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Cat Stevens

(1948, Londra, Inghilterra)

Era un grande cantautore, pubblicò il suo primo disco a 18 anni e scrisse canzoni dolcissime, moderate dalla sua voce agguerrita. Poi perse un po’ di smalto e quindi non sapremo mai cosa ci abbia tolto la sua conversione all’Islam in seguito all’aver scampato la morte in un incidente aereo nel 1976. Negli ultimi tempi le sue riapparizioni si sono intensificate, per l’eccitazione dei giornali e pochi altri.

Lady d’Arbanville
(Mona Bone Jakon, 1970)
Il padre di Cat Stevens di cognome faceva Georgiu, ed era un greco di Cipro. In casa si ascoltavano dei sirtaki, si direbbe. Invece Patti d’Arbanville, con quel popò di cognome da sceneggiato televisivo, lo lasciò e si mise con Mick Jagger. Poi fece un figlio con Don Johnson. Nella canzone Cat Stevens la dà macabramente per morta. Invece, alla richiesta di spiegazioni sul misterioso titolo del 33 giri (astenersi battute venete), Stevens spiegò che si trattava del nomignolo che dava al suo, ahem...

Father and son
(Tea for the tillerman, 1970)
Da ragazzi ci si fa intortare da tre cose: Siddartha, Il gabbiano Jonathan Livingstone e “Father and son”. Che serve a convincere ogni quattordicenne che qualsiasi bisticcio familiare sull’ora del rientro serale è un conflitto generazionale di grandi implicazioni letterarie e sociali. Demagogia pura, e un grande classico.

Wild world
(Tea for the tillerman, 1970)
Lamento sfigatissimo e ballata stupenda, “Wild world” è lui che si duole con lei di essere stato lasciato e finge di augurarle ogni bene (si fa sempre, in questi casi: quando poi non attacca, si passa agli insulti e alle maledizioni), ma con un avvertimento mafioso dei rischi a cui andrà incontro. Se lei gli dava retta, a quest’ora aveva il burqa.

Hard headed woman
(Tea for the tillerman, 1970)
“Ne ho viste tante, di ballerine, di ragazze che si muovono leggiadramente: ma io cerco una che abbia delle risposte, che mi prenda per quello che sono.” Una capocciona, a tradurre letteralmente il titolo.

Where do the children play?
(Tea for the tillerman, 1970)
Tea for the tillerman è il più bello e il più famoso dei dischi di Cat Stevens. Si apriva con una canzone stupenda in cui si mescolano ancora la dolcezza della melodia e la capacità di Stevens di irritare la voce. “Where do the children play?” è una canzone ecologista sui rischi del progresso, ma di grande equilibrio e moderazione: capace di celebrare i successi tecnologici e accettarne i vantaggi, ma ponendo un dubbio, “lo so, che abbiamo fatto un sacco di strada, e che le cose cambiano ogni giorno: ma i bambini, dove li facciamo giocare?”.

Morning has broken
(Teaser and the firecat, 1971)
“Morning has broken” è una ninnananna inversa, mattutina: una cosa con cui svegliarli, i bambini. Fu scritta da Eleanor Farjeon come inno religioso, molto prima che Cat Stevens la incidesse con l’aiuto di Rick Wakeman degli Yes, che è quello che suona il pianoforte.

How can I tell you
(Teaser and the firecat, 1971)
Lui che non trova le parole, e come posso dirtelo, ci vogliono le parole giuste per dirti che ti amo, e però non le trovo, le parole, e così via per un totale di 244 parole.

Sitting
(Catch bull at four, 1972)
“I feel the power growin’ in my hand!” Non è che le maggiori canzoni di Cat Stevens abbiano tutto questo ritmo, di solito: “Sitting” è travolgente, lui tosto, il pianoforte strepitoso.

Oh very young
(Buddha and the chocolate box, 1974)

Another saturday night
(1974)
Il pezzo era già stato famoso nella versione di Sam Cooke: Cat Stevens lo riarrangiò, mantenendo il ritmo festaiolo malgrado sia “un altro sabato sera, ho dei soldi da spendere che mi hanno appena pagato, ma non ho nessuno, nessuno con cui parlare, e sono di pessimo umore”.

