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Joe Henry

(1960, Charlotte, North Carolina, USA)

In giro non lo si sa molto, ma uno dei migliori musicisti contemporanei si chiama Joe Henry, ed è americano. Cantautore versatile, partito dal country-rock e approdato a dischi quasi jazz, cognato di Madonna per cui ha scritto una volta una bella canzone, e poi eclettico produttore di bei dischi altrui. Prima Solomon Burke, leggenda del soul, poi Jim White, Aimee Mann, Ani DiFranco ed Elvis Costello. Nel 1998 gli chiesero i suoi dieci dischi preferiti e lui mise al numero uno una raccolta di Paolo Conte.

00. Date for church
(Shuffletown, 1990)
Ha un andamento da innamorarsi e passeggiare per i vialetti alberati, diretti alla funzione serale. Lui ha un appuntamento in chiesa, stasera. Comincia come un’idea romantica e angelica, poi a poco poco viene fuori che sono diversi giorni che la segue e la guarda, e stasera la seguirà in chiesa ma se ne andrà prima che finisca la messa, e lei non si accorgerà che era lì. Non lo saprà mai.

AA. Drowning in the river half laughing
(Shuffletown, 1990)
“Il magistrato è ubriaco” è un verso iniziale che avrebbe potuto avere fortuna, in Italia. Ce ne sono altri, stupendi, a cominciare dal titolo, “affogando nel fiume mentre mi scappa da ridere”. Più avanti è la luna ad affogare: “the moon is losing ground, drowning in the river, and I have come to think my chest is hollow through and through”. Canzone stupenda, lenta lenta, di pianoforte e basso, con qualcosa di Tom Waits.

Good fortune
(Short man’s room, 1992)
In Short man’s room Henry si buttò più verso il country, in un momento in cui il genere veniva rivisitato molto dal giovane rock americano. Con lui suonano alcuni dei Jayhawks, e in “Good fortune” se ne sente il ritmo.

Sault Sainte Marie
(Short man’s room, 1992)
Sault Sainte Marie sono due città con lo stesso nome sulle rive opposte del fiume Saint Mary, che fa da confine tra il Canada e gli Stati Uniti: una in Ontario e l’altra in Michigan.

Buckdancer’s choice
(Kindness of the world, 1993)
Resa dei conti amorosa, da un lato all’altro della strada, con il parcheggio, i lampioni, i cani, tutto su un doppio binario di metafore e realtà. Anche in Kindness of the world suonano i due Jayhawks Perlman e Louris, assieme a Victoria Williams, cantautrice di culto americano e moglie di Mark Olson, altro Jayhawk che aveva suonato in Short man’s room.

Who would know
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Go with God
(Trampoline, 1996)
Del guardare il mondo e se stessi dalla terrazza sopra la spiaggia, quassù. Quello del banjo si chiama Mike Russell.

Stop
(Scar, 2001)
Diventerà assai più famosa quando la canterà, stravolta, la sorella di Melanie Henry, moglie di Joe. La canzone si chiamerà “Don’t tell me” e la sorella si chiamerà Madonna. Qui è un tango.

Cold enough to cross
(Scar, 2001)
Molti anni dopo, sembra tornare a “Drowning in the river half laughing”, col pianoforte e il cantato ancora più waitsiano. Dentro Scar suonano i seguenti: Ornette Coleman, Brad Mehldau, Marc Ribot, Meshell Ndegéocello. Ed è dedicato all’attore Richard Pryor (a cui è anche intitolata una canzone), allo stesso Coleman, e a Neilo Anthony Ciccone, uno di famiglia.

Widows of the revolution
(Tiny voices, 2003)
Una musica da funerale a New Orleans, per raccontare dell’attesa addolorata della moglie di un “rivoluzionario”: “un giorno sapremo che eravamo nel giusto, ma stanotte il mio uomo non è tornato”.

