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Paul Weller

(1958, Woking, Inghilterra)

Uno dei più grandi artisti soul di tutti i tempi, ed è inglese e bianco. L’unico a comparire in tre voci distinte in questo blog (la sua, quella dei Jam, e quella degli Style Council), ha segnato la musica inglese per ormai trent’anni, facendosi nemici e adoratori, e cantando sempre un po’ scocciato. Molti al suo Paese lo ritengono il miglior cantautore che hanno: nel resto del mondo, invece, non lo capiscono tanto.

Above the clouds
(Paul Weller, 1992)
Malinconia e spaesamento autunnale, con un suono e una vocetta ancora un po’ Style Council.

You do something to me
(Stanley road, 1995)
Splendida, da come comincia, il modo in cui lui borbotta quasi seccato “iudusamthintumi”. A sentire come lo canta, sembrerebbe che non riesca a sopportarla, questa cosa che lei gli tocchi qualcosa di profondo: è davvero giù. Un sondaggio su internet ha concluso che "You do something to me” è la canzone romantica preferita dalle donne inglesi (davanti a “With or without you” degli U2).

Wings of speed
(Stanley road, 1995)
Piano e voce, una specie di pezzone alla Paul McCartney che ammoderna il tema di “Andavo a cento all’ora”. Qui è lei che deve correre da lui, ma in aeroplano (nei suoi sogni, il pilota è Gesù Cristo nientemeno).

Frightened
(Heliocentric, 2000)
Del non volersi alzare dal letto, certe mattine che il giorno prima è stato tremendo o che non c’è la persona che si vorrebbe.

Love-less
(Heliocentric, 2000)
“Love-less” e il suo pianoforte ricordano molto gli Style Council di Confessions of a pop group. E Bacharach.

All good books
(Illumination, 2002)
“È su quelli che usano la Bibbia o il Corano per i loro fini, corrompendoli”. L’andamento da passeggiata urbana è stupendo.

Thinking of you
(Studio 150, 2004)
“Tutti quanti, lasciate che vi dica del mio amore: me lo ha portato un angelo dal cielo”. In un disco di cover cercate col lanternino, Weller mise anche questa primaverile canzonetta delle Sister Sledge, che negli anni Settanta erano state la band gemella degli Chic, cavalcando la discomusic.

Close to you
(Studio 150, 2004)
Un vecchio pezzo dei Carpenters, una cosa da show televisivo, divertente.

Savages
(As is now, 2005)
Canzone della punizione divina sui “codardi selvaggi” che piantano pallottole nella schiena e spaventano bambini: gente senza dio, che l’amore punirà, calando sulla terra. Scritta prima degli attentati londinesi dell’estate 2005, uscì poco dopo, e sembrò apposta.

Come on let’s go
(As is now, 2005)
Gran rocchetto travolgente, come ai tempi dei Jam.


Brani citati
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Colori

Canzoni di tutti i colori


True colors | Cyndi Lauper
(True colors, 1986)
But I see your true colors
Shining through
I see your true colors
And that's why I love you
So don't be afraid to let them show
Your true colors
True colors are beautiful
Like a rainbow

Colours | Donovan
(Fairytale, 1965)
Con rispetto parlando, il coretto suona del tutto incongruo rispetto alla leggerezza della canzone: sem-brano le sorelle Bandiera. Nick Drake lo avrebbe capito esercitandosi tutta la vita sugli stessi suoni, ma senza coretto.

Forbidden colors | Ryuchi Sakamoto ft David Sylvian
(Merry Christmas Mr. Lawrence, 1983)
Nel 1983 Ryuchi Sakamoto – frequente collaboratore di Sylvian e viceversa – coprodusse e recitò nel film di Nagisa Oshima Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo, in Italia). Compose anche la colonna sonora, e chiese a Sylvian di scrivere il testo e cantare nella canzone che poi divenne molto più famosa del film. Sylvian ne mise una versione in fondo al suo Secrets of the beehive, che scomparve in alcune edizioni in cd. È anche il titolo di un romanzo di Yukio Mishima del 1953, per restare in giapponeserie.


A whiter shade of pale | Procol Harum
(Procol Harum, 1967)
Nessuno ha ancora capito cosa accidenti volesse dire (se lo chiedevano anche in The commitments, il film), ma fu l’emblema dell’Estate dell’Amore hippie e rimase una delle canzoni più famose e riprodotte della storia. C’è soul, rock e musica classica assieme (Bach è citato esplicitamente), senza indulgere in sinfonismi à la Queen. “We skip the light fandango...”.


Ivory boy | The Nits
(Wool, 2000)
Era in un disco uscito nel 2000 – Wool – il più bel disco mai pubblicato da una band olandese, per quel che ne so io. Qualche tempo fa a Utrecht c’è stata una convention internazionale di fans dei Nits, per festeggiare i trent’anni della band (avete letto bene: trent’anni, che nel frattempo sono diventati quaranta e durante i quali ci fu anche lo spazio per una canzone dedicata a Bobby Solo). Wool aveva qualcosa degli Steely Dan (o degli Aluminium Group, o viceversa): qualcuno la chiamò “musica da camera pop”.


