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Joe Henry

(1960, Charlotte, North Carolina, USA)

In giro non lo si sa molto, ma uno dei migliori musicisti contemporanei si chiama Joe Henry, ed è americano. Cantautore versatile, partito dal country-rock e approdato a dischi quasi jazz, cognato di Madonna per cui ha scritto una volta una bella canzone, e poi eclettico produttore di bei dischi altrui. Prima Solomon Burke, leggenda del soul, poi Jim White, Aimee Mann, Ani DiFranco ed Elvis Costello. Nel 1998 gli chiesero i suoi dieci dischi preferiti e lui mise al numero uno una raccolta di Paolo Conte.

00. Date for church
(Shuffletown, 1990)
Ha un andamento da innamorarsi e passeggiare per i vialetti alberati, diretti alla funzione serale. Lui ha un appuntamento in chiesa, stasera. Comincia come un’idea romantica e angelica, poi a poco poco viene fuori che sono diversi giorni che la segue e la guarda, e stasera la seguirà in chiesa ma se ne andrà prima che finisca la messa, e lei non si accorgerà che era lì. Non lo saprà mai.

AA. Drowning in the river half laughing
(Shuffletown, 1990)
“Il magistrato è ubriaco” è un verso iniziale che avrebbe potuto avere fortuna, in Italia. Ce ne sono altri, stupendi, a cominciare dal titolo, “affogando nel fiume mentre mi scappa da ridere”. Più avanti è la luna ad affogare: “the moon is losing ground, drowning in the river, and I have come to think my chest is hollow through and through”. Canzone stupenda, lenta lenta, di pianoforte e basso, con qualcosa di Tom Waits.

Good fortune
(Short man’s room, 1992)
In Short man’s room Henry si buttò più verso il country, in un momento in cui il genere veniva rivisitato molto dal giovane rock americano. Con lui suonano alcuni dei Jayhawks, e in “Good fortune” se ne sente il ritmo.

Sault Sainte Marie
(Short man’s room, 1992)
Sault Sainte Marie sono due città con lo stesso nome sulle rive opposte del fiume Saint Mary, che fa da confine tra il Canada e gli Stati Uniti: una in Ontario e l’altra in Michigan.

Buckdancer’s choice
(Kindness of the world, 1993)
Resa dei conti amorosa, da un lato all’altro della strada, con il parcheggio, i lampioni, i cani, tutto su un doppio binario di metafore e realtà. Anche in Kindness of the world suonano i due Jayhawks Perlman e Louris, assieme a Victoria Williams, cantautrice di culto americano e moglie di Mark Olson, altro Jayhawk che aveva suonato in Short man’s room.

Who would know
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Go with God
(Trampoline, 1996)
Del guardare il mondo e se stessi dalla terrazza sopra la spiaggia, quassù. Quello del banjo si chiama Mike Russell.

Stop
(Scar, 2001)
Diventerà assai più famosa quando la canterà, stravolta, la sorella di Melanie Henry, moglie di Joe. La canzone si chiamerà “Don’t tell me” e la sorella si chiamerà Madonna. Qui è un tango.

Cold enough to cross
(Scar, 2001)
Molti anni dopo, sembra tornare a “Drowning in the river half laughing”, col pianoforte e il cantato ancora più waitsiano. Dentro Scar suonano i seguenti: Ornette Coleman, Brad Mehldau, Marc Ribot, Meshell Ndegéocello. Ed è dedicato all’attore Richard Pryor (a cui è anche intitolata una canzone), allo stesso Coleman, e a Neilo Anthony Ciccone, uno di famiglia.

Widows of the revolution
(Tiny voices, 2003)
Una musica da funerale a New Orleans, per raccontare dell’attesa addolorata della moglie di un “rivoluzionario”: “un giorno sapremo che eravamo nel giusto, ma stanotte il mio uomo non è tornato”.

God only knows
(Civilians, 2007)
A un certo punto la musica di Joe Henry diviene una cosa monocorde e ipnotica, ma buona come un gelato, a cui bastano la dolcezza dei suoni e l’indulgenza della sua voce, e le canzoni non si sa più bene come fanno: nel senso che canticchiarle sotto la doccia non è facilissimo. Ma va bene così.

ascolta anche: The Jayhawks

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AA. Drowning in the river half laughing - Joe Henry

The Jayhawks

(1985 - 2005, Minneapolis, Minnesota)

Erano di Minneapolis, modello perfetto del genere che gli inglesi chiamano “americana” e gli americani “alt-country”: quel rocchetto tipicamente statunitense, un po’ country e un po’ western, che dai Novanta in poi ha come modello i classici sanguigni degli anni Settanta, da Neil Young ai Byrds al primo Bob Dylan. Chitarra e batteria, soprattutto: eventualmente pianoforte e basso, e a seguire violini, armonica e altri strumenti di quella tradizione. I Jayhawks lo sapevano fare con meno malinconia di molti loro colleghi ed erano animati da una coppia di ottimi musicisti – Mark Olson e Gary Louris – che hanno ripreso a fare concerti assieme anche dopo lo scioglimento di fatto della band.

