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Plagi d'autore

Senti qui. Brani bellissimi. Ma ascoltando attentamente (neanche tanto) ecco emergere le somiglianze con altri brani che ti è capita di sentire, composti anche 100, 200, 300 anni prima. Copiare è un’arte. Per qualcuno: Arte è copiare?

& Can’t help falling in love | Elvis Presley
(Blue Hawaii, 1961)
Grande successo mondiale di Elvis. La melodia è quella di "Plaisir d'amour" scritta da Jean-Paul-Égide Martini (detto Martini il Tedesco) nel 1795. Si dice che questa fosse la canzone preferita della regina Maria Antonietta e che il popolo la sentisse cantarla nella sua prigione nel palazzo delle Tuileries dove attendeva di essere ghigliottinata. Maria Antonietta & Elvis, che coppia!
Plaisir d'amour ne dure qu'un moment, chagrin d'amour dure toute la vie.....

& Angelica | Lamb
(Between darkness and wonder, 2003)
Un drago dei suoni e una cantante, si sono separati nel 2004. Sono di Manchester, cresciuti al tempo dei Portishead e dei Massive Attack. “Angelica” è una cosa di pianoforte e computers. Il brano ‘campionato’ è tratto da "Clair de lune" di Claude Debussy.

& La soledad | Pink Martini
(Sympathique, 2006)
Thomas Lauderdale, leader dei Pink Martini, è anche un brillante pianista, che interpreta assai bene i brani classici a volte incorporati nella musica del gruppo. In questo caso si tratta dell’Andante Spianato, Op. 22 di Chopin.

& Insensatez | Antonio Carlos Jobim
(The composer of Desafinado, Plays, 1963)
"Insensatez" (di solito tradotto in inglese "How insensitive", sebbene la parola portoghese significhi ‘assurdità’ o 'follia’) è una bossa nova jazz composta da Antônio Carlos Jobim, con parole di Vinícius de Moraes. La melodia è liberamente ispirata sul Preludio No.4 di Frédéric Chopin.
Ne esistono talmente tante notevoli cover che ne ho fatto una playlist ...


& La canzone dell’amore perduto | Fabrizio De André
(Tutto Fabrizio De André, 1966)
Vorrei dirti ora le stesse cose
Ma come fan presto, amore,
ad appassir le rose
Così per noi
È come lui aggiunge “amore”. Se ci fate caso non c’era bisogno, stando alla metrica: si poteva chiudere su “presto”. Invece lui dice “come fan presto, amore”, ed è tutto lì. Sempre che non vogliamo parlare di “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai”, e di come canta in salita “ma sarà la prima che incontri per strada”.
La musica era del compositore tedesco Georg Philipp Telemann: l'Adagio del Concerto in Re maggiore per tromba, archi e continuo.

& Russians | Sting
(The dream of the blue turtles, 1985)
Un ticchettìo di orologio, quasi a ricordare la precarietà del tempo, introduce una melodia sontuosa che riprende un tema di Sergej Sergeevič Prokofiev, Lieutenant Kije Suite, Op. 60, II Mov. Romance.
Russians love their children too

& A groovy kind of love | Mindbenders
(singolo, 1965)
"A groovy kind of love" è una canzone basata, per quel che riguarda la melodia, sulla Sonatina in Sol Maggiore, op. 36 no. 5, III mov., Rondò di Muzio Clementi. Fu portata al successo nel 1965 dai Mindbenders. In seguito il brano è stato registrato da numerosi altri cantanti, tanto che anche qui serve una playlist.


& All by myself | Eric Carmen
(Eric Carmen, 1975)
Per quelli che da ragazzi trovavano la musica classica “da vecchi”, fu una rivelazione scoprire che il passaggio chiave nella stupenda e supermelensa "All by myself" era di Rachmaninov, veniva da Concerto per pianoforte n.2.
When I was young,
I never needed anyone
And making love was just for fun
Those days are gone

& Could it be magic | Donna Summer
(A love trilogy, 1976)
Scritta nel 1973 da Barry Manilow attingendo al Preludio in Do minore op.28 n.20 di Chopin, del quale sarebbe interessante conoscere il parere. L’album, A love trilogy, è un raro caso di LP di culto e quasi-concept proveniente dal genere disco.

