but there’s a charm that is greater still
when my love’s eyes are lowered
when all is fired by passion’s kiss
and through the downcast lashes
I see the dull flame of desire.

La pallida fiamma del desiderio

Amo i tuoi occhi, mia cara
Il loro splendido, scintillante fuoco
Quando improvvisamente li alzi
per scoccare uno sguardo rapido e avvolgente
come il lampo che folgora il cielo
ma c’è un incantesimo che è più grande ancora
quando gli occhi del mio amore sono bassi
quando tutto è infiammato dal bacio della passione
e attraverso le ciglia abbassate
io vedo la pallida fiamma del desiderio.

I’ll rise | Ben Harper
(Welcome to the cruel world, 1994)
Una poesia russa di Fëdor Ivanovic Tjutcev, un grande poeta russo dell’800, messa in musica da Bjork e Antony Hegarty.

È l’ipnotico gospel che chiudeva il disco di debutto di Ben Harper. Il testo è una poesia di Maya Angelou, Still I rise.

la poesia

Still I rise
Maya Angelou

You may write me down in history
With your bitter, twisted lies,
You may tread me in the very dirt
But still, like dust, I’ll rise.

Does my sassiness upset you?
Why are you beset with gloom?
‘Cause I walk like I’ve got oil wells
Pumping in my living room.

Just like moons and like suns,
With the certainty of tides,
Just like hopes springing high,
Still I’ll rise.

Did you want to see me broken?
Bowed head and lowered eyes?
Shoulders falling down like teardrops.
Weakened by my soulful cries.

Does my haughtiness offend you?
Don’t you take it awful hard
'Cause I laugh like I’ve got gold mines
Diggin’ in my own back yard.

You may shoot me with your words,
You may cut me with your eyes,
You may kill me with your hatefulness,
But still, like air, I’ll rise.

Does my sexiness upset you?
Does it come as a surprise
That I dance like I’ve got diamonds
At the meeting of my thighs?

Out of the huts of history’s shame
I rise
Up from a past that’s rooted in pain
I rise
I’m a black ocean, leaping and wide,
Welling and swelling I bear in the tide.
Leaving behind nights of terror and fear
I rise
Into a daybreak that’s wondrously clear
I rise
Bringing the gifts that my ancestors gave,
I am the dream and the hope of the slave.
I rise
I rise
I rise.

L'amore con l'amore si paga | Fiorella Mannoia
(Certe piccole voci, 1999)
Splendido brano di Fossati. Pieno di citazioni. Intanto il titolo: Amor con amor se paga è un’opera teatrale ovvero – come lo definì l’autore – un “proverbio en un atto original” di José Martì, eroe nazionale, poeta e scrittore cubano. Ma sopratutto il testo: due strofe intere sono chiaramente ispirate da O Capitano Mio Capitano, la poesia di Walt Whitman.

la poesia

O Capitano Mio Capitano
Walt Whitman

O Capitano Mio Capitano
anche se il viaggio è finito
sento ancora tempesta annunciare
e le donne esultare
le campane suonare
e altre inutili parole d’amore.

O Capitano Mio Capitano
è che non posso lasciare
che nemmeno un sogno scivoli via
sotto nuove bandiere
ancora giorni e sere
per il tempo che ha l’anima mia
e per me.

The applicant | The Blue Aeroplanes
(Swagger, 1990)
I Blue Aeroplanes sono una band inglese guidata da Gerard Langley, un poeta-cantante di grande impatto. Hanno messo in musica The Applicant di Sylvia Plath. I versi di questa poesia sono in assoluta sintonia con le chitarre elettriche.

La poesia di Sylvia Plath dà voce alle sue ansie riguardo al matrimonio: sposarsi potrebbe soffocare la sua poesia in un ciclone di pressioni sociali e coniugali, responsabilità che la intrappolerebbero in un ruolo dal quale è difficile uscire.

la poesia

The applicant
Sylvia Plath

First, are you our sort of a person?
Do you wear
A glass eye, false teeth or a crutch,
A brace or a hook,
Rubber breasts or a rubber crotch,

Stitches to show something’s missing? No, no? Then
How can we give you a thing?
Stop crying.
Open your hand.
Empty? Empty. Here is a hand

To fill it and willing
To bring teacups and roll away headaches
And do whatever you tell it.
Will you marry it?
It is guaranteed

To thumb shut your eyes at the end
And dissolve of sorrow.
We make new stock from the salt.
I notice you are stark naked.
How about this suit—-

Black and stiff, but not a bad fit.
Will you marry it?
It is waterproof, shatterproof, proof
Against fire and bombs through the roof.
Believe me, they’ll bury you in it.