God only knows
(Civilians, 2007)
A un certo punto la musica di Joe Henry diviene una cosa monocorde e ipnotica, ma buona come un gelato, a cui bastano la dolcezza dei suoni e l’indulgenza della sua voce, e le canzoni non si sa più bene come fanno: nel senso che canticchiarle sotto la doccia non è facilissimo. Ma va bene così.

ascolta anche: The Jayhawks

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AA. Drowning in the river half laughing - Joe Henry

The Jayhawks

(1985 - 2005, Minneapolis, Minnesota)

Erano di Minneapolis, modello perfetto del genere che gli inglesi chiamano “americana” e gli americani “alt-country”: quel rocchetto tipicamente statunitense, un po’ country e un po’ western, che dai Novanta in poi ha come modello i classici sanguigni degli anni Settanta, da Neil Young ai Byrds al primo Bob Dylan. Chitarra e batteria, soprattutto: eventualmente pianoforte e basso, e a seguire violini, armonica e altri strumenti di quella tradizione. I Jayhawks lo sapevano fare con meno malinconia di molti loro colleghi ed erano animati da una coppia di ottimi musicisti – Mark Olson e Gary Louris – che hanno ripreso a fare concerti assieme anche dopo lo scioglimento di fatto della band.

Waiting for the sun
(Hollywood town hall, 1992)
Pezzo on-the-road di traversie e speranze, “Waiting for the sun” è la canzone più nota del disco più apprezzato dei Jayhawks, con grande esercizio di chitarre e batteria.

Martin’s song
(Hollywood town hall, 1992)
Ballatona dedicata a un Martin, che si è messo in qualche guaio.

Blue
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Two hearts
(Tomorrow the green grass, 1995)
“I’ll survive, it’s true”. Un amore con dei guai, e non si capisce bene quali (perché giugno dovrebbe essere peggio?). Ma dove fa “I-I-I- I’m lonely” è fantastica.

Bad time
(Tomorrow the green grass, 1995)
Grande, travolgente, con un prologo quasi parlato (del tipo “è un’ora che aspetto, davanti al portone”) e un bel ritornello che fa: “’cause I’m in love with the girl I’m talkin’ about”. Ma è un momentaccio per essere innamorati, dice la canzone.

Smile
(Smile, 2000)
Alzati, mettiti le scarpe, stropicciati gli occhi, e vai a scalare le montagne: non c’è nessun problema, basta che sorridi, quando sei un po’ giù. Se n’era andato uno dei due fondatori e animatori, Mark Olson: e il messaggio è un po’ gracile, ai limiti dell’imbarazzante. Ma la canzone è così carina: magari d’estate.

Tailspin
(Rainy day music , 2003)
Rocchetto dylaniano di storia processuale in cui il condannato si becca quindici anni, ma per qualche motivo gli siamo vicini. Forse proprio per quello.

Save it for a rainy day
(Rainy day music , 2003)
Ci vorrebbe una di quelle vecchie auto familiari, quelle con gli inserti in legno sulla carrozzeria. E una cartina degli States. La musica, ce l’abbiamo.

ascolta anche: Ryan Adams || Uncle Tupelo || Joe Henry || Son Volt

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Americana

All’inizio degli anni Novanta un fronte di giovani musicisti americani cominciò a reinvestire sulla musica acustica, recuperando cose del folk e del country ma anche dalla tradizione del rock dylaniano. Molta chitarra, via tutte le cose pulitine e sintetiche: un genere che era sempre esistito, solo che ricominciavano a farlo i giovani. Li misero nel calderone della categoria “alternative”, o “independent” (perché crescevano nelle etichette indipendenti piuttosto che nelle majors della discografia), e poi trovarono una loro definizione, anzi due: “alt-country”, o “americana”.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Slate | Uncle Tupelo
(Anodyne, 1993)
Gli Uncle Tupelo sono considerati i veri iniziatori della musica “alternative”, e della conciliazione moderna tra il country e il rock. Il titolo del loro primo disco – No depression – diede il nome alla maggiore rivista dedicata al genere “americana”. I fondatori Jay Farrar e Jeff Tweedy sono due nomi di culto tra i fans del genere: il primo ha poi animato i Son Volt e il secondo i Wilco. “Slate” apriva il loro ultimo disco, Anodyne.