Mellow yellow | Donovan
(Mellow yellow, 1967)
Roba di ragazze, anche giovani, con una annosa questione filologica sulla attribuzione all’ambito sessuale o a quello stupefacente dell’espressione “electrical banana”. Comunque, è la canzone-bollino di Donovan, sempre parlando di banane. Si racconta che nel coretto, in un angoletto, ci fosse pure Paul McCartney: ma la tesi è controversa. Di giallo in giallo, Donovan mise le mani nella composizione di “Yellow submarine”. Adesso “Mellow yellow” è usata come sigla da Linus e Nicola su Radio DeeJay.


Yellow | Coldplay
(Parachutes, 2000)
Le cronache raccontano che nel video, a camminare sulla spiaggia avrebbero dovuto essere tutti e quattro e non solo Chris Martin. Ma gli altri tre dovettero andare al funerale della madre di Will Champion, il batterista. La domanda sorge spontanea: Chris Martin fu un po’ stronzo?

Big yellow taxi | Counting Crows ft Vanessa Carlton
(Hard candy, 2002)
Vecchia fantastica canzone di Joni Mitchell, usata persino da Janet Jackson in un raro momento di illuminazione. Reincisa con la voce di Vanessa Carlton, andò molto forte anche tra il pubblico più giovane della media dei fans dei Counting Crows.

Big yellow taxi | Joni Mitchell
(Ladies of the canyon, 1970)
La più famosa canzone di Joni Mitchell per chi non conosce Joni Mitchell. Grazie al campionamento di Janet Jackson nella sua notevole “Got ‘til it’s gone” e alla cover dei Counting Crows. Il taxi lo vide dalla finestra di un albergo alle Hawaii, e capì che “va sempre a finire che non sai quello che possiedi fino a che non lo hai perso: hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio”.

Yellow submarine | The Beatles
(Revolver, 1966)

Goodbye yellow brick road | Elton John
(Goodbye yellow brick road, 1973)
La strada dei mattoni gialli viene dal Mago di Oz. L’idea di Elton che molla tutto e torna dal vecchio gufo nel bosco, fa un po’ ridere: chissà il gufo, quando se lo vede comparire davanti.


Oro | Mango
(singolo, 1984)
Nel 1984 Mango presenta alla Fonit un provino che piace molto a Mara Maionchi. La musica, un downtempo dall'arrangiamento elettropop, ispirò Mogol, che decise di riscriverne il testo, credendo nelle potenzialità del pezzo.


Azzurro | Adriano Celentano
(Azzurro, 1968)
Bisognerebbe fare un’analisi della prevalenza dei toni del blu nella poetica della musica italiana, da “Volare” a “Celeste nostalgia” a “I’m blue, dabadì dabadà” (sì, il rischio sono quelle playlist sceme che pubblicano le riviste, tipo “canzoni scritte da uno che si chiama Paolo” ... oddio, ma è proprio quello che faccio qui!).
“Azzurro” l’aveva scritta Paolo Conte: stravendette, divenne un classico, e Conte si risolse a cantarla in concerto un quarto di secolo dopo.


Nel blu dipinto di blu | Domenico Modugno
(1958)
"Nel blu dipinto di blu" fu scritta da Franco Migliacci e Domenico Modugno, che con questa canzone vinse il Festival di Sanremo del 1958 in coppia con Dorelli. Da lì ottenne un successo planetario, fino a diventare una delle canzoni italiane più famose nel mondo. La parola che apre il ritornello, "Volare", divenuta identificativa della canzone, è stata depositata alla SIAE come titolo alternativo della canzone.
Modugno raccontava che l'idea del ritornello "Volare, oh oh" gli era venuta una mattina osservando il cielo azzurro dalla finestra della sua casa a Roma, mentre Migliacci affermava che l'idea era venuta a lui, osservando il quadro Le coq rouge dans la nuit di Marc Chagall. Musicalmente, la canzone rappresentò il punto di rottura della musica italiana tradizionale e l'inizio di una nuova era, recependo il nuovo stile portato dagli "urlatori" e mediandolo con un'esecuzione che risente delle influenze swing di importazione statunitense.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.


Purple rain | Prince
(Purple rain, 1984)
Introduzione chitarresca leggendaria, voce nel megafono, la power-ballad definitiva, versione Prince: tutti con gli accendini e lui e la chitarra che imbizzarriscono un finale spettacoloso, buono per chiudere baracca e mandare tutti a casa.


English rose | The Jam
(All mod cons, 1978)
Ballata sentimentale piuttosto anomala nel repertorio Jam, ispirata dal tour americano e dalla lontananza dalla terra natìa e dalla fidanzata. Le parole sono così banali che finiscono per suonare del tutto sincere, e rivelatrici del legame della band con l’isola da cui proveniva.


