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America

(1967, Londra, Inghilterra, Regno Unito)

All’università a Londra erano in tre, figli di militari americani di stanza in Inghilterra: il primo disco e la canzone più famosa li incisero lì, poi se ne tornarono al paesello, dove spopolarono ancora un po’. Quando uno mollò e si convertì al cristianesimo e alla musica religiosa, gli altri infilarono ancora qualche successo con dischi piuttosto noiosi. Erano la faccia melensa del rock western degli anni Settanta, ma anche la melensaggine conosce bravure.

A horse with no name
(America, 1971)
Uno dei classici dell’epoca, anche grazie a un equivoco: molti pensarono fosse una canzone di Neil Young. La band ha sempre negato che il cavallo e il deserto di cui si parla fossero una metafora dell’uso di stupefacenti, ma non è bastato a fugare i sospetti: per scrivere cose come “the heat was hot” – ovvero “il caldo era caldo” – qualcosa bisogna aver preso. Anche l’accavallarsi di negazioni nel verso “’cause there ain’t no one for to give you no pain” è ben strano: “colloquiale”, lo definì uno degli autori. Magari poi parla del deserto, e di un cavallo, va’ a sapere. Magari.

I need you
(America, 1971)
Sono testi che rilassano, finalmente: niente cavalli misteriosi, niente allusioni dietro l’angolo, solo metafore da asilo infantile. Un testo degno del miglior Cole Porter: “Ho bisogno di te, come il fiore della pioggia, come l’inverno della primavera” eccetera.

Sister golden hair
(America in concert, 1973)
Quando eravamo giovani e ci sembrava contassero solo i bassi, c’era un punto nella versione live in cui alzavamo i bassi a palla per scatenare il colpo di batteria.

Daisy Jane
(America in concert, 1973)
Daisy mi ama, io sono contento, il cielo è sereno, ma anche sotto le stelle bla bla bla. Però quando si apre il ritornello è bella, e poi si potrà anche essere un po’ pirla sentimentali, ogni tanto, l’estate, la sera, no?

Another try
(Holiday, 1974)
Hanno licenziato papà, e comunque i soldi se li beveva tutti prima di arrivare a casa. Però, mamma, a cosa serve una famiglia? Chiamalo, digli di tornare a casa. Diamogli un’altra possibilità. Mah.

Survival
(Alibi, 1980)
Entrarono negli anni Ottanta con un disco discreto, Alibi, prima di smettere definitivamente di indovinarne una. Questo era il singolo: ancora molto vento, pioggia, luna, mare e via dicendo. Manca il cavallo.


Brani citati
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Simon and Garfunkel

Paul Simon (1941, Newark, New Jersey, USA)
Art Garfunkel (1941, Queens, New York, USA)

L’archetipo del duo in cui uno faceva tutto e l’altro non si sa cosa ci stesse a fare (se lo chiese anche Paul Simon, a un certo punto). Cantava, comunque: Art Garfunkel cantava, era alto e aveva i ricci biondi (poi perse anche quelli). Paul Simon invece era un genio, e lo si capì definitivamente quando se ne andò da solo. Ma per entrare nella storia del grande rock ci misero pochissimo.

The sound of silence
(Wednesday morning, 3 AM, 1964)
Magari ve la rovino, ma pare che “hello darkness, my old friend” traesse la sua ispirazione dal fatto che Paul Simon – l’ha raccontato lui – amava comporre al buio in bagno, per via dell’eco creato dalle piastrelle. In una versione acustica “The sound of silence” era uscita nel primo disco del duo, che era andato malino. Loro si erano separati e si stavano facendo i fatti loro – Paul Simon era in tour con un suo disco in Inghilterra – quando qualche radio americana cominciò a passarla e il produttore Tom Wilson (che aveva appena finito di lavorare a “Like a rolling stone” di Dylan) decise di riarrangiarla più rock senza nemmeno avvertirli. Quando seppe che era entrata in classifica, Simon stava suonando a Copenhagen. Rientrò in America, e con Garfunkel si precipitarono a registrare un nuovo disco, mentre “The sound of silence” arrivava al numero uno.

Wednesday morning, 3 AM
(Wednesday morning, 3 AM, 1964)

I am a rock
(Sounds of silence, 1966)
Sono uno scoglio, sono un’isola: si cita John Donne, poeta inglese seicentesco e la sua Nessun uomo è un’isola. Sullo star soli, chiudersi a casa con i propri libri e le proprie cose distanti dal mondo e dagli altri, al sicuro: “uno scoglio non soffre, e un’isola non piange mai”. Malgrado faccia dell’ironia, il ritmo è talmente allegro che uno quasi si convince all’esilio. L’aveva incisa Paul Simon già nel 1965, nel suo disco senza Garfunkel. Una barzelletta racconta che fosse la canzone preferita di Saddam Hussein: “I am Iraq!”.

Homeward bound
(Parsley, sage, rosemary and thyme, 1966)
“I’m sittin’ in the railway station got a ticket for my destination” Paul Simon la scrisse quando era in Inghilterra, e voleva tornare a casa.

A hazy shade of winter
(Bookends, 1968)
Il pezzo più rock di Simon e Garfunkel, con un giro di chitarra da antologia. Ne fecero una cover ancor più tosta le Bangles, che fece il giro del mondo.

Mrs. Robinson
(Bookends, 1968)
C’è una cosa che si sa: fu scritta per Il laureato. Ma il testo non c’entra niente con il personaggio di Ann Bancroft. È vero che si riferiva a Eleanor Roosevelt (“goin’ to the candidates debate...”)? È vero che parla di Marilyn (in questo caso il “candidato” sarebbe Kennedy, e poi c’è Joe Di Maggio)? Lei è in un ospedale, vero? O in un centro di recupero? E “coo coo ca choo”, è lo stesso di “I am the walrus” dei Beatles? Forse sì, no, sì, sì, boh.

Old friends
(Bookends, 1968)
Vecchi amici, anziani su una panchina, visione del futuro: inevitabile una riedizione nel 2011 con un video di loro due settantenni su una panchina in Central Park, e foglie morte che svolazzano.
Can you imagine us years from today, Sharing a parkbench quietly How terribly strange to be seventy

Bookends theme
(Bookends, 1968)
Time it was, and what a time it was...

At the zoo
(Bookends, 1968)
Someone told me it’s all happening at the zoo
“E gridare aiuto aiuto è scappato il leone”, aggiungerei.

America
(Bookends, 1968)
Racconto di un viaggio da giovani spiantati e spensierati, “in cerca dell’America” su un bus Greyhound, in cui si intravede una metafora di generazioni e cambiamenti. Lo stesso vale per i pensieri e le delusioni che arrivano durante il viaggio.

Bridge over troubled water
(Bridge over troubled water, 1970)
E che vuoi dire di “Bridge over troubled water”, gospel da antologia?: “Sail on silver girl, sail on by...”.

The boxer
(Bridge over troubled water, 1970)
È quella di “lailalài”, che Paul Simon spiegò poi dicendo che non gli era venuta nessuna parola da metterci, e che ancora oggi quando la canta è un po’ imbarazzato. Un’intera strofa – quella che comincia con “now the years are rolling by me”, che si può ascoltare nel concerto di Central Park – fu tolta dalla registrazione originale, ma poi è stata quasi sempre eseguita dal vivo.

Still crazy after all these years
(Still crazy after all these years, 1975)
“Ieri sera ho incontrato la mia vecchia fidanzata, per strada: sembrava contenta di vedermi, io ho appena sorriso”. Comincia così, piccola storia di tempo che passa, ricordi e commozioni: “ancora due matti, dopo tanti anni”.

50 ways to leave your lover
(Still crazy after all these years, 1975)
The problem is all inside your head”, she said to me The answer is easy if you take it logically I’d like to help you in your struggle to be free There must be fifty ways to leave your lover

Late in the evening
(One trick pony, 1980)
Dichiarazione d’amore in forma di autobiografia musicale. Ma il testo è un pretesto per un formidabile divertissement di fiati e percussioni che prelude alle cose africane che Simon vorrà fare negli anni seguenti. Fu usata nella colonna sonora di un fallimentare film con lo stesso Simon, One trick pony.

