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La musica che gira intorno

Voi pensate a una canzone, tipo "All by myself" di Eric Carmen. Ve la ricordate? Era quella melassa formidabile degli anni Settanta di cui non ci siamo più liberati a ogni occasione buona, una specie di “notte alta e sono sveglio” degli americani (il che la dice lunga sulle proporzioni artistiche tra noi e gli americani) che citava Rachmaninov.

E vi viene in mente quell’altra citazione classica, quella della Patetica di Beethoven nella melensa "This night" di Billy Joel. Oppure Coolio che in "C u when you get there" rifà rap le reiterazioni del Canone di Pachelbel.

E di violini e orchestre in violini e orchestre vi ricordate di Music di John Miles, capolavoro barocco del pop di trent’anni fa a cui "Winding me up" di Alan Parsons è lontanamente paragonabile.

Beh, e vogliamo parlare della versione lunga, sontuosa, di "MacArthur Park" di Donna Summer, la "MacArthur Park suite"? Della "Don’t let me be misunderstood" lunga dei Santa Esmeralda che Tarantino ha poi ripescato per la colonna sonora di Kill Bill? O dell’attacco di archi della versione lunga di "The power of love" dei Frankie Goes to Hollywood?

Ma anche la mediocre "I want your sex" di George Michael, quando poi la allungano e la rilassano, ne combina delle belle. Che le canzonette sono brevi, e spesso danno il meglio con quel che vi si appiccica per allungare: l’introduzione nella versione extended di "Smalltown boy" deiBronski Beat, la coda liberatoria di "Layla" di Eric Clapton o quella di "Sultans of swing" che i Dire Straits facevano solo dal vivo, col sassofono che uàu. E quando scopriste che nel cd c’era un’intro meravigliosa di "Your latest trick" dei Dire Straits che nel vinile non c’era?

Beh, e gli ultimi tre minuti di pianoforte nello "Stambecco ferito" di Venditti? E allora – non è una coda, no – ma vi viene in mente il momento straordinario in cui Jackson Browne passa da "The load-out" a "Stay", dove dice al pubblico “people stay, just a little bit longer…”. E poi l’entrata di "Afterglow" nel medley finale del live dei Genesis, quello post Peter Gabriel.

Voi pensate ad "All by myself" alla radio che ascoltavate da bambini. Che per annunciare cosa facevano al cinema, mettevano in sottofondo "Us and them" dei Pink Floyd, ma usavano anche un sacco "Falcon" della Rah Band e il tema di Shaft di Isaac Hayes.

Voi pensate a una canzone.


& All by myself | Eric Carmen
(Eric Carmen, 1975)
Per quelli che da ragazzi trovavano la musica classica “da vecchi”, fu una rivelazione scoprire che il passaggio chiave nella stupenda e supermelensa "All by myself" era di Rachmaninov, veniva da Concerto per pianoforte n.2, del 1901.
When I was young,
I never needed anyone
And making love was just for fun
Those days are gone

& This night | Billy Joel
(An innocent man, 1983)
Parte del brano è basata sul Secondo movimento della Sonata per pianoforte n. 8 (Patetica) di Ludwig van Beethoven (1798), che è anche accreditato tra gli autori.

& C u when you get there | Coolio
(My soul, 1997)
Coolio rifà rap le reiterazioni del Canone e giga in re maggiore di Johann Pachelbel, del 1653.

Music | John Miles
(Rebel, 1976)
Capolavoro barocco del pop di quarant’anni fa.

Winding me up | The Alan Parsons Project
(Eve, 1979)
Questa è fantastica. Suono di carica del carillon, carillon, strofa precipitosa e ritornello leggero, estivo. E poi la madre di tutti gli assoli strumentali dell’Alan Parsons Project, con il tema ripetuto in arrangiamenti crescenti: archi, flauti, pianoforte, fiati.

MacArthur Park suite | Donna Summer
(Live and More, 1978)
Formidabile supermix costruito intorno alla cover di "MacArthur Park" (scritta da Jimmy Webb nel 1968) con l’aggiunta di "One of a kind" e "Heaven knows". Diciassette minuti. MacArthur Park è a Los Angeles, per i feticisti.

