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Joe Henry

(1960, Charlotte, North Carolina, USA)

In giro non lo si sa molto, ma uno dei migliori musicisti contemporanei si chiama Joe Henry, ed è americano. Cantautore versatile, partito dal country-rock e approdato a dischi quasi jazz, cognato di Madonna per cui ha scritto una volta una bella canzone, e poi eclettico produttore di bei dischi altrui. Prima Solomon Burke, leggenda del soul, poi Jim White, Aimee Mann, Ani DiFranco ed Elvis Costello. Nel 1998 gli chiesero i suoi dieci dischi preferiti e lui mise al numero uno una raccolta di Paolo Conte.

00. Date for church
(Shuffletown, 1990)
Ha un andamento da innamorarsi e passeggiare per i vialetti alberati, diretti alla funzione serale. Lui ha un appuntamento in chiesa, stasera. Comincia come un’idea romantica e angelica, poi a poco poco viene fuori che sono diversi giorni che la segue e la guarda, e stasera la seguirà in chiesa ma se ne andrà prima che finisca la messa, e lei non si accorgerà che era lì. Non lo saprà mai.

AA. Drowning in the river half laughing
(Shuffletown, 1990)
“Il magistrato è ubriaco” è un verso iniziale che avrebbe potuto avere fortuna, in Italia. Ce ne sono altri, stupendi, a cominciare dal titolo, “affogando nel fiume mentre mi scappa da ridere”. Più avanti è la luna ad affogare: “the moon is losing ground, drowning in the river, and I have come to think my chest is hollow through and through”. Canzone stupenda, lenta lenta, di pianoforte e basso, con qualcosa di Tom Waits.

Good fortune
(Short man’s room, 1992)
In Short man’s room Henry si buttò più verso il country, in un momento in cui il genere veniva rivisitato molto dal giovane rock americano. Con lui suonano alcuni dei Jayhawks, e in “Good fortune” se ne sente il ritmo.

Sault Sainte Marie
(Short man’s room, 1992)
Sault Sainte Marie sono due città con lo stesso nome sulle rive opposte del fiume Saint Mary, che fa da confine tra il Canada e gli Stati Uniti: una in Ontario e l’altra in Michigan.

Buckdancer’s choice
(Kindness of the world, 1993)
Resa dei conti amorosa, da un lato all’altro della strada, con il parcheggio, i lampioni, i cani, tutto su un doppio binario di metafore e realtà. Anche in Kindness of the world suonano i due Jayhawks Perlman e Louris, assieme a Victoria Williams, cantautrice di culto americano e moglie di Mark Olson, altro Jayhawk che aveva suonato in Short man’s room.

Who would know
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Go with God
(Trampoline, 1996)
Del guardare il mondo e se stessi dalla terrazza sopra la spiaggia, quassù. Quello del banjo si chiama Mike Russell.

Stop
(Scar, 2001)
Diventerà assai più famosa quando la canterà, stravolta, la sorella di Melanie Henry, moglie di Joe. La canzone si chiamerà “Don’t tell me” e la sorella si chiamerà Madonna. Qui è un tango.

Cold enough to cross
(Scar, 2001)
Molti anni dopo, sembra tornare a “Drowning in the river half laughing”, col pianoforte e il cantato ancora più waitsiano. Dentro Scar suonano i seguenti: Ornette Coleman, Brad Mehldau, Marc Ribot, Meshell Ndegéocello. Ed è dedicato all’attore Richard Pryor (a cui è anche intitolata una canzone), allo stesso Coleman, e a Neilo Anthony Ciccone, uno di famiglia.

Widows of the revolution
(Tiny voices, 2003)
Una musica da funerale a New Orleans, per raccontare dell’attesa addolorata della moglie di un “rivoluzionario”: “un giorno sapremo che eravamo nel giusto, ma stanotte il mio uomo non è tornato”.