Remember the days of the old schoolyard
(Izitso, 1977)
Sì, le tastiere in attacco sono tremende, e i bambini e il refrain strillato anche. Ma la strofa è dolcissima, malgrado il giorgiobocchismo sui bei tempi andati, “when we had semplicity...”.


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Jeff Buckley

(1966, Orange County, California, USA – 1997, Memphis, Tennessee, USA)

Gli eroi son sempre giovani e belli. Jeff Buckley è entrato nel mito, suo malgrado: nel momento in cui entrava nelle acque del Wolf River, un affluente del Mississippi, il 29 maggio 1997, a trent’anni. Tre anni prima aveva pubblicato il suo primo disco che lo aveva reso l’ammirata e malinconica promessa del songwriting americano. Suo padre, il popolare cantautore Tim Buckley<7a>, era morto di overdose a ventotto anni: quando Jeff, che non aveva mai vissuto con lui, ne aveva nove. Non si è mai capito come Jeff sia annegato.

ascolta anche: Eddie Vedder - Patti Smith - Tom Waits - Cat Power - Nick Cave - Ben Harper
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Americana

All’inizio degli anni Novanta un fronte di giovani musicisti americani cominciò a reinvestire sulla musica acustica, recuperando cose del folk e del country ma anche dalla tradizione del rock dylaniano. Molta chitarra, via tutte le cose pulitine e sintetiche: un genere che era sempre esistito, solo che ricominciavano a farlo i giovani. Li misero nel calderone della categoria “alternative”, o “independent” (perché crescevano nelle etichette indipendenti piuttosto che nelle majors della discografia), e poi trovarono una loro definizione, anzi due: “alt-country”, o “americana”.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Slate | Uncle Tupelo
(Anodyne, 1993)
Gli Uncle Tupelo sono considerati i veri iniziatori della musica “alternative”, e della conciliazione moderna tra il country e il rock. Il titolo del loro primo disco – No depression – diede il nome alla maggiore rivista dedicata al genere “americana”. I fondatori Jay Farrar e Jeff Tweedy sono due nomi di culto tra i fans del genere: il primo ha poi animato i Son Volt e il secondo i Wilco. “Slate” apriva il loro ultimo disco, Anodyne.

Jesus etc. | Wilco
(Yankee Hotel Foxtrot, 2002)
Quando i Wilco ebbero finito Yankee Hotel Foxtrot, la loro casa discografica lo giudicò invendibile. Passò un po’ di tempo, e le canzoni circolarono su internet con crescente successo, tanto che loro stessi decisero di consentirne l’ascolto sul loro sito. Pubblicato da un’etichetta minore, il disco esordì al tredicesimo posto delle classifiche americane. “Jesus etc.” cerca di consolare Gesù e tenerlo di buonumore, con riferimenti così vistosi al crollo delle torri gemelle che è difficile credere alla versione ufficiale per cui il disco sarebbe stato completato prima.

Come pick me up | Ryan Adams
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Runaway trains | Tom Petty
(Let me up (I’ve had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Woody | Hayden
(Elk Lake serenade, 2004)
Hayden è canadese, e l’hanno quindi paragonato a Neil Young. Nel suo disco più tranquillo, Elk Lake serenade, c’era la breve “Woody”, una specie di ninna nanna dedicata al suo gatto.

Come back home | Pete Yorn
(Day I forgot, 2003)
Ottimo il trucco di preparare all’entrata rock con un’introduzione acustica di chiacchiere e prove di studio... Tarara rarara ra-ra!

The greatest | Cat Power
(The greatest, 2006)
Il nome vero è Chan Marshall ed è una cantautrice della Georgia. Nel 2005 registrò un disco a Memphis, con voglie soul. Si chiama The greatest, come la canzone più bella, che parla di ridimensionare le proprie presunzioni.

Feel like going home | Walkabouts
(Satisfied mind, 1993)
I Walkabouts vengono da Seattle e sono in giro ormai da più di vent’anni, a raccogliere tracce dei generi classici americani e metterle assieme. Nel 1993 fecero un disco di cover acustiche, tra cui “Feel like going home” di Charlie Rich, amato cantante country dell’Arizona: la tirano a durare più di otto minuti in un crescendo di chitarre.