& This night | Billy Joel
(An innocent man, 1983)
Al secondo 58 parte la citazione dalla Patetica di Beethoven.

& C u when you get there | Coolio
(My soul, 1997)
Coolio rifà rap le reiterazioni del Canone e giga in re maggiore di Johann Pachelbel, del 1653.

& Rain and tears | Aphrodite’s Child
(End of the world, 1968)
"Rain and tears" è un brano musicale scritto da Vangelis, adattamento (di nuovo!) del Canone e giga in re maggiore per tre violini e basso continuo di Johann Pachelbel.

& Un chimico | Morgan
(Non al denaro, non all’amore né al cielo, 2005)
Morgan nel 2005 ha fatto un album composto interamente dalle cover dei brani dell'omonimo album di Fabrizio De André, ispirato alla raccolta di poesie Antologia di Spoon River.
Dopo la quarta strofa vengono inserite sedici misure del Canone di Pachelbel eseguite dagli archi.

& Everytime | Glen Hansard
(Even better than the real thing Vol.2, 2004)
"Everytime" è una brano di Britney Spears del 2004. Nello stesso anno Glen Hansard ne ha fatto una bella cover, che nel minuto finale rende evidente l'ispirazione (ancora!) dal Canone di Pachelbel.

& All this time | Sting
(The soul cages, 1991)
La cultura musicale di Sting ha colpito ancora. Infatti il contrappunto melodico di "All this time" altro non è che|la Marcia del Principe di Danimarca composta nel 1699 da Jeremiah Clarke.

Playlist

Quarantunes: le precauzioni

Continua da Quarantunes: i sintomi. La serie completa consiste in: la pandemia, i sintomi, le precauzioni e infine la ripartenza.

Every breath you take | The Police
La canzonetta perfetta dei Police. Un po’ troppo melensa per i fans duri e puri: malgrado Sting abbia poi confermato la possibilità che parli di uno stalker piuttosto che di un premuroso fidanzatino di Peynet. Ma c’è quel giro di chitarra, da esporlo in un museo. Fu un successone: si dice che Sting guadagni 2000 dollari al giorno solo dalla sua programmazione sulle radio americane. Anni dopo, tornò in auge con una rielaborazione hip-hop di Puff Daddy ().

Il cielo in una stanza | Gino Paoli

Altrove | Morgan
Da Canzoni dell'appartamento. E dove se no?

Apartment story | The National
Nelle ultime 4 settimane sono diventato un profondo conoscitore del mio appartamento.

Faccio la mia cosa | Frankie Hi-Nrg
"Nella casa". E dove se no?!?

Work from home | Fifth Harmony, Ty Dolla $ign

U can't touch this | MC Hammer

Wash | Bon Iver

Afraid of everyone | The National
"Paura di tutti". Quella che era una critica severa della cultura mediatica che prospera sulla paura, ora è ancora più attuale

Don’t stand so close to me | The Police
Ancora quegli ipocondriaci dei Police. Non starmi così vicino, stai a un metro. Anzi, stai a casa tua.

Stai lontana da me | Adriano Celentano
Anche Celentano non scherza con la paura di contagio. Questa però è un 'falso italiano', essendo la cover tradotta di "Tower of strenght" di Gene McDaniels, musicista di R&B soft.

Far from me | Nick Cave
E Nick Cave non è da meno ...

2000 miles | The Pretenders
... senza arrivare però all'esagerazione dei Pretenders.

Asshole pandemic | Pkew Pkew Pkew
“Stronzo pandemico”. Si tratta di colui che non prendendo troppo sul serio questa vicenda ha deciso di non praticare il "distanziamento sociale", mettendo forse a rischio la sicurezza di tanti e comunque allungando i tempi della quarantena per tutti.

