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Peter Gabriel

(1950, Chobham, Inghilterra)

Peter Gabriel divenne leggenda già con i Genesis, e convitato di pietra dei Genesis senza di lui, che intanto era andato a fare dischi bellissimi, a esplorare le musiche del mondo, a far diventare oro qualsiasi cosa fosse toccata dalla sua voce: anche le canzoncine dei film. Dei grandissimi della sua generazione, altrettanto impeccabile c’è solo Lou Reed. Ha comprato un albergo in Sardegna, dove si è sposato qualche anno fa, con Phil Collins come testimone.

& Here comes the flood
(I, 1977)
Forse il miglior pezzo di Peter Gabriel, malgrado lui l’avesse desiderata con un arrangiamento più sobrio, come poi comparve – più sofferta, meno impetuosa, altrettanto bella – nella raccolta Shaking the tree. Influenzata dalla lettura di Carlos Castaneda e da riflessioni sulla telepatia.

Solsbury Hill
(I, 1977)
La più efficace canzonetta pop del primo Peter Gabriel. Solsbury Hill si trova vicino a Bath, in Inghilterra. Il testo viene di volta in volta interpretato come una sorta di rivelazione religiosa, o come il racconto della sua separazione dai Genesis. Il riff di chitarra è una delle cose più contagiose della storia del rock, ma anche il passaggio sul cuore impazzito (“boom boom boom”) è memorabile. “Solsbury Hill” è sempre rimasta tra le preferite del suo autore. Pochi anni fa finì nella colonna sonora di Vanilla sky.

Indigo
(II, 1978)
Canzone di suicidio o di resurrezione, o probabilmente entrambi, dolcissima e appassionata: “ok, mi arrendo...”.

Home sweet home
(II, 1978)
Peter Gabriel che gioca con le sue voci e racconta una storia terribile di sarcasmo antidomestico. I due protagonisti fanno un bambino che non volevano, devono andarsene e trovarsi una casa (“home, sweet home”) ma le cose non funzionano e la vita è difficile. Lui un giorno torna a casa e lei si è buttata dalla finestra dell’appartamento all’undicesimo piano (”home, sweet home”). Quando riceve i soldi dell’assicurazione, gli sembrano così odiosi che decide di giocarli al casinò, e vince. E si compra una deliziosa casetta in campagna (“home, sweet home”), “un posto dove riposarsi e ripensare a tutte le cose che dicevamo, nella nostra casa, dolce casa”.

Family snapshot
(III, 1980)
La discussione tra i fans non si è mai sopita: la canzone parla di Arthur Bremer, che nel 1972 cercò di uccidere il governatore razzista dell’Alabama George Wallace, o dell’assassinio di JFK? Probabilmente di tutti e due.

Biko
(III, 1980)
“September seventyseven, Port Elizabeth, weather fine”. Sono il mese e il luogo in cui Stephen Biko, militante anti-apartheid in Sudafrica morì in carcere in seguito a un pestaggio della polizia. Il coro che apre e chiude la canzone è un canto funebre sudafricano. “Biko” fu il primo passo mosso da Gabriel verso la World Music di cui si occupò intensamente negli anni successivi. Ne esiste una mediocre cover dei Simple Minds.

Games without frontiers
(III, 1980)
If looks could kill, they probably will
In games without frontiers, war without tears

San Jacinto
(IV/Security, 1982)
“San Jacinto” è un racconto, sceneggiato, sullo spappolamento della cultura degli indiani d’America a contatto con quella dei bianchi. Gran lavoro musicale, e teatrale nello sviluppo, è stupenda quando Gabriel decide di mollare tutto su “I hold the line!”.

Wallflower
(IV/Security, 1982)
Fu ispirata dalle storie dei prigionieri torturati sotto la dittatura di Pinochet (secondo altre versioni, dalla detenzione di Lech Walesa). Nel 1990 Gabriel la cantò a Santiago del Cile assieme agli Inti Illimani. Come altre canzoni di Gabriel, compare nella colonna sonora di Birdy in una versione strumentale.