Waiting for the sun
(Hollywood town hall, 1992)
Pezzo on-the-road di traversie e speranze, “Waiting for the sun” è la canzone più nota del disco più apprezzato dei Jayhawks, con grande esercizio di chitarre e batteria.

Martin’s song
(Hollywood town hall, 1992)
Ballatona dedicata a un Martin, che si è messo in qualche guaio.

Blue
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Two hearts
(Tomorrow the green grass, 1995)
“I’ll survive, it’s true”. Un amore con dei guai, e non si capisce bene quali (perché giugno dovrebbe essere peggio?). Ma dove fa “I-I-I- I’m lonely” è fantastica.

Bad time
(Tomorrow the green grass, 1995)
Grande, travolgente, con un prologo quasi parlato (del tipo “è un’ora che aspetto, davanti al portone”) e un bel ritornello che fa: “’cause I’m in love with the girl I’m talkin’ about”. Ma è un momentaccio per essere innamorati, dice la canzone.

Smile
(Smile, 2000)
Alzati, mettiti le scarpe, stropicciati gli occhi, e vai a scalare le montagne: non c’è nessun problema, basta che sorridi, quando sei un po’ giù. Se n’era andato uno dei due fondatori e animatori, Mark Olson: e il messaggio è un po’ gracile, ai limiti dell’imbarazzante. Ma la canzone è così carina: magari d’estate.

Tailspin
(Rainy day music , 2003)
Rocchetto dylaniano di storia processuale in cui il condannato si becca quindici anni, ma per qualche motivo gli siamo vicini. Forse proprio per quello.

Save it for a rainy day
(Rainy day music , 2003)
Ci vorrebbe una di quelle vecchie auto familiari, quelle con gli inserti in legno sulla carrozzeria. E una cartina degli States. La musica, ce l’abbiamo.

ascolta anche: Ryan Adams || Uncle Tupelo || Joe Henry || Son Volt

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Americana

All’inizio degli anni Novanta un fronte di giovani musicisti americani cominciò a reinvestire sulla musica acustica, recuperando cose del folk e del country ma anche dalla tradizione del rock dylaniano. Molta chitarra, via tutte le cose pulitine e sintetiche: un genere che era sempre esistito, solo che ricominciavano a farlo i giovani. Li misero nel calderone della categoria “alternative”, o “independent” (perché crescevano nelle etichette indipendenti piuttosto che nelle majors della discografia), e poi trovarono una loro definizione, anzi due: “alt-country”, o “americana”.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Slate | Uncle Tupelo
(Anodyne, 1993)
Gli Uncle Tupelo sono considerati i veri iniziatori della musica “alternative”, e della conciliazione moderna tra il country e il rock. Il titolo del loro primo disco – No depression – diede il nome alla maggiore rivista dedicata al genere “americana”. I fondatori Jay Farrar e Jeff Tweedy sono due nomi di culto tra i fans del genere: il primo ha poi animato i Son Volt e il secondo i Wilco. “Slate” apriva il loro ultimo disco, Anodyne.

Jesus etc. | Wilco
(Yankee Hotel Foxtrot, 2002)
Quando i Wilco ebbero finito Yankee Hotel Foxtrot, la loro casa discografica lo giudicò invendibile. Passò un po’ di tempo, e le canzoni circolarono su internet con crescente successo, tanto che loro stessi decisero di consentirne l’ascolto sul loro sito. Pubblicato da un’etichetta minore, il disco esordì al tredicesimo posto delle classifiche americane. “Jesus etc.” cerca di consolare Gesù e tenerlo di buonumore, con riferimenti così vistosi al crollo delle torri gemelle che è difficile credere alla versione ufficiale per cui il disco sarebbe stato completato prima.

Come pick me up | Ryan Adams
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Runaway trains | Tom Petty
(Let me up (I’ve had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Woody | Hayden
(Elk Lake serenade, 2004)
Hayden è canadese, e l’hanno quindi paragonato a Neil Young. Nel suo disco più tranquillo, Elk Lake serenade, c’era la breve “Woody”, una specie di ninna nanna dedicata al suo gatto.

Come back home | Pete Yorn
(Day I forgot, 2003)
Ottimo il trucco di preparare all’entrata rock con un’introduzione acustica di chiacchiere e prove di studio... Tarara rarara ra-ra!

The greatest | Cat Power
(The greatest, 2006)
Il nome vero è Chan Marshall ed è una cantautrice della Georgia. Nel 2005 registrò un disco a Memphis, con voglie soul. Si chiama The greatest, come la canzone più bella, che parla di ridimensionare le proprie presunzioni.

Feel like going home | Walkabouts
(Satisfied mind, 1993)
I Walkabouts vengono da Seattle e sono in giro ormai da più di vent’anni, a raccogliere tracce dei generi classici americani e metterle assieme. Nel 1993 fecero un disco di cover acustiche, tra cui “Feel like going home” di Charlie Rich, amato cantante country dell’Arizona: la tirano a durare più di otto minuti in un crescendo di chitarre.

