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Damien Jurado

(1972, Seattle, Washington, USA)

Damien Jurado fa il maestro elementare a Seattle, e anche il cantautore versatile, sempre a Seattle. Da ragazzo faceva baccano punk, poi studiò le tradizioni folk e cominciò a fare dischi eclettici, che a volte hanno sbandate rock più vivaci, ma prevalentemente sono fatti di belle canzoni molto lente che raccontano storie molto tristi.

Ohio
(Rehearsals for departure, 1999)
All’inizio eravamo molto Jorma Kaukonen barra Neil Young, ma con la voce nasale di Damien Jurado. Chitarra e armonica, e il racconto di una ragazza che torna in Ohio per vedere sua madre, dopo tanto tempo. E poi “o-hai-o” ha un suono bellissimo: “she tells me o-hai-o”.

Medication
(Ghost of David, 2000)
Ghost of David era un disco pieno di storie terribili e da piangere, anche due alla volta. Tre, alla volta. Qui lui ha una relazione clandestina e rischiosa con la ragazza di un poliziotto, e un fratello fuori di testa che si è tagliato le vene e lo ricoverano in una clinica e lo implora di non lasciarlo. “Alla tv qualche predicatore dice che Dio è tra di noi e ascolta le nostre preghiere. E io gli chiedo, Dio, ti prego, prenditi mio fratello”. La canzone è meravigliosamente monocorde, con la sola eccezione di un din-don di triangolo, perfetto quanto il verso iniziale: “it just so happens I have many concerns”. Roba da fare molta invidia a Paul Simon.

Tonight I will retire
(Ghost of David, 2000)
Bellissima. Bel-lis-si-ma. E tristissima. L’annuncio di un suicidio, di un colpo di pistola, di un addio a un amore, cantati con l’anima o con qualcosa che le somiglia, e con un pianoforte. “And if I should taste fire, save me not, I deserve to die”.

December
(Ghost of David, 2000)
Un suono di vento, una chitarra. Un uomo resta bloccato nella sua macchina in panne, in mezzo a un inverno freddissimo. Lo trovano congelato, le mani incollate allo sterzo. “Inverno, ho scoperto quanto puoi essere crudele. Ma guardati le spalle, un giorno sarò io a farti fuori. Ti troveranno in macchina, le mani incollate allo sterzo”.

Amateur night
(Where shall you take me?, 2003)
Un andamento simile a quello di “December”, anche se qui il rombo melodico della tensione comincia a entrare progressivamente sulla chitarra solo a un certo punto, mentre si capisce cosa sta succedendo. Ovvero che un maniaco fotografo omicida sta facendo fuori la ragazza. Forse le canzoni di Jurado sono troppo belle per sapere di cosa parlano. Meglio di no.

Lion tamer
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

Simple hello
(On my way to absence, 2005)
Appena una canzone di gelosia, ma persino serena e disincantata (“ora sei troppo occupata con i tuoi nuovi amici”). Musicalmente prosegue praticamente “Lion tamer”, chitarra e batteria.

Night out for the downer
(On my way to absence, 2005)
Il violino invece anticipa già che non c’è da stare allegri. La relazione è in pezzi, e anch’io sto affondando, e “di certo non posso criticarti se non vuoi passare la serata con me”.

ascolta anche: M. Ward || Lambchop

Brani citati
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Counting Crows

(1991, San Francisco, California, USA)

La migliore rock band americana degli anni Novanta: grandi ballate, voce inconfondibile, storie vere. Se poi ti interessa, Adam Duritz è stato fidanzato con mezzo cast femminile di Friends.

& Mr. Jones
(August and everything after, 1993)
Questa vale due. Nel senso che la versione dal vivo in Across a wire, lenta, acustica, tormentata, è quasi un’altra canzone, ed è bellissima. L’originale sta invece nel loro primo disco, arrivò al numero uno in America ed è rimasta la loro più famosa di sempre. A smentire le molte ardite ipotesi sull’identità di Mr. Jones, Adam Duritz ha raccontato una volta che si tratta del suo amico Marty Jones con cui una sera finirono in un bar a sentirsi troppo sfigati per rimorchiare due ragazze presenti.