La vie en rose | Grace Jones
(Portfolio, 1977)
“La vie en rose” è per i francesi quello che per gli italiani è "Nel blu dipinto di blu”, e uno può ragionarci a lungo, soprattutto sull’alternativa cromatica. Fu incisa nel 1946 da Edith Piaf, che ne aveva scritto il testo: la musica è di Louis Guglielmi. Farla cantare a Grace Jones fu una scelta piuttosto fuori moda – invenzione geniale del produttore Tom Moulton, considerato l’inventore del remix e dell’EP - ma funzionò alla grande, grazie al lezioso arrangiamento ballabile, ma ballabile piano. Si raccomanda la versione lunga.


Rosso | Niccolò Fabi
(Il giardiniere, 1997)
Rosso, è un vestito rosso oggi quello che indossi per il mio funerale

Rosso relativo | Tiziano Ferro
(Rosso relativo, 2001)
Il tuo è un rosso relativo

Little red Corvette | Prince
(1999, 1983)
Non che le allusioni sessuali – a parole e gesti – siano mai mancate nel repertorio di Prince, ma in questo caso la metafora automobilistica lo protesse dai censori disattenti. Il pezzo scalò le classifiche in una riedizione successiva assieme a “1999”. Anni dopo la Chevrolet pubblicò dei manifesti che ritraevano una Corvette rossa del ’63 e lo slogan “Nessuno scrive canzoni sulle Volvo”.

Red red wine | UB40
(Labour of love, 1983)
Una vecchia canzone di Neil Diamond, sul bere per dimenticare, che l’arrangiamento UB40 rende ancora più dondolante ed etilica (una versione reggae esisteva già, per voce del giamaicano Tony Tribe). Lo stesso Diamond, nelle esecuzioni dal vivo, si convertì al loro ritmo: ma raccontò come lui la intendesse meno allegra e più malinconica, la sbronza.


Crimson and clover | Tommy James & The Shondells
(Crimson and clover, 1968)
Ne esiste anche una versione in italiano, con un testo scritto dal solito Mogol, del cantante libanese Patrick Samson, con il titolo "Soli si muore".


Profondo rosso | Goblin
(Profondo rosso, 1975)
Il più famoso brano del gruppo musicale di rock progressivo italiano Goblin, parte della colonna sonora del film omonimo di Dario Argento.


Tangerine | Led Zeppelin
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.


Back in black | AC/DC
(Back in black, 1980)
Il titolo spiega il ritorno degli AC/DC dopo la morte del cantante Bon Scott: aveva 33 anni e fu trovato morto in una macchina per “intossicazione da alcolici” dopo una notte di eccessi. Quanto alla canzone, ricorda molto “Highway to hell”: attacco sensazionale anche qui, e il resto vien da sé. Negli Stati Uniti Back in black è il quarto album più venduto della storia.

Nero | Gazzelle
(singolo, 2017)
Nemmeno è tutto nero

Black | Pearl Jam
(Ten, 1991)
La canzone più amata del primo disco dei Pearl Jam, malgrado la band non abbia voluto farne un singolo sostenendo che ne sarebbe stata rovinata.
I know someday you’ll have a beautiful life, I know you’ll be a star in somebody else’s sky, but why, why, why can’t it be, oh, can’t it be mine?
E insomma, salvo il cantare assai più tormentato e tenebroso, è ancora lo stesso guaio di Baglioni in “E tu come stai?”.


Ebony and ivory | Paul McCartney ft Stevie Wonder
(Tug of war, 1982)
Celebre duetto musicale di Paul McCartney e Stevie Wonder. Potrebbe sembrare che il brano parli dell'ebano e dell'avorio, i colori dei tasti del pianoforte, ma i più perspicaci di voi hanno compreso che sottintende l'armonia fra bianchi e neri Come disse qualcuno"black notes, white notes, and you need to play the two to make harmony folks!"

Black and white unite | Belle and Sebastian
(Storytelling, 2002)
Nel 2000 Belle and Sebastian accettarono di scrivere le canzoni per un film di Todd Solondz, Storytelling. Il film ebbe vicende complicate, e anche i rapporti con la band furono faticosi. Alla fine, della loro musica fu usato solo qualche minuto. “Black and white unite”, lo scrive qualcuno su un muro, nella canzone.


Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.


Colorblind | Counting Crows
(This desert life, 1999)
Una canzone bella ma tristissima. Divenne celebre perché fu la colonna sonora del funerale del padre di Dawson in Dawson’s Creek. Già, quello che morì perché si era rovesciato addosso un gelato mentre guidava. Colorblind significa 'daltonico.

Blinded by the light | Manfred+Mann's Earth Band
(The roaring silence, 1976)
"Blinded by the light" è il singolo del debutto di Bruce Springsteen, nel 1973 e non ebbe particolare successo. Nel 1976 il gruppo Manfred Mann's Earth Band realizzò una versione della canzone che raggiunse la prima posizione della Billboard Hot 100, prima e unica volta in cui Bruce Springsteen raggiunse la vetta della classifica statunitense dei singoli, sia pur solo come autore. Incredibile, ma vero. Comunque, per ragioni affettive, il brano nella versione di Manfred Mann è una delle mie personali 'all time favorites'!