Io e te da soli | Mina
Scritta da Mogol e Battisti, suonata dalla PFM (e Battisti al pianoforte). Più gospel di altre e il grosso del lavoro lo fa Mina<: “Per pietà, per carità!”.

A shot in the arm | Wilco
In tutta onestà, non credo che Wilco qui intendesse dire "starnutisci nel gomito" e nemmeno "inoculati il vaccino" (comunque, non il vaccino). Ma facciamo tutti finta di crederci.

Isolation | John Lennon
È l’esatto contrario, concreto, del sogno di “Imagine”. “Abbiamo paura di tutti / abbiamo paura del sole / isolamento".

Isolation | Joy Division
Isolamento, uno stato d’animo che qualcuno cerca. E che qualcun altro si ritrova costretto a vivere. Con la paura addosso.

This town ain’t big enough for both of us | Sparks
"Questa città non è abbastanza grande per noi due". Dobbiamo distanziarci!

La solitude | Barbara
C’è chi raccoglie per strada un gatto, e pensa che serva contro la solitudine. E chi invece raccoglie per strada la solitudine, e ci si affeziona.

La solitudine | Laura Pausini
Evvai! Sono riuscito a infilarci anche la Laura, con l'obiettivo di rendere più 'nazional-popolare' questa playlist. Ma - lo confesso - questa canzone mi è sempre piaciuta.

(In my) Solitude | Billie Holiday
“In my solitude / you haunt me / with reveries / of days gone by”. Canzone di Duke Ellington. Lei dà l’impressione che se anche lui tornasse, sarebbe sola lo stesso.

Solitary man | Neil Diamond
Dopo l’hanno cantata in molti, e anche meglio di lui che l’aveva scritta (anche se i fiati qui sono impagabili, se non vi scappa da ridere). Ad esempio è perfetta per Johnny Cash () e la sua eterna immagine di dignitosa sofferenza. Bella anche la versione di Chris Isaak. In Italia fu tradotta per Gianni Morandi: “Se perdo anche te”.

Io mi rompo i coglioni | Bugo
Ebbene sì!

(They long to be) close to you | The Carpenters
"Vorrebbero esservi vicini". Popolare brano composto da Burt Bacharach, portato al successo nel 1970 dai Carpenters, ma interpretato da molti altri, tra cui i Cranberries ().

Da non fare a casa e sopratutto fuori

Abbracciala abbracciali abbracciati | Lucio Battisti
Una di quelle matasse fantastiche di suoni che si inventava Battisti.

Close to me | The Cure
Di nuovo una canzonetta pop, questa volta senza le chitarre e persino con dei fiati. «Come quei giorni in cui senti di non aver combinato niente, e non vedi l’ora di chiudere la giornata e cominciarne un’altra. E ti dici che farai un sacco di cose, domani. Ma il giorno dopo è come il precedente, e a volte va avanti per settimane» disse Robert Smith. Speriamo di no, adesso.

Stand by me | Ben E. King
Il più grande successo di Ben E. King. In Italia la cantò nel 1962 Adriano Celentano con il titolo "Pregherò" () che, per chi crede, non è affatto fuori luogo.

Stand by me | Oasis
Tutti insieme ora: “STAND-BY-ME!”. La mamma di tutti i tormentoni degli Oasis. Ha un verso fantastico, sovversivo rispetto al canone delle canzoni d’amore che dicono “vieni via con me, tutto sarà meraviglioso, ci ameremo per sempre”: “Stand by me” dice “stai con me, va’ a sapere come andrà a finire”.

I’ll stand by you | The Pretenders
Power-ballad all’americana, con i Pretenders primi ad ammettere di averla scritta per le classifiche, consci che fosse un po’ troppo qualsiasi per il loro stile. Ma funzionò.

