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Come ho perso la verginità

"Samba pa ti" di Santana è un pezzo strumentale, non una canzone, ma per un periodo cruciale della mia piena adolescenza, quando lo scoprii, mi parlò con la stessa eloquenza di qualsiasi altra cosa fosse composta di parole: ero convinto che fosse l'espressione dell'esperienza sessuale. Più precisamente, sapevo che "Samba pa ti" era il pezzo che avrei ascoltato durante la perdita della mia verginità - se non allo stereo, comunque nella mia testa. All'inizio è lenta e misteriosa e bella, e poi …, be’, poi sfuma (per inciso, dura quattro minuti e quarantesette secondi ma, per non essere accusato di sbruffoneria, avevo previsto di essere impegnato a fare altre cose durante la parte lenta - baciare, spogliare, forse aspettare l'autobus per casa dopo il cinema - per cui contavo di farcela fino al punto in cui sfuma).

All'epoca non riuscivo a immaginare una colonna sonora migliore. A dire il vero, nemmeno oggi sono del tutto certo di aver mai ascoltato un pezzo in grado di batterla. Un sacco di brani musicali di tutti i generi vengono definiti ‘sexy’, ma questo non significa necessariamente che uno li voglia come sottofondo mentre fa l'amore. La maggior parte in realtà sta al posto del sesso, piuttosto che accompagnarlo. È musica per gente che non lo sta facendo, o perlomeno non lo farà prima di tornare a casa. Sarebbe mai possibile scopare con "Let’s get it on" di Marvin Gaye come sottofondo? Non che ci sia niente di male a ridere durante il sesso, ma non direi che il riso fosse l'effetto che Marvin intendeva provocare.

E che dire dell'altro brano, sempre di Marvin Gaye, "If I should die tonight"? Sei lì disteso con il tuo partner, o con qualcuno che non conosci molto bene, mentre Marvin ti informa che come avete fatto sesso adesso, non lo farete mai più, per il resto della vostra vita. Qualsiasi esperienza successiva è destinata ad essere talmente deludente che vi conviene cavarvi subito da quella spirale mortale. Questo è un insopportabile fardello per la coppia. E sicuramente inibisce le consuete attività post-coitali: sonno, caccia al calzino o al telecomando, scambio di indirizzi email (falsi), eccetera.

"Do me baby" di Prince è uno dei pezzi più sessualmente espliciti e genuinamente erotici mai realizzati, ma è problematico quanto Let’s get it on". Tanto per cominciare c'e un passaggio dopo il climax, un fracasso di corde di piano, di gemiti una sospiri e così via in cui da di matto e comincia a dire che fa “soo cooold!”. Ora, dire che fa tanto freddo può essere un po’ fuori luogo, a meno che non abbiate anche voi una corporatura molto leggera.

[Fin qui, da da 31 Songs di Nick Hornby. Non avrai mica pensato che io sappia scrivere così? Comunque, il seguito è opera mia. Attendo i tuoi suggerimenti per ampliare la playlist.]

Poi ci sono "Hallelujah" di Leonard Cohen (ma anche di Jeff Buckley e di Rufus Wainwright), che è evidentemente un inno all'orgasmo maschile; "Bad things" di Jace Everett; la sfrontata "Lady Marmalade" delle Labelle, con la famosa richiesta “Voulez vous coucher avec moi ce soir?” Oppure le canzoni di Rod Stewart come "Tonight’s the night" o "Do ya think I’m sexy?". O ancora quelle di Donna Summer tipo "Love to love you baby" o "Hot stuff". E di nuovo Marvin Gaye con almeno un'altra canzone a tematica sessuale, cioè "Sexual healing".

Poi ci sono quelle un po’ meno prevedibili, ad esempio Anita Ward con "Ring my bell": ti sei mai chiesto quale sia mai questo campanello che deve essere suonato? Oppure "Sledgehammer" di Peter Gabriel: è abbastanza chiaro di che martello parla. E "Hold on, I'm coming" di Sam & Dave non evoca invece la E.P. (che qui non sta per 'extended play', proprio no).

Tra le più esplicite possiamo mettere anche "Lollipop" di Lil Wayne, "I’ll make love to you" dei Boyz II Men e "I want your sex" di George Michael.

Ce ne sono infine altre per cui - quando ascoltiamo attentamente il testo - è palese ciò di cui parlano, ma che in genere associamo ad altro tipo di attività fisica: in particolare "Physical" diOlivia Newton-John oppure "Ci vuole un fisico bestiale" di Luca Carboni.