A murder of one
(August and everything after, 1993)
“Inutile come contare i corvi” è un’espressione che viene da una vecchia superstizione, cantata qui: “I dreamt I saw you walking up a hillside in the snow, casting shadows on the winter sky as you stood there counting crows”. Da cui il nome della band. Questi versi e i successivi sono anche una delle cose più piacevolmente cantabili della storia del rock.

Rain King
(August and everything after, 1993)
“And I deserve a little more...” Roba da portarti via correndo. Il titolo viene da un libro di Saul Bellow. Sul doppio live citato ce ne sono due versioni, una meglio dell’altra.

A long December
(Recovering the satellites, 1996)
«A metà dicembre del ’95 la mia amica Jennifer fu investita da una macchina, spappolata; e io passai tutto il mese e la maggior parte dei successivi in ospedale, mentre cominciavamo a registrare il disco» racconta Adam Duritz.
La migliore delle ballate Counting Crows. Pianoforte e nana-nana. E una sensazione familiare di quei brutti periodi che dovranno pur passare, si tratti di ospedali o altro.

Walkaways
(Recovering the satellites, 1996)
“Devo correre via, disse”. Appena un minuto e dodici, perfetti, voce e chitarra. “Un giorno o l’altro mi fermo, ma non oggi”.

& Have you seen me lately?
(Recovering the satellites, 1996)
L’originale è solo uno strepitoso rockettone alla Counting Crows. La versione lenta in Across a wire è una delle cose più struggenti citate in tutto questo blog.

Chelsea
(Across a wire: live in New York, 1998)
È la “hidden track” in fondo al primo cd di Across a wire, pianoforte e fiati dei Soul Rebels di New Orleans. Bellissima.

Mrs. Potter’s lullaby
(This desert life, 1999)
“Se i sogni sono film, allora i ricordi sono film di fantasmi”. Un grande racconto, incalzante nel ritmo e nei testi e pieno di frasi perfette, che non indugia un attimo di troppo sul ritornello. Versioni non confermate sostengono parli dell’attrice Monica Potter.

I wish I was a girl
(This desert life, 1999)
L’idea di essere una ragazza è di solito praticata dagli uomini solo per battute da caserma o per commedie cinematografiche leggere. Invece Duritz: “vorrei essere una ragazza, così mi crederesti”. E poi, viene voglia di incontrare una Elizabeth, nella vita, per dirle “hey, Elizabeth, you know, I’m doin’ alright these days”.

Amy hit the atmosphere
(This desert life, 1999)
Ancora tra dolore e speranza, e quella grande capacità di Duritz di trascinare e legare le parole, farne una musica.

Colorblind
(This desert life, 1999)
Una canzone bella ma tristissima. Divenne celebre perché fu la colonna sonora del funerale del padre di Dawson in Dawson’s Creek. Già, quello che morì perché si era rovesciato addosso un gelato mentre guidava. Colorblind significa 'daltonico.

Holiday in Spain
(Hard candy, 2002)
Questa è bellissima. C’è stata questa festa di capodanno, e adesso è l’alba e se ne sono andati tutti lasciando la tv accesa; alcuni sono svenuti dietro un divano. Qualcuno si è fregato le mie scarpe, e non c’è più niente: restano un paio di banane e una bottiglia di birra. Se ci mettiamo ora di buona lena possiamo ripulire tutto prima di sera. Oppure sai che c’è? Freghiamocene e prendiamo un aereo per Barcellona, che è la fine del mondo.

Black and blue
(Hard candy, 2002)
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.

Big yellow taxi
(Hard candy, 2002)
Vecchia fantastica canzone di Joni Mitchell, usata persino da Janet Jackson in un raro momento di illuminazione. Reincisa con la voce di Vanessa Carlton, andò molto forte anche tra il pubblico più giovane della media dei fans dei Counting Crows.