Sledgehammer
(So, 1986)
La più efficace canzonetta pop del secondo Peter Gabriel, che gli valse un inedito successo commerciale e radiofonico soprattutto in America (dove “spodestò” dal numero uno “Invisible touch” dei Genesis). Una ennesima rivoluzione nei suoi suoni, con un tono soul anni Sessanta e l’introduzione di ritmi e fiati che fecero storcere il naso ad alcuni fans, sospettosi persino che ci fosse un’imitazione del malvisto Phil Collins (suo socio e poi erede nei Genesis). Molte allusioni erotiche nel testo: sledgehammer è un mazzuolo da lavoro. Il video è stato premiato da MTV come uno dei più innovativi nella storia dei video.

& In your eyes
(So, 1986)
Suoni africani e grandi cambi di ritmo in corsa, “In your eyes” andrebbe ascoltata dal vivo. A parte la versione extended pubblicata sul 12”, ce n’è una da undici minuti e mezzo in Secret world live, con tutta la band scatenata.

Don’t give up
(So, 1986)
Descrive la disperazione di un uomo che si sente isolato e sconfitto dal sistema economico, e il supporto e il consiglio saggio è cantato da Kate Bush nel ritornello. C'erano due video musicali per questa canzone. Il primo consisteva in un'unica scena dove i due cantanti si abbracciano, mentre il sole entra in eclissi totale e riemerge. Il secondo mostra i volti di Gabriel e di Bush che si sovrappongono ad un filmato di una città e delle sue persone in rovina.

Don’t break this rhythm
(Sledgehammer EP, 1986)
Peter Gabriel ha spesso parcheggiato dei piccoli capolavori sui lati B dei suoi singoli. Questo è fantastico quando lui distende il refrain, “don’t break this rhythm, don’t break this motion...”. Un’altra chicca introvabile sui dischi maggiori è “Curtains” (era il lato B di “Big time”, fu usata poi nel videogame Myst IV).

& Secret world
(Us, 1992)
Dai Genesis in poi, Gabriel ha sempre dato molto nei concerti e nei relativi dischi dal vivo. In Secret world live allunga ancora la già lunga “Secret world”, con evoluzioni affascinanti. La pausa dopo i sei minuti è il momento migliore: “a cosa stavamo pensando?”.

Digging in the dirt
(Us, 1992)
Parla di sé, di guardarsi dentro, di psicanalisi. Come in altre canzoni di Gabriel (per esempio, “In your eyes”), è fantastico il cambio di ritmo liberatorio tra la strofa e il refrain.

Party man
(Virtuosity, 1995)
Virtuosity era un film di fantascienza con Denzel Washington (acutamente ribattezzato in Italia Virtuality), di cui non si ricorda niente se non la bella canzone di Peter Gabriel, scritta assieme a Tori Amos.

Make tomorrow
(OVO, 2000)
Nel 2000 Peter Gabriel pubblicò un’opera a cui aveva lavorato negli anni precedenti e che sarebbe servita come colonna sonora di uno show ospitato nello sfortunato Millennium Dome londinese, la spettacolare struttura costruita lungo il Tamigi per le celebrazioni del Duemila e poi tormentata da problemi economici e di gestione e da polemiche di ogni genere. Nelle canzoni raccolte sul disco, Gabriel coinvolse tra gli altri Paul Buchanan dei Blue Nile e Richie Havens, che cantano con lui in “Make tomorrow”.

The Barry Williams Show
(Up, 2002)
Pezzone che eredita la lezione di “Sledgehammer”, tutto ritmo e fiati, a proposito delle depravazioni dei talkshow americani tipo Jerry Springer, e delle meschinità familiari messe in piazza. L’attore che fa Barry Williams nel video si chiama davvero Barry Williams e recitava nella serie televisiva La famiglia Brady.

The drop
(Up, 2002)
La metafora del guardare il mondo dall’aereo, in questa vaghezza, non è chissà quale ideona. Ma il pezzo è bello, all’antica: solo Peter Gabriel e il pianoforte, a chiudere notturnamente (“watching as the sun goes down”) il suo primo disco in dieci anni.