René and Georgette Magritte with their dog after the war
(Hearts and bones, 1983)
Il 19 settembre 1981 Simon e Garfunkel si riunirono per un mitologico concerto in Central Park, a Manhattan. Sembrò che dovessero tornare a fare dischi assieme, e c’erano già le canzoni pronte. Ma erano molto paulsimonesche e le avrebbe cantate Garfunkel, e quindi entrambi erano scontenti: così non se ne fece niente. Simon ci lavorò sopra e ne fece un disco da solo, stupendo. Una canzone prendeva il titolo dalla didascalia di una vecchia foto di René Magritte e sua moglie, e immaginava la coppia nelle sue piccole gioie e passioni, dondolando dolcemente il ritornello.

The late great Johnny Ace
(Hearts and bones, 1983)
Splendida autobiografia per drammi musicali, scritta poco dopo la morte di John Lennon e cantata per la prima volta al concerto di Central Park (durante l’esecuzione, uno squinternato salì sul palco e interruppe Paul Simon, che poi riuscì a finire la canzone). Comincia come un ricordo di Johnny Ace, cantante che si era sparato nel 1954 giocando alla roulette russa. “When a man came on the radio, and this is what he said: he said, I hate to break it to his fans, but Johnny Ace is dead”.
Paul Simon racconta che lui non era un grande fan di Ace, ma la notizia lo colpì e scrisse perché gli mandassero una sua foto, che arrivò firmata “from the late great Johnny Ace”. Poi Simon ricorda il decennio precedente – “era l’anno dei Beatles e degli Stones” – e la musica che stava cambiando la sua vita. Fino a un Natale del 1980, quando uno sconosciuto per strada gli chiese se aveva sentito che avevano sparato a John Lennon. E finiscono assieme a bere e a suonare in un bar, “for the late great Johnny Ace”. E qui si piange, durante la chiusa di archi, meravigliosa.


Brani citati
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The Alarm

(1981-1992, Rhyl, Galles, Regno Unito)

Erano quelli con i capelli dritti in testa e il mito estetico e lirico delle guerre settecentesche. Gallesi, andarono in tour con gli U2 e cercarono di assomigliargli, attingendo anche ai modi dei Clash. Non ci riuscirono granché, ma con uno stampino di chitarre e canti di battaglia produssero alcune belle canzoni gridacchiate.

The stand
(The Alarm, 1983)
Il primo successo andò meglio in America che in Gran Bretagna, e diede un’idea di quello che avevano in mente. Era ispirato al romanzo omonimo di Stephen King, da noi tradotto come L’ombra dello scorpione.

Sixty-eight guns
(Declaration, 1984)
“Sixty-eight guns è il grido di bat- taglia.” Quando, nel 1983, entrò in classifica in Inghilterra, la band era in tour in America e ritornò precipitosamente per la possibilità di suonare a Top of the pops. Poi la usarono per uno spot americano della Heineken.

Where were you hiding when the storm broke?
(Declaration, 1984)
“Vendersi è un peccato mortale”: la scrissero a cavallo del successo per vietarsi di tradire la propria purezza e di sottrarsi alla musica vera, secondo loro.
Dove ti sei andato a nascondere quando è scoppiata la tempesta?

Tell me
(Declaration, 1984)
Anthems, gli Alarm erano specializzati in anthems. Canti, cori, refrain proclamati al mondo, grida di battaglia con cui guidare le truppe. Ma a differenza della tradizione degli anthems hard rock – spesso meri slogan – gli Alarm sapevano inventare una melodia compiuta con cui sostenerli. “Take a look at the punks”, è ancora più efficace perché emerge – esplode – da una strofa sommessa e quieta.

The deceiver
(Declaration, 1984)
Appunto, non vi viene voglia di guidare un corteo? “Highway to hell” degli AC/DC è un anthem statico, perfetto per un comizio dal balcone, per un’adunata. Ma per andare a conquistare il mondo, per il moto a luogo, ci vuole questo. (Ed ecco di cosa parla secondo il leader Mike Peters: «ci sono sempre stati dei pazzi che pensavano di conquistare il mondo».)

Blaze of glory
(Declaration, 1984)
Buona per chiudere il concerto, in un’esplosione di gloria.

Rescue me
(Eye of the hurricane, 1987)
Qui eravamo già in una fase calante, e con una certa premonizione passavano dai canti di battaglia alla richiesta di soccorso. Mike Peters cantò “Rescue me” in uno straordinario concerto alla scuola elementare Italo Calvino di Reggio Emilia, organizzato nel 2002 dalle maestre. Bambini in visibilio.


Brani citati
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Americana

All’inizio degli anni Novanta un fronte di giovani musicisti americani cominciò a reinvestire sulla musica acustica, recuperando cose del folk e del country ma anche dalla tradizione del rock dylaniano. Molta chitarra, via tutte le cose pulitine e sintetiche: un genere che era sempre esistito, solo che ricominciavano a farlo i giovani. Li misero nel calderone della categoria “alternative”, o “independent” (perché crescevano nelle etichette indipendenti piuttosto che nelle majors della discografia), e poi trovarono una loro definizione, anzi due: “alt-country”, o “americana”.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.

Slate | Uncle Tupelo
(Anodyne, 1993)
Gli Uncle Tupelo sono considerati i veri iniziatori della musica “alternative”, e della conciliazione moderna tra il country e il rock. Il titolo del loro primo disco – No depression – diede il nome alla maggiore rivista dedicata al genere “americana”. I fondatori Jay Farrar e Jeff Tweedy sono due nomi di culto tra i fans del genere: il primo ha poi animato i Son Volt e il secondo i Wilco. “Slate” apriva il loro ultimo disco, Anodyne.

Jesus etc. | Wilco
(Yankee Hotel Foxtrot, 2002)
Quando i Wilco ebbero finito Yankee Hotel Foxtrot, la loro casa discografica lo giudicò invendibile. Passò un po’ di tempo, e le canzoni circolarono su internet con crescente successo, tanto che loro stessi decisero di consentirne l’ascolto sul loro sito. Pubblicato da un’etichetta minore, il disco esordì al tredicesimo posto delle classifiche americane. “Jesus etc.” cerca di consolare Gesù e tenerlo di buonumore, con riferimenti così vistosi al crollo delle torri gemelle che è difficile credere alla versione ufficiale per cui il disco sarebbe stato completato prima.

Come pick me up | Ryan Adams
(Heartbreaker, 2000)
Vorrei, vorrei
Che mi venissi a prendere
Mi portassi fuori
Mi scopassi
Rubassi i miei dischi
Mandassi affanculo i miei amici
Sono tutti stronzi
E col sorriso in faccia
Lo rifacessi di nuovo
La voce accanto è di Gillian Welch. “Come pick me up” fu usata nella egregia colonna sonora di Elizabethtown.

Runaway trains | Tom Petty
(Let me up (I’ve had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Woody | Hayden
(Elk Lake serenade, 2004)
Hayden è canadese, e l’hanno quindi paragonato a Neil Young. Nel suo disco più tranquillo, Elk Lake serenade, c’era la breve “Woody”, una specie di ninna nanna dedicata al suo gatto.

Come back home | Pete Yorn
(Day I forgot, 2003)
Ottimo il trucco di preparare all’entrata rock con un’introduzione acustica di chiacchiere e prove di studio... Tarara rarara ra-ra!

The greatest | Cat Power
(The greatest, 2006)
Il nome vero è Chan Marshall ed è una cantautrice della Georgia. Nel 2005 registrò un disco a Memphis, con voglie soul. Si chiama The greatest, come la canzone più bella, che parla di ridimensionare le proprie presunzioni.