God only knows
(Civilians, 2007)
A un certo punto la musica di Joe Henry diviene una cosa monocorde e ipnotica, ma buona come un gelato, a cui bastano la dolcezza dei suoni e l’indulgenza della sua voce, e le canzoni non si sa più bene come fanno: nel senso che canticchiarle sotto la doccia non è facilissimo. Ma va bene così.

ascolta anche: The Jayhawks

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Altri brani, non su Spotify

AA. Drowning in the river half laughing - Joe Henry

Micah P. Hinson

(1981, Memphis, Tennessee, USA)

Prese una tranvata sentimentale per una modella da poco vedova, ad Abilene, Texas, e non si è più ripreso. Si è intossicato di Valium e di qualsiasi altra cosa, ed è pure finito in galera che non aveva ancora vent’anni. La sua famiglia cristiana integralista non lo voleva più vedere (suo padre insegna psicologia all’università). P. sta per Paul, e lui ha l’aria un po’ nerd e la voce un po’ ubriaca. Scrive ballate, di quel genere che chiamano “Americana”. Ha avuto recensioni formidabili, ma non è il genere di canzoni che sentirete facilmente alla radio.

The day Texas sank to the bottom of the sea
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Ho aspettato molto quassù sugli alberi, cercando di impiccarmi con il pensiero di te”. Andamento lento, istruito da una chitarra inesorabile, e tristissima storia di otto minuti di lei che non lo vuole e lui progetta un suicidio messo a repentaglio dal rischio che nessuno se ne accorga. Violino e chitarra, bastanti. Cosa c’entri il titolo non si sa, ma non è niente male neanche quello.

Beneath the rose
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
Bellissima e definitiva. “Non mi troveranno mai, sottoterra, sepolto sotto una rosa. Tu sarai incoronata regina di tutto quello che avrai trovato, da sola”.

The possibilities
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Le possibilià sono infinite”. A metà del 2007 Hinson annullò le date del tour europeo per un grave dolore alla schiena. A una festa un amico lo aveva colpito per scherzo provocandogli una grave lesione ossea per cui aveva dovuto essere operato, con guai e interventi successivi. Ora sta meglio. Questa canzone, trasmessa in demo un po’ per caso dalla BBC, gli valse il contratto con l’etichetta britannica che lo distribuisce da allora.

The dream you left behind
(The baby & the satellite, 2005)
“I sogni non muoiono mai”. Poco prima di natale del 2007 Hinson ha suonato alla Union Chapel di Londra assieme ai Mountain Goats e altri artisti. Alla fine del suo set ha ufficialmente chiesto alla sua fidanzata Ashley – con lui sul palco – di sposarlo. Un po’ goffamente, ma tutti erano molto eccitati e commossi. Lei ha accettato.

She don’t own me
(Micah P. Hinson and the Opera circuit, 2006)
La prima operazione alla schiena era avvenuta prima che Hinson registrasse questo disco, messo insieme in condizioni piuttosto faticose e dolorose. “La ragazza con cui stavo allora mi aiutava in ogni cosa: ma anche se l’amavo era come se sapessi già che non avrebbe funzionato e volessi scrivere della nostra separazione prima che avvenisse. Poi avvenne, a Valencia”.

Don’t leave me now
(Micah P. Hinson and the Opera circuit, 2006)
Dolcissima e conclusiva di un disco che ha una stupenda copertina di gambe femminili in bianco e nero. Il titolo è abusato – Pink Floyd, Elvis Presley - e fu l’ultima canzone anche in un tardo disco dei Supertramp.

ascolta anche: Damien Jurado || M. Ward || Lambchop || Mark Kozelek

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The Jayhawks

(1985 - 2005, Minneapolis, Minnesota)

Erano di Minneapolis, modello perfetto del genere che gli inglesi chiamano “americana” e gli americani “alt-country”: quel rocchetto tipicamente statunitense, un po’ country e un po’ western, che dai Novanta in poi ha come modello i classici sanguigni degli anni Settanta, da Neil Young ai Byrds al primo Bob Dylan. Chitarra e batteria, soprattutto: eventualmente pianoforte e basso, e a seguire violini, armonica e altri strumenti di quella tradizione. I Jayhawks lo sapevano fare con meno malinconia di molti loro colleghi ed erano animati da una coppia di ottimi musicisti – Mark Olson e Gary Louris – che hanno ripreso a fare concerti assieme anche dopo lo scioglimento di fatto della band.

Waiting for the sun
(Hollywood town hall, 1992)
Pezzo on-the-road di traversie e speranze, “Waiting for the sun” è la canzone più nota del disco più apprezzato dei Jayhawks, con grande esercizio di chitarre e batteria.

Martin’s song
(Hollywood town hall, 1992)
Ballatona dedicata a un Martin, che si è messo in qualche guaio.