Now your head, excuse me, is empty.
I have the ticket for that.
Come here, sweetie, out of the closet.
Well, what do you think of that ?
Naked as paper to start

But in twenty-five years she’ll be silver,
In fifty, gold.
A living doll, everywhere you look.
It can sew, it can cook,
It can talk, talk , talk.

It works, there is nothing wrong with it.
You have a hole, it’s a poultice.
You have an eye, it’s an image.
My boy, it’s your last resort.
Will you marry it, marry it, marry it.

L'aspirante

Prima di tutto ce li hai i requisiti?
Ce l’hai
un occhio di vetro, denti finti o una gruccia,
un tirante o un uncino,
Seni di gomma, inguine di gomma,

Rattoppi o qualcosa che manca? Ah
No? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una mano

Che la riempie, disposta
A porgere tazze di tè e sgominare emicranie,
E a fare ogni cosa che gli dirai,
La vorresti sposare?
E’ garantita,

Ti tapperà gli occhi alla fine della vita
E del dolore,
Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme.
Che te ne pare di questo vestito –

Un po’ rigido e nero, ma niente male,
Lo vorresti sposare?
E’ impensabile, infrantumabile, abile
Contro il fuoco e imbombardabile
Credi a me, ti ci farai sotterrare.

E adesso, scusa, hai vuota la testa
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci fuori dal guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca.

Ma in venticinque anni d’argento,
D’oro in cinquanta, potrà diventare,
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
Sa parlare, parlare, parlare.

E funziona, non ha una magagna,
Qua c’è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l’ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?

The ground beneath her feet | U2
(All that you can’t leave behind, 2000)
Dopo aver letto il romanzo The ground beneath her feet di Salman Rushdie, Bono decise di mettere in musica la poesia che il protagonista Ormus Cama scrive in memoria della sua amata, appena defunta. La canzone usa questi versi parola per parola, omettendo solo la strofa centrale.

la poesia

The ground beneath her feet
Ormus Cama (Salman Rushdie)

All my life, I worshipped her
Her golden voice, her beauty’s beat
How she made us feel
How she made me real
And the ground beneath her feet

And now I can’t be sure of anything,
Black is white, and cold is heat
For what I worshipped stole my love away
It was the ground beneath her feet

She was my ground, my favorite sound
My country road, my city street
My sky above, my only love
And the ground beneath my feet.

Go lightly down your darkened way
Go lightly underground
I’ll be down there in another day
I won’t rest until you’re found

Let me love you, let me rescue you
Let me bring you where two roads meet
O come back above
Where there is only love
And the ground’s beneath your feet.

Tiger in the night | Katie Melua
(Call off the search, 2003)
Questo brano di Katie Melua è ispirato alla poesia The tiger di William Blake, poeta e pittore inglese della seconda metà del ‘700. (Anche il disegno è di Blake).

la poesia

Tiger in the night
William Blake

Tiger Tiger. burning bright,
In the forests of the night;
What immortal hand or eye.
Could frame thy fearful symmetry?

In what distant deeps or skies.
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand, dare seize the fire?

And what shoulder, & what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat.
What dread hand? & what dread feet?

What the hammer? what the chain,
In what furnace was thy brain?
What the anvil? what dread grasp.
Dare its deadly terrors clasp?

When the stars threw down their spears
And watered heaven with their tears:
Did he smile His work to see?
Did he who made the lamb make thee?

Tiger Tiger burning bright,
In the forests of the night:
What immortal hand or eye,
Dare frame thy fearful symmetry?

Go no more a-roving | Leonard Cohen
(Dear Heather, 2004)
Questa pare una vecchia canzone di Van Morrison. Invece il testo è una poesia di Lord Byron.



la poesia

Go no more a-roving
Lord Byron

So, we’ll go no more a-roving
So late into the night,
Though the heart be still as loving,
And the moon be still as bright.

For the sword outwears its sheath,
And the soul wears out the breast,
And the heart must pause to breathe,
And love itself have rest.

Though the night was made for loving,
And the day returns too soon,
Yet we’ll go no more a-roving
By the light of the moon.

Non andremo più vagando

Così non andremo più vagando,
Nella notte fonda
Anche se il cuore vuole ancora amore
E la luna splende luminosa.