Insomma, la lista può essere molto lunga … .

Ah, per la cronaca: io non persi la verginità con "Samba pa ti"


Playlist

Micah P. Hinson

(1981, Memphis, Tennessee, USA)

Prese una tranvata sentimentale per una modella da poco vedova, ad Abilene, Texas, e non si è più ripreso. Si è intossicato di Valium e di qualsiasi altra cosa, ed è pure finito in galera che non aveva ancora vent’anni. La sua famiglia cristiana integralista non lo voleva più vedere (suo padre insegna psicologia all’università). P. sta per Paul, e lui ha l’aria un po’ nerd e la voce un po’ ubriaca. Scrive ballate, di quel genere che chiamano “Americana”. Ha avuto recensioni formidabili, ma non è il genere di canzoni che sentirete facilmente alla radio.

The day Texas sank to the bottom of the sea
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Ho aspettato molto quassù sugli alberi, cercando di impiccarmi con il pensiero di te”. Andamento lento, istruito da una chitarra inesorabile, e tristissima storia di otto minuti di lei che non lo vuole e lui progetta un suicidio messo a repentaglio dal rischio che nessuno se ne accorga. Violino e chitarra, bastanti. Cosa c’entri il titolo non si sa, ma non è niente male neanche quello.

Beneath the rose
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
Bellissima e definitiva. “Non mi troveranno mai, sottoterra, sepolto sotto una rosa. Tu sarai incoronata regina di tutto quello che avrai trovato, da sola”.

The possibilities
(Micah P. Hinson and the gospel of progress, 2004)
“Le possibilià sono infinite”. A metà del 2007 Hinson annullò le date del tour europeo per un grave dolore alla schiena. A una festa un amico lo aveva colpito per scherzo provocandogli una grave lesione ossea per cui aveva dovuto essere operato, con guai e interventi successivi. Ora sta meglio. Questa canzone, trasmessa in demo un po’ per caso dalla BBC, gli valse il contratto con l’etichetta britannica che lo distribuisce da allora.

The dream you left behind
(The baby & the satellite, 2005)
“I sogni non muoiono mai”. Poco prima di natale del 2007 Hinson ha suonato alla Union Chapel di Londra assieme ai Mountain Goats e altri artisti. Alla fine del suo set ha ufficialmente chiesto alla sua fidanzata Ashley – con lui sul palco – di sposarlo. Un po’ goffamente, ma tutti erano molto eccitati e commossi. Lei ha accettato.

She don’t own me
(Micah P. Hinson and the Opera circuit, 2006)
La prima operazione alla schiena era avvenuta prima che Hinson registrasse questo disco, messo insieme in condizioni piuttosto faticose e dolorose. “La ragazza con cui stavo allora mi aiutava in ogni cosa: ma anche se l’amavo era come se sapessi già che non avrebbe funzionato e volessi scrivere della nostra separazione prima che avvenisse. Poi avvenne, a Valencia”.

Don’t leave me now
(Micah P. Hinson and the Opera circuit, 2006)
Dolcissima e conclusiva di un disco che ha una stupenda copertina di gambe femminili in bianco e nero. Il titolo è abusato – Pink Floyd, Elvis Presley - e fu l’ultima canzone anche in un tardo disco dei Supertramp.

ascolta anche: Damien Jurado || M. Ward || Lambchop || Mark Kozelek

Brani citati
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Damien Jurado

(1972, Seattle, Washington, USA)

Damien Jurado fa il maestro elementare a Seattle, e anche il cantautore versatile, sempre a Seattle. Da ragazzo faceva baccano punk, poi studiò le tradizioni folk e cominciò a fare dischi eclettici, che a volte hanno sbandate rock più vivaci, ma prevalentemente sono fatti di belle canzoni molto lente che raccontano storie molto tristi.

Ohio
(Rehearsals for departure, 1999)
All’inizio eravamo molto Jorma Kaukonen barra Neil Young, ma con la voce nasale di Damien Jurado. Chitarra e armonica, e il racconto di una ragazza che torna in Ohio per vedere sua madre, dopo tanto tempo. E poi “o-hai-o” ha un suono bellissimo: “she tells me o-hai-o”.