Book of love
(Shall we dance, 2004)
La canzone dei Magnetic Fields fu interpretata da Peter Gabriel per la colonna sonora di Shall we dance, una sciacquettata con Richard Gere. E gli diede l’occasione di cantare stupendamente una semplice, perfetta, canzone d’amore.

My body is a cage
(Scratch my back, 2010)
Cover del brano degli Arcade Fire, del 2007.


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Bryan Adams

(1959, Kingston, Canada)

Bryan Adams è quel chitarrista canadese piccoletto col ciuffo che ha portato un rock da ragazzini in cima alle classifiche, ha scritto decine di canzoni inutili per quasi tutti i cantanti mainstream americani, ha avuto fidanzate notevoli e poi si è buttato a fare il fotografo di celebrities. Non lo si confonda col più valido Ryan Adams. Ma in macchina, certe estati, alcune sue vecchie cose sono ancora piacevoli.

Cuts like a knife
(Cuts like a knife, 1983)
Erano gli anni Ottanta, il rock dei ragazzotti di allora era questo, o gli Europe di “The final countdown”: bisogna essere indulgenti.

Summer of ’69
(Reckless, 1984)
Considerato che nell’estate del ’69 lui aveva nove anni, la pretesa che abbia suonato allora nella sua prima band e fatto lo scemo con la sua prima ragazza suona un po’ implausibile. Da qui (e dal conclusivo equivoco “me and my baby in 69”) l’ipotesi che quel 69 non sia un anno.

Somebody
(Reckless, 1984)
“I need somebody (somebody like you), everybody needs somebody”: siamo un po’ al livello di cuore e amore dal punto di vista dell’originalità, però si canticchia, e lui sembra così convinto che pare brutto disturbare.

Heaven
(Reckless, 1984)
Gli americani usano questo termine: “power ballad”. Sta per canzonaccia sentimentale ma con un robusto tono rock piuttosto convenzionale. Secondo il sito Allmusic.com, “Heaven” è il paradigma della power ballad.

Ain’t gonna cry
(Reckless, 1984)
Insomma, non fosse stato per la vocetta, un po’ di casino rock l’avrebbe saputo fare anche lui, no?

(Everything I do) I do it for you
(Waking up the neighbours, 1991)
Dalla musica di quella baracconata che fu il Robin Hood con Kevin Costner, un piagnisteo irresistibile composto assieme al Mida delle colonne sonore Michael Kamen, che però fu insoddisfatto della disomogeneità con la colonna sonora: e la canzone finì sui titoli di coda. Ciò nonostante, divenne uno dei singoli più venduti nella storia della musica mondiale.

Back to you
(MTV Unplugged, 1997)
Un bel rocchettino allegro e ispirato: gliene sono successe di tutte, ma poi ha trovato lei e lei l’ha aiutato e gli ha mostrato come fare, e insomma ecco perché sta tornan-do da lei, con tutte le solite metafore naturalistiche: il mare, le stelle eccetera.


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Goodbye

Le canzoni danno un milione di spunti per suggerirci le parole per dire addio, o arrivederci. Le scuole di pensiero sono due, quando copiate queste frasi in fondo a quella lettera melodrammatica che sapete: citare la fonte, o no. Vedete voi.

Goodbye is all we have | Alison Krauss
(Lonely tuns both ways, 2004)
Goodbye is all we have.

Everytime we say goodbye | Ella Fitzgerald
(Ella Fitzgerald sings the Cole Porter songbook, 1956)
Everytime we say goodbye, I die a little.
Nella discografia di Ella Fitzgerald occupa uno spazio rilevantissimo la serie dei Songbooks, gli album dedicati interamente all’interpretazione degli standards di un grande autore americano. Il più riuscito è quello in cui lei canta le canzoni di Cole Porter, anche per merito di Cole Porter. Quando fu inciso, Cole Porter era ancora vivo, e lo ascoltò. Lui commentò: «Ehi, questa ragazza ha una dizione perfetta!». "Everytime we say goodbye" è la sua più bella canzone d’amore. A parte le molte versioni jazz, l’hanno cantata i Simply Red e Annie Lennox che, complice un’elegantissimo arrangiamento di pianoforte e fisarmonica, ne fece una versione bellissima (AA.).