Playlist
Brani citati

Goodbye

Le canzoni danno un milione di spunti per suggerirci le parole per dire addio, o arrivederci. Le scuole di pensiero sono due, quando copiate queste frasi in fondo a quella lettera melodrammatica che sapete: citare la fonte, o no. Vedete voi.

Goodbye is all we have | Alison Krauss
(Lonely tuns both ways, 2004)
Goodbye is all we have.

Everytime we say goodbye | Ella Fitzgerald
(Ella Fitzgerald sings the Cole Porter songbook, 1956)
Everytime we say goodbye, I die a little.
Nella discografia di Ella Fitzgerald occupa uno spazio rilevantissimo la serie dei Songbooks, gli album dedicati interamente all’interpretazione degli standards di un grande autore americano. Il più riuscito è quello in cui lei canta le canzoni di Cole Porter, anche per merito di Cole Porter. Quando fu inciso, Cole Porter era ancora vivo, e lo ascoltò. Lui commentò: «Ehi, questa ragazza ha una dizione perfetta!». "Everytime we say goodbye" è la sua più bella canzone d’amore. A parte le molte versioni jazz, l’hanno cantata i Simply Red e Annie Lennox che, complice un’elegantissimo arrangiamento di pianoforte e fisarmonica, ne fece una versione bellissima (AA.).

Seconds | U2
(War, 1983)
It takes a second to say goodbye, say goodbye.

Goodbye | Tracy Chapman
(Let it rain, 2002)
It’s all in the one word that stops and steals the time. Goodbye.
Stupenda e cullante analisi semantica di una parola, di quel che significa per te, di quel che significa per me, “una parola che ferma il tempo e se lo porta via”: goodbye.
Though you’ve tried to be kind
It’s all in the words from the lips that once touched mine with a sigh. Goodbye.

Reason is treason | Kasabian
(Kasabian, 2004)
Here comes the morning that’ll say goodbye.

Back around | Ani DiFranco
(Puddle dive, 1993)
Just kiss my cheek and say goodbye, I never really go anywhere anyway.

Say goodbye | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Once you said goodbye to me, yeah, now I say goodbye to you.
Chi la fa la aspetti!

BB. Goodbye | Mark Eitzel
(Caught in a trap and I can’t back out ‘cause I love you too much, baby, 1998)
I’m tired to the bone, of always telling you goodbye.
Ballata triste, con tutta la chitarra e tutta la voce di Eitzel: il quale, in mezzo a piccole cose che continuano a fare come se niente fosse, racconta di essere stanco di dirsi addio.

Goodbye cruel world | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Goodbye cruel world, I’m leaving you today. Goodbye, goodbye, goodbye.

Visions of angels | Genesis
(Trespass, 1970)
Visions of angels all around, dance in the sky, leaving me here, forever goodbye.

Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
I’m sorry everyone, I’m tired of feeling nothing, goodbye.
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.

We said hello goodbye | Phil Collins
(No jacket required, 1985)
Turn your head and don’t look back. Set your sails for a new horizon. Don’t turn around don’t look down.

Till the next goodbye | The Rolling Stones
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Till the next time we say goodbye, I’ll be thinking of you.

Man of the hour | Pearl Jam
(Big fish, 2003)
I feel that this is just goodbye for now.
Fu incisa per la colonna sonora di Big Fish, il film di Tim Burton, e poi inserita in una raccolta dei Pearl Jam, Rearview Mirror. “L’uomo del momento” è il padre a cui il protagonista della canzone dice addio (c’è un altro famosissimo man of the hour nella storia del rock, in Family snapshot di Peter Gabriel). In concerto, Eddie Vedder di solito la dedica a Johnny Ramone, alla memoria.

Hey, that’s no way to say goodbye | Leonard Cohen
(Songs of Leonard Cohen, 1968))
Hey, that’s no way to say goodbye.
“Hey, non c'è modo di dire addio”

Goodbye | Alicia Keys
(Songs in A Minor, 2001)
So how do you find the words to say to say goodbye if your heart don’t have the heart to say to say goodbye?
Ovvero: “Come le trovi le parole per dire addio, se il tuo cuore non ha cuore di dire addio?”. Quasi uno scioglilingua.

& Say hello, wave goodbye (7" & 12" versions) | Soft Cell
(Non stop erotic cabaret, 1981)
Take your hands off me. I don’t belong to you, you see. Take a look at my face for the last time. I never knew you, you never knew me. Say hello goodbye. Say hello wave goodbye.

Say hello, wave goodbye | David Gray
(White ladder, 1999)
Era giá una stupenda canzone dei Soft Cell, a cui mancava di essere sottratta alla patina melodrammatica e un po’ kitsch propria degli arrangiamenti di quel tempo. Ci pensó David Gray. La rese acustica, solo lui, la chitarra e una base quasi trasparente, e la tiró in lungo per nove minuti. Il testo è stupendo, monologo di una storia borderline nata male e finita male, e dell’orgoglio di chiuderla.
Quanto a me, beh, troveró qualcuno che non si venda per poco. Una casalinga carina che mi offra una vita tranquilla e senza idee strane in testa.

Goodbye my love, goodbye | Demis Roussos
(Forever and ever, 1973)
Goodbye my love goodbye, goodbye and au revoir, as long as you remember me I’ll never be too far.