To cry about | Mary Margaret O’Hara
Canadese, genio e sregolatezza, è conosciuta da pochissimi e lo stesso idolatrata, malgrado abbia inciso pochissimo e un solo vero album, Miss America. Ha una voce da pazzi: un altro capolavoro nello stesso disco è “Body’s in trouble”.
(Miss America, 1988)

The latest toughs | Okkervil River
(Black sheep boy, 2005)
Bel pezzaccio eccitato di una band di Austin, fantasiosa e dai testi tormentati, che prende il nome da un fiume di San Pietroburgo, affluente di un affluente della Neva. Bisognerebbe sentirglielo suonare dal vivo, cantando forte le parole tutti quanti.

The day Texas sank to the bottom of the sea | Micah P. Hinson
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Ho aspettato molto quassù sugli alberi, cercando di impiccarmi con il pensiero di te”. Andamento lento, istruito da una chitarra inesorabile, e tristissima storia di otto minuti di lei che non lo vuole e lui progetta un suicidio messo a repentaglio dal rischio che nessuno se ne accorga. Violino e chitarra, bastanti. Cosa c’entri il titolo non si sa, ma non è niente male neanche quello.

A long december | Counting Crows
(Recovering the satellites, 1996)
«A metà dicembre del ’95 la mia amica Jennifer fu investita da una macchina, spappolata; e io passai tutto il mese e la maggior parte dei successivi in ospedale, mentre cominciavamo a registrare il di- sco» racconta Adam Duritz. La migliore delle ballate Counting Crows. Pianoforte e nana-nana. E una sensazione familiare di quei brutti periodi che dovranno pur passare, si tratti di ospedali o altro.

El Paso/Out on the weekend | Giant Sand
(Cover magazine, 2002)
Howe Gelb è un altro mito dell’ambiente, pianista e cantautore capace di molte incarnazioni e ardimenti. Lo paragonano spesso a Neil Young e lui ha rifatto devotamente “Out on the weekend” e “Like a hurricane”. I Giant Sand sono la sua band, di formazione assai variabile.

Holiday road | Matt Pond PA
(Winter songs, 2005)
Hanno un penchant più pop degli altri in questa lista, ma i suoni sono sempre quelli. Hanno avuto cambi di formazione, tra Philadelphia e Brooklyn. Il ritornello natalizio di “Holiday road” pare di conoscerlo da sempre: la canzone fu scritta e cantata da Lindsay Buckingham nel 1983, quando già stava nei Fleetwood Mac, e fu usata nel film National Lampoon’s Vacation.

Wood floors | Lisa Germano
(Slide, 1998)
Anche qui bisogna aspettare un minuto che passi il prologo e cominci la melodia celestiale, sempre arrangiata minimamente al pianoforte e dedicata a un parquet:
Pulled the rug, under me, and you set me free / Walk around, feel the floor, who could ask for more?
Un secondo passaggio indipendente di pianoforte compare a metà e alla fine della canzone, altrettanto bello.

You belong to me | Bob Dylan
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.

Revelator | Gillian Welch
(Time (The revelator), 2001)
Per una nata a Manhattan, cresciuta a Los Angeles ed educata a Boston, c’è qualcosa di ribelle nel buttarsi sul folk e il country.

Who would know | Joe Henry
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Lion tamer | Damien Jurado
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

California | Josh Ritter
(Hello starling, 2003)
Va fortissimo in Irlanda, ma viene dall’Idaho. La sua canzone più bella poi parla della California, l’ennesima, ma lui lo sa: “non dirmi che è un viaggio già fatto mille volte, perché questo è il mio”.

I love everybody | Lyle Lovett
(I love everybody, 1994)
“Io amo tutti quanti, e soprattutto te” è un verso geniale, malgrado i tentativi di rovinarlo enunciando poi come quarti di bue alcuni singoli elementi anatomici che ama di lei (senza mai entrare nello scabroso, peraltro). Coretto di Rickie Lee Jones e Julia Roberts, melodia appiccicosissima e ripetibile all’infinito: “so if you feel lonesome, remember it’s true, I love everybody especially you”.

Playlist


Brani citati

Jack Frusciante è uscito dal gruppo

(Enrico Brizzi, 1994, Baldini & Castoldi)

Una storia rock, una storia d’amore e di «rock parrocchiale», una storia di crescita, una storia generazionale. Questo romanzo è un cult della letteratura contemporanea italiana. Ambientato negli anni Novanta, la colonna sonora contiene tutti i brani che Brizzi cita nel libro e delinea perfettamente le atmosfere ribelli adolescenziali vissute dai personaggi.