To cry about | Mary Margaret O’Hara
Canadese, genio e sregolatezza, è conosciuta da pochissimi e lo stesso idolatrata, malgrado abbia inciso pochissimo e un solo vero album, Miss America. Ha una voce da pazzi: un altro capolavoro nello stesso disco è “Body’s in trouble”.
(Miss America, 1988)

The latest toughs | Okkervil River
(Black sheep boy, 2005)
Bel pezzaccio eccitato di una band di Austin, fantasiosa e dai testi tormentati, che prende il nome da un fiume di San Pietroburgo, affluente di un affluente della Neva. Bisognerebbe sentirglielo suonare dal vivo, cantando forte le parole tutti quanti.

The day Texas sank to the bottom of the sea | Micah P. Hinson
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Ho aspettato molto quassù sugli alberi, cercando di impiccarmi con il pensiero di te”. Andamento lento, istruito da una chitarra inesorabile, e tristissima storia di otto minuti di lei che non lo vuole e lui progetta un suicidio messo a repentaglio dal rischio che nessuno se ne accorga. Violino e chitarra, bastanti. Cosa c’entri il titolo non si sa, ma non è niente male neanche quello.

A long december | Counting Crows
(Recovering the satellites, 1996)
«A metà dicembre del ’95 la mia amica Jennifer fu investita da una macchina, spappolata; e io passai tutto il mese e la maggior parte dei successivi in ospedale, mentre cominciavamo a registrare il di- sco» racconta Adam Duritz. La migliore delle ballate Counting Crows. Pianoforte e nana-nana. E una sensazione familiare di quei brutti periodi che dovranno pur passare, si tratti di ospedali o altro.

El Paso/Out on the weekend | Giant Sand
(Cover magazine, 2002)
Howe Gelb è un altro mito dell’ambiente, pianista e cantautore capace di molte incarnazioni e ardimenti. Lo paragonano spesso a Neil Young e lui ha rifatto devotamente “Out on the weekend” e “Like a hurricane”. I Giant Sand sono la sua band, di formazione assai variabile.

Holiday road | Matt Pond PA
(Winter songs, 2005)
Hanno un penchant più pop degli altri in questa lista, ma i suoni sono sempre quelli. Hanno avuto cambi di formazione, tra Philadelphia e Brooklyn. Il ritornello natalizio di “Holiday road” pare di conoscerlo da sempre: la canzone fu scritta e cantata da Lindsay Buckingham nel 1983, quando già stava nei Fleetwood Mac, e fu usata nel film National Lampoon’s Vacation.

Wood floors | Lisa Germano
(Slide, 1998)
Anche qui bisogna aspettare un minuto che passi il prologo e cominci la melodia celestiale, sempre arrangiata minimamente al pianoforte e dedicata a un parquet:
Pulled the rug, under me, and you set me free / Walk around, feel the floor, who could ask for more?
Un secondo passaggio indipendente di pianoforte compare a metà e alla fine della canzone, altrettanto bello.

You belong to me | Bob Dylan
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.

Revelator | Gillian Welch
(Time (The revelator), 2001)
Per una nata a Manhattan, cresciuta a Los Angeles ed educata a Boston, c’è qualcosa di ribelle nel buttarsi sul folk e il country.

Who would know | Joe Henry
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Lion tamer | Damien Jurado
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

California | Josh Ritter
(Hello starling, 2003)
Va fortissimo in Irlanda, ma viene dall’Idaho. La sua canzone più bella poi parla della California, l’ennesima, ma lui lo sa: “non dirmi che è un viaggio già fatto mille volte, perché questo è il mio”.

I love everybody | Lyle Lovett
(I love everybody, 1994)
“Io amo tutti quanti, e soprattutto te” è un verso geniale, malgrado i tentativi di rovinarlo enunciando poi come quarti di bue alcuni singoli elementi anatomici che ama di lei (senza mai entrare nello scabroso, peraltro). Coretto di Rickie Lee Jones e Julia Roberts, melodia appiccicosissima e ripetibile all’infinito: “so if you feel lonesome, remember it’s true, I love everybody especially you”.