Brani citati
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Pete Yorn

(1974, Montville, New Jersey, USA)

Pete Yorn cominciò a suonare al famoso Cafè Largo di Los Angeles quando Aimee Mann gli lasciò il martedì sera per andare a registrare il suo disco. Poi suo fratello, che era l’agente di Cameron Diaz, lo introdusse nel mondo del cinema, ottenendo di fargli scrivere alcuni pezzi per colonne sonore, e lui svoltò con quella di Io, me e Irene dove si sentì per la prima volta la sua “Strange condition”. Poi mise belle canzoni in altri film, e quando uscì il primo disco erano tutti lì che lo aspettavano. E stravendette. Poi vennero i flirts con le attrici e tutto il repertorio.

Life on a chain
(Musicforthemorningafter, 2001)
Quando attacca davvero, dopo l’introduzione cantata da dietro la parete, è un grande attacco. È la canzone che fece sentire a quelli della Columbia Records e loro gli fecero un contratto.

Just another
(Musicforthemorningafter, 2001)
Pete Yorn fa canzonette rock facili, senza esagerare mai, perfette per la radio e col tono di quello che sa cosa sta cantando. Bastò “Just another” in Io, me & Irene e tutti cominciarono a chiedere di lui.

Strange condition
(Musicforthemorningafter, 2001)
Un giorno in prigione, dice: strana situazione. Poi la fa un po’ troppo drammatica per un giorno solo, ma la canzone è bella bella.

Come back home
(Day I forgot, 2003)
Ottimo il trucco di preparare all’entrata rock con un’introduzione acustica di chiacchiere e prove di studio... Tarara rarara ra-ra!

Burrito
(Day I forgot, 2003)
“Mamma dice che ci si innamora una volta sola”. Un gran rocchettone, con una strofa new wave tenebrosa, e poi si porta via tutti gli ombrelloni e le macchine parcheggiate.

Alive
(Nightcrawler, 2006)
Terzo disco, e solito modello: lui canta da bullo, si sente un sacco di chitarra, e la canzonetta funziona. Ma a un certo punto dovrà inventarsi qualcosa.


Brani citati
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Elliott Smith

(1969, Omaha, Nebraska, USA – 2003, Los Angeles, California, USA)

«Il suo corpo è stato trovato dalla sua ragazza nella loro casa nel quartiere di Silver Lake. Aveva una sola ferita di coltello che all’apparenza si era inflitto da solo, stando all’Associated Press, che ha riferito le parole del coroner».
Elliott Smith aveva trentaquattro anni, ed era ritenuto dalla critica anglosassone il più grande tra i giovani cantautori americani. Il numero uno. Negli Stati Uniti era finalmente diventato un po’ famoso, soprattutto dopo che le sue canzoni erano state usate nel film Will Hunting: interviste televisive e tutto quanto. Ma malgrado il diluvio di complimenti e riconoscimenti, lui si sentiva sempre allo stesso modo. Fuori luogo. “Non corrispondo a nessuna idea di quello che dovrei essere”.


No name #3
(Roman candle, 1994)
Dove si capì già che Smith era un genio della melodia. Solo chitarre e voce (qualsiasi arrangiamento pop più lezioso l’avrebbe rovinata). È una delle canzoni che poi scelse per la colonna sonora di Will Hunting.

Needle in the hay
(Elliott Smith, 1995)
Dove lo capirono quelli che non lo avevano capito al giro precedente: era un genio della melodia. “Se lo chiamate scrivere canzoni, sembra una cosa di concentrazione calcolata e applicata: io non so fare musica così, non so sedermi e scrivere una canzone, vado dietro a delle impressioni, cose di un minuto”.

Between the bars
(Either/Or, 1997)
Anche “Between the bars” fu ritoccata da un’orchestra per essere usata in Will Hunting. Una recensione, al tempo della sua prima uscita, diceva questo: «Sussurrandosi una via nel vostro cuore con la voce di un angelo, il nuovo disco di Elliott Smith è il tipo di musica che sentireste in un ascensore per il paradiso: anche se tutto intorno a voi è gradevole e accogliente, sapete benissimo di essere morti». E se un autobus a due piani ci venisse addosso sulla musica di “Between the bars”, morire così sarebbe un modo celestiale di morire.