Stand by your man | Tammy Wynette
Nessuno canterà mai “Stand by your man” meglio di Tammy Wynette<, e nessuno trascinerà mai con altrettanta passione la sillaba finale di quel “the love you caaaaaan!”. Ma detto questo, può darsi che a voi maschi in quarantena là fuori venga la lacrima facile anche con la versione di Lyle Lovett (), come agli omaccioni del locale country dei Blues Brothers. Bella anche la versione di Carla Bruni ().

Stand by my woman | Lenny Kravitz
Per par condicio, ecco la canzone simmetrica della precedente. Qui siamo sul soul soul, con un pianoforte Beatles, e la solita grandezza di Kravitz nello staccarsi dalla voce vellutata a quella appassionata, tirata fuori dalla gola infilandoci la mano fino all’avambraccio.


Strani giorni | Franco Battiato
Sarà perché mi piace Battiato o sarà perché Battiato è talmente grande da aver riempito le nostre vite di canzoni straordinarie e sempre attuali. Sia come sia, dal solo album L'imboscata si potrebbero estrarre 5 brani per questa playlist: oltre a questo e a "La cura", anche "Amara solitudine" (), "Serial killer" () e, con un tocco finale di ottimismo, "Splendide previsioni" ().

Strange days | The Doors

Io sto bene | CCCP - Fedeli Alla Linea
Pezzo non rassicurante come potrebbe far pensare il titolo. E non propone il miglior modo di gestirsi se occorre stare chiusi in casa. “Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport”, con dissonanze punk e desolazioni padane. È la “This is not a love song” dei CCCP.

Stayin' alive | Bee Gees
Ancora dalla colonna sonora de La febbre del sabato sera.

Only the strong survive | Jerry Butler
Mammà lo diceva sempre: “sopravvivono solo i più forti”.

Vivo morto o x | Ligabue

I will survive | Gloria Gaynor
Un pezzo carico di speranza e anche un hashtag perfetto, peraltro ripreso con ironia e buone intenzioni proprio in occasione della pandemia corrente. Da ricordare la versione ‘nerd’ ed 'explicit' dei Cake. ()

Knockin’ on heaven’s door | Bob Dylan
"Bussare alle porte del paradiso". Quanto ci accadrà se ci andrà male. Anzi bene. Anzi male. Qui propongo anche la versione di Antony and the Johnsons (), cantata da Antony per imparare a suonare la chitarra.

Ode to my family | The Cranberries
"Ode alla mia famiglia": in generale, che resiste con noi; in particolare, che pulisce h24 mentre io faccio playlists ... . Questa canzone entra in testa: già come inizia, è pura spietatezza acustica. Potrebbero fare un remix che fa solo “dudduruddù” tutto il tempo. È una cosa affettuosa verso la famiglia, l’andarsene, i tempi che furono e che inevitabilmente non sono più. “Dasèniuan cheeher, dasèniuan cheeher, dasèniuan cheeher...”.


Playlist

Jack Frusciante è uscito dal gruppo

(Enrico Brizzi, 1994, Baldini & Castoldi)

Una storia rock, una storia d’amore e di «rock parrocchiale», una storia di crescita, una storia generazionale. Questo romanzo è un cult della letteratura contemporanea italiana. Ambientato negli anni Novanta, la colonna sonora contiene tutti i brani che Brizzi cita nel libro e delinea perfettamente le atmosfere ribelli adolescenziali vissute dai personaggi.

Il titolo si riferisce a un fatto realmente accaduto nel 1992: John (e non Jack!) Frusciante, l'allora chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, lascia inaspettatamente il gruppo, durante una tournée all'apice della popolarità. Fa, come si legge nel libro, "un salto fuori dal cerchio".In questo può riassumersi l'intera morale del racconto, dal momento che tutta la vicenda è imperniata sul concetto di "uscire dal gruppo" nel senso di "uscire dalla consuetudine, dagli schemi sociali".