Jesus etc. | Wilco
(Yankee Hotel Foxtrot, 2002)
Quando i Wilco ebbero finito Yankee Hotel Foxtrot, la loro casa discografica lo giudicò invendibile. Passò un po’ di tempo, e le canzoni circolarono su internet con crescente successo, tanto che loro stessi decisero di consentirne l’ascolto sul loro sito. Pubblicato da un’etichetta minore, il disco esordì al tredicesimo posto delle classifiche americane. “Jesus etc.” cerca di consolare Gesù e tenerlo di buonumore, con riferimenti così vistosi al crollo delle torri gemelle che è difficile credere alla versione ufficiale per cui il disco sarebbe stato completato prima.

Come pick me up | Ryan Adams
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Runaway trains | Tom Petty
(Let me up (I’ve had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Woody | Hayden
(Elk Lake serenade, 2004)
Hayden è canadese, e l’hanno quindi paragonato a Neil Young. Nel suo disco più tranquillo, Elk Lake serenade, c’era la breve “Woody”, una specie di ninna nanna dedicata al suo gatto.

Come back home | Pete Yorn
(Day I forgot, 2003)
Ottimo il trucco di preparare all’entrata rock con un’introduzione acustica di chiacchiere e prove di studio... Tarara rarara ra-ra!

The greatest | Cat Power
(The greatest, 2006)
Il nome vero è Chan Marshall ed è una cantautrice della Georgia. Nel 2005 registrò un disco a Memphis, con voglie soul. Si chiama The greatest, come la canzone più bella, che parla di ridimensionare le proprie presunzioni.

Feel like going home | Walkabouts
(Satisfied mind, 1993)
I Walkabouts vengono da Seattle e sono in giro ormai da più di vent’anni, a raccogliere tracce dei generi classici americani e metterle assieme. Nel 1993 fecero un disco di cover acustiche, tra cui “Feel like going home” di Charlie Rich, amato cantante country dell’Arizona: la tirano a durare più di otto minuti in un crescendo di chitarre.

To cry about | Mary Margaret O’Hara
Canadese, genio e sregolatezza, è conosciuta da pochissimi e lo stesso idolatrata, malgrado abbia inciso pochissimo e un solo vero album, Miss America. Ha una voce da pazzi: un altro capolavoro nello stesso disco è “Body’s in trouble”.
(Miss America, 1988)

The latest toughs | Okkervil River
(Black sheep boy, 2005)
Bel pezzaccio eccitato di una band di Austin, fantasiosa e dai testi tormentati, che prende il nome da un fiume di San Pietroburgo, affluente di un affluente della Neva. Bisognerebbe sentirglielo suonare dal vivo, cantando forte le parole tutti quanti.

The day Texas sank to the bottom of the sea | Micah P. Hinson
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Ho aspettato molto quassù sugli alberi, cercando di impiccarmi con il pensiero di te”. Andamento lento, istruito da una chitarra inesorabile, e tristissima storia di otto minuti di lei che non lo vuole e lui progetta un suicidio messo a repentaglio dal rischio che nessuno se ne accorga. Violino e chitarra, bastanti. Cosa c’entri il titolo non si sa, ma non è niente male neanche quello.

A long december | Counting Crows
(Recovering the satellites, 1996)
«A metà dicembre del ’95 la mia amica Jennifer fu investita da una macchina, spappolata; e io passai tutto il mese e la maggior parte dei successivi in ospedale, mentre cominciavamo a registrare il di- sco» racconta Adam Duritz. La migliore delle ballate Counting Crows. Pianoforte e nana-nana. E una sensazione familiare di quei brutti periodi che dovranno pur passare, si tratti di ospedali o altro.

El Paso/Out on the weekend | Giant Sand
(Cover magazine, 2002)
Howe Gelb è un altro mito dell’ambiente, pianista e cantautore capace di molte incarnazioni e ardimenti. Lo paragonano spesso a Neil Young e lui ha rifatto devotamente “Out on the weekend” e “Like a hurricane”. I Giant Sand sono la sua band, di formazione assai variabile.