Seconds | U2
(War, 1983)
It takes a second to say goodbye, say goodbye.

Goodbye | Tracy Chapman
(Let it rain, 2002)
It’s all in the one word that stops and steals the time. Goodbye.
Stupenda e cullante analisi semantica di una parola, di quel che significa per te, di quel che significa per me, “una parola che ferma il tempo e se lo porta via”: goodbye.
Though you’ve tried to be kind
It’s all in the words from the lips that once touched mine with a sigh. Goodbye.

Reason is treason | Kasabian
(Kasabian, 2004)
Here comes the morning that’ll say goodbye.

Back around | Ani DiFranco
(Puddle dive, 1993)
Just kiss my cheek and say goodbye, I never really go anywhere anyway.

Say goodbye | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Once you said goodbye to me, yeah, now I say goodbye to you.
Chi la fa la aspetti!

BB. Goodbye | Mark Eitzel
(Caught in a trap and I can’t back out ‘cause I love you too much, baby, 1998)
I’m tired to the bone, of always telling you goodbye.
Ballata triste, con tutta la chitarra e tutta la voce di Eitzel: il quale, in mezzo a piccole cose che continuano a fare come se niente fosse, racconta di essere stanco di dirsi addio.

Goodbye cruel world | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Goodbye cruel world, I’m leaving you today. Goodbye, goodbye, goodbye.

Visions of angels | Genesis
(Trespass, 1970)
Visions of angels all around, dance in the sky, leaving me here, forever goodbye.

Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
I’m sorry everyone, I’m tired of feeling nothing, goodbye.
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.

We said hello goodbye | Phil Collins
(No jacket required, 1985)
Turn your head and don’t look back. Set your sails for a new horizon. Don’t turn around don’t look down.

Till the next goodbye | The Rolling Stones
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Till the next time we say goodbye, I’ll be thinking of you.

Man of the hour | Pearl Jam
(Big fish, 2003)
I feel that this is just goodbye for now.
Fu incisa per la colonna sonora di Big Fish, il film di Tim Burton, e poi inserita in una raccolta dei Pearl Jam, Rearview Mirror. “L’uomo del momento” è il padre a cui il protagonista della canzone dice addio (c’è un altro famosissimo man of the hour nella storia del rock, in Family snapshot di Peter Gabriel). In concerto, Eddie Vedder di solito la dedica a Johnny Ramone, alla memoria.

Hey, that’s no way to say goodbye | Leonard Cohen
(Songs of Leonard Cohen, 1968))
Hey, that’s no way to say goodbye.
“Hey, non c'è modo di dire addio”

Goodbye | Alicia Keys
(Songs in A Minor, 2001)
So how do you find the words to say to say goodbye if your heart don’t have the heart to say to say goodbye?
Ovvero: “Come le trovi le parole per dire addio, se il tuo cuore non ha cuore di dire addio?”. Quasi uno scioglilingua.

& Say hello, wave goodbye (7" & 12" versions) | Soft Cell
(Non stop erotic cabaret, 1981)
Take your hands off me. I don’t belong to you, you see. Take a look at my face for the last time. I never knew you, you never knew me. Say hello goodbye. Say hello wave goodbye.

Say hello, wave goodbye | David Gray
(White ladder, 1999)
Era giá una stupenda canzone dei Soft Cell, a cui mancava di essere sottratta alla patina melodrammatica e un po’ kitsch propria degli arrangiamenti di quel tempo. Ci pensó David Gray. La rese acustica, solo lui, la chitarra e una base quasi trasparente, e la tiró in lungo per nove minuti. Il testo è stupendo, monologo di una storia borderline nata male e finita male, e dell’orgoglio di chiuderla.
Quanto a me, beh, troveró qualcuno che non si venda per poco. Una casalinga carina che mi offra una vita tranquilla e senza idee strane in testa.

Goodbye my love, goodbye | Demis Roussos
(Forever and ever, 1973)
Goodbye my love goodbye, goodbye and au revoir, as long as you remember me I’ll never be too far.