MacArthur Park | Jimmy Webb
(1967)

& Don’t let me be misunderstood | Santa Esmeralda
(singolo, 1977)
Nel 1977 i Santa Esmeralda debuttarono con una versione disco di "Don’t let me be misunderstood", che saccheggiava l'arrangiamento dei The Animals ed aggiungeva ritmi ed elementi tipici della musica latino-americana. Nel 2003 la cover dei Santa Esmeralda acquistò nuova popolarità grazie al suo utilizzo nella scena finale del film Kill Bill Vol.1. Nel film infatti il duello fra la sposa e O-Ren Ishii è accompagnato da una lunga versione strumentale della canzone di oltre dieci minuti.

Don’t let me be misunderstood | The Animals
(singolo, 1965)

& The power of love | Frankie Goes To Hollywood
(Welcome to the pleasuredome, 1984) Appena uscito il doppio disco in cui erano stati inseriti i primi due singoli, fu pubblicato il terzo, di tutt’altro tenore. "The power of love" è un lento enfatico e orchestrale, di formidabile impatto cinematografico. Stavola niente sesso, niente violenza, e un’uscita alla vigilia di Natale: una mossa geniale quanto le precedenti. Nella versione di nove minuti e mezzo, del 12” c’erano un lungo prologo strumentale e un parlato di Holly Johnson preceduti da un attore che ricostruiva il breve monologo sdegnato del deejay Mike Read su "Relax" (“this record is absolutely obscene, I’m not going to play this record”).

I want your sex (Pts 1 & 2) | George Michael
(Faith, 1987)
Questa è un formidabile accrocchio dance, godibile solo nella versione di nove minuti (altrimenti perde moltissimo, ed è solo una canzoncina ripetitiva) che è all’altezza di certi spettacolari extended del tempo della disco, con fiati rhythm’n’blues e passaggi marvingayeani. Subì pesanti censure, malgrado sia un manifesto a favore della monogamia: “sex is best when it’s one-on-one”.

& Smalltown boy | Bronski Beat
(The age of consent, 1984)
Capolavoro pop, fece il botto nel 1984 con la voce formidabile di Jimi Somerville e la storia di persecuzioni di un giovane omosessuale inglese (il video rincarava indimenticabilmente la dose). La versione lunga ha tre minuti di prologo lento, imperdibili.

& Layla | Derek & The Dominos
(The History of Eric Clapton, 1972)
A quei tempi la band di Clapton si chiamava Derek and the Dominoes: si erano messi insieme dopo aver lavorato al primo disco di George Harrison. E Clapton era innamorato della moglie di George Harrison, Patti. Già. "Layla" (nome preso alla protagonista di un poema persiano) è lei, e non ne voleva sapere. E George Harrison era un grande amico di Clapton. Quindi dentro "Layla" c’è tutto questo tormento, che produce uno dei più grandi riff di chitarra della storia (creato da Duane Allman degli Allman Brothers) e la geniale invenzione della coda di pianoforte. Come se non bastasse, degli esecutori della canzone uno morì di lì a un anno, uno dieci anni dopo, e uno fu arrestato per omicidio. E Clapton passò un lungo periodo fulminato dall’eroina. Aspettate: nove anni dopo Patti ed Eric si sposarono (si separarono dopo altri nove anni, quando lui si mise con Lory del Santo). George Harrison suonò al matrimonio. Passò altro tempo, "Layla" finì sui titoli di coda di Goodfellas, e la canzone rinacque nuova, addomesticata e blues nel disco dal vivo Unplugged.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #27 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

& Sultans of swing | Dire Straits
(Dire Straits, 1978)
Fece un inatteso botto alcuni mesi dopo l’uscita del primo disco dei Dire Straits. Non ha la forma di regina delle classifiche, il ritornello praticamente non esiste, e ha un andamento monotono, ripetitivo e segnato solo dall’invadenza delle chitarre. Cose che, grazie al cielo, capitano. Negli anni, Knopfler si è divertito parecchio con l’assolo, che con la coda di pianoforte e sassofono, dura dieci minuti e passa.