Holiday road | Matt Pond PA
(Winter songs, 2005)
Hanno un penchant più pop degli altri in questa lista, ma i suoni sono sempre quelli. Hanno avuto cambi di formazione, tra Philadelphia e Brooklyn. Il ritornello natalizio di “Holiday road” pare di conoscerlo da sempre: la canzone fu scritta e cantata da Lindsay Buckingham nel 1983, quando già stava nei Fleetwood Mac, e fu usata nel film National Lampoon’s Vacation.

Wood floors | Lisa Germano
(Slide, 1998)
Anche qui bisogna aspettare un minuto che passi il prologo e cominci la melodia celestiale, sempre arrangiata minimamente al pianoforte e dedicata a un parquet:
Pulled the rug, under me, and you set me free / Walk around, feel the floor, who could ask for more?
Un secondo passaggio indipendente di pianoforte compare a metà e alla fine della canzone, altrettanto bello.

You belong to me | Bob Dylan
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.

Revelator | Gillian Welch
(Time (The revelator), 2001)
Per una nata a Manhattan, cresciuta a Los Angeles ed educata a Boston, c’è qualcosa di ribelle nel buttarsi sul folk e il country.

Who would know | Joe Henry
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Lion tamer | Damien Jurado
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

California | Josh Ritter
(Hello starling, 2003)
Va fortissimo in Irlanda, ma viene dall’Idaho. La sua canzone più bella poi parla della California, l’ennesima, ma lui lo sa: “non dirmi che è un viaggio già fatto mille volte, perché questo è il mio”.

I love everybody | Lyle Lovett
(I love everybody, 1994)
“Io amo tutti quanti, e soprattutto te” è un verso geniale, malgrado i tentativi di rovinarlo enunciando poi come quarti di bue alcuni singoli elementi anatomici che ama di lei (senza mai entrare nello scabroso, peraltro). Coretto di Rickie Lee Jones e Julia Roberts, melodia appiccicosissima e ripetibile all’infinito: “so if you feel lonesome, remember it’s true, I love everybody especially you”.

Playlist


Brani citati

Pete Yorn

(1974, Montville, New Jersey, USA)

Pete Yorn cominciò a suonare al famoso Cafè Largo di Los Angeles quando Aimee Mann gli lasciò il martedì sera per andare a registrare il suo disco. Poi suo fratello, che era l’agente di Cameron Diaz, lo introdusse nel mondo del cinema, ottenendo di fargli scrivere alcuni pezzi per colonne sonore, e lui svoltò con quella di Io, me e Irene dove si sentì per la prima volta la sua “Strange condition”. Poi mise belle canzoni in altri film, e quando uscì il primo disco erano tutti lì che lo aspettavano. E stravendette. Poi vennero i flirts con le attrici e tutto il repertorio.

Life on a chain
(Musicforthemorningafter, 2001)
Quando attacca davvero, dopo l’introduzione cantata da dietro la parete, è un grande attacco. È la canzone che fece sentire a quelli della Columbia Records e loro gli fecero un contratto.

Just another
(Musicforthemorningafter, 2001)
Pete Yorn fa canzonette rock facili, senza esagerare mai, perfette per la radio e col tono di quello che sa cosa sta cantando. Bastò “Just another” in Io, me & Irene e tutti cominciarono a chiedere di lui.

Strange condition
(Musicforthemorningafter, 2001)
Un giorno in prigione, dice: strana situazione. Poi la fa un po’ troppo drammatica per un giorno solo, ma la canzone è bella bella.

Come back home
(Day I forgot, 2003)
Ottimo il trucco di preparare all’entrata rock con un’introduzione acustica di chiacchiere e prove di studio... Tarara rarara ra-ra!

Burrito
(Day I forgot, 2003)
“Mamma dice che ci si innamora una volta sola”. Un gran rocchettone, con una strofa new wave tenebrosa, e poi si porta via tutti gli ombrelloni e le macchine parcheggiate.

Alive
(Nightcrawler, 2006)
Terzo disco, e solito modello: lui canta da bullo, si sente un sacco di chitarra, e la canzonetta funziona. Ma a un certo punto dovrà inventarsi qualcosa.