Miss Misery
(Good Will Hunting, 1997)
Si sentiva sempre un po’ fuori posto, Smith, ma aveva smesso di preoccuparsene a ventisette anni, quando si trovò, più sconosciuto del barista dell’Academy, sul palco degli Oscar a Hollywood. Doveva suonare “Miss Misery”, candidata come miglior canzone: c’era un miliardo di persone a guardarlo, sparse per il pianeta, ma forse ne approfittarono per andare in bagno, prendere qualcosa dal frigo, o cambiare canale. Lui suonò due minuti e undici secondi, infilato in un abito bianco che non riusciva a togliergli di dosso quell’aria del tutto anonima e passeggera, persa nel luccichio lasciato dalla precedente esibizione di Céline Dion: «fu abbastanza buffo, nessuno di tutti quelli che si trovavano lì era venuto per me». Vinse Céline Dion, naturalmente.

Waltz #2
(XO, 1998)
“A questo punto non ti conoscerò mai. Ma ti amerò lo stesso”. Fu il primo singolo a circolare nelle radio e a farlo conoscere in giro. Un valzer, per l’appunto, dedicato ai genitori e a un ricordo bambino di loro in un locale di karaoke, con citazioni di “Cathy’s clown” degli Everly Brothers e “You’re no good” di Linda Ronstadt. Un riff di chitarra (e poi di pianoforte) da museo.

Sweet Adeline
(XO, 1998)
Gli americani il ritornello lo chiamano “chorus”: che a noi parrebbero due cose diverse, ma sentite il chorus di “Sweet Adeline”. Un signor chorus.

I didn’t understand
(XO, 1998)
Nel 1999, Elliott Smith cantò una canzone bellissima sui titoli di coda di American Beauty: la canzone era “Because”, dei Beatles. Ce l’aveva così addosso, che qualche anno prima aveva usato un arrangiamento e una melodia simili per una canzone sua, “I didn’t understand”, tutta a cappella: uno sfogo drastico e disilluso nei confronti di un amore sbagliato.

Everything means nothing to me
(Figure 8, 2000)
“Audio-Video Solutions” è un negozio al 4334 di Sunset Boulevard, a Los Angeles. Il muro adesso è coperto di graffiti e scritte. È il muro che sta alle spalle di Elliott Smith sulla copertina di Figure 8, il suo ultimo disco da vivo: è diventato meta di pellegrinaggi e omaggi dei fans. “Everything means nothing to me” è una specie di “Lucy in the sky with diamonds” di Elliott Smith, con escalation del refrain e risolutivo intervento orchestrale.

Wouldn’t mama be proud
(Figure 8, 2000)
“Wouldn’t mama be proud” è una presa in giro – auto presa in giro – delle aspirazioni a diventare una rockstar, uno famoso, servito e riverito sugli aerei privati. Una volta Smith spiegò: «In giro c’è troppa pressione sul culto del vincitore, del numero uno: se non mostri quella immagine di te, allora sei uno sfigato. E se ti lamenti del culto del successo, allora la gente pensa che tu stia esibendo il culto dell’emarginato, del ribelle».

A fond farewell
(From a basement on the hill, 2004)
From a basement on the hill è il disco che fu messo insieme dalla madre e dall’ex fidanzata di Elliott Smith dopo la sua morte. Sono le canzoni a cui stava lavorando e che aveva inciso, di cui fu fatta una selezione senza consultare il produttore con cui aveva lavorato (che si disse piuttosto critico sul risultato) né la sua successiva fidanzata, Jennifer, quella che lo aveva trovato morto. “A fond farewell” ha delle chitarre che ricordano George+Harrison (ed Elliott Smith) e racconta di un cinico distacco da se stesso: “questa non è la mia vita, è solo l’addio a un amico”.