Your latest trick | Dire Straits
(Brothers in arms, 1985)
Bel-lis-si-ma. Paraculissima, ruffiana, jazzata da intorto. Bel-lis-si-ma, sì. Imperdibile il prologo col sax, che su alcune versioni del vinile mancava. E come suona caramella in bocca “like a bowery-bum when he finally understand”.

Lo stambecco ferito | Antonello Venditti
(Lilly, 1975)
Dieci minuti, una storia, una suite. Il passaggio di pianoforte è all’altezza di Keith Jarrett. Bracconieri, soldi in Svizzera, allegorie, e stambecchi. «Mi ricordo che nello stadio di San Siro nel ’92, in uno stadio che aveva voglia di cantare, di essere felice, di far caciara, ho cantato Lo stambecco ferito. A volte sentire 70 mila persone ammutolire è più importante che sentirle applaudire».

& The load out / Stay | Jackson Browne
(Running on empty, 1977)
Duetto perfetto, che chiude e riassume la raccolta di registrazioni live che si chiamò Running on empty. Prima viene un fantastico racconto di vita in tournée (“dobbiamo guidare tutta la notte per uno show a Chicago, o a Detroit, chi si ricorda…”), e poi senza soluzione di continuità si sfocia nella cover di una deliziosa canzonetta degli anni Sessanta scritta da Maurice Williams, cantautore soul, a soli 13 anni. In cui Williams insisteva perché la sua fidanzatina rimanesse ancora un po’ con lui: Browne invece rivolge la preghiera al suo pubblico, parafrasando i passaggi opportuni. Con divertissements vocali e un classicissimo giro di chitarra (quello di "La gatta") a mandare tutti a casa.

Afterglow | Genesis
(Wind and wuthering, 1976) Il più bel pezzo dei Genesis post-Gabriel, straordinaria canzone conclusiva nel suono e nel testo (“come la polvere che mi si deposita attorno, devo trovare una nuova casa”), scritta da Tony Banks e amata anche dagli orfani inconsolabili di Peter Gabriel. In Three sides live Phil Collins la canta a squarciagola, travolgentemente – “oh, but I will search everywhere, just to hear your call!” – e conclude a far casino con la batteria.

Us and them | Pink Floyd
(The dark side of the moon, 1973) Noi e loro, i buoni e i cattivi, lo scontro di civiltá, la riga in mezzo: era tutto giá detto, in quest’altra cosa unica e leggendaria da The dark side of the moon.

Falcon | RAH band
(1980)
Mitico pezzone strumentale buono per mille sigle e sottofondi radiofonici nei primi anni Ottanta. Era un produttore inglese, Richard Anthony Hewson (lavorò coi Beatles, i Supertramp, Diana Ross, solo a dirne tre), e diede le sue iniziali al progetto.

Theme from Shaft | Isaac Hayes
(Shaft, 1971)
Isaac Hayes ne ha fatte parecchie, dal cantante, all’attore (era il Duca in 1997, Fuga da New York), al sostenitore di Scientology, alla voce di Chef in South Park. Ma soprattutto ha vinto un Oscar per un pezzo funkissimo e mitologico, scritto per la colonna sonora di Shaft.

Playlist

The White Stripes

(1997, Detroit, Michigan, USA)

I primi e più creativi di un treno di bands rocchettare piombato sul mondo all’inizio del millennio (il loro primo disco è del 1999, a essere precisi): suono tradizionale, chitarra e batteria, rumorosi quando si deve e acustici quando si vuole. Sono due, Jack White e Meg White, e non sono più marito e moglie da un pezzo (tanto che negano di esserlo mai stati). Lui porta dei gran cappelli e dopo si è fidanzato sempre con certe modelle: l’ultima l’ha sposata.

You’re pretty good looking (for a girl)
(De Stijl, 2000)
Rock démodé, come quando c’erano i Kinks. Qualche anno dopo sarebbero arrivati gli Strokes, gli Hives, i Libertines, i Black Rebel Motorcycle Club, a eccitare gli appesantiti fans del rock chitarresco anni Settanta.