Brani citati
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Ryan Adams

(1974, Jacksonville, North Carolina, USA)

A un certo punto, intorno al 2003, Ryan Adams è diventato il cantautore country-rock del momento, quando le cose migliori le aveva già fatte coi primi dischi. Se n’è innamorato persino Elton John. Poi ha avuto un periodo fin troppo fertile, in cui ha fatto uscire cinque dischi in due anni (di cui uno doppio), e tutti insieme non valevano il suo precedente Gold. In tutto questo, e malgrado si mostri sempre con un gran sipario di capelli davanti alla faccia, ha trovato il tempo di fidanzarsi con Winona Ryder, Alanis Morissette, Parker Posey, Beth Orton e Leona Naess.

Come pick me up
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Call me on your way back home
(Heartbreaker, 2000)
“Mi sento come un bambino, con la cicca attaccata alle scarpe”. Bellissima ballata dolente: lui ha fatto qualche fesseria e spera che lei lo chiami, mentre torna a casa. Grande armonica, come in “Come pick me up”.

Oh my sweet Carolina
(Heartbreaker, 2000)
Lui ha questa idea del viaggiare, muoversi da un posto all’altro attraverso l’America: ma spera che lo stesso vento un giorno lo riporti a casa, “oh, my sweet Carolina”. Quella che canta con lui il refrain è Emmylou Harris, leggenda della musica country (che ha un’umiltà disposta a tutto: solo tra il 2005 e il 2006 ha cantato con Neil Young, i Bright Eyes, Mark Knopfler ed Elvis Costello).

Goodbye, Hollywood Blvd
(Gold, 2001)
Wow. Meravigliosa, da fine disco. Solo Billy Joel prima sapeva mettere delle cose così in fondo a un disco, voce e pianoforte. Così a occhio, sembra parli dell’esserci dentro fino al collo, ormai, nel fare questo lavoro.

La Cienega just smiled
(Gold, 2001)
Una ragazza che gli manca e gli ha spezzato il cuore. Il La Cienega Boulevard, a Los Angeles, prende il nome da una città del New Mexico.

Sylvia Plath
(Gold, 2001)
Vorrei avere una Sylvia Plath, tutta denti e sorriso, e cenere di sigaretta nel bicchiere. Il tipo che va fuori e poi dorme una settimana. Il tipo che va fuori di sé. Per darmi una ragione per, beh, non so. E forse mi porterebbe in Francia, o magari in Spagna, e mi inviterebbe a ballare in una villa sulla collina. Buterrebbe le cicche sul tappeto e mi passerebbe una pasticca. Poi si ubriacherebbe di gin e forse mi farebbe un bagno. Come mi piacerebbe, avere una Sylvia Plath.

E io e lei dormiremmo in barca e faremmo il bagno nudi con la pioggia che cade sul mare. E mentre nuota mi strizzerebbe l’occhio, per dirmi che va tutto bene all’orizzonte, mentre si allontana. E io risalirei sulla barca e riderei. Devo trovarmi una Sylvia Plath

Rock’n’roll
(Rock’n’roll, 2003)
Tutti si sentono fighi a fare il rock’n’roll. Io no, per niente. Non penso di farcela per il concerto, non riesco a togliermi una ragazza dalla testa.

So alive
(Rock’n’roll, 2003)
Quasi un pezzo degli U2, così gasato da perdere un po’ di credibilità e suonare come una forzatura in risposta alle pretese della sua casa discografica, che gli aveva chiesto più energia ed entusiasmo.

Wonderwall
(Love is hell, pt.1, 2004)
È la canzone degli Oasis, resa acustica e sofferta, con il riff finale stupendo: dàn-dàn dàn-dàn dàn. Al successivo tour, gli Oasis la suonarono così.
All’etichetta di Adams questo disco sembrò troppo deprimente (la sua ragazza era morta da poco, per un cancro a quarant’anni), e gliene chiesero uno più vivace. Lui lo fece – Rock’n’roll – e Love is hell pt.1 uscì contemporaneamente come EP. Poi ne uscì una parte due, e infine un cd completo delle due parti.

Always on my mind
(Jacksonville City nights, 2005)
Una cover della canzone famosa nella versione di Elvis. Jacksonville è la città dove è nato Ryan Adams, in North Carolina.