Il titolo si riferisce a un fatto realmente accaduto nel 1992: John (e non Jack!) Frusciante, l'allora chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, lascia inaspettatamente il gruppo, durante una tournée all'apice della popolarità. Fa, come si legge nel libro, "un salto fuori dal cerchio".In questo può riassumersi l'intera morale del racconto, dal momento che tutta la vicenda è imperniata sul concetto di "uscire dal gruppo" nel senso di "uscire dalla consuetudine, dagli schemi sociali".


Domenica lunatica | Vasco Rossi

Siamo solo noi | Vasco Rossi
(Siamo solo noi, 1981)
Grande manifesto di non allineamento, che si sottrae a tutti i luoghi comuni del genere: nessuno snobismo, nessuna pretesa superiorità morale, nessuna vanità, “generazione di sconvolti”. Punk di casa nostra, ribelle ma con grazia melodica.

Fegato, fegato spappolato | Vasco Rossi

Non l’hai mica capito | Vasco Rossi

Our house | Madness
(Presents the rise and fall, 1982)
Nostalgia dell’infanzia familiare e dei rituali domestici, e realismo sul fatto che siano passati. La senti e pare di vederla, la casa, il papà che va al lavoro e la mamma che gli stira la camicia. Tutto molto british.

Hurry up hurry | Sham 69

Under the bridge | Red Hot Chili Peppers
(Blood sugar sex magik, 1991)
Il ponte è quello sotto il quale il cantante Anthony Kiedis si faceva certe pere. Fu il singolo che lanciò i Red Hot Chili Peppers, che pure avevano già fatto quattro dischi. Il coro in chiusura è quello della chiesa della signora Frusciante, madre del chitarrista John.

Clash city rockers | The Clash

God save the Queen | Sex Pistols
(God save the queen, 1977)
Successe un casino. La contestazione della monarchia non era molto apprezzata, allora, almeno non con espressioni come: “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”. Fu censurata molto e venduta molto. Ufficialmente arrivò al numero due in classifica, ma si pensa che il suo primo posto effettivo sia stato opportunamente tenuto nascosto a vantaggio di “The first cut is the deepest” di Rod Stewart. Era anche l’anno del giubileo reale, e il giorno dei festeggiamenti la band suonò davanti a Westminster da una barca affittata sul Tamigi. Li arrestarono tutti. Mezza Inghilterra li odiava, un’altra mezza non vedeva l’ora che arrivassero: “no future, no future, no future for you!”.

Sexu Machina | Negu Gorriak

Anarchy in the UK | Sex Pistols
(Anarchy in the U.K., 1976)
Il primo singolo dei Sex Pistols, e uno dei loro classici, di cui una cover arrivò fin dentro alla colonna sonora di The million dollar hotel di Wim Wenders. Erano stati assunti dalla EMI, che li licenziò dopo i primi disastri che avevano combinato in giro. Il contratto con la A&M durò poi una settimana (alla festa di presentazione cercarono di farsi le segretarie e vomitarono negli uffici, cosa che era piuttosto contraria all’etichetta), e alla fine approdarono alla Virgin. Dove la canzone sembra dire “I use the enemy” (uso il nemico) il testo cita in realtà “the NME”, odiata rivista dell’establishment pop britannico. E “antichrist” non fa rima con “anarchist”, a meno di non sbagliare la pronuncia, come fa Lydon.

Comfotably numb | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Questa se la portò Gilmour dentro The wall da un suo precedente progetto solista. Nella tensione dell’opera, spartita tra ansie e disperazioni, offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding...”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe l’ha provato anche Gianfranco Fini, quella volta in Giamaica. Poi Waters, che scrisse le parole (con Gilmour smisero di parlarsi subito dopo, e avevano litigato come matti su “Comfortably numb”), spiegò che era una memoria infantile di quando si è malati e intontiti e che si riferiva a un senso di alienazione tra la band e il pubblico.
Nel 2005 ne fecero una spiritosa versione dance gli Scissors Sisters.

My way | Sid Vicious

Happy hour | The Housemartins

The sunnyside of the street | The Pogues

London calling | The Clash
(London calling, 1979)
La dichiarazione di guerra post-punk di Joe Strummer all’Inghilterra thatcheriana. Il titolo cita la frase dell’identificativo radiofonico della BBC durante la guerra, “this is London calling”. La copertina di London Calling – l’ellepì – con la foto di Pennie Smith che ritrae Paul Simonon che distrugge il basso, cita una vecchia copertina di Elvis ed è una delle icone più famose della storia del rock.

King of the Bayou | Joe Strummer

Happiness is a warm gun | The Beatles
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

Foxey lady | Jimi Hendrix
(Are you experienced?, 1967)
Tutti sbagliano sempre, ma era “Foxey”, con la “e”. «Non mi vergogno a dire che non sono capace di scrivere canzoni allegre» ha detto una volta Hendrix, spiegando che questa era l’unica. Più che una canzone allegra, è che lui se la vuole fare, a essere precisi.