Bye bye love | The Everly Brothers
(singolo, 1957)
Bye bye love, bye bye happiness. Hello loneliness. I think I’m-a gonna cry.

Goodbye my lover | James Blunt
(Back to Bedlam, 2005)
Goodbye my lover, goodbye my friend, you have been the one, you have been the one for me.

Someone said goodbye | Enya
(Amarantine, 2005)
Give me a reason why you never want to say goodbye.
Summer. When the day is over there’s a heart a little colder; Someone said goodbye, but you don’t know why.

Sweetest goodbye | Maroon 5
(Songs about Jane, 2008)
Give me the sweetest goodbye that I ever did receive.

Time to say goodbye (Con te partirò) | Sarah Brightman & Andrea Bocelli
(Fly, 1995)
It’s time to say goodbye.

Song to say goodbye | Placebo
(Meds, 2005)
It’s a song to say goodbye.

Goodbye baby | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Goodbye baby. I hope your heart’s not broken. Don’t forget me.

Goodbye to love | American Music Club
(If I were a Carpenter, 1994)
I’d say goodbye to love. There are no tomorrows for this heart of mine.
La canzone era dei Carpenters, ma nel momento in cui Eitzel canta “but now this is my song”, il verso significa esattamente quello che dice. Stupenda e dolceamara nel raccontare la disillusione su un ritmo allegro, parla dell’addio ai travagli sentimentali e alla sofferenza amorosa: “loneliness and empty days will be my only friend”.

Last goodbye | Jeff Buckley
(Grace, 1994)
This is our last goodbye. I hate to feel the love between us dieb but it’s over.
Nel disordine sofferto e trascinato delle canzoni di Grace, "Last goodbye" è quasi convenzionale e ammodino, con un robusto giro di basso e una chitarra promettente: ha una sua compiutezza e vivacità, pur raccontando un amore finito.

Hello, goodbye | The Beatles
(Magical mystery tour, 1967)
I don’t know why you say goodbye, I say hello.

Insieme a te non ci sto più | Caterina Caselli
(singolo, 1968)
Arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là... finisce qua-a-a-a.
Questa è la versione ricantata dalla Caselli nel 2006 per il film Arrivederci amore ciao di Michele Soavi.

Ciao amore, ciao | Luigi Tenco
(singolo, 1967)
Ciao amore, ciao amore ciao.

Arrivederci a questa sera | Lucio Battisti
(Una giornata uggiosa, 1980)
Arrivederci a questa sera. Almeno spero di rivederti. Quello che hai detto l'ho già scordato. Mi piacerebbe che anche tu.

Arrivederci | Chiara Civello
(Canzoni, 2014)
Arrivederci, esco dalla tua vita, salutiamoci. Arrivederci, questo sarà l'addio, ma non pensiamoci. Con una stretta di mano da buoni amici sinceri ci sorridiamo per dirci: arrivederci.
Famoso brano del 1959 diUmberto Bindi, qui nella cover di Chiara Civello.

Goodbye kiss | Kasabian
(Velociraptor!, 2011)
I hope someday that we will meet again.
«Non avevo mai scritto una canzone così prima d'ora. Da molto tempo avevo quella bella melodia nel cassetto e non sapevo cosa farne. Ha un feeling alla Phil Spector, o alla Burt Bacharach. Parla di una storia d'amore autodistruttiva: di quelle che per un po' vanno bene, ma che si sa che non potrà durare se non si vuole che qualcuno faccia una brutta fine. È una canzone da cantare a tarda notte, abbracciato ai tuoi amici.»

Goodbye stranger | Supertramp
(Breakfast in America, 1979)
Goodbye stranger it's been nice. Hope you find your paradise. Tried to see your point of view. Hope your dreams will all come true.
Breakfast in America vendette montagne di copie ed è uno dei bestsellers più impeccabili di quegli anni. Alla fine, le due canzoni più note – “Breakfast in America” e “The logical song” – sono quelle che mostrano più la corda degli ascolti straripetuti. All’altro singolo assai sdolcinato, “Goodbye stranger”, invece si resta affezionati, con quel ritornello da Bee Gees incollato addosso.

Too good at goodbyes | Sam Smith
(The thrill of it all, 2017)
I'm way to good at goodbyes.
C'è chi è un esperto ...

Goodbyes | Post Malone ft Young Thug
(Hollywood's bleeding, 2019)
I'm no good at goodbyes.
... e chi no.

Never can say goodbye | Gloria Gaynor
(Never can say goodbye, 1975)
I never can say goodbye...no,no,no. I keep thinkin' that our problems soon are all gonna work out.
Brano originariamente dei Jackson 5, che la Gaynor rifece 4 anni con un arrangiamento disco più consono al suo stile.

Bigmouth strikes again | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Goodbye, and thank you. Goodbye.