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Colori

Canzoni di tutti i colori


True colors | Cyndi Lauper
(True colors, 1986)
But I see your true colors
Shining through
I see your true colors
And that's why I love you
So don't be afraid to let them show
Your true colors
True colors are beautiful
Like a rainbow

Colours | Donovan
(Fairytale, 1965)
Con rispetto parlando, il coretto suona del tutto incongruo rispetto alla leggerezza della canzone: sem-brano le sorelle Bandiera. Nick Drake lo avrebbe capito esercitandosi tutta la vita sugli stessi suoni, ma senza coretto.

Forbidden colors | Ryuchi Sakamoto ft David Sylvian
(Merry Christmas Mr. Lawrence, 1983)
Nel 1983 Ryuchi Sakamoto – frequente collaboratore di Sylvian e viceversa – coprodusse e recitò nel film di Nagisa Oshima Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo, in Italia). Compose anche la colonna sonora, e chiese a Sylvian di scrivere il testo e cantare nella canzone che poi divenne molto più famosa del film. Sylvian ne mise una versione in fondo al suo Secrets of the beehive, che scomparve in alcune edizioni in cd. È anche il titolo di un romanzo di Yukio Mishima del 1953, per restare in giapponeserie.


A whiter shade of pale | Procol Harum
(Procol Harum, 1967)
Nessuno ha ancora capito cosa accidenti volesse dire (se lo chiedevano anche in The commitments, il film), ma fu l’emblema dell’Estate dell’Amore hippie e rimase una delle canzoni più famose e riprodotte della storia. C’è soul, rock e musica classica assieme (Bach è citato esplicitamente), senza indulgere in sinfonismi à la Queen. “We skip the light fandango...”.


Ivory boy | The Nits
(Wool, 2000)
Era in un disco uscito nel 2000 – Wool – il più bel disco mai pubblicato da una band olandese, per quel che ne so io. Qualche tempo fa a Utrecht c’è stata una convention internazionale di fans dei Nits, per festeggiare i trent’anni della band (avete letto bene: trent’anni, che nel frattempo sono diventati quaranta e durante i quali ci fu anche lo spazio per una canzone dedicata a Bobby Solo). Wool aveva qualcosa degli Steely Dan (o degli Aluminium Group, o viceversa): qualcuno la chiamò “musica da camera pop”.


Mellow yellow | Donovan
(Mellow yellow, 1967)
Roba di ragazze, anche giovani, con una annosa questione filologica sulla attribuzione all’ambito sessuale o a quello stupefacente dell’espressione “electrical banana”. Comunque, è la canzone-bollino di Donovan, sempre parlando di banane. Si racconta che nel coretto, in un angoletto, ci fosse pure Paul McCartney: ma la tesi è controversa. Di giallo in giallo, Donovan mise le mani nella composizione di “Yellow submarine”. Adesso “Mellow yellow” è usata come sigla da Linus e Nicola su Radio DeeJay.


Yellow | Coldplay
(Parachutes, 2000)
Le cronache raccontano che nel video, a camminare sulla spiaggia avrebbero dovuto essere tutti e quattro e non solo Chris Martin. Ma gli altri tre dovettero andare al funerale della madre di Will Champion, il batterista. La domanda sorge spontanea: Chris Martin fu un po’ stronzo?

Big yellow taxi | Counting Crows ft Vanessa Carlton
(Hard candy, 2002)
Vecchia fantastica canzone di Joni Mitchell, usata persino da Janet Jackson in un raro momento di illuminazione. Reincisa con la voce di Vanessa Carlton, andò molto forte anche tra il pubblico più giovane della media dei fans dei Counting Crows.

Big yellow taxi | Joni Mitchell
(Ladies of the canyon, 1970)
La più famosa canzone di Joni Mitchell per chi non conosce Joni Mitchell. Grazie al campionamento di Janet Jackson nella sua notevole “Got ‘til it’s gone” e alla cover dei Counting Crows. Il taxi lo vide dalla finestra di un albergo alle Hawaii, e capì che “va sempre a finire che non sai quello che possiedi fino a che non lo hai perso: hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio”.