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Brani citati

Bob Dylan

(1941, Duluth, Minnesota, USA)

Quando vai a un concerto di Bob Dylan e lo guardi – mentre lui snocciola tiritere ormai incomprensibili – vedi il mito, la raffigurazione del mito, mezzo secolo di storia, vedi Bobdìlan: potrai dire ai tuoi figli “io e tua madre cantavamo ‘Blowin’ in the wind’ ai concerti di Bob Dylan” (e loro risponderanno “sì, ce l’ha detto anche il nonno”). E pensi, Bob Dylan ha mai riso? L’hai mai visto ridere? Che uomo è questo, che si comporta con una modestia e una timidezza che forse sono l’unico modo per riuscire a essere il mito (chi c’è, in giro, come lui? Prima c’era il papa, ma ora?). È uno che è diventato una leggenda un po’ per bravura, un po’ perché le cose capitano, e ha saputo comportarsi da leggenda con una discrezione e un’eleganza di cui pochissimi sarebbero stati capaci. Cosa accidenti pensa, Bobdìlan, mentre canta “Forever Young”?

Don’t think twice, it’s all right
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
“Qualcuno pensa che sia una specie di canzone d’amore, ma no. È un modo per sentirsi meglio, come parlare tra sé e sé”, disse poi Dylan. E però la sua fidanzata Suze Rotolo, quella sulla copertina del disco sottobraccio a lui, in quel periodo era sempre via, ed è facile mettere le cose in relazione. La canzone deve molto, in musica e testo, al cantautore Paul Clayton, che si sarebbe ucciso quattro anni dopo, fulminandosi nella vasca da bagno.

Blowin’ in the wind
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
Il manifesto della generazione dei giovani americani disillusi dalla politica portata avanti negli anni ‘50 e '60 e sfociata dapprima nella guerra fredda e poi nella guerra del Vietnam. Nel ritornello – rivolto metaforicamente a un ipotetico amico, nel quale si potrebbe identificare l'intera umanità - viene dato un messaggio che lascia uno spiraglio all'ottimismo: una risposta che c'è, e a portarla basterà un soffio di vento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #14 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The times they are a-changin’
(The times they are a-changin’, 1964)
Dylan dichiarò che scrisse la canzone nel tentativo di farne un inno dei cambiamenti che avvenivano in quel momento storico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #59 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

It ain’t me babe
(Another side of Bob Dylan, 1964)
Qualcuno dice che Dylan volesse alludere alle eccessive pretese del suo pubblico, ma letteralmente parla di una ragazza. “Levati pure di torno, non sono io quello che vuoi. Dici che vuoi qualcuno che sia sempre forte, ti protegga e ti difenda. Beh, non guardare me. Dici che cerchi uno che ti dica che non vi lascerete mai. Beh, quello non sono io”.

It’s all over now, baby blue
(Bringing it all back home, 1965)
Una successione di immagini complesse e un po’ criptiche per far capire a “baby blue” che è venuto il momento di mollare il colpo. Dopo, anni di riflessioni su chi sia “baby blue”. Candidati: quasi tutti fuorchè Babbo Natale. Armonica, chitarra e basso, e il modo in cui lui lo dice: “and it’s all over now, baby blue”. Delle molte covers, ce n’è una leggendaria di <Van Morrison con i Them.

Mr. Tambourine Man
(Bringing it all back home, 1965)
"Mr. Tambourine Man" è una canzone folk scritta da Bob Dylan nel 1964 ed è considerato uno dei brani fondamentali della musica rock degli anni sessanta. Nello stesso anno in cui fu pubblicata, la canzone fu portata al successo, in una originale veByrds.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #106 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Subterranean homesick blues
(Bringing it all back home, 1965)
Il brano è importante anche perché è il primo pezzo propriamente “elettrico” di Dylan.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #332 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Like a rolling stone
(Highway 61 revisited, 1965)
Se non vi bastasse il resto, è la canzone di maggior successo commerciale nella carriera di Bob Dylan. Piuttosto rivoluzionaria all’epoca: si avventurava in arrangiamenti e produzioni che fecero storcere il naso ai puristi del suono folk di Dylan, e aveva una lunghezza anomala per il formato radiofonico dell’epoca. «Nessuna altra canzone ha mai messo così tanto in discussione le leggi commerciali e le convenzioni artistiche del suo tempo» dice Rolling Stone (il giornale che l’ha dichiarata nel 2004 la più grande canzone di tutti i tempi: ma c’è un conflitto di interessi). Di chi parla, la canzone? Di voi tutti, ovviamente: ma da anni si accavallano le teorie per cui Dylan si sarebbe ispirato a Edie Sedgwick, (modella e musa del giro warholiano) o a se stesso.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Desolation row
(Highway 61 revisited, 1965)
"Desolation row" è stata descritta come uno dei più alti esempi di lirismo poetico applicato a una canzone pop o rock che dir si voglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #185 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(Highway 61 revisited, 1965)
L'Highway 61 è un'autostrada che corre da Duluth, nel Minnesota, dove Dylan nacque e passò la sua infanzia, fino a New Orleans, Louisiana. Fu un importante via di transito per gli afro-americani che dal profondo Sud giungevano a Chicago, St. Louis e a Memphis, seguendo anche il Mississippi per la maggior parte delle sue 1400 miglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #364 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(1965)