Medication
(Ghost of David, 2000)
Ghost of David era un disco pieno di storie terribili e da piangere, anche due alla volta. Tre, alla volta. Qui lui ha una relazione clandestina e rischiosa con la ragazza di un poliziotto, e un fratello fuori di testa che si è tagliato le vene e lo ricoverano in una clinica e lo implora di non lasciarlo. “Alla tv qualche predicatore dice che Dio è tra di noi e ascolta le nostre preghiere. E io gli chiedo, Dio, ti prego, prenditi mio fratello”. La canzone è meravigliosamente monocorde, con la sola eccezione di un din-don di triangolo, perfetto quanto il verso iniziale: “it just so happens I have many concerns”. Roba da fare molta invidia a Paul Simon.

Tonight I will retire
(Ghost of David, 2000)
Bellissima. Bel-lis-si-ma. E tristissima. L’annuncio di un suicidio, di un colpo di pistola, di un addio a un amore, cantati con l’anima o con qualcosa che le somiglia, e con un pianoforte. “And if I should taste fire, save me not, I deserve to die”.

December
(Ghost of David, 2000)
Un suono di vento, una chitarra. Un uomo resta bloccato nella sua macchina in panne, in mezzo a un inverno freddissimo. Lo trovano congelato, le mani incollate allo sterzo. “Inverno, ho scoperto quanto puoi essere crudele. Ma guardati le spalle, un giorno sarò io a farti fuori. Ti troveranno in macchina, le mani incollate allo sterzo”.

Amateur night
(Where shall you take me?, 2003)
Un andamento simile a quello di “December”, anche se qui il rombo melodico della tensione comincia a entrare progressivamente sulla chitarra solo a un certo punto, mentre si capisce cosa sta succedendo. Ovvero che un maniaco fotografo omicida sta facendo fuori la ragazza. Forse le canzoni di Jurado sono troppo belle per sapere di cosa parlano. Meglio di no.

Lion tamer
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

Simple hello
(On my way to absence, 2005)
Appena una canzone di gelosia, ma persino serena e disincantata (“ora sei troppo occupata con i tuoi nuovi amici”). Musicalmente prosegue praticamente “Lion tamer”, chitarra e batteria.

Night out for the downer
(On my way to absence, 2005)
Il violino invece anticipa già che non c’è da stare allegri. La relazione è in pezzi, e anch’io sto affondando, e “di certo non posso criticarti se non vuoi passare la serata con me”.

ascolta anche: M. Ward || Lambchop

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Nick Drake

(1948, Rangoon, Birmania – 1974, Tanworth-in-Arden, Inghilterra)

Nick Drake è quello che è venuto prima di tutti gli altri. Prima di Jeff Buckley, prima di Elliott Smith, prima di De Gregori, prima di Duncan Sheik. Era nato in Birmania da genitori inglesi, che lo riportarono in patria quando aveva quattro anni. Grande chitarrista, votato a testi criptici e simbolisti e ad arrangiamenti minimali fatti quasi di sola voce e chitarra. Fece solo tre dischi a vent’anni, attraversati dalla sua depressione e dall’insicurezza per il successo non raggiunto. Nessuno dei tre vendette più di qualche migliaio di copie, fino a che non fu morto e mitizzato. Lo uccise un’overdose, voluta o no: era giovane e bello, e divenne Nick Drake.

River man
(Five leaves left, 1969)
Lugubre e inquieto, in cerca di qualcosa, come solo certe vecchie cose di Leonard Cohen. Che però aveva le idee più chiare. Il titolo del disco è il messaggio che appariva sulla quintultima cartina dei pacchetti Rizla.

Way to blue
(Five leaves left, 1969)
Sulle cose che non avremo mai, che non sapremo mai, che non raggiungeremo mai. È bella quando lui cambia tono come se spostasse il peso da un piede all’altro, sul verso “Tell me, all that you may know”.

Hazey Jane I
(Bryter Layter, 1970)
Un pensiero per Jane (o per il vuoto al posto di Jane) che non si tormenti, e prenda le cose con più calma: “lo faccio per te, come tu lo faresti per me”.

Hazey Jane II
(Bryter Layter, 1970)
Ritmo, finalmente, e un po’ di allegria almeno nella musica e nel modo precipitoso di cantare (il titolo del disco, che sta per “brighter later” – “schiarite successive” – già suggerisce qualcosa di più luminoso). Basso, chitarra e batteria sono suonati da tre dei Fairport Convention. Meno lieve nel testo: “Cosa succede al mattino quando il mondo diventa così affollato che non puoi affacciarti alla finestra, al mattino?”. Un’amica una volta disse che il timido Drake sapeva chiacchierare per monosillabi. “Se le canzoni fossero battute di una conversazione, la situazione sarebbe ottima”.