Bye bye love | The Everly Brothers
(singolo, 1957)
Bye bye love, bye bye happiness. Hello loneliness. I think I’m-a gonna cry.

Goodbye my lover | James Blunt
(Back to Bedlam, 2005)
Goodbye my lover, goodbye my friend, you have been the one, you have been the one for me.

Someone said goodbye | Enya
(Amarantine, 2005)
Give me a reason why you never want to say goodbye.
Summer. When the day is over there’s a heart a little colder; Someone said goodbye, but you don’t know why.

Sweetest goodbye | Maroon 5
(Songs about Jane, 2008)
Give me the sweetest goodbye that I ever did receive.

Time to say goodbye (Con te partirò) | Sarah Brightman & Andrea Bocelli
(Fly, 1995)
It’s time to say goodbye.

Song to say goodbye | Placebo
(Meds, 2005)
It’s a song to say goodbye.

Goodbye baby | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Goodbye baby. I hope your heart’s not broken. Don’t forget me.

Goodbye to love | American Music Club
(If I were a Carpenter, 1994)
I’d say goodbye to love. There are no tomorrows for this heart of mine.
La canzone era dei Carpenters, ma nel momento in cui Eitzel canta “but now this is my song”, il verso significa esattamente quello che dice. Stupenda e dolceamara nel raccontare la disillusione su un ritmo allegro, parla dell’addio ai travagli sentimentali e alla sofferenza amorosa: “loneliness and empty days will be my only friend”.

Last goodbye | Jeff Buckley
(Grace, 1994)
This is our last goodbye. I hate to feel the love between us dieb but it’s over.
Nel disordine sofferto e trascinato delle canzoni di Grace, "Last goodbye" è quasi convenzionale e ammodino, con un robusto giro di basso e una chitarra promettente: ha una sua compiutezza e vivacità, pur raccontando un amore finito.

Hello, goodbye | The Beatles
(Magical mystery tour, 1967)
I don’t know why you say goodbye, I say hello.

Insieme a te non ci sto più | Caterina Caselli
(singolo, 1968)
Arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là... finisce qua-a-a-a.
Questa è la versione ricantata dalla Caselli nel 2006 per il film Arrivederci amore ciao di Michele Soavi.

Ciao amore, ciao | Luigi Tenco
(singolo, 1967)
Ciao amore, ciao amore ciao.

Arrivederci a questa sera | Lucio Battisti
(Una giornata uggiosa, 1980)
Arrivederci a questa sera. Almeno spero di rivederti. Quello che hai detto l'ho già scordato. Mi piacerebbe che anche tu.

Arrivederci | Chiara Civello
(Canzoni, 2014)
Arrivederci, esco dalla tua vita, salutiamoci. Arrivederci, questo sarà l'addio, ma non pensiamoci. Con una stretta di mano da buoni amici sinceri ci sorridiamo per dirci: arrivederci.
Famoso brano del 1959 diUmberto Bindi, qui nella cover di Chiara Civello.

Goodbye kiss | Kasabian
(Velociraptor!, 2011)
I hope someday that we will meet again.
«Non avevo mai scritto una canzone così prima d'ora. Da molto tempo avevo quella bella melodia nel cassetto e non sapevo cosa farne. Ha un feeling alla Phil Spector, o alla Burt Bacharach. Parla di una storia d'amore autodistruttiva: di quelle che per un po' vanno bene, ma che si sa che non potrà durare se non si vuole che qualcuno faccia una brutta fine. È una canzone da cantare a tarda notte, abbracciato ai tuoi amici.»

Goodbye stranger | Supertramp
(Breakfast in America, 1979)
Goodbye stranger it's been nice. Hope you find your paradise. Tried to see your point of view. Hope your dreams will all come true.
Breakfast in America vendette montagne di copie ed è uno dei bestsellers più impeccabili di quegli anni. Alla fine, le due canzoni più note – “Breakfast in America” e “The logical song” – sono quelle che mostrano più la corda degli ascolti straripetuti. All’altro singolo assai sdolcinato, “Goodbye stranger”, invece si resta affezionati, con quel ritornello da Bee Gees incollato addosso.