Yellow submarine | The Beatles
(Revolver, 1966)

Goodbye yellow brick road | Elton John
(Goodbye yellow brick road, 1973)
La strada dei mattoni gialli viene dal Mago di Oz. L’idea di Elton che molla tutto e torna dal vecchio gufo nel bosco, fa un po’ ridere: chissà il gufo, quando se lo vede comparire davanti.


Oro | Mango
(singolo, 1984)
Nel 1984 Mango presenta alla Fonit un provino che piace molto a Mara Maionchi. La musica, un downtempo dall'arrangiamento elettropop, ispirò Mogol, che decise di riscriverne il testo, credendo nelle potenzialità del pezzo.


Azzurro | Adriano Celentano
(Azzurro, 1968)
Bisognerebbe fare un’analisi della prevalenza dei toni del blu nella poetica della musica italiana, da “Volare” a “Celeste nostalgia” a “I’m blue, dabadì dabadà” (sì, il rischio sono quelle playlist sceme che pubblicano le riviste, tipo “canzoni scritte da uno che si chiama Paolo” ... oddio, ma è proprio quello che faccio qui!).
“Azzurro” l’aveva scritta Paolo Conte: stravendette, divenne un classico, e Conte si risolse a cantarla in concerto un quarto di secolo dopo.


Nel blu dipinto di blu | Domenico Modugno
(1958)
"Nel blu dipinto di blu" fu scritta da Franco Migliacci e Domenico Modugno, che con questa canzone vinse il Festival di Sanremo del 1958 in coppia con Dorelli. Da lì ottenne un successo planetario, fino a diventare una delle canzoni italiane più famose nel mondo. La parola che apre il ritornello, "Volare", divenuta identificativa della canzone, è stata depositata alla SIAE come titolo alternativo della canzone.
Modugno raccontava che l'idea del ritornello "Volare, oh oh" gli era venuta una mattina osservando il cielo azzurro dalla finestra della sua casa a Roma, mentre Migliacci affermava che l'idea era venuta a lui, osservando il quadro Le coq rouge dans la nuit di Marc Chagall. Musicalmente, la canzone rappresentò il punto di rottura della musica italiana tradizionale e l'inizio di una nuova era, recependo il nuovo stile portato dagli "urlatori" e mediandolo con un'esecuzione che risente delle influenze swing di importazione statunitense.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.


Purple rain | Prince
(Purple rain, 1984)
Introduzione chitarresca leggendaria, voce nel megafono, la power-ballad definitiva, versione Prince: tutti con gli accendini e lui e la chitarra che imbizzarriscono un finale spettacoloso, buono per chiudere baracca e mandare tutti a casa.


English rose | The Jam
(All mod cons, 1978)
Ballata sentimentale piuttosto anomala nel repertorio Jam, ispirata dal tour americano e dalla lontananza dalla terra natìa e dalla fidanzata. Le parole sono così banali che finiscono per suonare del tutto sincere, e rivelatrici del legame della band con l’isola da cui proveniva.


La vie en rose | Grace Jones
(Portfolio, 1977)
“La vie en rose” è per i francesi quello che per gli italiani è "Nel blu dipinto di blu”, e uno può ragionarci a lungo, soprattutto sull’alternativa cromatica. Fu incisa nel 1946 da Edith Piaf, che ne aveva scritto il testo: la musica è di Louis Guglielmi. Farla cantare a Grace Jones fu una scelta piuttosto fuori moda – invenzione geniale del produttore Tom Moulton, considerato l’inventore del remix e dell’EP - ma funzionò alla grande, grazie al lezioso arrangiamento ballabile, ma ballabile piano. Si raccomanda la versione lunga.


Rosso | Niccolò Fabi
(Il giardiniere, 1997)
Rosso, è un vestito rosso oggi quello che indossi per il mio funerale

Rosso relativo | Tiziano Ferro
(Rosso relativo, 2001)
Il tuo è un rosso relativo

Little red Corvette | Prince
(1999, 1983)
Non che le allusioni sessuali – a parole e gesti – siano mai mancate nel repertorio di Prince, ma in questo caso la metafora automobilistica lo protesse dai censori disattenti. Il pezzo scalò le classifiche in una riedizione successiva assieme a “1999”. Anni dopo la Chevrolet pubblicò dei manifesti che ritraevano una Corvette rossa del ’63 e lo slogan “Nessuno scrive canzoni sulle Volvo”.