Feel like going home | Walkabouts
(Satisfied mind, 1993)
I Walkabouts vengono da Seattle e sono in giro ormai da più di vent’anni, a raccogliere tracce dei generi classici americani e metterle assieme. Nel 1993 fecero un disco di cover acustiche, tra cui “Feel like going home” di Charlie Rich, amato cantante country dell’Arizona: la tirano a durare più di otto minuti in un crescendo di chitarre.

To cry about | Mary Margaret O’Hara
Canadese, genio e sregolatezza, è conosciuta da pochissimi e lo stesso idolatrata, malgrado abbia inciso pochissimo e un solo vero album, Miss America. Ha una voce da pazzi: un altro capolavoro nello stesso disco è “Body’s in trouble”.
(Miss America, 1988)

The latest toughs | Okkervil River
(Black sheep boy, 2005)
Bel pezzaccio eccitato di una band di Austin, fantasiosa e dai testi tormentati, che prende il nome da un fiume di San Pietroburgo, affluente di un affluente della Neva. Bisognerebbe sentirglielo suonare dal vivo, cantando forte le parole tutti quanti.

The day Texas sank to the bottom of the sea | Micah P. Hinson
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Ho aspettato molto quassù sugli alberi, cercando di impiccarmi con il pensiero di te”. Andamento lento, istruito da una chitarra inesorabile, e tristissima storia di otto minuti di lei che non lo vuole e lui progetta un suicidio messo a repentaglio dal rischio che nessuno se ne accorga. Violino e chitarra, bastanti. Cosa c’entri il titolo non si sa, ma non è niente male neanche quello.

A long december | Counting Crows
(Recovering the satellites, 1996)
«A metà dicembre del ’95 la mia amica Jennifer fu investita da una macchina, spappolata; e io passai tutto il mese e la maggior parte dei successivi in ospedale, mentre cominciavamo a registrare il di- sco» racconta Adam Duritz. La migliore delle ballate Counting Crows. Pianoforte e nana-nana. E una sensazione familiare di quei brutti periodi che dovranno pur passare, si tratti di ospedali o altro.

El Paso/Out on the weekend | Giant Sand
(Cover magazine, 2002)
Howe Gelb è un altro mito dell’ambiente, pianista e cantautore capace di molte incarnazioni e ardimenti. Lo paragonano spesso a Neil Young e lui ha rifatto devotamente “Out on the weekend” e “Like a hurricane”. I Giant Sand sono la sua band, di formazione assai variabile.

Holiday road | Matt Pond PA
(Winter songs, 2005)
Hanno un penchant più pop degli altri in questa lista, ma i suoni sono sempre quelli. Hanno avuto cambi di formazione, tra Philadelphia e Brooklyn. Il ritornello natalizio di “Holiday road” pare di conoscerlo da sempre: la canzone fu scritta e cantata da Lindsay Buckingham nel 1983, quando già stava nei Fleetwood Mac, e fu usata nel film National Lampoon’s Vacation.

Wood floors | Lisa Germano
(Slide, 1998)
Anche qui bisogna aspettare un minuto che passi il prologo e cominci la melodia celestiale, sempre arrangiata minimamente al pianoforte e dedicata a un parquet:
Pulled the rug, under me, and you set me free / Walk around, feel the floor, who could ask for more?
Un secondo passaggio indipendente di pianoforte compare a metà e alla fine della canzone, altrettanto bello.

You belong to me | Bob Dylan
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.

Revelator | Gillian Welch
(Time (The revelator), 2001)
Per una nata a Manhattan, cresciuta a Los Angeles ed educata a Boston, c’è qualcosa di ribelle nel buttarsi sul folk e il country.

Who would know | Joe Henry
(Kindness of the world, 1993)
Siamo solo io e te, a chi vuoi che interessi chi ha ragione e chi torto?

Lion tamer | Damien Jurado
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

California | Josh Ritter
(Hello starling, 2003)
Va fortissimo in Irlanda, ma viene dall’Idaho. La sua canzone più bella poi parla della California, l’ennesima, ma lui lo sa: “non dirmi che è un viaggio già fatto mille volte, perché questo è il mio”.

I love everybody | Lyle Lovett
(I love everybody, 1994)
“Io amo tutti quanti, e soprattutto te” è un verso geniale, malgrado i tentativi di rovinarlo enunciando poi come quarti di bue alcuni singoli elementi anatomici che ama di lei (senza mai entrare nello scabroso, peraltro). Coretto di Rickie Lee Jones e Julia Roberts, melodia appiccicosissima e ripetibile all’infinito: “so if you feel lonesome, remember it’s true, I love everybody especially you”.

Playlist


Brani citati

Peter Gabriel

(1950, Chobham, Inghilterra)

Peter Gabriel divenne leggenda già con i Genesis, e convitato di pietra dei Genesis senza di lui, che intanto era andato a fare dischi bellissimi, a esplorare le musiche del mondo, a far diventare oro qualsiasi cosa fosse toccata dalla sua voce: anche le canzoncine dei film. Dei grandissimi della sua generazione, altrettanto impeccabile c’è solo Lou Reed. Ha comprato un albergo in Sardegna, dove si è sposato qualche anno fa, con Phil Collins come testimone.

& Here comes the flood
(I, 1977)
Forse il miglior pezzo di Peter Gabriel, malgrado lui l’avesse desiderata con un arrangiamento più sobrio, come poi comparve – più sofferta, meno impetuosa, altrettanto bella – nella raccolta Shaking the tree. Influenzata dalla lettura di Carlos Castaneda e da riflessioni sulla telepatia.

Solsbury Hill
(I, 1977)
La più efficace canzonetta pop del primo Peter Gabriel. Solsbury Hill si trova vicino a Bath, in Inghilterra. Il testo viene di volta in volta interpretato come una sorta di rivelazione religiosa, o come il racconto della sua separazione dai Genesis. Il riff di chitarra è una delle cose più contagiose della storia del rock, ma anche il passaggio sul cuore impazzito (“boom boom boom”) è memorabile. “Solsbury Hill” è sempre rimasta tra le preferite del suo autore. Pochi anni fa finì nella colonna sonora di Vanilla sky.

Indigo
(II, 1978)
Canzone di suicidio o di resurrezione, o probabilmente entrambi, dolcissima e appassionata: “ok, mi arrendo...”.

Home sweet home
(II, 1978)
Peter Gabriel che gioca con le sue voci e racconta una storia terribile di sarcasmo antidomestico. I due protagonisti fanno un bambino che non volevano, devono andarsene e trovarsi una casa (“home, sweet home”) ma le cose non funzionano e la vita è difficile. Lui un giorno torna a casa e lei si è buttata dalla finestra dell’appartamento all’undicesimo piano (”home, sweet home”). Quando riceve i soldi dell’assicurazione, gli sembrano così odiosi che decide di giocarli al casinò, e vince. E si compra una deliziosa casetta in campagna (“home, sweet home”), “un posto dove riposarsi e ripensare a tutte le cose che dicevamo, nella nostra casa, dolce casa”.

Family snapshot
(III, 1980)
La discussione tra i fans non si è mai sopita: la canzone parla di Arthur Bremer, che nel 1972 cercò di uccidere il governatore razzista dell’Alabama George Wallace, o dell’assassinio di JFK? Probabilmente di tutti e due.

Biko
(III, 1980)
“September seventyseven, Port Elizabeth, weather fine”. Sono il mese e il luogo in cui Stephen Biko, militante anti-apartheid in Sudafrica morì in carcere in seguito a un pestaggio della polizia. Il coro che apre e chiude la canzone è un canto funebre sudafricano. “Biko” fu il primo passo mosso da Gabriel verso la World Music di cui si occupò intensamente negli anni successivi. Ne esiste una mediocre cover dei Simple Minds.