Every little thing she does is magic | The Police
Ghost in the machine, 1981)
Dopo il brumoso attacco, il ritornello è una notevole sbandata di allegria pop nel curriculum dei Police, che pure mantengono alcuni loro tic originali, come il “diòòòò” in chiusura. Il verso “do I have to tell the story...” sarà citato da Sting nella sua successiva “Seven days”.

People are strange | The Doors

Libra | Diaframma


A hard rain’s a gonna fall | Eddie Brickell & The New Bohemians

I shot the sheriff | Bob Marley & The Wailers
(Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no.
(Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Lonesome, on’ry and mean | Henry Rollins

There is a light that never goes out | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra.
E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire

Holiday in Cambodia | Dead Kennedys

Always in my mind | Pet Shop Boys
(Introspective, 1988)
Una delle molte cover di una grande canzone d’amore resa celebre da Elvis, naturalmente fatta alla maniera Pet Shop Boys: con un potente frastuono intorno e un riff di tastiere aggressivo. Conquistò l’ambìto titolo di numero uno di Natale nelle classifiche inglesi, nel 1987. La versione di nove minuti contenuta in Introspective è un po’ sfinente: meglio quella del singolo.


Behind the sun | Red Hot Chili Peppers

Where is the mind? | Pixies

Sweet home Chicago | The Blues Brothers

Rhythm is a dancer | SNAP!

Rock the Casbah | The Clash
(Combat rock, 1982)
Malgrado non abbia espliciti riferimenti geografici, la storia dell’insurrezione popolare contro il divieto sul rock fu ispirata dalla notizia di una stretta in questo senso nell’Iran dell’ayatollah Khomeini. Erano i tempi in cui una band di sinistra poteva suggerire di rovesciare le dittature musulmane.
Negli ultimi anni alcuni versi sono diventati profetici, fino a diventare tormentone dei soldati americani nella guerra del Golfo.
Fu il maggiore successo commerciale dei Clash e rese celebre l’armadillo del video.

Raw power | The Stooges

White riot | The Clash

No feelings | Sex Pistols

Shiny happy people | R.E.M.

Tunnel of love | Dire Straits

Sayonara | The Pogues

Dazed and confused | Led Zeppelin

(White man) in Hammersmith Palais | The Clash

Deeper shade of soul | Urban Dance Squad

Lunedì | Vasco Rossi

Love song | Tesla

How beautiful you are | The Cure

Il mio canto libero | Lucio Battisti

Me and my friends | Red Hot Chili Peppers

Friday I’m in love | The Cure
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”. E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri: “it’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff”.

Bigmouth strikes again | The Smiths

Digging the grave | Faith No More

Ghostrider | Rollins Band

Leccaculo | Splatterpink

Il vitello dai piedi di balsa | Elio e Le Storie Tese

Playlist

Una città per cantare

Intendiamoci: queste sono “belle” canzoni dedicate a città , che se no ci stava anche "Firenze Santa Maria Novella" di Pupo o, a far posto a una donna, "Alghero" di Giuni Russo.

Genova per noi | Paolo Conte
(Paolo Conte, 1975)
Un’intera e rinomata generazione di cantautori genovesi non ha raccontato la città quanto una sola canzone, mitologica quanto le espressioni che ha inventato e incastonato nella lingua nazionale: "con quella faccia un po’ così", "il sole è un lampo giallo", "quel mare scuro che si muove anche di notte".

Rimini | Fabrizio De André
(Rimini, 1978)
Canzone di aborti: quello di Teresa, ragazza riminese che era stata messa incinta dal bagnino e che pensa il suo amore sia vittima di persecuzioni politiche, e quello di Colombo, che non ha saputo far nascere l’America, "macellata su una croce di legno".
Non regalate terre promesse a chi non le mantiene

Rimini | Les Wampas
(Rock'n'Roll Part 9, 2006)
Omaggio dei Les Wampasì, gruppo punk rock francese, al ciclista Marco Pantani, morto per overdose in un hotel della riviera romagnola dopo alcuni anni di sbandamento. "Ma che ti ha preso per andare a morire proprio a Rimini?!?".
Le soir quand l'Italie est triste Elle ressemble à Rimini.(...) Oui à côté de Rimini, même Palavas a l'air sexy Car à côté de Rimini, La Grande-Motte ressemble à Venise

Riccione | Thegiornalisti
(singolo, 2017)
Canzone scritta da Tommaso Paradiso, che con le sonorità vintage anni ottanta e, allo stesso tempo, contemporanee che caratterizzano i Thegiornalisti, racconta immagini e sensazioni di un'estate senza tempo.

Milano e Vincenzo | Alberto Fortis
(Alberto Fortis, 1979)
Quando arrivò "Milano e Vincenzo", ancora me la ricordo. Non è che ne uscissero spesso di canzoni in cui il refrain era una minaccia personale, un’apologia di reato, e uno sdoganamento dell’omicidio; e il testo una dichiarazione d’amore rivoluzionaria per la città più detestata d’Italia. Vincenzo era Vincenzo Micocci, già agente di De Gregori e di molti altri.