Domenica lunatica | Vasco Rossi

Siamo solo noi | Vasco Rossi
(Siamo solo noi, 1981)
Grande manifesto di non allineamento, che si sottrae a tutti i luoghi comuni del genere: nessuno snobismo, nessuna pretesa superiorità morale, nessuna vanità, “generazione di sconvolti”. Punk di casa nostra, ribelle ma con grazia melodica.

Fegato, fegato spappolato | Vasco Rossi

Non l’hai mica capito | Vasco Rossi

Our house | Madness
(Presents the rise and fall, 1982)
Nostalgia dell’infanzia familiare e dei rituali domestici, e realismo sul fatto che siano passati. La senti e pare di vederla, la casa, il papà che va al lavoro e la mamma che gli stira la camicia. Tutto molto british.

Hurry up hurry | Sham 69

Under the bridge | Red Hot Chili Peppers
(Blood sugar sex magik, 1991)
Il ponte è quello sotto il quale il cantante Anthony Kiedis si faceva certe pere. Fu il singolo che lanciò i Red Hot Chili Peppers, che pure avevano già fatto quattro dischi. Il coro in chiusura è quello della chiesa della signora Frusciante, madre del chitarrista John.

Clash city rockers | The Clash

God save the Queen | Sex Pistols
(God save the queen, 1977)
Successe un casino. La contestazione della monarchia non era molto apprezzata, allora, almeno non con espressioni come: “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”. Fu censurata molto e venduta molto. Ufficialmente arrivò al numero due in classifica, ma si pensa che il suo primo posto effettivo sia stato opportunamente tenuto nascosto a vantaggio di “The first cut is the deepest” di Rod Stewart. Era anche l’anno del giubileo reale, e il giorno dei festeggiamenti la band suonò davanti a Westminster da una barca affittata sul Tamigi. Li arrestarono tutti. Mezza Inghilterra li odiava, un’altra mezza non vedeva l’ora che arrivassero: “no future, no future, no future for you!”.

Sexu Machina | Negu Gorriak

Anarchy in the UK | Sex Pistols
(Anarchy in the U.K., 1976)
Il primo singolo dei Sex Pistols, e uno dei loro classici, di cui una cover arrivò fin dentro alla colonna sonora di The million dollar hotel di Wim Wenders. Erano stati assunti dalla EMI, che li licenziò dopo i primi disastri che avevano combinato in giro. Il contratto con la A&M durò poi una settimana (alla festa di presentazione cercarono di farsi le segretarie e vomitarono negli uffici, cosa che era piuttosto contraria all’etichetta), e alla fine approdarono alla Virgin. Dove la canzone sembra dire “I use the enemy” (uso il nemico) il testo cita in realtà “the NME”, odiata rivista dell’establishment pop britannico. E “antichrist” non fa rima con “anarchist”, a meno di non sbagliare la pronuncia, come fa Lydon.

Comfotably numb | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Questa se la portò Gilmour dentro The wall da un suo precedente progetto solista. Nella tensione dell’opera, spartita tra ansie e disperazioni, offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding...”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe l’ha provato anche Gianfranco Fini, quella volta in Giamaica. Poi Waters, che scrisse le parole (con Gilmour smisero di parlarsi subito dopo, e avevano litigato come matti su “Comfortably numb”), spiegò che era una memoria infantile di quando si è malati e intontiti e che si riferiva a un senso di alienazione tra la band e il pubblico.
Nel 2005 ne fecero una spiritosa versione dance gli Scissors Sisters.

My way | Sid Vicious

Happy hour | The Housemartins

The sunnyside of the street | The Pogues

London calling | The Clash
(London calling, 1979)
La dichiarazione di guerra post-punk di Joe Strummer all’Inghilterra thatcheriana. Il titolo cita la frase dell’identificativo radiofonico della BBC durante la guerra, “this is London calling”. La copertina di London Calling – l’ellepì – con la foto di Pennie Smith che ritrae Paul Simonon che distrugge il basso, cita una vecchia copertina di Elvis ed è una delle icone più famose della storia del rock.