Too good at goodbyes | Sam Smith
(The thrill of it all, 2017)
I'm way to good at goodbyes.
C'è chi è un esperto ...

Goodbyes | Post Malone ft Young Thug
(Hollywood's bleeding, 2019)
I'm no good at goodbyes.
... e chi no.

Never can say goodbye | Gloria Gaynor
(Never can say goodbye, 1975)
I never can say goodbye...no,no,no. I keep thinkin' that our problems soon are all gonna work out.
Brano originariamente dei Jackson 5, che la Gaynor rifece 4 anni con un arrangiamento disco più consono al suo stile.

Bigmouth strikes again | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Goodbye, and thank you. Goodbye.

Rivederci e grazie | Amedeo Minghi
(La vita mia, 1989)
Arrivederci e grazie.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Everytime we say goodbye | Annie Lennox


BB. Goodbye | Mark Eitzel

La musica che gira intorno

Voi pensate a una canzone, tipo "All by myself" di Eric Carmen. Ve la ricordate? Era quella melassa formidabile degli anni Settanta di cui non ci siamo più liberati a ogni occasione buona, una specie di “notte alta e sono sveglio” degli americani (il che la dice lunga sulle proporzioni artistiche tra noi e gli americani) che citava Rachmaninov.

E vi viene in mente quell’altra citazione classica, quella della Patetica di Beethoven nella melensa "This night" di Billy Joel. Oppure Coolio che in "C u when you get there" rifà rap le reiterazioni del Canone di Pachelbel.

E di violini e orchestre in violini e orchestre vi ricordate di Music di John Miles, capolavoro barocco del pop di trent’anni fa a cui "Winding me up" di Alan Parsons è lontanamente paragonabile.

Beh, e vogliamo parlare della versione lunga, sontuosa, di "MacArthur Park" di Donna Summer, la "MacArthur Park suite"? Della "Don’t let me be misunderstood" lunga dei Santa Esmeralda che Tarantino ha poi ripescato per la colonna sonora di Kill Bill? O dell’attacco di archi della versione lunga di "The power of love" dei Frankie Goes to Hollywood?

Ma anche la mediocre "I want your sex" di George Michael, quando poi la allungano e la rilassano, ne combina delle belle. Che le canzonette sono brevi, e spesso danno il meglio con quel che vi si appiccica per allungare: l’introduzione nella versione extended di "Smalltown boy" deiBronski Beat, la coda liberatoria di "Layla" di Eric Clapton o quella di "Sultans of swing" che i Dire Straits facevano solo dal vivo, col sassofono che uàu. E quando scopriste che nel cd c’era un’intro meravigliosa di "Your latest trick" dei Dire Straits che nel vinile non c’era?

Beh, e gli ultimi tre minuti di pianoforte nello "Stambecco ferito" di Venditti? E allora – non è una coda, no – ma vi viene in mente il momento straordinario in cui Jackson Browne passa da "The load-out" a "Stay", dove dice al pubblico “people stay, just a little bit longer…”. E poi l’entrata di "Afterglow" nel medley finale del live dei Genesis, quello post Peter Gabriel.

Voi pensate ad "All by myself" alla radio che ascoltavate da bambini. Che per annunciare cosa facevano al cinema, mettevano in sottofondo "Us and them" dei Pink Floyd, ma usavano anche un sacco "Falcon" della Rah Band e il tema di Shaft di Isaac Hayes.

Voi pensate a una canzone.


& All by myself | Eric Carmen
(Eric Carmen, 1975)
Per quelli che da ragazzi trovavano la musica classica “da vecchi”, fu una rivelazione scoprire che il passaggio chiave nella stupenda e supermelensa "All by myself" era di Rachmaninov, veniva da Concerto per pianoforte n.2, del 1901.
When I was young,
I never needed anyone
And making love was just for fun
Those days are gone

& This night | Billy Joel
(An innocent man, 1983)
Parte del brano è basata sul Secondo movimento della Sonata per pianoforte n. 8 (Patetica) di Ludwig van Beethoven (1798), che è anche accreditato tra gli autori.