Milano | Lucio Dalla
(Lucio Dalla, 1979)
Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco
e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica

Innamorati a Milano | Ornella Vanoni
(singolo, 1966)
Canzone scritta da Alberto Testa e Memo Remigi e cantata da Ornella Vanoni nel 1966. Descrive l’amore di due innamorati nella città che sembrerebbe la meno romantica: “senza fiori, senza verde, senza cielo, senza niente… tra la gente, tanta gente.”

Bologna è una regola | Luca Carboni
(Pop-up, 2015)
Ballata electro-pop dalla vena malinconica. Carboni ha dichiarato: «È una canzone sulla magia e l'inquietudine della mia città. Magia che alla fine non si riesce mai a spiegare con la ragione o con le parole e rimane sempre un mistero. Un mistero che si intreccia con il destino di tanti ragazzi che qui ci nascono, ci vivono, diventano uomini e tanti altri che qui, invece, ci arrivano per l'università.»

Bologna | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
Con i luoghi comuni va a finire spesso così: che erano veri. “Bologna” celebra tutti i luoghi comuni su Bologna, e li conferma e legittima.

Venezia | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
"Stefania era bella, Stefania non stava mai male". Bellissima, triste, umida. Bellissima. Diversamente dalla gemella "Bologna", qui prevale la storia di Stefania su quella della città, ma anche questa è raccontata meravigliosamente: "La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti". E il verso terribile sul respiro che quasi inciampava nei denti.

Napul’è | Pino Daniele
(Terra mia, 1977)
“’Na tazzulella ‘e cafè” è il lato B – the dark side of the moon – del 45 giri, e di Napoli. Il lato A è una cosa che sbaraglia tutta la retorica ‘o- sole-mio-eccetera, senza arretrare di un millimetro dalla linea della canzone sentimentale e commovente, e napoletana: il più bel pezzo che sia mai stato scritto per una città, più di “New York state of mind” di Billy Joel.

A Naples il y a | Vincent Delerm
(Les piqûres d'araignée, 2006)
J'ai conservé sur moi
le souvenir d'un soir
où tu disaisA Naples il y a
peu d'endroits pour s'asseoir

Roma-Bangkok | Baby K. ft. Giusy Ferreri
(Kiss kiss bang bang, 2015)
Brano caratterizzato da influenze dancehall, reggae ed elettropop. Riguardo al testo, Baby K ha spiegato: «Racconta la mappa geografica della mia vita: Londra, Roma ed estremo Oriente, infatti, sono i posti in cui ho vissuto, che mi porto dentro ancora oggi e che, attraverso questa musica, riesco a rivivere. Considero questa canzone un inno all'estate e alla voglia di divertirsi.»

Roma capoccia | Antonello Venditti
(Theorius Campus, 1972)
Poesia vera. In romanesco. Potrà sembrare una contraddizione, a quelli che giustamente non hanno mai sopportato il fenomeno della poesia vernacolare, ma così è. Una canzone che ha generato una mezza dozzina di espressioni di culto, da “der monno ’nfame” a “e so’ piu’ vivo e so’ più bbono” a “li passeracci so’ usignoli”. E lui aveva 14 anni: molto tempo dopo sarebbe approdato a “mi chiamo Laura e sono laureata”.

Modena | Antonello Venditti
(Buona domenica, 1979)
Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui. Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi
“Modena” è bellissima. Non so di cosa parli, davvero, o fingo di non saperlo. Alcune cose sono ovvie, e commoventi («Quella canzone segnava la mia personale rottura, nel 1980, con il Pci. La scrissi sull’onda della delusione di leggere in testa alla brochure della Festa nazionale dell’Unità la scritta “Coca Cola presenta”» (da un’intervista di Carlo Moretti). Altre cose restano misteriose, e commoventi. Cioè, so di cosa parla, a me. E poi c’è quell’invenzione del sassofono di Gato Barbieri, che sta a “Modena” come quello di Danilo Tomasetta sta a “Ho visto anche degli zingari felici”. Buona domenica, l’ellepì, uscì nel 1979: quarantuno anni fa.
Ma cos’è questa nuova paura che ho? Ma cos’è questa voglia di uscire e andare via?
Da quarantuno anni, non posso passare dall’uscita di Modena senza pensare che la nostra vita è Coca Cola, fredda nella gola.

Verona beat | Gatti di vicolo Miracoli
(singolo, 1980)
Da giovani, Calà, Smaila e gli altri due fecero questa canzoncina sulla loro città, su quando erano ancora più giovani. Raccontano degli anni Sessanta, che a Verona c’era una vivace scena musicale, si sentiva l’Equipe 84 e si partecipava a uno sciopero per il Bangladesh: ma dopo un’ora si era rimasti in tre (viene da chiedersi quale dei quattro se ne fosse andato: io dico che era Smaila).