Fell in love with a girl
(White blood cells, 2001)
Neanche due minuti di rivisitazione del punk, con coro fulminante che vi rimane in testa per tutta la settimana. La ragazza gli dice di andare con lei al fiume, a baciarsi, e che per Bobby non è un problema. Ci vorrebbero più Bobby, al mondo.

We’re going to be friends
(White blood cells, 2001)
Ok, gran calma, mettetevi tranquilli ora. Voce e chitarra, melodia dondolante. Ricordi da primo giorno di scuola e dell’eccitazione di aver individuato un nuovo amico. Ne ha fatto una cover Jack Johnson, non a caso per la colonna sonora del cartone animato Curious George.

Dead leaves and the dirty ground
(White blood cells, 2001)
Un rocchettone sentimentale pieno di metafore e paragoni, come le foglie secche del titolo, ancora pieno di ammiccamenti ai grandi casinari del passato, dagli Who agli AC/DC. Anche se l’ascoltatore italiano nota innanzitutto il passaggio identico a “Pigro” di Ivan Graziani.

Hotel Yorba
(White blood cells, 2001)
L’Hotel Yorba è a Detroit, e si dice che la canzone sia stata scritta là: chissà cosa ci facevano in albergo, nella loro città. Secondo un’altra voce, dopo che ebbero cantato – su un formidabile ritmetto country – quanto fosse bello vedersi all’Hotel Yorba perché le stanze erano sempre tutte vuote, quelli dello Yorba si seccarono parecchio.

Seven nation army
(Elephant, 2003)
La grandezza di “Seven nation army” è dimostrata dalla sua leggendaria storia di successo da stadio. Non si è mai capito esattamente se il gigantesco riff di chitarra (sembra un basso, ma è una chitarra: e fu inventato durante le prove di un concerto australiano) sia stato trasformato in un coro da curva dai tifosi di una squadra scozzese o da quelli belgi. Ma i romanisti lo impararono da questi ultimi, lo fecero arrivare fino al palco di Sanremo quando a presentare il festival ci fu la signora Totti, e poi divenne il tormentone della vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006.
Il titolo è un equivoco infantile di Jack White, che da piccolo interpretava così l’espressione “Salvation army” (l’Esercito della Salvezza). E per chiudere con i riferimenti infantili, la musica si presta benissimo a una reinterpretazione di “Stella stellina, la notte si avvicina”.
Tante sono le cover: qui propongo quelle di Ben l'Oncle Soul, Zella Day e Scott Bradlee's Postmodern Jukebox.

I just don’t know what to do with myself
(Elephant, 2003)
Una delle più belle canzoni di Burt Bacharach, fu raccolta dai White Stripes con lo snobismo artistico tipico della band: la riarrangiarono rock, lui gridacchia un po’ troppo, ma sulla strofa non può che disciplinarsi all’originale. Il video fu diretto da Sofia Coppola (e c’era Kate Moss).

My doorbell
(Get behind me Satan, 2005)
Pezzaccio spiritosissimo: si sono buttati sul pianoforte, in una via di mezzo tra i Led Zeppelin e James Brown, e un falsetto che sintetizza Michael Jackson e Brian Johnson degli AC/DC. Un’araba fenice rock.


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Luca Carboni

(1962, Bologna)

Luca Carboni è bravo. Ha evitato di diventare l’idolo dei teenagers e di sbracare in melensaggini come avrebbe fatto chiunque altro al suo posto dopo il successo delle sue canzoni che parlavano di ventenni e provincia. Non si è mai preso troppo sul serio e, in caso contrario, non lo ha fatto pesare. Magari un giorno farà ancora il botto.

Ci stiamo sbagliando
(Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film, 1984)
Carboni arrivò con un disco dal titolo chilometrico e misterioso e una canzoncina che faceva “rio-a-riò”. Di quelle che poi chiamano “manifesto generazionale”. C’erano già le commesse dei negozi del centro, le tasse da pagare e il sentimentalismo malinconico – “cento milioni di cuori, cento milioni di matti” – su cui sarebbe stato bravissimo da lì in poi.