King of the Bayou | Joe Strummer

Happiness is a warm gun | The Beatles
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

Foxey lady | Jimi Hendrix
(Are you experienced?, 1967)
Tutti sbagliano sempre, ma era “Foxey”, con la “e”. «Non mi vergogno a dire che non sono capace di scrivere canzoni allegre» ha detto una volta Hendrix, spiegando che questa era l’unica. Più che una canzone allegra, è che lui se la vuole fare, a essere precisi.

Every little thing she does is magic | The Police
Ghost in the machine, 1981)
Dopo il brumoso attacco, il ritornello è una notevole sbandata di allegria pop nel curriculum dei Police, che pure mantengono alcuni loro tic originali, come il “diòòòò” in chiusura. Il verso “do I have to tell the story...” sarà citato da Sting nella sua successiva “Seven days”.

People are strange | The Doors

Libra | Diaframma


A hard rain’s a gonna fall | Eddie Brickell & The New Bohemians

I shot the sheriff | Bob Marley & The Wailers
(Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no.
(Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Lonesome, on’ry and mean | Henry Rollins

There is a light that never goes out | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra.
E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire

Holiday in Cambodia | Dead Kennedys

Always in my mind | Pet Shop Boys
(Introspective, 1988)
Una delle molte cover di una grande canzone d’amore resa celebre da Elvis, naturalmente fatta alla maniera Pet Shop Boys: con un potente frastuono intorno e un riff di tastiere aggressivo. Conquistò l’ambìto titolo di numero uno di Natale nelle classifiche inglesi, nel 1987. La versione di nove minuti contenuta in Introspective è un po’ sfinente: meglio quella del singolo.


Behind the sun | Red Hot Chili Peppers

Where is the mind? | Pixies

Sweet home Chicago | The Blues Brothers

Rhythm is a dancer | SNAP!

Rock the Casbah | The Clash
(Combat rock, 1982)
Malgrado non abbia espliciti riferimenti geografici, la storia dell’insurrezione popolare contro il divieto sul rock fu ispirata dalla notizia di una stretta in questo senso nell’Iran dell’ayatollah Khomeini. Erano i tempi in cui una band di sinistra poteva suggerire di rovesciare le dittature musulmane.
Negli ultimi anni alcuni versi sono diventati profetici, fino a diventare tormentone dei soldati americani nella guerra del Golfo.
Fu il maggiore successo commerciale dei Clash e rese celebre l’armadillo del video.

Raw power | The Stooges

White riot | The Clash

No feelings | Sex Pistols

Shiny happy people | R.E.M.

Tunnel of love | Dire Straits

Sayonara | The Pogues

Dazed and confused | Led Zeppelin

(White man) in Hammersmith Palais | The Clash

Deeper shade of soul | Urban Dance Squad

Lunedì | Vasco Rossi

Love song | Tesla

How beautiful you are | The Cure

Il mio canto libero | Lucio Battisti

Me and my friends | Red Hot Chili Peppers

Friday I’m in love | The Cure
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”. E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri: “it’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff”.

Bigmouth strikes again | The Smiths

Digging the grave | Faith No More

Ghostrider | Rollins Band

Leccaculo | Splatterpink

Il vitello dai piedi di balsa | Elio e Le Storie Tese

Playlist

Peter Gabriel

(1950, Chobham, Inghilterra)

Peter Gabriel divenne leggenda già con i Genesis, e convitato di pietra dei Genesis senza di lui, che intanto era andato a fare dischi bellissimi, a esplorare le musiche del mondo, a far diventare oro qualsiasi cosa fosse toccata dalla sua voce: anche le canzoncine dei film. Dei grandissimi della sua generazione, altrettanto impeccabile c’è solo Lou Reed. Ha comprato un albergo in Sardegna, dove si è sposato qualche anno fa, con Phil Collins come testimone.