Brani citati
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The Smiths

(1982-1987, Manchester, Inghilterra)

La band più innovativa e inimitabile nel panorama britannico di quel tempo, gli Smiths chiusero gli anni Ottanta della new wave e dell’elettropop e riportarono al centro della scena le chitarre, aggiungendoci una loro creatività letteraria e un’estetica decadente e melodrammatica (il rito dei fiori gettati al pubblico durante i concerti fu un loro marchio). Morrissey divenne un’icona, cantò canzoni perfette e se ne andò in California a godersi i fans locali della sua dignitosa carriera da solista.

This charming man
(The Smiths, 1984)
“Stasera uscirei, ma non ho uno straccio da mettermi” proviene da un film di Tony Richardson del 1961, Sapore di miele. Sostenuto da una eccitante base ritmica di chitarra e basso, fu il primo singolo di successo internazionale degli Smiths. Estendendo ancora di più la sua immagine poco moderata, l’attuale leader conservatore britannico David Cameron l’ha indicata come una delle sue canzoni preferite. Quello sdraiato a terra sulla copertina del singolo è l’attore francese Jean Marais.

Reel around the fountain
(The Smiths, 1984)
Stupenda e ipnotica. Passò come una tolleranza della pedofilia, e subì delle censure: “è il momento di raccontare di come prendesti un bambino e lo facesti crescere”.

Still ill
(The Smiths, 1984)
“Dichiaro qui che la vita è solo prendere, e non dare: l’Inghilterra è mia, e mi deve una vita. Ma chiedetemi perché e vi sputo in un occhio”. Gli Smiths in certi ambienti non furono molto benvoluti.

What difference does it make?
(The Smiths, 1984)
Giro di chitarra cattivissimo, e una delle più celebri canzoni dei primi Smiths. Ma a Morrissey non piace più tanto.

William, it was really nothing
(Hatful of hollow, 1984)
Un’inedita botta di allegria e leggerezza nel solitamente malinconico o incazzato repertorio degli Smiths. Alcuni sostengono che Morrissey avesse una storia con Billy McKenzie degli Associates (autori di una canzone che merita di apparire in questo blog: “Those first impressions”) e che William fosse lui.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #425 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heaven knows I’m miserable now
(Hatful of hollow, 1984)
Lui è triste, depresso, scontento, nessuno se lo fila, e quelli che lo fanno sono ipocriti. E quel che è peggio, cercava un lavoro e l’ha trovato. Il titolo cita una canzone di Sandie Shaw, “Heaven knows I’m missing him now”.

Please please let me get what I want
(Hatful of hollow, 1984)
Manifesto struggente di speranza, a cui si contrapporrà la rassegnazione di “Last night I dreamt that somebody loved me” (qui è “haven’t had a dream in a long time”). “Ti prego, ti prego, fammi avere quello che desidero. Per una volta nella vita, il Signore sa che sarebbe la prima...”. E quando siete lì che vi state alzando per dirgli “anche tu, però, fa’ qualcosa, collabora”, la canzone è finita. Piccola, perfetta.

How soon is now?
(Hatful of hollow, 1984)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #486 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

That joke isn’t funny anymore
(Meat is murder, 1985)
Meat is murder piantò la grana vegetariana del titolo, irritando nuovamente i detrattori benpensanti degli Smiths. Anche la scelta del singolo, assai poco canticchiabile, non aiutò il successo del disco. Però era bello, ipnotico, ninnananno.

There is a light that never goes out
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra. “E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire”. Anche no.

Some girls are bigger than others
(The queen is dead, 1986)
Certe ragazze sono più grandi di altre, certe ragazze sono più grandi di altre: e le madri di certe ragazze sono più grandi delle madri di altre.

Bigmouth strikes again
(The queen is dead, 1986)
Goodbye, and thank you. Goodbye.