One of this things first
(Bryter Layter, 1970)
Tutte le cose che avrebbe potuto essere: un fischietto, un lampione, un marinaio, un libro, una porta, una sveglia, un cuoco, un flauto, uno stivale.

Pink moon
(Pink moon, 1972)
L’ultimo disco, se lo suonò tutto da solo, e lo incise in due notti, lui e la chitarra. In “Pink moon” fu aggiunto poi un pianoforte. Nel 2000 la usarono in una spot del nuovo maggiolino Volkswagen, e la notorietà di Nick Drake crebbe sensibilmente.

Things behind the sun
(Pink moon, 1972)
Bisognerebbe poter ascoltare e vivere le canzoni di Nick Drake in un altro modo, come se avessero vita propria e indipendente da quella dell’autore. Ma non ci si riesce, il cliché della lettura talentuoso-giovane-poeta-suicida è ovunque, ingombrante. Bisognerebbe pensare che Nick Drake sia vivo, sposato a una deputata conservatrice, e conduttore di un reality; e ascoltarle ora, le canzoni. Invece.
Nel tuo cervello si muove qualcosa che ti spinge fuori nella pioggia

Time of no reply
(Time of no reply, 1986)
Il tempo passa, anno dopo anno
e nessuno mi chiede cosa stia qui a fare.
Ma io ho le mie risposte e guardo il cielo:
questo non è tempo di risposte


Brani citati
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Elliott Smith

(1969, Omaha, Nebraska, USA – 2003, Los Angeles, California, USA)

«Il suo corpo è stato trovato dalla sua ragazza nella loro casa nel quartiere di Silver Lake. Aveva una sola ferita di coltello che all’apparenza si era inflitto da solo, stando all’Associated Press, che ha riferito le parole del coroner».
Elliott Smith aveva trentaquattro anni, ed era ritenuto dalla critica anglosassone il più grande tra i giovani cantautori americani. Il numero uno. Negli Stati Uniti era finalmente diventato un po’ famoso, soprattutto dopo che le sue canzoni erano state usate nel film Will Hunting: interviste televisive e tutto quanto. Ma malgrado il diluvio di complimenti e riconoscimenti, lui si sentiva sempre allo stesso modo. Fuori luogo. “Non corrispondo a nessuna idea di quello che dovrei essere”.


No name #3
(Roman candle, 1994)
Dove si capì già che Smith era un genio della melodia. Solo chitarre e voce (qualsiasi arrangiamento pop più lezioso l’avrebbe rovinata). È una delle canzoni che poi scelse per la colonna sonora di Will Hunting.

Needle in the hay
(Elliott Smith, 1995)
Dove lo capirono quelli che non lo avevano capito al giro precedente: era un genio della melodia. “Se lo chiamate scrivere canzoni, sembra una cosa di concentrazione calcolata e applicata: io non so fare musica così, non so sedermi e scrivere una canzone, vado dietro a delle impressioni, cose di un minuto”.

Between the bars
(Either/Or, 1997)
Anche “Between the bars” fu ritoccata da un’orchestra per essere usata in Will Hunting. Una recensione, al tempo della sua prima uscita, diceva questo: «Sussurrandosi una via nel vostro cuore con la voce di un angelo, il nuovo disco di Elliott Smith è il tipo di musica che sentireste in un ascensore per il paradiso: anche se tutto intorno a voi è gradevole e accogliente, sapete benissimo di essere morti». E se un autobus a due piani ci venisse addosso sulla musica di “Between the bars”, morire così sarebbe un modo celestiale di morire.

Miss Misery
(Good Will Hunting, 1997)
Si sentiva sempre un po’ fuori posto, Smith, ma aveva smesso di preoccuparsene a ventisette anni, quando si trovò, più sconosciuto del barista dell’Academy, sul palco degli Oscar a Hollywood. Doveva suonare “Miss Misery”, candidata come miglior canzone: c’era un miliardo di persone a guardarlo, sparse per il pianeta, ma forse ne approfittarono per andare in bagno, prendere qualcosa dal frigo, o cambiare canale. Lui suonò due minuti e undici secondi, infilato in un abito bianco che non riusciva a togliergli di dosso quell’aria del tutto anonima e passeggera, persa nel luccichio lasciato dalla precedente esibizione di Céline Dion: «fu abbastanza buffo, nessuno di tutti quelli che si trovavano lì era venuto per me». Vinse Céline Dion, naturalmente.