Games without frontiers
(III, 1980)
If looks could kill, they probably will
In games without frontiers, war without tears

San Jacinto
(IV/Security, 1982)
“San Jacinto” è un racconto, sceneggiato, sullo spappolamento della cultura degli indiani d’America a contatto con quella dei bianchi. Gran lavoro musicale, e teatrale nello sviluppo, è stupenda quando Gabriel decide di mollare tutto su “I hold the line!”.

Wallflower
(IV/Security, 1982)
Fu ispirata dalle storie dei prigionieri torturati sotto la dittatura di Pinochet (secondo altre versioni, dalla detenzione di Lech Walesa). Nel 1990 Gabriel la cantò a Santiago del Cile assieme agli Inti Illimani. Come altre canzoni di Gabriel, compare nella colonna sonora di Birdy in una versione strumentale.

Sledgehammer
(So, 1986)
La più efficace canzonetta pop del secondo Peter Gabriel, che gli valse un inedito successo commerciale e radiofonico soprattutto in America (dove “spodestò” dal numero uno “Invisible touch” dei Genesis). Una ennesima rivoluzione nei suoi suoni, con un tono soul anni Sessanta e l’introduzione di ritmi e fiati che fecero storcere il naso ad alcuni fans, sospettosi persino che ci fosse un’imitazione del malvisto Phil Collins (suo socio e poi erede nei Genesis). Molte allusioni erotiche nel testo: sledgehammer è un mazzuolo da lavoro. Il video è stato premiato da MTV come uno dei più innovativi nella storia dei video.

& In your eyes
(So, 1986)
Suoni africani e grandi cambi di ritmo in corsa, “In your eyes” andrebbe ascoltata dal vivo. A parte la versione extended pubblicata sul 12”, ce n’è una da undici minuti e mezzo in Secret world live, con tutta la band scatenata.

Don’t give up
(So, 1986)
Descrive la disperazione di un uomo che si sente isolato e sconfitto dal sistema economico, e il supporto e il consiglio saggio è cantato da Kate Bush nel ritornello. C'erano due video musicali per questa canzone. Il primo consisteva in un'unica scena dove i due cantanti si abbracciano, mentre il sole entra in eclissi totale e riemerge. Il secondo mostra i volti di Gabriel e di Bush che si sovrappongono ad un filmato di una città e delle sue persone in rovina.

Don’t break this rhythm
(Sledgehammer EP, 1986)
Peter Gabriel ha spesso parcheggiato dei piccoli capolavori sui lati B dei suoi singoli. Questo è fantastico quando lui distende il refrain, “don’t break this rhythm, don’t break this motion...”. Un’altra chicca introvabile sui dischi maggiori è “Curtains” (era il lato B di “Big time”, fu usata poi nel videogame Myst IV).

& Secret world
(Us, 1992)
Dai Genesis in poi, Gabriel ha sempre dato molto nei concerti e nei relativi dischi dal vivo. In Secret world live allunga ancora la già lunga “Secret world”, con evoluzioni affascinanti. La pausa dopo i sei minuti è il momento migliore: “a cosa stavamo pensando?”.

Digging in the dirt
(Us, 1992)
Parla di sé, di guardarsi dentro, di psicanalisi. Come in altre canzoni di Gabriel (per esempio, “In your eyes”), è fantastico il cambio di ritmo liberatorio tra la strofa e il refrain.

Party man
(Virtuosity, 1995)
Virtuosity era un film di fantascienza con Denzel Washington (acutamente ribattezzato in Italia Virtuality), di cui non si ricorda niente se non la bella canzone di Peter Gabriel, scritta assieme a Tori Amos.

Make tomorrow
(OVO, 2000)
Nel 2000 Peter Gabriel pubblicò un’opera a cui aveva lavorato negli anni precedenti e che sarebbe servita come colonna sonora di uno show ospitato nello sfortunato Millennium Dome londinese, la spettacolare struttura costruita lungo il Tamigi per le celebrazioni del Duemila e poi tormentata da problemi economici e di gestione e da polemiche di ogni genere. Nelle canzoni raccolte sul disco, Gabriel coinvolse tra gli altri Paul Buchanan dei Blue Nile e Richie Havens, che cantano con lui in “Make tomorrow”.

The Barry Williams Show
(Up, 2002)
Pezzone che eredita la lezione di “Sledgehammer”, tutto ritmo e fiati, a proposito delle depravazioni dei talkshow americani tipo Jerry Springer, e delle meschinità familiari messe in piazza. L’attore che fa Barry Williams nel video si chiama davvero Barry Williams e recitava nella serie televisiva La famiglia Brady.

The drop
(Up, 2002)
La metafora del guardare il mondo dall’aereo, in questa vaghezza, non è chissà quale ideona. Ma il pezzo è bello, all’antica: solo Peter Gabriel e il pianoforte, a chiudere notturnamente (“watching as the sun goes down”) il suo primo disco in dieci anni.

Book of love
(Shall we dance, 2004)
La canzone dei Magnetic Fields fu interpretata da Peter Gabriel per la colonna sonora di Shall we dance, una sciacquettata con Richard Gere. E gli diede l’occasione di cantare stupendamente una semplice, perfetta, canzone d’amore.

My body is a cage
(Scratch my back, 2010)
Cover del brano degli Arcade Fire, del 2007.


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Radio

Goodbye

Le canzoni danno un milione di spunti per suggerirci le parole per dire addio, o arrivederci. Le scuole di pensiero sono due, quando copiate queste frasi in fondo a quella lettera melodrammatica che sapete: citare la fonte, o no. Vedete voi.

Goodbye is all we have | Alison Krauss
(Lonely tuns both ways, 2004)
Goodbye is all we have.

Everytime we say goodbye | Ella Fitzgerald
(Ella Fitzgerald sings the Cole Porter songbook, 1956)
Everytime we say goodbye, I die a little.
Nella discografia di Ella Fitzgerald occupa uno spazio rilevantissimo la serie dei Songbooks, gli album dedicati interamente all’interpretazione degli standards di un grande autore americano. Il più riuscito è quello in cui lei canta le canzoni di Cole Porter, anche per merito di Cole Porter. Quando fu inciso, Cole Porter era ancora vivo, e lo ascoltò. Lui commentò: «Ehi, questa ragazza ha una dizione perfetta!». "Everytime we say goodbye" è la sua più bella canzone d’amore. A parte le molte versioni jazz, l’hanno cantata i Simply Red e Annie Lennox che, complice un’elegantissimo arrangiamento di pianoforte e fisarmonica, ne fece una versione bellissima (AA.).

Seconds | U2
(War, 1983)
It takes a second to say goodbye, say goodbye.

Goodbye | Tracy Chapman
(Let it rain, 2002)
It’s all in the one word that stops and steals the time. Goodbye.
Stupenda e cullante analisi semantica di una parola, di quel che significa per te, di quel che significa per me, “una parola che ferma il tempo e se lo porta via”: goodbye.
Though you’ve tried to be kind
It’s all in the words from the lips that once touched mine with a sigh. Goodbye.

Reason is treason | Kasabian
(Kasabian, 2004)
Here comes the morning that’ll say goodbye.

Back around | Ani DiFranco
(Puddle dive, 1993)
Just kiss my cheek and say goodbye, I never really go anywhere anyway.

Say goodbye | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Once you said goodbye to me, yeah, now I say goodbye to you.
Chi la fa la aspetti!

BB. Goodbye | Mark Eitzel
(Caught in a trap and I can’t back out ‘cause I love you too much, baby, 1998)
I’m tired to the bone, of always telling you goodbye.
Ballata triste, con tutta la chitarra e tutta la voce di Eitzel: il quale, in mezzo a piccole cose che continuano a fare come se niente fosse, racconta di essere stanco di dirsi addio.

Goodbye cruel world | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Goodbye cruel world, I’m leaving you today. Goodbye, goodbye, goodbye.

Visions of angels | Genesis
(Trespass, 1970)
Visions of angels all around, dance in the sky, leaving me here, forever goodbye.

Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
I’m sorry everyone, I’m tired of feeling nothing, goodbye.
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.