Rivederci e grazie | Amedeo Minghi
(La vita mia, 1989)
Arrivederci e grazie.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Everytime we say goodbye | Annie Lennox


BB. Goodbye | Mark Eitzel

Nirvana

(1987 – 1994, Aberdeen, Washington, USA)

I Nirvana furono la band manifesto del grunge, quella cosa di ribellismo e ritorno alla purezza ruvida del rock che andò per la maggiore in tutto il mondo negli anni Novanta a partire dall’America nord occidentale (il sound di Seattle, si diceva anche). Se la sarebbero battuta con i Pearl Jam, ma Kurt Cobain era biondo, stava con Courtney Love, e si sparò, che per l’eternità rock è una cosa che vale mille punti. Se fosse vivo, sostengono alcuni, oggi sarebbe un grande cantautore pop.

About a girl
(Bleach, 1989)
Kurt Cobain sentiva un sacco i Beatles, allora, e stava con Tracy Marander, che lavorava in un bar e guadagnava per entrambi. Nel primo disco dei Nirvana “About a girl” è la canzone più melodica, ma nel successivo Unplugged in New York ce ne sarà una versione più lenta e cupa. Il titolo – molto beatlesiano – pare sia nato quando l’allora batterista dei Nirvana chiese a Cobain di che parlasse, e lui rispose “di una ragazza”.

Smells like teen spirit
(Nevermind, 1991)
Questa sta in tutte le classifiche delle riviste specializzate, insieme a “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin e “One” degli U2. È la canzone ufficiale del successo del grunge. Il titolo si riferisce a un deodorante della Colgate, Teen spirit, e nacque da una scritta sul muro che un’amica dedicò a Cobain: “Kurt smells like teen spirit”. Cobain – che poi disse di non amare la canzone – sostenne che allora non sapeva del deodorante e che gli piaceva il significato letterale dello slogan.
L’attacco di chitarra è leggendario, ma il passaggio migliore – più dei fonemi comici urlati nel ritornello: “a mulatto, an albino, a mosquito, my libido” – è “hello, hello, hello, how low?”.
Ne esiste una bella cover ‘acustica’ di Tori Amos.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #9 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

In bloom
(Nevermind, 1991)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #407 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Come as you are
(Nevermind, 1991)
Dopo che si fu sparato, sentire Cobain cantare “and I swear that I don’t have a gun”, avrebbe avuto per sempre un altro effetto. “Come as you are” suona molto simile a un pezzo dei Killing Joke del 1985, “Eighties”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #445 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something in the way
(Nevermind, 1991)
C’è qualcosa dei Joy Division nella spettrale esecuzione minimale di “Something in the way” (che cita un aneddoto mai accreditato della vita di Cobain: lui raccontava di aver vissuto per un po’ sotto un ponte). Fu usata drammaticamente in Jarhead, il film di Sam Mendes sulla Guerra del Golfo.

Nevermind
(1991)
Favole di successo immediato degli anni ‘90, il secondo album dei Nirvana e il suo totemico primo singolo "Smells Like Teen Spirit", uscirono dritti dall'underground del Nordovest - la nascente scena grunge di Seattle - per scalciare Michael Jackson dalla cima della classifica di Billboard e per far sparire dalla circolazione l'hair metal.
In anni recenti nessun album ha avuto un impatto simile su una generazione, una nazione di adolescenti diventati punk di colpo e un effetto così catastrofico sul suo principale artefice (il peso del successo portò Kurt Cobain a suicidarsi nel 1994).
Ma i riff taglienti, il canto caustico e la scrittura deviante e obliqua di Kurt, più il contributo di corposa potenza alla Pixies / Led Zeppelin del bassista Krist Novoselic e del batterista Dave Grohl restituirono al Rock & Roll la purezza guerriera.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #17 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

All apologies
(In utero, 1993)
L’ultima canzone dell’ultimo disco dei Nirvana, prima che il fantasma di Kurt Cobain riapparisse a cadavere caldo con la pubblicazione di Unplugged in New York (dove suonava ancora più definitiva): “che altro posso dire? Solo scuse. Che posso scrivere? Non ne ho il diritto. Vorrei essere come voi, che vi accontentate di poco”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #455 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heart-shaped box
(In utero, 1993)
«La ragazza gli aveva fatto arrivare un regalo attraverso Dave, il batterista di allora. Era una scatola rossa a forma di cuore. All’esterno era piena di decorazioni floreali e dentro c’erano pigne, conchiglie, una bambola e un servizio da tè per la bambola. Kurt era rimasto molto colpito e scrisse su un pezzo di carta delle parole che avrebbe poi messo in una delle sue canzoni. Sono rimasto chiuso per delle settimane nella tua scatola a forma di amore, scrisse» (Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo, Einaudi).

Polly
(MTV Unplugged in New York, 1994)
I Nirvana suonarono in diverse occasioni a sostegno di associazioni contro la violenza sulle donne. “Polly” è ispirata alla storia vera di una ragazzina di quattordici anni sequestrata e violentata di ritorno da un concerto a Tacoma, Washington.

The man who sold the world
(MTV Unplugged in New York, 1994)
Era la canzone che dava il titolo al terzo disco di David Bowie, uscito nel 1970. Un quarto di secolo dopo diventò la cosa più efficace e sorprendente del disco unplugged pubblicato pochi mesi dopo la morte di Kurt Cobain.