Red red wine | UB40
(Labour of love, 1983)
Una vecchia canzone di Neil Diamond, sul bere per dimenticare, che l’arrangiamento UB40 rende ancora più dondolante ed etilica (una versione reggae esisteva già, per voce del giamaicano Tony Tribe). Lo stesso Diamond, nelle esecuzioni dal vivo, si convertì al loro ritmo: ma raccontò come lui la intendesse meno allegra e più malinconica, la sbronza.


Crimson and clover | Tommy James & The Shondells
(Crimson and clover, 1968)
Ne esiste anche una versione in italiano, con un testo scritto dal solito Mogol, del cantante libanese Patrick Samson, con il titolo "Soli si muore".


Profondo rosso | Goblin
(Profondo rosso, 1975)
Il più famoso brano del gruppo musicale di rock progressivo italiano Goblin, parte della colonna sonora del film omonimo di Dario Argento.


Tangerine | Led Zeppelin
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.


Back in black | AC/DC
(Back in black, 1980)
Il titolo spiega il ritorno degli AC/DC dopo la morte del cantante Bon Scott: aveva 33 anni e fu trovato morto in una macchina per “intossicazione da alcolici” dopo una notte di eccessi. Quanto alla canzone, ricorda molto “Highway to hell”: attacco sensazionale anche qui, e il resto vien da sé. Negli Stati Uniti Back in black è il quarto album più venduto della storia.

Nero | Gazzelle
(singolo, 2017)
Nemmeno è tutto nero

Black | Pearl Jam
(Ten, 1991)
La canzone più amata del primo disco dei Pearl Jam, malgrado la band non abbia voluto farne un singolo sostenendo che ne sarebbe stata rovinata.
I know someday you’ll have a beautiful life, I know you’ll be a star in somebody else’s sky, but why, why, why can’t it be, oh, can’t it be mine?
E insomma, salvo il cantare assai più tormentato e tenebroso, è ancora lo stesso guaio di Baglioni in “E tu come stai?”.


Ebony and ivory | Paul McCartney ft Stevie Wonder
(Tug of war, 1982)
Celebre duetto musicale di Paul McCartney e Stevie Wonder. Potrebbe sembrare che il brano parli dell'ebano e dell'avorio, i colori dei tasti del pianoforte, ma i più perspicaci di voi hanno compreso che sottintende l'armonia fra bianchi e neri Come disse qualcuno"black notes, white notes, and you need to play the two to make harmony folks!"

Black and white unite | Belle and Sebastian
(Storytelling, 2002)
Nel 2000 Belle and Sebastian accettarono di scrivere le canzoni per un film di Todd Solondz, Storytelling. Il film ebbe vicende complicate, e anche i rapporti con la band furono faticosi. Alla fine, della loro musica fu usato solo qualche minuto. “Black and white unite”, lo scrive qualcuno su un muro, nella canzone.


Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.


Colorblind | Counting Crows
(This desert life, 1999)
Una canzone bella ma tristissima. Divenne celebre perché fu la colonna sonora del funerale del padre di Dawson in Dawson’s Creek. Già, quello che morì perché si era rovesciato addosso un gelato mentre guidava. Colorblind significa 'daltonico.

Blinded by the light | Manfred+Mann's Earth Band
(The roaring silence, 1976)
"Blinded by the light" è il singolo del debutto di Bruce Springsteen, nel 1973 e non ebbe particolare successo. Nel 1976 il gruppo Manfred Mann's Earth Band realizzò una versione della canzone che raggiunse la prima posizione della Billboard Hot 100, prima e unica volta in cui Bruce Springsteen raggiunse la vetta della classifica statunitense dei singoli, sia pur solo come autore. Incredibile, ma vero. Comunque, per ragioni affettive, il brano nella versione di Manfred Mann è una delle mie personali 'all time favorites'!

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