We said hello goodbye | Phil Collins
(No jacket required, 1985)
Turn your head and don’t look back. Set your sails for a new horizon. Don’t turn around don’t look down.

Till the next goodbye | The Rolling Stones
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Till the next time we say goodbye, I’ll be thinking of you.

Man of the hour | Pearl Jam
(Big fish, 2003)
I feel that this is just goodbye for now.
Fu incisa per la colonna sonora di Big Fish, il film di Tim Burton, e poi inserita in una raccolta dei Pearl Jam, Rearview Mirror. “L’uomo del momento” è il padre a cui il protagonista della canzone dice addio (c’è un altro famosissimo man of the hour nella storia del rock, in Family snapshot di Peter Gabriel). In concerto, Eddie Vedder di solito la dedica a Johnny Ramone, alla memoria.

Hey, that’s no way to say goodbye | Leonard Cohen
(Songs of Leonard Cohen, 1968))
Hey, that’s no way to say goodbye.
“Hey, non c'è modo di dire addio”

Goodbye | Alicia Keys
(Songs in A Minor, 2001)
So how do you find the words to say to say goodbye if your heart don’t have the heart to say to say goodbye?
Ovvero: “Come le trovi le parole per dire addio, se il tuo cuore non ha cuore di dire addio?”. Quasi uno scioglilingua.

& Say hello, wave goodbye (7" & 12" versions) | Soft Cell
(Non stop erotic cabaret, 1981)
Take your hands off me. I don’t belong to you, you see. Take a look at my face for the last time. I never knew you, you never knew me. Say hello goodbye. Say hello wave goodbye.

Say hello, wave goodbye | David Gray
(White ladder, 1999)
Era giá una stupenda canzone dei Soft Cell, a cui mancava di essere sottratta alla patina melodrammatica e un po’ kitsch propria degli arrangiamenti di quel tempo. Ci pensó David Gray. La rese acustica, solo lui, la chitarra e una base quasi trasparente, e la tiró in lungo per nove minuti. Il testo è stupendo, monologo di una storia borderline nata male e finita male, e dell’orgoglio di chiuderla.
Quanto a me, beh, troveró qualcuno che non si venda per poco. Una casalinga carina che mi offra una vita tranquilla e senza idee strane in testa.

Goodbye my love, goodbye | Demis Roussos
(Forever and ever, 1973)
Goodbye my love goodbye, goodbye and au revoir, as long as you remember me I’ll never be too far.

Bye bye love | The Everly Brothers
(singolo, 1957)
Bye bye love, bye bye happiness. Hello loneliness. I think I’m-a gonna cry.

Goodbye my lover | James Blunt
(Back to Bedlam, 2005)
Goodbye my lover, goodbye my friend, you have been the one, you have been the one for me.

Someone said goodbye | Enya
(Amarantine, 2005)
Give me a reason why you never want to say goodbye.
Summer. When the day is over there’s a heart a little colder; Someone said goodbye, but you don’t know why.

Sweetest goodbye | Maroon 5
(Songs about Jane, 2008)
Give me the sweetest goodbye that I ever did receive.

Time to say goodbye (Con te partirò) | Sarah Brightman & Andrea Bocelli
(Fly, 1995)
It’s time to say goodbye.

Song to say goodbye | Placebo
(Meds, 2005)
It’s a song to say goodbye.

Goodbye baby | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Goodbye baby. I hope your heart’s not broken. Don’t forget me.

Goodbye to love | American Music Club
(If I were a Carpenter, 1994)
I’d say goodbye to love. There are no tomorrows for this heart of mine.
La canzone era dei Carpenters, ma nel momento in cui Eitzel canta “but now this is my song”, il verso significa esattamente quello che dice. Stupenda e dolceamara nel raccontare la disillusione su un ritmo allegro, parla dell’addio ai travagli sentimentali e alla sofferenza amorosa: “loneliness and empty days will be my only friend”.

Last goodbye | Jeff Buckley
(Grace, 1994)
This is our last goodbye. I hate to feel the love between us dieb but it’s over.
Nel disordine sofferto e trascinato delle canzoni di Grace, "Last goodbye" è quasi convenzionale e ammodino, con un robusto giro di basso e una chitarra promettente: ha una sua compiutezza e vivacità, pur raccontando un amore finito.

Hello, goodbye | The Beatles
(Magical mystery tour, 1967)
I don’t know why you say goodbye, I say hello.

Insieme a te non ci sto più | Caterina Caselli
(singolo, 1968)
Arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là... finisce qua-a-a-a.
Questa è la versione ricantata dalla Caselli nel 2006 per il film Arrivederci amore ciao di Michele Soavi.

Ciao amore, ciao | Luigi Tenco
(singolo, 1967)
Ciao amore, ciao amore ciao.

Arrivederci a questa sera | Lucio Battisti
(Una giornata uggiosa, 1980)
Arrivederci a questa sera. Almeno spero di rivederti. Quello che hai detto l'ho già scordato. Mi piacerebbe che anche tu.

Arrivederci | Chiara Civello
(Canzoni, 2014)
Arrivederci, esco dalla tua vita, salutiamoci. Arrivederci, questo sarà l'addio, ma non pensiamoci. Con una stretta di mano da buoni amici sinceri ci sorridiamo per dirci: arrivederci.
Famoso brano del 1959 diUmberto Bindi, qui nella cover di Chiara Civello.

Goodbye kiss | Kasabian
(Velociraptor!, 2011)
I hope someday that we will meet again.
«Non avevo mai scritto una canzone così prima d'ora. Da molto tempo avevo quella bella melodia nel cassetto e non sapevo cosa farne. Ha un feeling alla Phil Spector, o alla Burt Bacharach. Parla di una storia d'amore autodistruttiva: di quelle che per un po' vanno bene, ma che si sa che non potrà durare se non si vuole che qualcuno faccia una brutta fine. È una canzone da cantare a tarda notte, abbracciato ai tuoi amici.»

Goodbye stranger | Supertramp
(Breakfast in America, 1979)
Goodbye stranger it's been nice. Hope you find your paradise. Tried to see your point of view. Hope your dreams will all come true.
Breakfast in America vendette montagne di copie ed è uno dei bestsellers più impeccabili di quegli anni. Alla fine, le due canzoni più note – “Breakfast in America” e “The logical song” – sono quelle che mostrano più la corda degli ascolti straripetuti. All’altro singolo assai sdolcinato, “Goodbye stranger”, invece si resta affezionati, con quel ritornello da Bee Gees incollato addosso.

Too good at goodbyes | Sam Smith
(The thrill of it all, 2017)
I'm way to good at goodbyes.
C'è chi è un esperto ...

Goodbyes | Post Malone ft Young Thug
(Hollywood's bleeding, 2019)
I'm no good at goodbyes.
... e chi no.

Never can say goodbye | Gloria Gaynor
(Never can say goodbye, 1975)
I never can say goodbye...no,no,no. I keep thinkin' that our problems soon are all gonna work out.
Brano originariamente dei Jackson 5, che la Gaynor rifece 4 anni con un arrangiamento disco più consono al suo stile.

Bigmouth strikes again | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Goodbye, and thank you. Goodbye.

Rivederci e grazie | Amedeo Minghi
(La vita mia, 1989)
Arrivederci e grazie.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Everytime we say goodbye | Annie Lennox


BB. Goodbye | Mark Eitzel

Una città per cantare

Intendiamoci: queste sono “belle” canzoni dedicate a città , che se no ci stava anche "Firenze Santa Maria Novella" di Pupo o, a far posto a una donna, "Alghero" di Giuni Russo.

Genova per noi | Paolo Conte
(Paolo Conte, 1975)
Un’intera e rinomata generazione di cantautori genovesi non ha raccontato la città quanto una sola canzone, mitologica quanto le espressioni che ha inventato e incastonato nella lingua nazionale: "con quella faccia un po’ così", "il sole è un lampo giallo", "quel mare scuro che si muove anche di notte".