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The Stone Roses

(1984, Manchester, Inghilterra)

Diventarono la cosa più grossa del rock britannico alla fine degli anni Ottanta, fecero mille casini con le case discografiche, arrivarono a fatica al secondo disco, e finirono lì. Ma sono probabilmente l’ultimo mito rock inglese, adorati.

Sally Cinnamon
(Singolo, 1987)
Quando il Manchester United gioca all’Old Trafford, i tifosi espongono uno striscione dagli spalti dello Stretford End con le foto di Eric Cantona e George Best che dice: “Sent to me from heaven... you are my world” (i puntini in realtà sono quattro, perché a scuola non spiegano mai che i puntini di sospensione sono sempre tre, neanche in Inghilterra). È una citazione di “Sally Cinnamon”, singolo inciso ai tempi prima del botto, prima che il bassista Gary “Mani” Mounfield entrasse nella band. Fu ripubblicata dopo il botto, con un video che alla band non piacque per niente: andarono negli uffici dell’etichetta e dipinsero i muri e le facce del boss e di sua moglie. Poi distrussero un paio di automobili, e vennero arrestati. Una leggenda smentita dai diretti interessati sostiene che Sally sarebbe la stessa Sally di “Don’t look back in anger” degli Oasis.

(Song for my) Sugar spun sister
(The Stone Roses, 1989)
Sesso, droga e rock’n’roll, ma con una certa allegria. “Ogni membro del parlamento si fa di colla”.

Made of stone
(The Stone Roses, 1989)
Ha un ritornello che si porta via baracca e burattini: “Sometimes I fan-ta-size!”. La suonarono alla loro prima apparizione live in un programma alla BBC, ma dopo un minuto andò via la corrente e la conduttrice rientrò cercando di proseguire con l’argomento successivo mentre alle sue spalle Ian Brown urlava “dilettanti!”.

This is the one
(The Stone Roses, 1989)
Anche questa è usata assai all’Old Trafford, e stando alla leggenda la scrissero dopo essere stati chiusi a chiave nello studio dal produttore con la minaccia di non farli uscire fino a che non avessero scritto una nuova canzone.

She bangs the drums
(The Stone Roses, 1989)
Fu il loro primo singolo a entrare nella classifica inglese, dopo che “Made of stone” non era andata granché. Finora avevano costruito una specie di culto a Manchester, e sarebbero diventati retrospettivamente tra i protagonisti di una vivacità musicale cittadina che prese il nome di “madchester” e rimpiazzò il periodo precedente degli Smiths e dei New Order: c’erano loro, gli Happy Mondays, gli Inspiral Carpets, i James.

Ten storey love song
(Second coming, 1994)
Malgrado il successone, a causa di casini legali con le case discografiche non riuscirono a battere il ferro caldo prima di cinque anni, e si era un po’ raffreddato. Fecero un disco più blues-rock e rumoroso e l’attesa per un bis del primo gli si ritorse contro in delusione. Alcuni singoli andarono comunque piuttosto bene, compresa questa ballatona più convenzionalmente melodica che cita “You’ve got a friend” di Carole King.


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The Smiths

(1982-1987, Manchester, Inghilterra)

La band più innovativa e inimitabile nel panorama britannico di quel tempo, gli Smiths chiusero gli anni Ottanta della new wave e dell’elettropop e riportarono al centro della scena le chitarre, aggiungendoci una loro creatività letteraria e un’estetica decadente e melodrammatica (il rito dei fiori gettati al pubblico durante i concerti fu un loro marchio). Morrissey divenne un’icona, cantò canzoni perfette e se ne andò in California a godersi i fans locali della sua dignitosa carriera da solista.

This charming man
(The Smiths, 1984)
“Stasera uscirei, ma non ho uno straccio da mettermi” proviene da un film di Tony Richardson del 1961, Sapore di miele. Sostenuto da una eccitante base ritmica di chitarra e basso, fu il primo singolo di successo internazionale degli Smiths. Estendendo ancora di più la sua immagine poco moderata, l’attuale leader conservatore britannico David Cameron l’ha indicata come una delle sue canzoni preferite. Quello sdraiato a terra sulla copertina del singolo è l’attore francese Jean Marais.

Reel around the fountain
(The Smiths, 1984)
Stupenda e ipnotica. Passò come una tolleranza della pedofilia, e subì delle censure: “è il momento di raccontare di come prendesti un bambino e lo facesti crescere”.

Still ill
(The Smiths, 1984)
“Dichiaro qui che la vita è solo prendere, e non dare: l’Inghilterra è mia, e mi deve una vita. Ma chiedetemi perché e vi sputo in un occhio”. Gli Smiths in certi ambienti non furono molto benvoluti.

What difference does it make?
(The Smiths, 1984)
Giro di chitarra cattivissimo, e una delle più celebri canzoni dei primi Smiths. Ma a Morrissey non piace più tanto.