Panic
(The world won’t listen, 1987)
Johnny Marr racconta che un deejay alla radio mise “I’m your man” dei Wham subito dopo la notizia dell’incidente di Chernobyl, e lui e Morrissey si incazzarono. Comunque, da qui nacque una battuta divenuta rapidamente slogan dei tempi, e controslogan di quelli successivi del clubbing: “Hang the dj, hang the dj, hang the dj!”. Bruciamo la discoteca, impicchiamo il deejay, perché la musica che sceglie non mi dice niente della mia vita. Associabile al testo, meno famoso, della “A slow song” di Joe Jackson: “Sono stufo del deejay, perché dev’essere sempre ciò che suona (citazione critica di “DJ” di Bowie)? Mettetemi un lento!”. E per chiudere il cerchio, la prima città nel panico che si ricordi nella storia del rock era stata Detroit, nella canzone di Bowie (“Panic in Detroit”).

Shoplifters of the world unite
(The world won’t listen, 1987)
Fosse solo per il titolo: “Ladruncoli di tutto il mondo, unitevi e prendete il potere” (che alcuni hanno interpretato come un gioco di parole tra “shoplifters” e “shirtlifters”, nomignolo britannico per gli omosessuali). Nana-nana nanana-nà...

Asleep
(The world won’t listen, 1987)
Era un lato B, poi fu inclusa in una raccolta. Bellissima ninna nanna – “sing me to sleep, I’m tired and I wanttogotobed” – di voce e pianoforte, e suono del vento. Ricorda un po’ “Somebody” dei Depeche Mode.

Half a person
(The world won’t listen, 1987)
Racconto autobiografico di tormenti sessuali giovanili (“se avete cinque secondi per me, vi racconterò la storia della mia vita”), uscì come lato B di “Shoplifters of the world unite” precedente. Quella tutta Johnny Marr, questa tutta Morrissey. Sei mesi dopo, si separarono.

Ask
(The world won’t listen, 1987)
Il protagonista si rivolge ad un ragazzo timido e riservato invitandolo ad uscire dal guscio e a chiedergli qualsiasi cosa voglia provare, perché, come vuole la grammatica della Natura, se non l’amore, sarà il desiderio sessuale (la bomba!) a farli avvicinare. La canzone è quasi certamente ispirata dalla mania giovanile di Morrissey di scrivere lettere. «Spendevo ogni singolo penny in francobolli. Avevo questa meravigliosa organizzazione con l’intero universo senza in effetti dover incontrare nessuno, solo attraverso il servizio postale. La crisi della mia vita da adolescente fu quando i francobolli aumentarono da 12p a 13p. Ero indignato.» [NdB. Non c'erano ancora Facebook, MySpace, Twitter, Whatsapp, eccetera].
Nel 1999 i Tre Allegri Ragazzi Morti ne hanno fatto una simpatica cover, intitolata "Dimmi".

Last night I dreamt that somebody loved me
(Strangeways, here we come, 1987)
Spettacolare finale di carriera. Spettacolare e inquietante introduzione di pianoforte funebre e suoni di folla ringhiosa. Spettacolare e deprimente racconto di solitudine: “la notte scorsa ho sognato che qualcuno mi amava: ma niente paura, era solo un falso allarme”. Bravi, adieu.


Brani citati
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Badly Drawn Boy

(1970, Bolton, Inghilterra)

Si chiama Damon Gough, è inglese, ha sempre un berretto di lana in testa – non più lo stesso, che ha venduto per beneficenza – e non è esattamente uno strafigo da strapparsi i capelli. Però è uno dei migliori giovani scrittori di canzonette pop in circolazione. Il nome – il ragazzo disegnato male – l’ha preso da un cartone animato.

Disillusion
(The hour of the bewilderbeast, 2000)
Un pezzo soul-dance anni Settanta, cantato da uno con l’accento di Londra. Completo di assolo di chitarra, assolo di pianoforte e battimani.

How?
(Have you fed the fish?, 2002)
A un minuto e trentaquattro c’è un cambio di ritmo formidabile. E poi di nuovo – wow, meglio ancora! – due minuti dopo. Ma la cosa migliore è il “when you come back I’ll go-oo-oo-ò...”.

What is it now?
(Have you fed the fish?, 2002)
E anche ora che lei ci ha mollato, e siamo soli di nuovo, e niente sarà più come prima: vuoi non trovare qualcosa con cui tirarsi su?