Sarà un uomo
(Forever, 1985)
La diffidenza per il deejay conobbe a un certo punto molta insistenza. Ci fu Joe Jackson (“I get tired of deejays”), ci furono gli Smiths e la loro soluzione estrema (“hang the deejay”), e ci fu Carboni, che qui saluta chi arriverà e chi se ne va: “e tutti quelli che voglion le orchestre, non si fidano dei deejay”.

Le nostre parole
(Forever, 1985)
Ha qualcosa di “Futura” di Lucio Dalla, nel modo in cui accelera verso la concitazione dell’accoppiamento, una telecronaca erotica. Ma la strofa è bellissima.

Silvia lo sai
(Luca Carboni, 1987)
«Sarà il verso iniziale “La maglia del Bologna sette giorni su sette” (...) quel pezzo mi schiude delle porte che non sapevo di avere. Tipo che d’improvviso sento nascere un calore nuovo, e comincio a pensare che sarebbe ora di prendersi una cotta per qualche ragazza, per esempio» (Gianluca Morozzi, L’Emilia o la dura legge della musica, Guanda).

Farfallina
(Luca Carboni, 1987)
Ci volle del coraggio per tormentare una strofa così dolce ed efficace con un ritornello ansiogeno e grave come “se-hai-bisogno-di-affetto!”. Ma il coraggio fu premiato, e la storia dolorosa del desiderio di amore di Farfallina andò meritatamente fortissimo.

Vieni a vivere con me
(Luca Carboni, 1987)
“Potremmo essere felici, fare un sacco di peccati”: quando poi sentite che eminenti porporati si scagliano contro l’indulgenza verso i piaceri della carne che si manifesta nella regione emiliana, è perché hanno sentito Luca Carboni.

Primavera
(Persone silenziose, 1989)
“Primavera” è un elenco di madeleines, una “Campi Flegrei” di Carboni. La malinconia del rivivere le emozioni di ragazzo, e del non saperle rivivere. “Lasciati andare alla vita, e non disperarti mai”.

Mare mare
(Carboni, 1992)
Pezzone estivo da juke-box, storia non convenzionale di un eccitato progetto marino finito in vacca:
Mare mare mare, cosa son venuto a fare, se non ci sei tu: no, non voglio restarci più. Mare mare mare, avevo voglia di abbracciare tutte quante voi, ragazze belle del mare. Mare mare mare, poi lo so che torno sempre a naufragare qui.
La tromba è di Mauro Malavasi, coautore delle musiche. Ne esiste anche una versione in greco, cantata assieme a Stefanos Korkolis.

L’amore che cos’è
(Carboni, 1992)
Voglio entrare nella tua vita!

& Ci vuole un fisico bestiale
(Carboni, 1992)

Nel 2008 Carboni registra la canzone a cappella in duetto con i Neri per caso. Nel 2013 il brano è stato rivisitato da Carboni per la raccolta Fisico & Politico in una nuova versione in duetto con Jovanotti.

Mi ami davvero
(Luca, 2002)
Amore e attualità giornalistica: lui chiede a lei se lo ama, ed enuncia a paragone una serie di questioni di cronaca, con effetto al limite dell’imbarazzante. Le cantasse un altro, le canzonette d’amore di Carboni, suonerebbero svenevoli, sdolcinate, roba da teenagers. Ma le canta lui: e diventano ballate fantastiche, che mettono di buonumore (avevo scritto “buonamore”, lapsus ovvio).


Brani citati
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L’attimo fuggente

Onesti cantautori di seconda fila, campioni da Festivalbar, meteore della musica leggera, onorate rock bands: per molti artisti italiani c’è stata una canzone stupenda, a un certo punto. A volte in mezzo ad altre buone cose, a volte in mez- zo al nulla. Ma quella, stupenda.

AA. Ma che bella giornata | Ugolino
(1968)
Ugolino, al secolo Guido Lamberti, raggiunse improvvisamente la notorietà con la canzone “Ma che bella giornata”, un brano che descriveva in tono scherzoso ed ironico la giornata di un uomo qualunque alle prese con i problemi della vita quotidiana. Ugolino che, ovviamente, dopo questo grande successo è praticamente sparito dalla scena musicale, è da molti considerato il “padre” del rock demenziale ed ispiratore di artisti quali Rino Gaetano.