William, it was really nothing
(Hatful of hollow, 1984)
Un’inedita botta di allegria e leggerezza nel solitamente malinconico o incazzato repertorio degli Smiths. Alcuni sostengono che Morrissey avesse una storia con Billy McKenzie degli Associates (autori di una canzone che merita di apparire in questo blog: “Those first impressions”) e che William fosse lui.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #425 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heaven knows I’m miserable now
(Hatful of hollow, 1984)
Lui è triste, depresso, scontento, nessuno se lo fila, e quelli che lo fanno sono ipocriti. E quel che è peggio, cercava un lavoro e l’ha trovato. Il titolo cita una canzone di Sandie Shaw, “Heaven knows I’m missing him now”.

Please please let me get what I want
(Hatful of hollow, 1984)
Manifesto struggente di speranza, a cui si contrapporrà la rassegnazione di “Last night I dreamt that somebody loved me” (qui è “haven’t had a dream in a long time”). “Ti prego, ti prego, fammi avere quello che desidero. Per una volta nella vita, il Signore sa che sarebbe la prima...”. E quando siete lì che vi state alzando per dirgli “anche tu, però, fa’ qualcosa, collabora”, la canzone è finita. Piccola, perfetta.

How soon is now?
(Hatful of hollow, 1984)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #486 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

That joke isn’t funny anymore
(Meat is murder, 1985)
Meat is murder piantò la grana vegetariana del titolo, irritando nuovamente i detrattori benpensanti degli Smiths. Anche la scelta del singolo, assai poco canticchiabile, non aiutò il successo del disco. Però era bello, ipnotico, ninnananno.

There is a light that never goes out
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra. “E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire”. Anche no.

Some girls are bigger than others
(The queen is dead, 1986)
Certe ragazze sono più grandi di altre, certe ragazze sono più grandi di altre: e le madri di certe ragazze sono più grandi delle madri di altre.

Bigmouth strikes again
(The queen is dead, 1986)
Goodbye, and thank you. Goodbye.

Panic
(The world won’t listen, 1987)
Johnny Marr racconta che un deejay alla radio mise “I’m your man” dei Wham subito dopo la notizia dell’incidente di Chernobyl, e lui e Morrissey si incazzarono. Comunque, da qui nacque una battuta divenuta rapidamente slogan dei tempi, e controslogan di quelli successivi del clubbing: “Hang the dj, hang the dj, hang the dj!”. Bruciamo la discoteca, impicchiamo il deejay, perché la musica che sceglie non mi dice niente della mia vita. Associabile al testo, meno famoso, della “A slow song” di Joe Jackson: “Sono stufo del deejay, perché dev’essere sempre ciò che suona (citazione critica di “DJ” di Bowie)? Mettetemi un lento!”. E per chiudere il cerchio, la prima città nel panico che si ricordi nella storia del rock era stata Detroit, nella canzone di Bowie (“Panic in Detroit”).

Shoplifters of the world unite
(The world won’t listen, 1987)
Fosse solo per il titolo: “Ladruncoli di tutto il mondo, unitevi e prendete il potere” (che alcuni hanno interpretato come un gioco di parole tra “shoplifters” e “shirtlifters”, nomignolo britannico per gli omosessuali). Nana-nana nanana-nà...

Asleep
(The world won’t listen, 1987)
Era un lato B, poi fu inclusa in una raccolta. Bellissima ninna nanna – “sing me to sleep, I’m tired and I wanttogotobed” – di voce e pianoforte, e suono del vento. Ricorda un po’ “Somebody” dei Depeche Mode.

Half a person
(The world won’t listen, 1987)
Racconto autobiografico di tormenti sessuali giovanili (“se avete cinque secondi per me, vi racconterò la storia della mia vita”), uscì come lato B di “Shoplifters of the world unite” precedente. Quella tutta Johnny Marr, questa tutta Morrissey. Sei mesi dopo, si separarono.

Ask
(The world won’t listen, 1987)
Il protagonista si rivolge ad un ragazzo timido e riservato invitandolo ad uscire dal guscio e a chiedergli qualsiasi cosa voglia provare, perché, come vuole la grammatica della Natura, se non l’amore, sarà il desiderio sessuale (la bomba!) a farli avvicinare. La canzone è quasi certamente ispirata dalla mania giovanile di Morrissey di scrivere lettere. «Spendevo ogni singolo penny in francobolli. Avevo questa meravigliosa organizzazione con l’intero universo senza in effetti dover incontrare nessuno, solo attraverso il servizio postale. La crisi della mia vita da adolescente fu quando i francobolli aumentarono da 12p a 13p. Ero indignato.» [NdB. Non c'erano ancora Facebook, MySpace, Twitter, Whatsapp, eccetera].
Nel 1999 i Tre Allegri Ragazzi Morti ne hanno fatto una simpatica cover, intitolata "Dimmi".

Last night I dreamt that somebody loved me
(Strangeways, here we come, 1987)
Spettacolare finale di carriera. Spettacolare e inquietante introduzione di pianoforte funebre e suoni di folla ringhiosa. Spettacolare e deprimente racconto di solitudine: “la notte scorsa ho sognato che qualcuno mi amava: ma niente paura, era solo un falso allarme”. Bravi, adieu.


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