& C u when you get there | Coolio
(My soul, 1997)
Coolio rifà rap le reiterazioni del Canone e giga in re maggiore di Johann Pachelbel, del 1653.

Music | John Miles
(Rebel, 1976)
Capolavoro barocco del pop di quarant’anni fa.

Winding me up | The Alan Parsons Project
(Eve, 1979)
Questa è fantastica. Suono di carica del carillon, carillon, strofa precipitosa e ritornello leggero, estivo. E poi la madre di tutti gli assoli strumentali dell’Alan Parsons Project, con il tema ripetuto in arrangiamenti crescenti: archi, flauti, pianoforte, fiati.

MacArthur Park suite | Donna Summer
(Live and More, 1978)
Formidabile supermix costruito intorno alla cover di "MacArthur Park" (scritta da Jimmy Webb nel 1968) con l’aggiunta di "One of a kind" e "Heaven knows". Diciassette minuti. MacArthur Park è a Los Angeles, per i feticisti.

MacArthur Park | Jimmy Webb
(1967)

& Don’t let me be misunderstood | Santa Esmeralda
(singolo, 1977)
Nel 1977 i Santa Esmeralda debuttarono con una versione disco di "Don’t let me be misunderstood", che saccheggiava l'arrangiamento dei The Animals ed aggiungeva ritmi ed elementi tipici della musica latino-americana. Nel 2003 la cover dei Santa Esmeralda acquistò nuova popolarità grazie al suo utilizzo nella scena finale del film Kill Bill Vol.1. Nel film infatti il duello fra la sposa e O-Ren Ishii è accompagnato da una lunga versione strumentale della canzone di oltre dieci minuti.

Don’t let me be misunderstood | The Animals
(singolo, 1965)

& The power of love | Frankie Goes To Hollywood
(Welcome to the pleasuredome, 1984) Appena uscito il doppio disco in cui erano stati inseriti i primi due singoli, fu pubblicato il terzo, di tutt’altro tenore. "The power of love" è un lento enfatico e orchestrale, di formidabile impatto cinematografico. Stavola niente sesso, niente violenza, e un’uscita alla vigilia di Natale: una mossa geniale quanto le precedenti. Nella versione di nove minuti e mezzo, del 12” c’erano un lungo prologo strumentale e un parlato di Holly Johnson preceduti da un attore che ricostruiva il breve monologo sdegnato del deejay Mike Read su "Relax" (“this record is absolutely obscene, I’m not going to play this record”).

I want your sex (Pts 1 & 2) | George Michael
(Faith, 1987)
Questa è un formidabile accrocchio dance, godibile solo nella versione di nove minuti (altrimenti perde moltissimo, ed è solo una canzoncina ripetitiva) che è all’altezza di certi spettacolari extended del tempo della disco, con fiati rhythm’n’blues e passaggi marvingayeani. Subì pesanti censure, malgrado sia un manifesto a favore della monogamia: “sex is best when it’s one-on-one”.

& Smalltown boy | Bronski Beat
(The age of consent, 1984)
Capolavoro pop, fece il botto nel 1984 con la voce formidabile di Jimi Somerville e la storia di persecuzioni di un giovane omosessuale inglese (il video rincarava indimenticabilmente la dose). La versione lunga ha tre minuti di prologo lento, imperdibili.

& Layla | Derek & The Dominos
(The History of Eric Clapton, 1972)
A quei tempi la band di Clapton si chiamava Derek and the Dominoes: si erano messi insieme dopo aver lavorato al primo disco di George Harrison. E Clapton era innamorato della moglie di George Harrison, Patti. Già. "Layla" (nome preso alla protagonista di un poema persiano) è lei, e non ne voleva sapere. E George Harrison era un grande amico di Clapton. Quindi dentro "Layla" c’è tutto questo tormento, che produce uno dei più grandi riff di chitarra della storia (creato da Duane Allman degli Allman Brothers) e la geniale invenzione della coda di pianoforte. Come se non bastasse, degli esecutori della canzone uno morì di lì a un anno, uno dieci anni dopo, e uno fu arrestato per omicidio. E Clapton passò un lungo periodo fulminato dall’eroina. Aspettate: nove anni dopo Patti ed Eric si sposarono (si separarono dopo altri nove anni, quando lui si mise con Lory del Santo). George Harrison suonò al matrimonio. Passò altro tempo, "Layla" finì sui titoli di coda di Goodfellas, e la canzone rinacque nuova, addomesticata e blues nel disco dal vivo Unplugged.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #27 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