Aria | Dario Baldan Bembo
(Aria, 1975)
Prima di diventare vergognosamente famoso per aver cantato “Amico è” sulla sigla di un quiz di Mike Bongiorno, Dario Baldan Bembo aveva lavorato e scritto musica per tutti (quella di “Minuetto” e “Piccolo uomo” di Mia Martini, e di “Amico” di Renato Zero, tra le altre) e portato al primo posto della hit-parade di Luttazzi una canzone bella, inconsueta e genere “I’m not in love” dei 10cc, cantata con il contagocce. Fu rifatta in inglese da Shirley Bassey con il titolo di “Born to lose”.

Domani domani | Laura Luca
(1978)
Laura Luca, milanese, diplomata in pianoforte, si presentò appena diciannovenne al Festival di Sanremo del 1978 con “Domani domani”, canzone scritta da Gian Pieretti.

Ma quale idea | Pino D’Angiò
(1980)
Una “meteora” molto particolare visto che ne furono vendute milioni di copie anche nel Regno Unito e in Spagna. “Ma quale idea” è inoltre considerata la prima canzone rap europea e parlava di uno sbruffone frequentatore di discoteche che raccontava delle sue conquiste femminili, ovviamente fasulle.

Maracaibo | Lu Colombo
(!981)
Canzone perfetta per i balli di gruppo e dunque va benissimo per essere suonata in due occasioni: o a Capodanno per fare il trenin oppure in spiaggia, dove è capace di far muovere tutti. Persino i più timidi. Comunque fu scritta da David Riondino.

Chiedi chi erano i Beatles | Stadio
(Chiedi chi erano i Beatles, 1984)
Fu grande l’idea del titolo e del modo di confrontare i tempi di chi la scrisse e quelli di chi doveva comprarla. “Scatto a mia nonna le ultime pose” è un bel verso, e la melodia anche. La cantarono anche Dalla e Morandi, ma quella originale è meglio.

Sotto questo sole | Ladri di Biciclette ft. Baccini
(1990)
In coppia con Baccini, un tormentone estivo di quelli duraturi, più della carriera della band di Paolo Belli.

La forza della vita | Paolo Vallesi
(La forza della vita, 1992)
La versione bella di Masini, partì con qualche canzone mega depressa per poi virare sugli inni motivazionali.

Dietro la porta | Cristiano De André
(Canzoni con il naso lungo, 1993)
“Ci sono novità, ci sono notti che per niente al mondo cambierei”, è la versione meno roboante di tutto un vecchio repertorio di proclami sui tempi che cambieranno. Ci arrivò secondo a Sanremo nel 1993.

T'appartengo | Ambra Angiolini
(T'appartengo, 1994)
Il singolo di successo di Non è la Rai, cantato da Ambra Angiolini ragazzina, che poi è diventata un'attrice molto stimata.

Primavera | Marina Rei
(Donna, 1997)
Era un classico della discomusic dei Real Thing, “You to me are everything”. Lei la tirò giù da qualche soffitta, ci mise su un testo sbilenco da teenagers, e ne fece una delle cose più ballabili della storia della musica italiana. E anche la sua “L’allucinazione” non è niente male.

Fiumi di parole | Jalisse
(1997)
Con questo brano i Jalisse ci vinsero addirittura il Festival di Sanremo. Il ritornello assomiglia in modo impressionante a quello di "Listen to your heart" dei Roxette, del 1988.

Acida | Prozac+
(Acidoacida, 1998)
Band pop punk italiana attiva fino al 2006. Questo pezzo lo conoscono tutti e quando parte, scatena anche i più tranquilli.

Frena | Carlotta
(Smack!, 2001)
Hit estiva del 2000.