Perché la spada logora il fodero,
L’animo logora il petto:
Allora deve placarsi il cuore per respirare
E l’amore stesso riposare.

Anche se la notte fu creata per amare,
E il giorno ritorna troppo presto,
Tuttavia non andremo più vagando
Alla luce della luna.

Al Principe | Alice
(Viaggio in Italia, 2003)
Alice, in un suo magnifico album del 2003, Viaggio in Italia, ha inserito tutte splendide e famose canzoni, molte di ‘poesia in musica’. Questa è di Pier Paolo Pasolini.

la poesia

Al Principe
Pier Paolo Pasolini

Se torna il sole
Se discende la sera
Se la notte ha un sapore di notti future
Se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
Dai tempi troppo amati mai avuti del tutto
Io non sono più felice
Di goderne né di soffrirne
Perché non sento più davanti a me tutta la vita
Per essere poeti
Bisogna avere molto tempo
Ore e ore di solitudine
Sono il solo modo perché si formi qualcosa
Che è forza, abbandono, vizio e libertà
Per dare stile al caos
Io di tempo ormai ne ho poco
Per colpa della morte
E un po’ anche di questo mondo
Così umano che ai poveri toglie il pane

Enivrez-vous | Stereolab
(Peng!, 1992)
Gli Stereolab hanno ‘aggiunto’ solo la musica a questa poesia di Charles Baudelaire.

la poesia

Enivrez-vous
Charles Baudelaire

Il faut être toujours ivre.
Tout est là:
c’est l’unique question.
Pour ne pas sentir
l’horrible fardeau du Temps
qui brise vos épaules
et vous penche vers la terre,
il faut vous enivrer sans trêve.
Mais de quoi?
De vin, de poésie, ou de vertu, à votre guise.
Mais enivrez-vous.
Et si quelquefois,
sur les marches d’un palais,
sur l’herbe verte d’un fossé,
dans la solitude morne de votre chambre,
vous vous réveillez,
l’ivresse déjà diminuée ou disparue,
demandez au vent,
à la vague,
à l’étoile,
à l’oiseau,
à l’horloge,
à tout ce qui fuit,
à tout ce qui gémit,
à tout ce qui roule,
à tout ce qui chante,
à tout ce qui parle,
demandez quelle heure il est;
et le vent,
la vague,
l’étoile,
l’oiseau,
l’horloge,
vous répondront:
“Il est l’heure de s’enivrer!
Pour n’être pas les esclaves martyrisés du Temps,
enivrez-vous;
enivrez-vous sans cesse!
De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise.”

Ubriacatevi

Bisogna essere sempre ubriachi.
Tutto sta in questo: è l’unico problema.
Per non sentire l’orribile fardello del tempo.
Del tempo che rompe le vostre spalle
e vi inclina verso la terra,
bisogna che vi ubriachiate senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù,
a piacer vostro. Ma ubriacatevi.
E se qualche volta sui gradini di un palazzo,
sull’erba verde di un fossato,
nella mesta solitudine della vostra camera,
vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa,
domandate al vento, all’onda, alla stella, all’uccello all’orologio,
a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme,
a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta,
a tutto ciò che parla, domandate che ora è;
ed il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio vi risponderanno
“E’ l’ora di ubriacarsi !”
Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi;
Ubriacatevi senza smettere!
Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro.

Il suonatore Jones | Fabrizio De André
(Non al denaro, non all'amore, ne al cielo, 1971)
Ispirato alla poesia Fiddler Jones da Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Ne esiste anche una cover di Morgan. E anche (sorpresa!) di Jovanotti, assai bella (YouTube)

la poesia

Fiddler Jones
Edgar Lee Masters

The earth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life.
What do you see, a harvest of clover?
Or a meadow to walk through to the river?
The wind’s in the corn; you rub your hands
For beeves hereafter ready for market;
Or else you hear the rustle of skirts
Like the girls when dancing at Little Grove
. To Cooney Potter a pillar of dust
Or whirling leaves meant ruinous drouth;
They looked to me like Red-Head Sammy
Stepping it off, to “Toor-a-Loor.”
How could I till my forty acres
Not to speak of getting more,
With a medley of horns, bassoons and piccolos
Stirred in my brain by crows and robins
And the creak of a wind-mill–only these?
And I never started to plow in my life
That some one did not stop in the road
And take me away to a dance or picnic.
I ended up with forty acres;
I ended up with a broken fiddle–
And a broken laugh, and a thousand memories,
And not a single regret.