Rimini | Fabrizio De André
(Rimini, 1978)
Canzone di aborti: quello di Teresa, ragazza riminese che era stata messa incinta dal bagnino e che pensa il suo amore sia vittima di persecuzioni politiche, e quello di Colombo, che non ha saputo far nascere l’America, "macellata su una croce di legno".
Non regalate terre promesse a chi non le mantiene

Rimini | Les Wampas
(Rock'n'Roll Part 9, 2006)
Omaggio dei Les Wampasì, gruppo punk rock francese, al ciclista Marco Pantani, morto per overdose in un hotel della riviera romagnola dopo alcuni anni di sbandamento. "Ma che ti ha preso per andare a morire proprio a Rimini?!?".
Le soir quand l'Italie est triste Elle ressemble à Rimini.(...) Oui à côté de Rimini, même Palavas a l'air sexy Car à côté de Rimini, La Grande-Motte ressemble à Venise

Riccione | Thegiornalisti
(singolo, 2017)
Canzone scritta da Tommaso Paradiso, che con le sonorità vintage anni ottanta e, allo stesso tempo, contemporanee che caratterizzano i Thegiornalisti, racconta immagini e sensazioni di un'estate senza tempo.

Milano e Vincenzo | Alberto Fortis
(Alberto Fortis, 1979)
Quando arrivò "Milano e Vincenzo", ancora me la ricordo. Non è che ne uscissero spesso di canzoni in cui il refrain era una minaccia personale, un’apologia di reato, e uno sdoganamento dell’omicidio; e il testo una dichiarazione d’amore rivoluzionaria per la città più detestata d’Italia. Vincenzo era Vincenzo Micocci, già agente di De Gregori e di molti altri.

Milano | Lucio Dalla
(Lucio Dalla, 1979)
Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco
e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica

Innamorati a Milano | Ornella Vanoni
(singolo, 1966)
Canzone scritta da Alberto Testa e Memo Remigi e cantata da Ornella Vanoni nel 1966. Descrive l’amore di due innamorati nella città che sembrerebbe la meno romantica: “senza fiori, senza verde, senza cielo, senza niente… tra la gente, tanta gente.”

Bologna è una regola | Luca Carboni
(Pop-up, 2015)
Ballata electro-pop dalla vena malinconica. Carboni ha dichiarato: «È una canzone sulla magia e l'inquietudine della mia città. Magia che alla fine non si riesce mai a spiegare con la ragione o con le parole e rimane sempre un mistero. Un mistero che si intreccia con il destino di tanti ragazzi che qui ci nascono, ci vivono, diventano uomini e tanti altri che qui, invece, ci arrivano per l'università.»

Bologna | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
Con i luoghi comuni va a finire spesso così: che erano veri. “Bologna” celebra tutti i luoghi comuni su Bologna, e li conferma e legittima.

Venezia | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
"Stefania era bella, Stefania non stava mai male". Bellissima, triste, umida. Bellissima. Diversamente dalla gemella "Bologna", qui prevale la storia di Stefania su quella della città, ma anche questa è raccontata meravigliosamente: "La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti". E il verso terribile sul respiro che quasi inciampava nei denti.

Napul’è | Pino Daniele
(Terra mia, 1977)
“’Na tazzulella ‘e cafè” è il lato B – the dark side of the moon – del 45 giri, e di Napoli. Il lato A è una cosa che sbaraglia tutta la retorica ‘o- sole-mio-eccetera, senza arretrare di un millimetro dalla linea della canzone sentimentale e commovente, e napoletana: il più bel pezzo che sia mai stato scritto per una città, più di “New York state of mind” di Billy Joel.

A Naples il y a | Vincent Delerm
(Les piqûres d'araignée, 2006)
J'ai conservé sur moi
le souvenir d'un soir
où tu disaisA Naples il y a
peu d'endroits pour s'asseoir

Roma-Bangkok | Baby K. ft. Giusy Ferreri
(Kiss kiss bang bang, 2015)
Brano caratterizzato da influenze dancehall, reggae ed elettropop. Riguardo al testo, Baby K ha spiegato: «Racconta la mappa geografica della mia vita: Londra, Roma ed estremo Oriente, infatti, sono i posti in cui ho vissuto, che mi porto dentro ancora oggi e che, attraverso questa musica, riesco a rivivere. Considero questa canzone un inno all'estate e alla voglia di divertirsi.»

Roma capoccia | Antonello Venditti
(Theorius Campus, 1972)
Poesia vera. In romanesco. Potrà sembrare una contraddizione, a quelli che giustamente non hanno mai sopportato il fenomeno della poesia vernacolare, ma così è. Una canzone che ha generato una mezza dozzina di espressioni di culto, da “der monno ’nfame” a “e so’ piu’ vivo e so’ più bbono” a “li passeracci so’ usignoli”. E lui aveva 14 anni: molto tempo dopo sarebbe approdato a “mi chiamo Laura e sono laureata”.

Modena | Antonello Venditti
(Buona domenica, 1979)
Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui. Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi
“Modena” è bellissima. Non so di cosa parli, davvero, o fingo di non saperlo. Alcune cose sono ovvie, e commoventi («Quella canzone segnava la mia personale rottura, nel 1980, con il Pci. La scrissi sull’onda della delusione di leggere in testa alla brochure della Festa nazionale dell’Unità la scritta “Coca Cola presenta”» (da un’intervista di Carlo Moretti). Altre cose restano misteriose, e commoventi. Cioè, so di cosa parla, a me. E poi c’è quell’invenzione del sassofono di Gato Barbieri, che sta a “Modena” come quello di Danilo Tomasetta sta a “Ho visto anche degli zingari felici”. Buona domenica, l’ellepì, uscì nel 1979: quarantuno anni fa.
Ma cos’è questa nuova paura che ho? Ma cos’è questa voglia di uscire e andare via?
Da quarantuno anni, non posso passare dall’uscita di Modena senza pensare che la nostra vita è Coca Cola, fredda nella gola.

Verona beat | Gatti di vicolo Miracoli
(singolo, 1980)
Da giovani, Calà, Smaila e gli altri due fecero questa canzoncina sulla loro città, su quando erano ancora più giovani. Raccontano degli anni Sessanta, che a Verona c’era una vivace scena musicale, si sentiva l’Equipe 84 e si partecipava a uno sciopero per il Bangladesh: ma dopo un’ora si era rimasti in tre (viene da chiedersi quale dei quattro se ne fosse andato: io dico che era Smaila).

Sweet home Chicago | The Blues Brothers
(The Blues Brothers, 1980)
Famosa canzone popolare blues, riprende in parte la melodia di uno dei brani blues più noti, "Baby please don't go" cantato da Big Joe Williams nel 1935 e ripreso tra gli altri da Muddy Waters e dai Them di Van Morrison. Una cover del brano fu realizzata da Eric Clapton.

Chicago | Graham Nash
(Four way street, 1971)
Dedicata ai tumulti sessantottini di Chicago durante la convention del Partito Democratico, e al processo conseguente, invita i soci della band a tornare in città a protestare: “won’t you please come to Chicago just to sing”. Fu incisa prima nel doppio live Four way street (con l’ironica dedica al sindaco Daley), e poi registrata in studio nel disco di Nash Songs for beginners.

Chicago | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)
Non è in effetti un pezzo su Chicago, ma piuttosto un’epica personale e dolente, che racconta di una fuga di casa, una fuga da Chicago e dalla famiglia in furgone. Per raccontare la tua città e il rapporto che ti ci lega, parti da quella volta che la odiavi per forza di cose. Tanto poi tutto passa: "All things go". Chapeau. Ce ne sono altri tre arrangiamenti su The Avalanche, tutti ottimi.