& Here comes the flood
(I, 1977)
Forse il miglior pezzo di Peter Gabriel, malgrado lui l’avesse desiderata con un arrangiamento più sobrio, come poi comparve – più sofferta, meno impetuosa, altrettanto bella – nella raccolta Shaking the tree. Influenzata dalla lettura di Carlos Castaneda e da riflessioni sulla telepatia.

Solsbury Hill
(I, 1977)
La più efficace canzonetta pop del primo Peter Gabriel. Solsbury Hill si trova vicino a Bath, in Inghilterra. Il testo viene di volta in volta interpretato come una sorta di rivelazione religiosa, o come il racconto della sua separazione dai Genesis. Il riff di chitarra è una delle cose più contagiose della storia del rock, ma anche il passaggio sul cuore impazzito (“boom boom boom”) è memorabile. “Solsbury Hill” è sempre rimasta tra le preferite del suo autore. Pochi anni fa finì nella colonna sonora di Vanilla sky.

Indigo
(II, 1978)
Canzone di suicidio o di resurrezione, o probabilmente entrambi, dolcissima e appassionata: “ok, mi arrendo...”.

Home sweet home
(II, 1978)
Peter Gabriel che gioca con le sue voci e racconta una storia terribile di sarcasmo antidomestico. I due protagonisti fanno un bambino che non volevano, devono andarsene e trovarsi una casa (“home, sweet home”) ma le cose non funzionano e la vita è difficile. Lui un giorno torna a casa e lei si è buttata dalla finestra dell’appartamento all’undicesimo piano (”home, sweet home”). Quando riceve i soldi dell’assicurazione, gli sembrano così odiosi che decide di giocarli al casinò, e vince. E si compra una deliziosa casetta in campagna (“home, sweet home”), “un posto dove riposarsi e ripensare a tutte le cose che dicevamo, nella nostra casa, dolce casa”.

Family snapshot
(III, 1980)
La discussione tra i fans non si è mai sopita: la canzone parla di Arthur Bremer, che nel 1972 cercò di uccidere il governatore razzista dell’Alabama George Wallace, o dell’assassinio di JFK? Probabilmente di tutti e due.

Biko
(III, 1980)
“September seventyseven, Port Elizabeth, weather fine”. Sono il mese e il luogo in cui Stephen Biko, militante anti-apartheid in Sudafrica morì in carcere in seguito a un pestaggio della polizia. Il coro che apre e chiude la canzone è un canto funebre sudafricano. “Biko” fu il primo passo mosso da Gabriel verso la World Music di cui si occupò intensamente negli anni successivi. Ne esiste una mediocre cover dei Simple Minds.

Games without frontiers
(III, 1980)
If looks could kill, they probably will
In games without frontiers, war without tears

San Jacinto
(IV/Security, 1982)
“San Jacinto” è un racconto, sceneggiato, sullo spappolamento della cultura degli indiani d’America a contatto con quella dei bianchi. Gran lavoro musicale, e teatrale nello sviluppo, è stupenda quando Gabriel decide di mollare tutto su “I hold the line!”.

Wallflower
(IV/Security, 1982)
Fu ispirata dalle storie dei prigionieri torturati sotto la dittatura di Pinochet (secondo altre versioni, dalla detenzione di Lech Walesa). Nel 1990 Gabriel la cantò a Santiago del Cile assieme agli Inti Illimani. Come altre canzoni di Gabriel, compare nella colonna sonora di Birdy in una versione strumentale.

Sledgehammer
(So, 1986)
La più efficace canzonetta pop del secondo Peter Gabriel, che gli valse un inedito successo commerciale e radiofonico soprattutto in America (dove “spodestò” dal numero uno “Invisible touch” dei Genesis). Una ennesima rivoluzione nei suoi suoni, con un tono soul anni Sessanta e l’introduzione di ritmi e fiati che fecero storcere il naso ad alcuni fans, sospettosi persino che ci fosse un’imitazione del malvisto Phil Collins (suo socio e poi erede nei Genesis). Molte allusioni erotiche nel testo: sledgehammer è un mazzuolo da lavoro. Il video è stato premiato da MTV come uno dei più innovativi nella storia dei video.