Highway 61 Revisited fu inciso in soli sei giorni e fu pubblicato nell'agosto del 1965. La Highway 61 è una strada americana che va dal Minnesota (stato di nascita di Dylan) fino alla foce del fiume Mississippi. L'album segnò finalmente il definitivo passaggio del cantautore alla chitarra elettrica. La canzone di apertura dell'album, "Like a Rolling Stone" (si vocifera che sia stata scritta pensando a Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol e amica di Dylan), ha riscosso un enorme successo ed è diventata un inno generazionale.
Durante il 1964 e il 1965, Dylan era intento a scrivere un libro, intitolato Tarantula, che non sarebbe stato pubblicato fino al 1971. Comunque, un brano del libro diventò la base per una sua nuova canzone. Così Dylan si espresse nel 1966, «Mi ritrovai a scrivere questa canzone, questa storia, questa lunga vomitata di venti pagine circa, e da essa ne trassi "Like A Rolling Stone"…. Dopo averla scritta, non ero più interessato a scrivere un libro, o una commedia».



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #4 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

I want you
(Blonde on blonde, 1966)
Ne aveva già combinate parecchie, quando scrisse la migliore canzonetta da juke-box della sua carriera. Dice che lui la vuole, e lo dice parecchio: ma in mezzo c’è tutto un casino di gente e accadimenti che in qualche modo non chiarissimo tendono a ostacolare questo suo desiderio. E un’armonica.

Just like a woman
(Blonde on blonde, 1966)
Le scuole di pensiero hanno via via trovato un compromesso sul fatto che la woman di cui parla non sia una sola, ma almeno due: Edie Sedgwick e Joan Baez. Dylan la scrisse nel giorno del Ringraziamento del 1965 a Kansas City, dove era in tournée.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #230 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Stuck inside of mobile with the Memphis blues again
(Blonde on blonde, 1966)
Roba allegra, bel ritmo, e testo acrobatico e misterioso che suggerì persino una parodia a John Lennon, intitolata “Stuck Inside of Lexicon with the Roget's Thesaurus Blues Again”: “Incastrato nella lingua con la malinconia da dizionario”. Ne ha fatto una bella cover Cat Power, nel 2007.

Visions of Johanna
(Blonde on blonde, 1966)
Nel 1999, il professore universitario di letteratura e poesia, Andrew Motion, proclamò che la composizione aveva il miglior testo mai scritto per una canzone di musica leggera e arrivò a proporre la candidatura di Bob Dylan al Premio Nobel per la letteratura, poi puntualmente vinto nel 2016. Appunto.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #404 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Positively fourth street
(Bob Dylan’s greatest hits, 1967)
Benché il testo sia chiarissimo – uno sfogo contro un’ipocrita che ha sempre finto di volergli bene e intanto desiderava il suo male – ci furono da subito dei misteri: di chi parla? C’è una relazione con il protagonista di “Like a rolling stone”, che seguiva di poco? Che vuol dire il titolo? Le teorie vanno avanti da trent’anni: probabilmente Dylan ce l’aveva con qualcuno del Greenwich Village (dove sta una 4th street: ma è papabile anche quella di Minneapolis) che aveva criticato il suo abbandono del folk acustico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #203 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All along the watchtower
(John Wesley Harding, 1967)
“Ci dev’essere un modo di uscirne”. Ma è uno degli ingressi dylaniani più riusciti e leggendari. Citazioni bibliche, fine del mondo, gran tensione. La cover di Jimi Hendrix divenne presto più celebre dell’originale e lo stesso Dylan prese a suonarla alla maniera di Hendrix.