& Sultans of swing | Dire Straits
(Dire Straits, 1978)
Fece un inatteso botto alcuni mesi dopo l’uscita del primo disco dei Dire Straits. Non ha la forma di regina delle classifiche, il ritornello praticamente non esiste, e ha un andamento monotono, ripetitivo e segnato solo dall’invadenza delle chitarre. Cose che, grazie al cielo, capitano. Negli anni, Knopfler si è divertito parecchio con l’assolo, che con la coda di pianoforte e sassofono, dura dieci minuti e passa.

Your latest trick | Dire Straits
(Brothers in arms, 1985)
Bel-lis-si-ma. Paraculissima, ruffiana, jazzata da intorto. Bel-lis-si-ma, sì. Imperdibile il prologo col sax, che su alcune versioni del vinile mancava. E come suona caramella in bocca “like a bowery-bum when he finally understand”.

Lo stambecco ferito | Antonello Venditti
(Lilly, 1975)
Dieci minuti, una storia, una suite. Il passaggio di pianoforte è all’altezza di Keith Jarrett. Bracconieri, soldi in Svizzera, allegorie, e stambecchi. «Mi ricordo che nello stadio di San Siro nel ’92, in uno stadio che aveva voglia di cantare, di essere felice, di far caciara, ho cantato Lo stambecco ferito. A volte sentire 70 mila persone ammutolire è più importante che sentirle applaudire».

& The load out / Stay | Jackson Browne
(Running on empty, 1977)
Duetto perfetto, che chiude e riassume la raccolta di registrazioni live che si chiamò Running on empty. Prima viene un fantastico racconto di vita in tournée (“dobbiamo guidare tutta la notte per uno show a Chicago, o a Detroit, chi si ricorda…”), e poi senza soluzione di continuità si sfocia nella cover di una deliziosa canzonetta degli anni Sessanta scritta da Maurice Williams, cantautore soul, a soli 13 anni. In cui Williams insisteva perché la sua fidanzatina rimanesse ancora un po’ con lui: Browne invece rivolge la preghiera al suo pubblico, parafrasando i passaggi opportuni. Con divertissements vocali e un classicissimo giro di chitarra (quello di "La gatta") a mandare tutti a casa.

Afterglow | Genesis
(Wind and wuthering, 1976) Il più bel pezzo dei Genesis post-Gabriel, straordinaria canzone conclusiva nel suono e nel testo (“come la polvere che mi si deposita attorno, devo trovare una nuova casa”), scritta da Tony Banks e amata anche dagli orfani inconsolabili di Peter Gabriel. In Three sides live Phil Collins la canta a squarciagola, travolgentemente – “oh, but I will search everywhere, just to hear your call!” – e conclude a far casino con la batteria.

Us and them | Pink Floyd
(The dark side of the moon, 1973) Noi e loro, i buoni e i cattivi, lo scontro di civiltá, la riga in mezzo: era tutto giá detto, in quest’altra cosa unica e leggendaria da The dark side of the moon.

Falcon | RAH band
(1980)
Mitico pezzone strumentale buono per mille sigle e sottofondi radiofonici nei primi anni Ottanta. Era un produttore inglese, Richard Anthony Hewson (lavorò coi Beatles, i Supertramp, Diana Ross, solo a dirne tre), e diede le sue iniziali al progetto.

Theme from Shaft | Isaac Hayes
(Shaft, 1971)
Isaac Hayes ne ha fatte parecchie, dal cantante, all’attore (era il Duca in 1997, Fuga da New York), al sostenitore di Scientology, alla voce di Chef in South Park. Ma soprattutto ha vinto un Oscar per un pezzo funkissimo e mitologico, scritto per la colonna sonora di Shaft.

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