Sweet home Chicago | The Blues Brothers
(The Blues Brothers, 1980)
Famosa canzone popolare blues, riprende in parte la melodia di uno dei brani blues più noti, "Baby please don't go" cantato da Big Joe Williams nel 1935 e ripreso tra gli altri da Muddy Waters e dai Them di Van Morrison. Una cover del brano fu realizzata da Eric Clapton.

Chicago | Graham Nash
(Four way street, 1971)
Dedicata ai tumulti sessantottini di Chicago durante la convention del Partito Democratico, e al processo conseguente, invita i soci della band a tornare in città a protestare: “won’t you please come to Chicago just to sing”. Fu incisa prima nel doppio live Four way street (con l’ironica dedica al sindaco Daley), e poi registrata in studio nel disco di Nash Songs for beginners.

Chicago | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)
Non è in effetti un pezzo su Chicago, ma piuttosto un’epica personale e dolente, che racconta di una fuga di casa, una fuga da Chicago e dalla famiglia in furgone. Per raccontare la tua città e il rapporto che ti ci lega, parti da quella volta che la odiavi per forza di cose. Tanto poi tutto passa: "All things go". Chapeau. Ce ne sono altri tre arrangiamenti su The Avalanche, tutti ottimi.

Jacksonville | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)

Oh Detroit, lift up your weary head! (Rebuild! Restore! Reconsider!) | Sufjan Stevens
(Michigan, 2003)
La capitale del soul e dei motori, la Motown in tutti i sensi, raccontata come la potrebbe raccontare un ossessivo che legge l’enciclopedia. “Un tempo bel posto, ora prigione”: e poi qualche banalità e un elenco di nomi che comprende Henry Ford, la Pontiac e il wolverine, cioè il grosso mammifero unghiato che dà il nome al personaggio Marvel. Per la cronaca (e soprattutto per i nostalgici del progressive), la canzone è in nove ottavi.

Panic in Detroit | David Bowie
(Aladdin sane, 1973)
Il migliore pezzo rock di Bowie, con quell’attacco tostissimo e il tipo che “somiglia un sacco a Che Guevara e guida un furgone diesel”. Tesa e apocalittica, fu ispirata dai racconti di Iggy Pop sui tumulti di Detroit alla fine degli anni Sessanta.

AA. Philadelphia | Neil Young
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

Streets of Philadelphia | Bruce Springsteen
(Philadelphia, 1994)
Era la canzone di apertura del film di Jonathan Demme, Philadelphia, che uscì a Natale e vinse l’Oscar nel 1994, battendo "Philadelphia" di Neil Young, che era sui titoli di coda nello stesso film (bella gara: ma quella di Neil Young è più bella).

Miami 2017 (Seen the lights go out on Broadway) | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Una specie di Fuga da New York. Il disco del ritorno in città dopo un periodo californiano – aperto da “Say goodbye to Hollywood” – si chiude con una fantasia di fine del mondo sulla città. La Miami del titolo è la città dove ha trovato rifugio il narratore dopo la distruzione di New York. La versione migliore è quella che introduce il bellissimo disco dal vivo che si chiama Songs in the attic. La canzone assunse un significato inquietante e rinnovato nei giorni dopo l’11 settembre (“I saw the Empire State laid low”): Joel la cantò al famoso concertone benefico del Madison Square Garden, assieme a “New York state of mind”.

New York state of mind | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Altro che la città che non dorme mai e tutte quelle fregnacce. La poesia migliore su New York è que-sta, scritta da uno che è-la-sua-città, scritta in un periodo in cui ci era appena tornato dopo tre anni dall’altra parte (“seen all the movie stars”). Pochi fuochi d’artificio, e invece un gran pianoforte, un autobus sulla linea dell’Hudson, il New York Times, Chinatown, e la città vera.

I love L.A. | Randy Newman
(Trouble in paradise, 1983)
Anche qui c’era dell’ironia, nel cantare l’odio per New York e Chicago e l’amore per le bellezze di Los Angeles (ragazze, Beach Boys, autostrade e “tutti sono così felici perché c’è sempre il sole”). Ma l’ironia si perse e “I love L.A.” diventò un discreto successo, soprattutto come inno olimpico e della squadra dei Lakers.

New York City boy | Pet Shop Boys
(Nightlife, 1999)
A forza di ammirare e imitare i Village People, i Pet Shop Boys divennero i Village People: quasi più Village People degli originali.
So young, so wrong, it’s New York city!

Leaving New York | REM
(Around the sun, 2004)
Un’altra canzone scritta dall’aeroplano, questa volta sulla costa opposta rispetto a “Electrolite”: dedicata alla seconda città di adozione di Michael Stipe, con un attacco del refrain stupendo: “you might have laughed if I told you...”.

New York City serenade | Bruce Springsteen
(The wild, the innocent and the E street shuffle, 1973)
Sensazionale introduzione di pianoforte e un pezzone che parte languidissimo e poi diventa una specie di suite di dieci minuti.