Il suonatore Jones

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
- non parliamo di ingrandirle -
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato -
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

The lake | Antony and the Johnsons
(The Lake, 2004)
Questo brano è la versione musicale, pressochè parola per parola, di una poesia di Edgar Allan Poe.

la poesia

To the lake
Edgar Allan Poe

In spring of youth it was my lot
To haunt of the wide world a spot
The which I could not love the less-
So lovely was the loneliness
Of a wild lake, with black rock bound,
And the tall pines that towered around.
But when the Night had thrown her pall
Upon that spot, as upon all,
And the mystic wind went by
Murmuring in melody-
Then–ah then I would awake
To the terror of the lone lake.
Yet that terror was not fright,
But a tremulous delight-
A feeling not the jewelled mine
Could teach or bribe me to define-
Nor Love–although the Love were thine.
Death was in that poisonous wave,
And in its gulf a fitting grave
For him who thence could solace bring
To his lone imagining-
Whose solitary soul could make
An Eden of that dim lake.

Il lago

Nel fior di giovinezza, ebbi in sorte
d'abitar del vasto mondo un luogo
che non poteva ch'essermi caro e diletto -
tanto m'era dolce d'un ermo lago
la selvaggia bellezza, cinto di nere rocce,
con alti pini torreggianti intorno.
Ma poi che Notte, come su tutto,
aveva lì disteso il suo manto,
e il mistico vento e melodioso
passava sussurrando - oh, allora,
con un sussulto io mi destavo
al terrore di quel solitario lago.
Pure, non mi dava spavento quel terrore,
ma anzi un tiepido diletto -
un diletto che nè miniere di gemme
nè lusinghe o donativi mai potrebbero
indurmi a definir qual era -
e neanche Amore - fosse anche l'Amor tuo.
Morte abitava in quelle acque attossicate,
e una tomba nel profondo gorgo
era disposta per chi sapesse ricavarne
un sollievo al suo immaginare:
il solingo spirito sapesse fare
un Eden di quell'oscuro lago.

Golden hair | Alice
(Viaggio in Italia, 2003)
Altra cover di Alice da Viaggio in Italia. "Golden hair" è una canzone di Syd Barrett, inserita nell'album The madcap laughs del 1970, ma da lui scritta nel 1961, all'età di 15 anni. Il testo è tratto da una poesia di James Joyce dalla raccolta Musica da camera.

la poesia

Goldenhair
James Joyce

Lean out of the window,
Goldenhair,
I hear you singing
A merry air.

My book was closed,
I read no more,
Watching the fire dance
On the floor.

I have left my book,
I have left my room,
For I heard you singing
Through the gloom.

Singing and singing
A merry air,
Lean out of the window,
Goldenhair.

Elemosina | Max Gazzé
(Max Gazzé, 2000)
Max Gazzé ha cantato in italiano questa poesia di Mallarmé. Buon risultato a mio parere. Il Battisti che cantava Panella, altro grande affastellatore di parole, ne sarebbe rimasto colpito.

la poesia

Aumône
Stéphane Mallarmé

Prends ce sac, Mendiant ! tu ne le cajolas
Sénile nourrisson d’une tétine avare
Afin de pièce à pièce en égoutter ton glas.

Tire du métal cher quelque péché bizarre
Et, vaste comme nous, les poings pleins, le baisons
Souffles-y qu’il se torde ! une ardente fanfare.

Eglise avec l’encens que toutes ces maisons
Sur les murs quand berceur d’une bleue éclaircie
Le tabac sans parler roule les oraisons,

Et l’opium puissant brise la pharmacie !
Robes et peau, veux-tu lacérer le satin
Et boire en la salive heureuse l’inertie,

Par les cafés princiers attendre le matin ?
Les plafonds enrichis de nymphes et de voiles,
On jette, au mendiant de la vitre, un festin.

Et quand tu sors, vieux dieu, grelottant sous tes toiles
D’emballage, l’aurore est un lac de vin d’or
Et tu jures avoir au gosier les étoiles !

Faute de supputer l’éclat de ton trésor,
Tu peux du moins t’orner d’une plume, à complies
Servir un cierge au saint en qui tu crois encor.

Ne t’imagine pas que je dis des folies.
La terre s’ouvre vieille à qui crève la faim.
Je hais une autre aumône et veux que tu m’oublies

Et surtout ne va pas, frère, acheter du pain.