Lay lady lay
(Nashville skyline, 1969)
Sarà la suggestione, ma è difficle non avere l’impressione che “Lay lady lay” suoni esattamente come una avvenente signora sdraiata su un letto disfatto. Saranno quelle quattro note di steel guitar che scivolano sotto le strofe. Come la canta, non sembra lui: e i fans allora rimasero spiazzati (si disse che la voce era cambiata perché aveva smesso di fumare). L’aveva scritta per Un uomo da marciapiede: ma poi scelsero “Everybody’s talkin’” di Harry Nilsson.

The man in me
(New morning, 1970)
È quella dove Dylan fa “lalla lalla lallà lalalà”, chissà cosa gli era preso. E il testo è maschilisticamente vicino a “dietro ogni grand’uomo c’è una grande donna”. Si meritò una nuova popolarità quando i fratelli Coen la ripescarono per Il grande Lebowski.

Wigwam
(Self portrait, 1970)
Uno strumentale canticchiato ebbramente, come da uno che si trascina in fondo alla parata cercando di rimanere in contatto con il resto della banda. Molto divertente e appiccicoso. Fu usato poi nel film di Wes Anderson, I Tenenbaum. Sull’anomalia del disco di cover e strumentali che lo conteneva, vale la pena ricordare la reazione su Rolling Stone del leggendario critico rock Greil Marcus: “Che è ‘sta merda?”.

Knocking on heaven’s door
(Pat Garrett & Billy The Kid, 1973)
Scritta da Bob Dylan per la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid. Nel film la canzone risuona quando lo sceriffo anziano, colpito allo stomaco, muore assistito dalla moglie, una donna grande e rude che mostra il suo dolore solo con le lacrime che le rigano il volto. Una scena di una bellezza struggente acuita dallo sfondo di un rosso tramonto; e dalla canzone di Dylan..
Tra le tante cover segnalo quella del 2015 della cantante RAIGN.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #190 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Forever young
(Planet waves, 1974)
Più facile e ruffiana della maggior parte delle canzoni di Dylan, “Forever young” è una delle sue cose più amate e popolari. In realtà la sua incisione fu lunga e laboriosa: Dylan l’aveva in testa da anni (un augurio sentimentale e commosso ai suoi figli, come “Avrai” di Baglioni e “Per te” di Jovanotti) e non voleva convincersi di nessuna versione provata. Quando sembrava quasi fatta, la ragazza che era venuta in studio con un suo vecchio amico gli disse “Bob, invecchiando mi diventi sentimentale” e lui andò in crisi. Alla fine si convinse, e la sta cantando ancora adesso.
Ce ne sono due versioni, nello stesso album: una veloce e una lenta.

You’re a big girl
(Blood on the tracks, 1975)
È il modo in cui lui fa “ooooooh!”.

Tangled up in blue
(Blood on the tracks, 1975)
"Tangled up in blue" è uno dei più chiari esempi del tentativo da parte di Dylan di scrivere canzoni “multidimensionali” che definiscano concetti indefinti di spazio e tempo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #68 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hurricane
(Desire, 1976)
“Hurricane” è una gran canzone, incalzante, con la stessa progressione di “All along the watchtower”, ed è anche uno degli ultimi singoli di successo di Dylan. Racconta del pugile Ruben Carter, accusato ingiustamente di omicidio. Il grosso del lavoro lo fa il violino di Scarlet Rivera. Il caso Carter fu chiuso dieci anni dopo, quando l’accusa decise di ritirarsi dopo che una sentenza aveva annullato le precedenti condanne. Nel 1999 venne anche il film con Denzel Washington.

Sweetheart like you
(Infidels, 1983)
“Cosa ci fa un bocconcino come te in una topaia come questa?”. Solo con questo verso, uno può entrare nella storia della musica. Lui c’era già, e non a caso. Quelli che suonano le chitarre, lì dietro, sono Mark Knopfler e Mick Taylor. “Sweetheart like you” ha tutta una sua filologia di metafore e riferimenti al mondo e all’America. Dice anche: “sai, una volta conoscevo una ragazza come te, che voleva un uomo tutto intero, non solo una metà”. Già, ma quell’uomo non era lui, babe.

You belong to me
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.


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