Waltz #2
(XO, 1998)
“A questo punto non ti conoscerò mai. Ma ti amerò lo stesso”. Fu il primo singolo a circolare nelle radio e a farlo conoscere in giro. Un valzer, per l’appunto, dedicato ai genitori e a un ricordo bambino di loro in un locale di karaoke, con citazioni di “Cathy’s clown” degli Everly Brothers e “You’re no good” di Linda Ronstadt. Un riff di chitarra (e poi di pianoforte) da museo.

Sweet Adeline
(XO, 1998)
Gli americani il ritornello lo chiamano “chorus”: che a noi parrebbero due cose diverse, ma sentite il chorus di “Sweet Adeline”. Un signor chorus.

I didn’t understand
(XO, 1998)
Nel 1999, Elliott Smith cantò una canzone bellissima sui titoli di coda di American Beauty: la canzone era “Because”, dei Beatles. Ce l’aveva così addosso, che qualche anno prima aveva usato un arrangiamento e una melodia simili per una canzone sua, “I didn’t understand”, tutta a cappella: uno sfogo drastico e disilluso nei confronti di un amore sbagliato.

Everything means nothing to me
(Figure 8, 2000)
“Audio-Video Solutions” è un negozio al 4334 di Sunset Boulevard, a Los Angeles. Il muro adesso è coperto di graffiti e scritte. È il muro che sta alle spalle di Elliott Smith sulla copertina di Figure 8, il suo ultimo disco da vivo: è diventato meta di pellegrinaggi e omaggi dei fans. “Everything means nothing to me” è una specie di “Lucy in the sky with diamonds” di Elliott Smith, con escalation del refrain e risolutivo intervento orchestrale.

Wouldn’t mama be proud
(Figure 8, 2000)
“Wouldn’t mama be proud” è una presa in giro – auto presa in giro – delle aspirazioni a diventare una rockstar, uno famoso, servito e riverito sugli aerei privati. Una volta Smith spiegò: «In giro c’è troppa pressione sul culto del vincitore, del numero uno: se non mostri quella immagine di te, allora sei uno sfigato. E se ti lamenti del culto del successo, allora la gente pensa che tu stia esibendo il culto dell’emarginato, del ribelle».

A fond farewell
(From a basement on the hill, 2004)
From a basement on the hill è il disco che fu messo insieme dalla madre e dall’ex fidanzata di Elliott Smith dopo la sua morte. Sono le canzoni a cui stava lavorando e che aveva inciso, di cui fu fatta una selezione senza consultare il produttore con cui aveva lavorato (che si disse piuttosto critico sul risultato) né la sua successiva fidanzata, Jennifer, quella che lo aveva trovato morto. “A fond farewell” ha delle chitarre che ricordano George+Harrison (ed Elliott Smith) e racconta di un cinico distacco da se stesso: “questa non è la mia vita, è solo l’addio a un amico”.


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Bright Eyes

(1998, Omaha, Nebraska, USA)

All’inizio del millennio, Conor Oberst era la promessa della musica cosiddetta alternative americana, il nuovo Bob Dylan. Neanche vent’anni, e sfornava canzoni come panini, con arrangiamenti sanguigni e testi complessi e tormentati. I Bright Eyes sono lui, e musicisti e amici cooptati di volta in volta. Mai esplosi, ormai sono diventati un’istituzione creativa, molto amati e molto odiati (lui se la tira un po’, in effetti), lontani dalla possibilità di grandi successi ma degnati di pagine intere su Time.

Touch
(Letting off the happiness, 1998)
Diciotto anni, e primi assaggi di elettronica che si affacciano su un trascinante inno rock affollato di strofe, a momenti gridato, esaltante e struggente. Insomma, tutto quello che saranno i Bright Eyes d’ora in poi.

A perfect sonnet
(Every day and every night, 1999)
Lately I’ve been wishing I had one desire
something that would make me never want another
something that would make it so that nothing matter
s all would be clear then

but I guess i’ll have to settle for a few brief moments
and watch it all dissolve into a single second
try to write it down into a perfect sonnet
or one foolish line

An attempt to tip the scales
(Fevers and mirrors, 2000)
Un esempio perfetto della grandezza di Oberst nel mettere su ballate musicalmente basiche, dolcissime e poetiche. In coda alla canzone c’è un’intervista radiofonica (forse posticcia) in cui lui racconta a un imbarazzato e sciocco deejay la morte di suo fratello.