Jacksonville | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)

Oh Detroit, lift up your weary head! (Rebuild! Restore! Reconsider!) | Sufjan Stevens
(Michigan, 2003)
La capitale del soul e dei motori, la Motown in tutti i sensi, raccontata come la potrebbe raccontare un ossessivo che legge l’enciclopedia. “Un tempo bel posto, ora prigione”: e poi qualche banalità e un elenco di nomi che comprende Henry Ford, la Pontiac e il wolverine, cioè il grosso mammifero unghiato che dà il nome al personaggio Marvel. Per la cronaca (e soprattutto per i nostalgici del progressive), la canzone è in nove ottavi.

Panic in Detroit | David Bowie
(Aladdin sane, 1973)
Il migliore pezzo rock di Bowie, con quell’attacco tostissimo e il tipo che “somiglia un sacco a Che Guevara e guida un furgone diesel”. Tesa e apocalittica, fu ispirata dai racconti di Iggy Pop sui tumulti di Detroit alla fine degli anni Sessanta.

AA. Philadelphia | Neil Young
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

Streets of Philadelphia | Bruce Springsteen
(Philadelphia, 1994)
Era la canzone di apertura del film di Jonathan Demme, Philadelphia, che uscì a Natale e vinse l’Oscar nel 1994, battendo "Philadelphia" di Neil Young, che era sui titoli di coda nello stesso film (bella gara: ma quella di Neil Young è più bella).

Miami 2017 (Seen the lights go out on Broadway) | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Una specie di Fuga da New York. Il disco del ritorno in città dopo un periodo californiano – aperto da “Say goodbye to Hollywood” – si chiude con una fantasia di fine del mondo sulla città. La Miami del titolo è la città dove ha trovato rifugio il narratore dopo la distruzione di New York. La versione migliore è quella che introduce il bellissimo disco dal vivo che si chiama Songs in the attic. La canzone assunse un significato inquietante e rinnovato nei giorni dopo l’11 settembre (“I saw the Empire State laid low”): Joel la cantò al famoso concertone benefico del Madison Square Garden, assieme a “New York state of mind”.

New York state of mind | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Altro che la città che non dorme mai e tutte quelle fregnacce. La poesia migliore su New York è que-sta, scritta da uno che è-la-sua-città, scritta in un periodo in cui ci era appena tornato dopo tre anni dall’altra parte (“seen all the movie stars”). Pochi fuochi d’artificio, e invece un gran pianoforte, un autobus sulla linea dell’Hudson, il New York Times, Chinatown, e la città vera.

I love L.A. | Randy Newman
(Trouble in paradise, 1983)
Anche qui c’era dell’ironia, nel cantare l’odio per New York e Chicago e l’amore per le bellezze di Los Angeles (ragazze, Beach Boys, autostrade e “tutti sono così felici perché c’è sempre il sole”). Ma l’ironia si perse e “I love L.A.” diventò un discreto successo, soprattutto come inno olimpico e della squadra dei Lakers.

New York City boy | Pet Shop Boys
(Nightlife, 1999)
A forza di ammirare e imitare i Village People, i Pet Shop Boys divennero i Village People: quasi più Village People degli originali.
So young, so wrong, it’s New York city!

Leaving New York | REM
(Around the sun, 2004)
Un’altra canzone scritta dall’aeroplano, questa volta sulla costa opposta rispetto a “Electrolite”: dedicata alla seconda città di adozione di Michael Stipe, con un attacco del refrain stupendo: “you might have laughed if I told you...”.

New York City serenade | Bruce Springsteen
(The wild, the innocent and the E street shuffle, 1973)
Sensazionale introduzione di pianoforte e un pezzone che parte languidissimo e poi diventa una specie di suite di dieci minuti.

New York, New York | Liza Minnelli
New York, New York
I want to wake up in that city
that never sleeps
and find I'm king of the hill

San Francisco | Village People
(San Francisco, 1977)
Celebrazione della città dove si poteva tutto, ai tempi in cui si poteva tutto, prima che arrivasse l’apocalisse a rinchiudere tutti in casa.

San Francisco (Be sure to wear flowers in your hair) | Scott McKenzie
(singolo, 1967)
Canzone pubblicata nel giugno del 1967 per promuovere il Festival di Monterey, fu subito una hit. Il testo diceva "Se stai andando a San Francisco, sii sicuro di avere qualche fiore tra i capelli"). La canzone è apparsa in molti film, tra i quali Il laureato e Forrest Gump.

San Diego serenade | Tom Waits
(The heart of saturday night, 1974)
Tom Waits che si traveste da Billy Joel. «Parla di una ragazza, tanto tempo fa. Ero pazzo di lei. Anche suo marito». E anche: «L’ho scritta pensando a Ray Charles, pensando che gli sarebbe piaciuto cantarla. Non so perché. Non l’ho mai conosciuto».

Walking in Memphis | Marc Cohen
(Marc Cohen, 1991)
Saw the ghost of Elvis on Union Avenue
Followed him up to the gates of Graceland
Then I watched him walk right through
Now security they did not see him
Anche Cher ne ha fatto una cover.

Parigi | Paolo Conte
(Paris milonga, 1981)
«Ci sono due amanti che si incontrano e rapidamente finiscono in un piccolo hotel, e tutto si raccoglie intorno alla frase: "intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Francia". Mentre a me italiano è piaciuta questa frase quando l’ho scritta, mi suonava bene (perché la Francia è, per me italiano, l’estero), quando ho avuto la possibilità di soffermarmi su una traduzione in francese perché un francese la cantasse, mi sono accorto che al traduttore dava fastidio pronunciarla, così come a me avrebbe dato fastidio dire “pioggia, pioggia, pioggia e Italia”. Ho provato a dire al traduttore: e se dicessi “intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Olanda”? – Risposta: sì, sì, va benissimo».

Paris | The Chainsmokers
(Memories ... do not open, 2017)
We were staying in Paris
To get away from your parents

Paris latino | Bandolero
(singolo, 1983)
Brano disco-funk-rap che ebbe un grande successo in Europa all'epoca. Il testo è un miscuglio di francese, spagnolo e inglese.

San Tropez | Pink Floyd
(Meddle, 1971)
"San Tropez" (scritto san) è una canzone di Roger Waters, con un andamento tra Burt Bacharach e gli Steely Dan. Una leggenda a lungo tramandata vuole che un verso dica "making a day for Rita Pavone", cosa di cui si era vantata anche l’interessata. In realtà è "making a date for later by phone".

Deauville sans Trintignant | Vincent Delerm
(Vincent Delerm, 2002)
Elle repense à ce film
Qui se passe à Deauville
C'est un peu décevant
Deauville sans Trintignant

Evreux | Vincent Delerm
(Kensington Square, 2004)
Vincent Delerm è un cantautore francese (tra i miei preferiti), figlio dello scrittore Philippe Delerm, l'autore di La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita. Vincent Delerm è nato a Evreux.

Vienna | Ultravox
(Vienna, 1980)
"Vienna" fu una strepitosa invenzione degli Ultravox, una canzone marziale, strana abbastanza da affascinare mezza Europa e rendere riconoscibile la band. Elettronica e gravità notturne, vistose affinità estetiche con il film Il terzo uomo, vera new wave, il canto appassionato di Midge Ure“this means nothing to me!” – a celebrare miti e decadenze della città.

Budapest | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Barcelona | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Lugano addio | Ivan Graziani
(I lupi, 1977)
«Si tratta di una storia abbastanza semplice di un ragazzo del sul e di una ragazza del nord, chiaramente si innamorano il che è una cosa normalissima, ma si innamora sopratutto di quello che lei rappresenta cioè quello che è il mondo, che è totalmente diverso dal suo.» Cosi diceva Ivan in un documentario della Rai, presentando il brano. Nel brano viene citata "Addio a Lugano", una popolare canzone anarchica scritta da Pietro Gori nel gennaio 1895.