Have you fed the fish?
(Have you fed the fish?, 2002)
Prima che abbiate finito di ricapitolare tutti i grandi songwriter che vi ricorda (Paul McCartney, Neil Young, e anche...) arriva il refrain con la sua rima anticipata fish-wish: “Hai dato da mangiare al pesce, oggi? Hai espresso il tuo desiderio, oggi?”. Dice che a volte devi riavvolgere, per andare avanti. Canzone del rimettere i piedi per terra (sei diventato una rockstar, o puoi ricordarti di dare da mangiare al pesce?), del fare progetti: canzone-ricapitoliamo.

You were right
(Have you fed the fish?, 2002)
«Le canzoni sono solo la colonna sonora della vita». Qui è grandissima quando fa:
And I remember doing nothing on the night Sinatra died
And the night Jeff Buckley died
And the night Kurt Cobain died
And the night John Lennon died
I remember I stayed up to watch the news with everyone”
Ancora una volta il meglio sta sulla strofa piuttosto che sul refrain. A un certo punto sogna di avere sposato la regina, e Madonna abita di fronte e ci prova con lui, ma non attacca perché “sono ancora innamorato di te”. E poi, c’è una richiesta di matrimonio “nascosta in questa canzone”.

All possibilities
(Have you fed the fish?, 2002)
Grande riff di fiati, dovrebbero remixarlo e farci un pezzo dance. La differenza tra Gough e molti suoi bravi colleghi coetanei, è che lui ha voglia di tenerti allegro: speranze, sogni, opportunità e un mondo nuovo si dispiega innanzi a me, oh yeah.

Donna and Blitzen
(About a boy, 2002)
Che uno ci sappia fare con i suoni del pop lo si vede da come comincia “Donna and Blitzen”: dopo i primi 40 secondi strumentali di introduzione la canzone è già fatta. Lo stesso, lui riesce a inventarci ancora il fantastico giro “para-parara-parara-pà”. La migliore ninna nanna del nuovo millennio.

A minor incident
(About a boy, 2002)
«“A minor incident”, un dolce, caloroso pezzo acustico con chitarra e un dylanesco assolo di armonica ansante, si riferisce direttamente a uno degli episodi principali del libro e del film: Marcus torna a casa dopo aver trascorso una giornata fuori e trova sua madre Fiona distesa sul divano priva di conoscenza: ha tentato di suicidarsi, e c’è il vomito sparso tutto intorno sul pavimento. La canzone è il suo messaggio di addio al figlio» (Nick Hornby, 31 canzoni, Guanda; il film è Un ragazzo, tratto dal suo romanzo).

Something to talk about
(About a boy, 2002)
L’unica canzone della storia del rock ad avere un verso che inizia con le parole “ipso facto”.

Another devil dies
(One plus one is one, 2004)
La melodia della strofa è perfetta, e si srotola sopra un pianoforte e suoni da bar. La canzone è sulle liti e sulle crisi, e sul superarle, con pazienza, canticchiando. “Ogni volta che cantiamo assieme, muore un altro diavolo”.

Life turned upside down
(One plus one is one, 2004)
Un attacco che pare “Angie” dei Rolling Stones, tutto per dire ancora una volta che, comunque, “tonight, it still feels right”. Dovrebbero prescriverlo nelle farmacie, Badly Drawn Boy.

Year of the rat
(One plus one is one, 2004)
Già l’idea dell’anno del topo, più di vent’anni dopo Al Stewart, è interessante. Poi prende una piega un po’ McCartney-bambinesca, coi coretti e “uno più uno è un insieme, uno più uno è un per sempre”: ma gli si perdona tutto.

Nothing’s gonna change your mind
(Born in the UK, 2006)
Pezzone beatlesiano di maniera, che Paul McCartney potrebbe chiedere il conto. Molto meglio la strofa – e soprattutto l’attacco – che non il refrain, risolto un po’ urlacchiando.


Brani citati
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