New York, New York | Liza Minnelli
New York, New York
I want to wake up in that city
that never sleeps
and find I'm king of the hill

San Francisco | Village People
(San Francisco, 1977)
Celebrazione della città dove si poteva tutto, ai tempi in cui si poteva tutto, prima che arrivasse l’apocalisse a rinchiudere tutti in casa.

San Francisco (Be sure to wear flowers in your hair) | Scott McKenzie
(singolo, 1967)
Canzone pubblicata nel giugno del 1967 per promuovere il Festival di Monterey, fu subito una hit. Il testo diceva "Se stai andando a San Francisco, sii sicuro di avere qualche fiore tra i capelli"). La canzone è apparsa in molti film, tra i quali Il laureato e Forrest Gump.

San Diego serenade | Tom Waits
(The heart of saturday night, 1974)
Tom Waits che si traveste da Billy Joel. «Parla di una ragazza, tanto tempo fa. Ero pazzo di lei. Anche suo marito». E anche: «L’ho scritta pensando a Ray Charles, pensando che gli sarebbe piaciuto cantarla. Non so perché. Non l’ho mai conosciuto».

Walking in Memphis | Marc Cohen
(Marc Cohen, 1991)
Saw the ghost of Elvis on Union Avenue
Followed him up to the gates of Graceland
Then I watched him walk right through
Now security they did not see him
Anche Cher ne ha fatto una cover.

Parigi | Paolo Conte
(Paris milonga, 1981)
«Ci sono due amanti che si incontrano e rapidamente finiscono in un piccolo hotel, e tutto si raccoglie intorno alla frase: "intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Francia". Mentre a me italiano è piaciuta questa frase quando l’ho scritta, mi suonava bene (perché la Francia è, per me italiano, l’estero), quando ho avuto la possibilità di soffermarmi su una traduzione in francese perché un francese la cantasse, mi sono accorto che al traduttore dava fastidio pronunciarla, così come a me avrebbe dato fastidio dire “pioggia, pioggia, pioggia e Italia”. Ho provato a dire al traduttore: e se dicessi “intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Olanda”? – Risposta: sì, sì, va benissimo».

Paris | The Chainsmokers
(Memories ... do not open, 2017)
We were staying in Paris
To get away from your parents

Paris latino | Bandolero
(singolo, 1983)
Brano disco-funk-rap che ebbe un grande successo in Europa all'epoca. Il testo è un miscuglio di francese, spagnolo e inglese.

San Tropez | Pink Floyd
(Meddle, 1971)
"San Tropez" (scritto san) è una canzone di Roger Waters, con un andamento tra Burt Bacharach e gli Steely Dan. Una leggenda a lungo tramandata vuole che un verso dica "making a day for Rita Pavone", cosa di cui si era vantata anche l’interessata. In realtà è "making a date for later by phone".

Deauville sans Trintignant | Vincent Delerm
(Vincent Delerm, 2002)
Elle repense à ce film
Qui se passe à Deauville
C'est un peu décevant
Deauville sans Trintignant

Evreux | Vincent Delerm
(Kensington Square, 2004)
Vincent Delerm è un cantautore francese (tra i miei preferiti), figlio dello scrittore Philippe Delerm, l'autore di La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita. Vincent Delerm è nato a Evreux.

Vienna | Ultravox
(Vienna, 1980)
"Vienna" fu una strepitosa invenzione degli Ultravox, una canzone marziale, strana abbastanza da affascinare mezza Europa e rendere riconoscibile la band. Elettronica e gravità notturne, vistose affinità estetiche con il film Il terzo uomo, vera new wave, il canto appassionato di Midge Ure“this means nothing to me!” – a celebrare miti e decadenze della città.

Budapest | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Barcelona | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Lugano addio | Ivan Graziani
(I lupi, 1977)
«Si tratta di una storia abbastanza semplice di un ragazzo del sul e di una ragazza del nord, chiaramente si innamorano il che è una cosa normalissima, ma si innamora sopratutto di quello che lei rappresenta cioè quello che è il mondo, che è totalmente diverso dal suo.» Cosi diceva Ivan in un documentario della Rai, presentando il brano. Nel brano viene citata "Addio a Lugano", una popolare canzone anarchica scritta da Pietro Gori nel gennaio 1895.

Firenze - Canzone triste | Ivan Graziani
(Viaggi e intemperie, 1980)
Storia d’amore sfortunata ruotante intorno a tre personaggi che vivono in una città non loro per ragioni di studio. La ballata si dipana in un continuo dialogo tra il soggetto narrante e il Barbarossa, soprannome dello studente di filosofia irlandese, rimasti senza la donna contesa, dal momento in cui lei getta nell'Arno i suoi disegni con l’intenzione di tornarsene a casa sua. E quando anche il Barbarossa se ne tornerà in Irlanda con la sua laurea in filosofia, non ci sarà davvero più nessuno a parlargli di lei, come se non fosse mai esistita.

Lei, lui, Firenze | Brunori Sas
(Poveri Cristi vol.2, 2011)
Ancora Firenze, ancora una cosa a tre: la città, lui e lei.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Philadelphia | Neil Young