Going for the gold
(Oh holy fools, 2001)
Una volta chiesero a Oberst come mai nelle sue canzoni non si ripetevano mai identici dei refrain, né dei versi: «Con quello che dura una canzone e tutto quello che ho da dire, vi pare che mi possa permettere di ripetere dei versi?». Qui è meravigliosa quando fa: “and though I know that my actions are impossible to justify...”.

No lies, just love
(Oh holy fools, 2001)
Oberst sa fare una cosa come nessuno: scatenare la sua voce appassionata e sofferta in enfatiche e commoventi aperture, portandosi dietro tutta la banda. Questo è il racconto di una voglia di morire, delle pillole comprate, e della salvezza nelle poche parole di un amico e nella nascita di un nipote, il figlio di suo fratello:
So when your new eyes meet mine,
they won’t see no lies
Just love
Just love

You will. You? Will. You? Will. You? Will
(Lifted or the story is in the soil, keep your ear to the ground, 2002)
You say that I treat you like a book on a shelf
I don’t take you out that often ’cause I know
that I completed you and that’s why you are here

Let’s not shit ourselves (To love and to be loved)
(Lifted or the story is in the soil, keep your ear to the ground, 2002)
Un racconto, letteralmente, letterariamente. Un capitolo di un romanzo, un fiume di 593 parole (“Yesterday” ne ha 125, per fare un paragone), senza più versi, rime o strofe. Una specie di comizio, drammatico, incazzato – e palesemente autocompiaciuto – a un ritmo scatenato e allegro quanto il finale incoraggiante, dopo tentativi di suicidio e presidenti cowboy. Geniale.

Lover I dont' have to love
(Lifted or the story is in the soil, keep your ear to the ground, 2002)

You write such pretty words / But life’s no storybook Love’s an excuse to get hurt / And to hurt. / Do you like to hurt? I do, I do

False advertising
(Lifted or the story is in the soil, keep your ear to the ground, 2002)
A un certo punto della carriera, uno si preoccupa di essersi venduto, di non essere più se stesso, di recitare una parte (è capitato anche a Bennato e a Vecchioni): “fuck my face, fuck my name”, io non sono che una falsa pubblicità di un’anima che non ho. Per fortuna c’è una canzone, e le persone a cui voglio bene, e facciamo una bella festa e venga chiunque. Un valzer, dolcissimo e amaro, pieno di trovate teatrali.

Drunk kid catholic
(Drunk kid catholic, 2001)
“I ragazzi ubriachi e i cattolici, si somigliano. Aspettano entrambi che qualcosa li salvi”. Lui appartiene ai primi (e ha studiato in una scuola dei secondi), e cerca di farsi passare la tranvata sentimentale a forza di sbronze. Pianoforte, filastrocca canticchiabile, uscì solo come mini cd.

Easy/Lucky/Free
(Digital ash in a digital urn, 2005)
I fans affezionati storsero (si dice, storsero?) il naso, quando nel 2004 Oberst fece uscire assieme due dischi, uno dei quali apparentemente “elettronico”. In realtà l’anomalia non andava oltre un semplice uso di strumentazioni diverse, ma l’andamento delle canzoni era del tutto analogo. E quando poi fece dal vivo le stesse canzoni – con gli arrangiamenti più consueti – raddrizzò il naso dei presenti ai concerti.

Old soul song (for the new world order)
(I’m wide awake it’s morning, 2005)
La “vecchia canzone soul” non è questa: lui la sente uscire da una radio mentre va a una manifestazione pacifista (il nuovo ordine mondiale del titolo, invece, è quello della dottrina Bush), dove scoppia un casino con la polizia e poi fa delle fotografie e va a stamparle e a un certo punto sbocciano dei fiori da qualche parte. Ma insomma, quando fa “yeah, they go wild!”, è grande.

First day of my life
(I’m wide awake it’s morning, 2005)
Aveva un video stupendo di coppie riprese mentre ascoltano con le cuffie la canzone. È una rara canzone d’amore lieve e felice, senza ironie, dubbi o ansie, con Oberst che arpeggia la chitarra, ed è contento.
Besides maybe this time is different
I mean I really think you like me.



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