Firenze - Canzone triste | Ivan Graziani
(Viaggi e intemperie, 1980)
Storia d’amore sfortunata ruotante intorno a tre personaggi che vivono in una città non loro per ragioni di studio. La ballata si dipana in un continuo dialogo tra il soggetto narrante e il Barbarossa, soprannome dello studente di filosofia irlandese, rimasti senza la donna contesa, dal momento in cui lei getta nell'Arno i suoi disegni con l’intenzione di tornarsene a casa sua. E quando anche il Barbarossa se ne tornerà in Irlanda con la sua laurea in filosofia, non ci sarà davvero più nessuno a parlargli di lei, come se non fosse mai esistita.

Lei, lui, Firenze | Brunori Sas
(Poveri Cristi vol.2, 2011)
Ancora Firenze, ancora una cosa a tre: la città, lui e lei.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Philadelphia | Neil Young

La versione di Barney

(Mordechai Richler, 1997, Adelphi)

Racconto della vita di Barney Panofsky, scritta in forma di autobiografia.
Tanto movimento in questo romanzo. Presente e passato si fondono in una narrazione che fa dei salti temporali repentini e immediati, senza preavviso, che potrebbero frastornare la lettura e che invece si integrano in un intreccio incredibile.
La musica qui è fondamentale e ci aiuta a capire l’atmosfera, contestualizza la storia in un’epoca e in un luogo ben precisi, con una certa cultura e una fascia sociale ben definiti. Dixieland, jazz e musica classica si fondono in un’ambientazione sublime e affascinante.


If I knew you were comin’ I’d’ve baked a cake | Eileen Barton

Requiem in D Minor: Introitus requiem aeternam | Wolfgang Amadeus Mozart

Mairzy Doats | The Merry Macs

Si tu vois ma mère | Sidney Bechet

All the things you are | Charlie Parker

Blue in green | Miles Davis

On the sunny side of street | Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, Sonny Stitt

West Side Story: Act 1: America | Leonard Bernstein

Sonata al chiaro di luna | Ludwig Van Beethoven

Le quattro stagioni: L’autunno | Antonio Vivaldi

Concerto di Varsavia | Richard Addinsel

Overture 1812 | Tchaikovsky

When you’re smiling | King Oliver

Bye bye blues | Louis Armstrong

Make me a pallet on your floor | Buddy Bolden

Lipstick on your collar | Connie Francis

Mr. Five by five | Ella Mae Morse, Freddie Slack

Civilization - Bongo, Bongo, Bongo | The Andrews Sisters

Sleigh ride | Spike Jones

Shoo fly pie and apple pan dowdy | Dinah Shore

Ac-cent-tchu-ate the positive | Jools Holland

I’ll be seeing you | Billie Holiday

This land is your land | Woody Guthrie

My fair lady: without you | Frederick Loewe

The bluebird of happiness | Jan Peerce

Le Nozze di Figaro, K. 492: Sinfonia | Wolfgang Amadeus Mozart

Guglielmo Tell: Overture | Gioacchino Rossini

Blueberry Hill | Fats Domino



Playlist

Nirvana

(1987 – 1994, Aberdeen, Washington, USA)

I Nirvana furono la band manifesto del grunge, quella cosa di ribellismo e ritorno alla purezza ruvida del rock che andò per la maggiore in tutto il mondo negli anni Novanta a partire dall’America nord occidentale (il sound di Seattle, si diceva anche). Se la sarebbero battuta con i Pearl Jam, ma Kurt Cobain era biondo, stava con Courtney Love, e si sparò, che per l’eternità rock è una cosa che vale mille punti. Se fosse vivo, sostengono alcuni, oggi sarebbe un grande cantautore pop.

About a girl
(Bleach, 1989)
Kurt Cobain sentiva un sacco i Beatles, allora, e stava con Tracy Marander, che lavorava in un bar e guadagnava per entrambi. Nel primo disco dei Nirvana “About a girl” è la canzone più melodica, ma nel successivo Unplugged in New York ce ne sarà una versione più lenta e cupa. Il titolo – molto beatlesiano – pare sia nato quando l’allora batterista dei Nirvana chiese a Cobain di che parlasse, e lui rispose “di una ragazza”.

Smells like teen spirit
(Nevermind, 1991)
Questa sta in tutte le classifiche delle riviste specializzate, insieme a “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin e “One” degli U2. È la canzone ufficiale del successo del grunge. Il titolo si riferisce a un deodorante della Colgate, Teen spirit, e nacque da una scritta sul muro che un’amica dedicò a Cobain: “Kurt smells like teen spirit”. Cobain – che poi disse di non amare la canzone – sostenne che allora non sapeva del deodorante e che gli piaceva il significato letterale dello slogan.
L’attacco di chitarra è leggendario, ma il passaggio migliore – più dei fonemi comici urlati nel ritornello: “a mulatto, an albino, a mosquito, my libido” – è “hello, hello, hello, how low?”.
Ne esiste una bella cover ‘acustica’ di Tori Amos.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #9 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

In bloom
(Nevermind, 1991)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #407 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Come as you are
(Nevermind, 1991)
Dopo che si fu sparato, sentire Cobain cantare “and I swear that I don’t have a gun”, avrebbe avuto per sempre un altro effetto. “Come as you are” suona molto simile a un pezzo dei Killing Joke del 1985, “Eighties”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #445 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something in the way
(Nevermind, 1991)
C’è qualcosa dei Joy Division nella spettrale esecuzione minimale di “Something in the way” (che cita un aneddoto mai accreditato della vita di Cobain: lui raccontava di aver vissuto per un po’ sotto un ponte). Fu usata drammaticamente in Jarhead, il film di Sam Mendes sulla Guerra del Golfo.

Nevermind
(1991)
Favole di successo immediato degli anni ‘90, il secondo album dei Nirvana e il suo totemico primo singolo "Smells Like Teen Spirit", uscirono dritti dall'underground del Nordovest - la nascente scena grunge di Seattle - per scalciare Michael Jackson dalla cima della classifica di Billboard e per far sparire dalla circolazione l'hair metal.
In anni recenti nessun album ha avuto un impatto simile su una generazione, una nazione di adolescenti diventati punk di colpo e un effetto così catastrofico sul suo principale artefice (il peso del successo portò Kurt Cobain a suicidarsi nel 1994).
Ma i riff taglienti, il canto caustico e la scrittura deviante e obliqua di Kurt, più il contributo di corposa potenza alla Pixies / Led Zeppelin del bassista Krist Novoselic e del batterista Dave Grohl restituirono al Rock & Roll la purezza guerriera.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #17 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

All apologies
(In utero, 1993)
L’ultima canzone dell’ultimo disco dei Nirvana, prima che il fantasma di Kurt Cobain riapparisse a cadavere caldo con la pubblicazione di Unplugged in New York (dove suonava ancora più definitiva): “che altro posso dire? Solo scuse. Che posso scrivere? Non ne ho il diritto. Vorrei essere come voi, che vi accontentate di poco”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #455 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heart-shaped box
(In utero, 1993)
«La ragazza gli aveva fatto arrivare un regalo attraverso Dave, il batterista di allora. Era una scatola rossa a forma di cuore. All’esterno era piena di decorazioni floreali e dentro c’erano pigne, conchiglie, una bambola e un servizio da tè per la bambola. Kurt era rimasto molto colpito e scrisse su un pezzo di carta delle parole che avrebbe poi messo in una delle sue canzoni. Sono rimasto chiuso per delle settimane nella tua scatola a forma di amore, scrisse» (Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo, Einaudi).

Polly
(MTV Unplugged in New York, 1994)
I Nirvana suonarono in diverse occasioni a sostegno di associazioni contro la violenza sulle donne. “Polly” è ispirata alla storia vera di una ragazzina di quattordici anni sequestrata e violentata di ritorno da un concerto a Tacoma, Washington.

The man who sold the world
(MTV Unplugged in New York, 1994)
Era la canzone che dava il titolo al terzo disco di David Bowie, uscito nel 1970. Un quarto di secolo dopo diventò la cosa più efficace e sorprendente del disco unplugged pubblicato pochi mesi dopo la morte di Kurt Cobain.


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