& In your eyes
(So, 1986)
Suoni africani e grandi cambi di ritmo in corsa, “In your eyes” andrebbe ascoltata dal vivo. A parte la versione extended pubblicata sul 12”, ce n’è una da undici minuti e mezzo in Secret world live, con tutta la band scatenata.

Don’t give up
(So, 1986)
Descrive la disperazione di un uomo che si sente isolato e sconfitto dal sistema economico, e il supporto e il consiglio saggio è cantato da Kate Bush nel ritornello. C'erano due video musicali per questa canzone. Il primo consisteva in un'unica scena dove i due cantanti si abbracciano, mentre il sole entra in eclissi totale e riemerge. Il secondo mostra i volti di Gabriel e di Bush che si sovrappongono ad un filmato di una città e delle sue persone in rovina.

Don’t break this rhythm
(Sledgehammer EP, 1986)
Peter Gabriel ha spesso parcheggiato dei piccoli capolavori sui lati B dei suoi singoli. Questo è fantastico quando lui distende il refrain, “don’t break this rhythm, don’t break this motion...”. Un’altra chicca introvabile sui dischi maggiori è “Curtains” (era il lato B di “Big time”, fu usata poi nel videogame Myst IV).

& Secret world
(Us, 1992)
Dai Genesis in poi, Gabriel ha sempre dato molto nei concerti e nei relativi dischi dal vivo. In Secret world live allunga ancora la già lunga “Secret world”, con evoluzioni affascinanti. La pausa dopo i sei minuti è il momento migliore: “a cosa stavamo pensando?”.

Digging in the dirt
(Us, 1992)
Parla di sé, di guardarsi dentro, di psicanalisi. Come in altre canzoni di Gabriel (per esempio, “In your eyes”), è fantastico il cambio di ritmo liberatorio tra la strofa e il refrain.

Party man
(Virtuosity, 1995)
Virtuosity era un film di fantascienza con Denzel Washington (acutamente ribattezzato in Italia Virtuality), di cui non si ricorda niente se non la bella canzone di Peter Gabriel, scritta assieme a Tori Amos.

Make tomorrow
(OVO, 2000)
Nel 2000 Peter Gabriel pubblicò un’opera a cui aveva lavorato negli anni precedenti e che sarebbe servita come colonna sonora di uno show ospitato nello sfortunato Millennium Dome londinese, la spettacolare struttura costruita lungo il Tamigi per le celebrazioni del Duemila e poi tormentata da problemi economici e di gestione e da polemiche di ogni genere. Nelle canzoni raccolte sul disco, Gabriel coinvolse tra gli altri Paul Buchanan dei Blue Nile e Richie Havens, che cantano con lui in “Make tomorrow”.

The Barry Williams Show
(Up, 2002)
Pezzone che eredita la lezione di “Sledgehammer”, tutto ritmo e fiati, a proposito delle depravazioni dei talkshow americani tipo Jerry Springer, e delle meschinità familiari messe in piazza. L’attore che fa Barry Williams nel video si chiama davvero Barry Williams e recitava nella serie televisiva La famiglia Brady.

The drop
(Up, 2002)
La metafora del guardare il mondo dall’aereo, in questa vaghezza, non è chissà quale ideona. Ma il pezzo è bello, all’antica: solo Peter Gabriel e il pianoforte, a chiudere notturnamente (“watching as the sun goes down”) il suo primo disco in dieci anni.

Book of love
(Shall we dance, 2004)
La canzone dei Magnetic Fields fu interpretata da Peter Gabriel per la colonna sonora di Shall we dance, una sciacquettata con Richard Gere. E gli diede l’occasione di cantare stupendamente una semplice, perfetta, canzone d’amore.

My body is a cage
(Scratch my back, 2010)
Cover del brano degli Arcade Fire, del 2007.


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