Tre parole (2001) | Valeria Rossi
(Ricordatevi dei fiori, 2001)
Tormentone estivo dell’estate 2001, questa canzone portò alla ribalta Valeria Rossi anche fuori dal territorio nazionale grazie anche alle “tre parole” canoniche della canzone italiana: “sole, cuore, amore”.

www.mipiacitu | Gazosa
(Smack!, 2001)
I cocchini della Caselli, rimarranno sempre i primi ad aver sdoganato il mondo di internet nella canzone italiana.

La pesca | Tricarico
(Tricarico, 2002)
Formidabile affastellarsi di parole e giochi di parole, con refrain che si attacca addosso: “quanta tenerèzza, apro le mie mani con dolcèzza!”.

Cleptomania | Sugarfree
(Clepto-manie, 2005)
Gli Sugarfree sono diventati mega famosi grazie alla loro hit "Cleptomania" che ogni ramarro d'Italia ha dedicato almeno una volta alla donna amata nel 2005.

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AA. Ma che bella giornata | Ugolino

Ocean Colour Scene

(1989, Birmingham, Inghilterra)

Se gli Oasis fossero stati più creativi, sarebbero stati gli Ocean Colour Scene. Sono quattro (poi cinque, con qualche cambiamento), di Birmingham, forse la miglior band britannica ignorata dal mondo degli anni Novanta: grandi nelle ballate come nelle tirate rock, a metà tra i Beatles e Paul Weller, loro mentore.

The day we caught the train
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il loro singolo più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Lining your pockets
(Moseley Shoals, 1996)
Simon Fowler, cantante degli Ocean Colour Scene, in un momento soul in cui qualche critico ha sentito persino qualcosa di Randy Newman. E poi c’è il punto stupendo dove dice “all the things that I wanted....”.

Policemen and pirates
(Moseley Shoals, 1996)
But it doesn’t really matter when the judgements are said, ‘cause we all take our chances to find out romance is in some others bed
. Moseley Shoals, il secondo disco degli Ocean Colour Scene, è pieno di pezzi formidabili, e testi come questo, con tanto di Nerone e Ponzio Pilato.

The downstream
(Moseley Shoals, 1996)
Se faccio un film, ci metto questa canzone: nel momento in cui il protagonista è depresso per le cazzate che ha combinato e gli sembra che tutto sia perduto. Forse anzi finisce così, il film.

Better day
(Marchin’ already, 1997)
“Cosa mi aspetto dal tomorrow?” Bisogna avere sempre un po’ di diffidenza nei confronti delle accuse di plagio, che da un po’ di anni fioccano come funghi (crescono come api?). E allora, se è vero che la bella “Un giorno migliore” dei Lunapop comincia proprio identica a questa canzone degli Ocean Colour Scene, poi però il ritornello è diverso. E a leggere le note, “Un giorno migliore” risulta scritta da Cesare Cremonini, punto. Solo lui. C’è però un dettaglio che rende un po’ strana l’ipotesi della casualità: il titolo, della canzone.

< Hundred mile high city
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Profit in peace
(One from the modern, 1999)
“Profit in peace” è un potente inno pacifista, che gira attorno al concetto semplicistico ma sempre fondato della guerra come mezzo di interessi economici, enumerando tutti quelli che “non vogliono combattere più”, ma che dovranno continuare a farlo perché “con la pace non si guadagna”.

Families
(One from the modern, 1999)
Del voler bene ai bambini, che poi loro si ricordano.

We made it more
(Mechanical wonder, 2001)
Lentone sentimentale, con gli archi, e il modo in cui lui va via lontano su “ain’t gonna make another play today...”.

Golden Gate bridge
(North Atlantic drift, 2003)
“And I really hope to have you all my life” è un verso fantastico, semplice e poetico insieme. Gli fa da contraltare l’auspicio simile ma più netto di celebrare assieme “un cinquantaduesimo anniversario”. Grande refrain, bisognerebbe esserci quando la cantano in uno stadio.

Free my name
(A hyperactive workout for the flying squad, 2005)
Un wall-of-sound da portare via tutta la baracca e far scendere la gente affacciata ai balconi, e fiati in abbondanza: il primo singolo dal disco del 2005 degli Ocean Colour Scene era ancora perfetto per alzarsi la mattina e andare a conquistare il mondo, là fuori.


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