Blue
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Two hearts
(Tomorrow the green grass, 1995)
“I’ll survive, it’s true”. Un amore con dei guai, e non si capisce bene quali (perché giugno dovrebbe essere peggio?). Ma dove fa “I-I-I- I’m lonely” è fantastica.

Bad time
(Tomorrow the green grass, 1995)
Grande, travolgente, con un prologo quasi parlato (del tipo “è un’ora che aspetto, davanti al portone”) e un bel ritornello che fa: “’cause I’m in love with the girl I’m talkin’ about”. Ma è un momentaccio per essere innamorati, dice la canzone.

Smile
(Smile, 2000)
Alzati, mettiti le scarpe, stropicciati gli occhi, e vai a scalare le montagne: non c’è nessun problema, basta che sorridi, quando sei un po’ giù. Se n’era andato uno dei due fondatori e animatori, Mark Olson: e il messaggio è un po’ gracile, ai limiti dell’imbarazzante. Ma la canzone è così carina: magari d’estate.

Tailspin
(Rainy day music , 2003)
Rocchetto dylaniano di storia processuale in cui il condannato si becca quindici anni, ma per qualche motivo gli siamo vicini. Forse proprio per quello.

Save it for a rainy day
(Rainy day music , 2003)
Ci vorrebbe una di quelle vecchie auto familiari, quelle con gli inserti in legno sulla carrozzeria. E una cartina degli States. La musica, ce l’abbiamo.

ascolta anche: Ryan Adams || Uncle Tupelo || Joe Henry || Son Volt

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Americana

All’inizio degli anni Novanta un fronte di giovani musicisti americani cominciò a reinvestire sulla musica acustica, recuperando cose del folk e del country ma anche dalla tradizione del rock dylaniano. Molta chitarra, via tutte le cose pulitine e sintetiche: un genere che era sempre esistito, solo che ricominciavano a farlo i giovani. Li misero nel calderone della categoria “alternative”, o “independent” (perché crescevano nelle etichette indipendenti piuttosto che nelle majors della discografia), e poi trovarono una loro definizione, anzi due: “alt-country”, o “americana”.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Slate | Uncle Tupelo
(Anodyne, 1993)
Gli Uncle Tupelo sono considerati i veri iniziatori della musica “alternative”, e della conciliazione moderna tra il country e il rock. Il titolo del loro primo disco – No depression – diede il nome alla maggiore rivista dedicata al genere “americana”. I fondatori Jay Farrar e Jeff Tweedy sono due nomi di culto tra i fans del genere: il primo ha poi animato i Son Volt e il secondo i Wilco. “Slate” apriva il loro ultimo disco, Anodyne.

Jesus etc. | Wilco
(Yankee Hotel Foxtrot, 2002)
Quando i Wilco ebbero finito Yankee Hotel Foxtrot, la loro casa discografica lo giudicò invendibile. Passò un po’ di tempo, e le canzoni circolarono su internet con crescente successo, tanto che loro stessi decisero di consentirne l’ascolto sul loro sito. Pubblicato da un’etichetta minore, il disco esordì al tredicesimo posto delle classifiche americane. “Jesus etc.” cerca di consolare Gesù e tenerlo di buonumore, con riferimenti così vistosi al crollo delle torri gemelle che è difficile credere alla versione ufficiale per cui il disco sarebbe stato completato prima.

Come pick me up | Ryan Adams
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Runaway trains | Tom Petty
(Let me up (I’ve had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Woody | Hayden
(Elk Lake serenade, 2004)
Hayden è canadese, e l’hanno quindi paragonato a Neil Young. Nel suo disco più tranquillo, Elk Lake serenade, c’era la breve “Woody”, una specie di ninna nanna dedicata al suo gatto.

Come back home | Pete Yorn
(Day I forgot, 2003)
Ottimo il trucco di preparare all’entrata rock con un’introduzione acustica di chiacchiere e prove di studio... Tarara rarara ra-ra!

The greatest | Cat Power
(The greatest, 2006)
Il nome vero è Chan Marshall ed è una cantautrice della Georgia. Nel 2005 registrò un disco a Memphis, con voglie soul. Si chiama The greatest, come la canzone più bella, che parla di ridimensionare le proprie presunzioni.