Elemosina Prénditi questa borsa, Mendicante! tu accorto
Non l'hai toccata, antico lattante a poppa avara,
Per trarne goccia a goccia il tuo rintocco a morto.

Cava tu dal metallo qualche colpa bizzarra
E vasta come noi lo stringiamo sul cuore
Sòffiavi che si torca! un'ardente fanfara.

Chiesa ed incenso che tutte queste dimore
Sui muri quando culla un'azzurra chiarezza
Il tabacco in silenzio dilati le preghiere,

E l'oppio onnipossente ogni farmaco spezzi!
Stracci e pelle, vuoi tu buttare il cappottino
E ber nella saliva una felice inerzia,

E nei caffè sontuosi attendere il mattino?
I soffitti arricchiti di naiadi e di veli,
Si butta, al mendicante di vetrina, un festino.

Quando esci, vecchio dio, tremante sotto i teli
D'imballaggio, l'aurora è un lago di vin d'oro
E tu giuri d'avere nella tua gola i cieli!

Non avendo contato il lampo del tuo tesoro
Almeno puoi ornarti d'una piuma, e a ricordo
Portare un cero al santo in cui tu credi ancora.

Non pensar ch'io vaneggi in parole discordi.
La terra s'apre antica a chi muore di fame.
Odio un'altra elemosina, voglio che tu mi scordi,

Fratello, e innanzitutto non comprare del pane!

She walks in beauty | Sissel
(Vaniti fair, 2004)
Nella colonna sonora di Mychael Danna per il film Vanity Fair (2004) di Mira Nair, ci sono alcuni brani musicali i cui testi sono celebri poesie. Qui Sissel, una famosa soprano norvegese, canta una poesia di Lord Byron, del 1814.

la poesia

She walks in beauty
Lord Byron

She walks in beauty, like the night
Of cloudless climes and starry skies;
And all that’s best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes;
Thus mellowed to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.

One shade the more, one ray the less,
Had half impaired the nameless grace
Which waves in every raven tress,
Or softly lightens o’er her face;
Where thoughts serenely sweet express,
How pure, how dear their dwelling-place.

And on that cheek, and o’er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!

Ella incede in bellezza

Ella incede in bellezza, come la notte
di climi tersi e di cieli stellati;
E tutto il meglio del buio e della luce
s’incontra nel suo viso e nei suoi occhi:
Così addolciti da quel tenero bagliore
che il cielo nega al giorno fatto.

Un’ombra in più, un raggio in meno,
avrebbero turbato la grazia indicibile
che ondeggia in ogni ricciolo corvino,
O dolcemente schiarisce sul suo viso;
dove pensieri serenamente dolci mostrano
quanto pura, quanto cara sia la loro dimora.

E su quella guancia, e su quella fronte,
così dolce, così calma, eppure eloquente,
i sorrisi che incantano, i colori che brillano,
e raccontano di giorni spesi nella bontà,
Una mente in pace con il mondo,

Un cuore colmo di amore innocente!

Plaisir d'amour | Franco Battiato
(Come un cammello in una grondaia, 1991)
Celebre canzone cantata da tanti e eterogenei interpreti: oltre Battiato, Joan Baez, Marianne Faithfull, Nana Mouskouri, Brigitte Bardot, Mireille Mathieu ... . Pochi sanno però che si tratta di una canzone d’amore composta da attorno al 1785 da Martini il Tedesco su un testo del poeta romantico francese Jean-Pierre Claris de Florian, contenuto in una delle sue Six nouvelles. La canzone era una delle preferite della regina Maria Antonietta: si racconta che ai tempi della Rivoluzione francese i parigini potessero sentire la sventurata sovrana cantare "Plaisir d’amour" dalla sua prigione.

la poesia

Plaisir d'amour
Jean-Pierre Claris de Florian

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

J'ai tout quitté pour l'ingrate Sylvie.
Elle me quitte et prend un autre amant.

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

Tant que cette eau coulera doucement
vers ce ruisseau qui borde la prairie,

Je t'aimerai, me répétait Sylvie.
L'eau coule encore. Elle a changé pourtant.

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

La gioia dell'amore

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita.

Ho lasciato tutto per l'ingrata Silvia,
E lei mi lascia e prende un altro amante.

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita.

"Finché quest'acqua scorrerà lentamente
Verso quel ruscello che costeggia il prato

Io ti amerò", mi ripeteva Silvia.
L'acqua scorre ancora. Lei invece è cambiata.

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita.

Playlist


Brani citati


13. The lake - Antony & The Johnson