Feel like going home | Walkabouts
(Satisfied mind, 1993)
I Walkabouts vengono da Seattle e sono in giro ormai da più di vent’anni, a raccogliere tracce dei generi classici americani e metterle assieme. Nel 1993 fecero un disco di cover acustiche, tra cui “Feel like going home” di Charlie Rich, amato cantante country dell’Arizona: la tirano a durare più di otto minuti in un crescendo di chitarre.

To cry about | Mary Margaret O’Hara
Canadese, genio e sregolatezza, è conosciuta da pochissimi e lo stesso idolatrata, malgrado abbia inciso pochissimo e un solo vero album, Miss America. Ha una voce da pazzi: un altro capolavoro nello stesso disco è “Body’s in trouble”.
(Miss America, 1988)

The latest toughs | Okkervil River
(Black sheep boy, 2005)
Bel pezzaccio eccitato di una band di Austin, fantasiosa e dai testi tormentati, che prende il nome da un fiume di San Pietroburgo, affluente di un affluente della Neva. Bisognerebbe sentirglielo suonare dal vivo, cantando forte le parole tutti quanti.

The day Texas sank to the bottom of the sea | Micah P. Hinson
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Ho aspettato molto quassù sugli alberi, cercando di impiccarmi con il pensiero di te”. Andamento lento, istruito da una chitarra inesorabile, e tristissima storia di otto minuti di lei che non lo vuole e lui progetta un suicidio messo a repentaglio dal rischio che nessuno se ne accorga. Violino e chitarra, bastanti. Cosa c’entri il titolo non si sa, ma non è niente male neanche quello.

A long december | Counting Crows
(Recovering the satellites, 1996)
«A metà dicembre del ’95 la mia amica Jennifer fu investita da una macchina, spappolata; e io passai tutto il mese e la maggior parte dei successivi in ospedale, mentre cominciavamo a registrare il di- sco» racconta Adam Duritz. La migliore delle ballate Counting Crows. Pianoforte e nana-nana. E una sensazione familiare di quei brutti periodi che dovranno pur passare, si tratti di ospedali o altro.

El Paso/Out on the weekend | Giant Sand
(Cover magazine, 2002)
Howe Gelb è un altro mito dell’ambiente, pianista e cantautore capace di molte incarnazioni e ardimenti. Lo paragonano spesso a Neil Young e lui ha rifatto devotamente “Out on the weekend” e “Like a hurricane”. I Giant Sand sono la sua band, di formazione assai variabile.

Holiday road | Matt Pond PA
(Winter songs, 2005)
Hanno un penchant più pop degli altri in questa lista, ma i suoni sono sempre quelli. Hanno avuto cambi di formazione, tra Philadelphia e Brooklyn. Il ritornello natalizio di “Holiday road” pare di conoscerlo da sempre: la canzone fu scritta e cantata da Lindsay Buckingham nel 1983, quando già stava nei Fleetwood Mac, e fu usata nel film National Lampoon’s Vacation.

Wood floors | Lisa Germano
(Slide, 1998)
Anche qui bisogna aspettare un minuto che passi il prologo e cominci la melodia celestiale, sempre arrangiata minimamente al pianoforte e dedicata a un parquet:
Pulled the rug, under me, and you set me free / Walk around, feel the floor, who could ask for more?
Un secondo passaggio indipendente di pianoforte compare a metà e alla fine della canzone, altrettanto bello.

You belong to me | Bob Dylan
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.

Revelator | Gillian Welch
(Time (The revelator), 2001)
Per una nata a Manhattan, cresciuta a Los Angeles ed educata a Boston, c’è qualcosa di ribelle nel buttarsi sul folk e il country.

Who would know | Joe Henry
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Lion tamer | Damien Jurado
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

California | Josh Ritter
(Hello starling, 2003)
Va fortissimo in Irlanda, ma viene dall’Idaho. La sua canzone più bella poi parla della California, l’ennesima, ma lui lo sa: “non dirmi che è un viaggio già fatto mille volte, perché questo è il mio”.

I love everybody | Lyle Lovett
(I love everybody, 1994)
“Io amo tutti quanti, e soprattutto te” è un verso geniale, malgrado i tentativi di rovinarlo enunciando poi come quarti di bue alcuni singoli elementi anatomici che ama di lei (senza mai entrare nello scabroso, peraltro). Coretto di Rickie Lee Jones e Julia Roberts, melodia appiccicosissima e ripetibile all’infinito: “so if you feel lonesome, remember it’s true, I love everybody especially you”.

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