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Nick Drake

(1948, Rangoon, Birmania – 1974, Tanworth-in-Arden, Inghilterra)

Nick Drake è quello che è venuto prima di tutti gli altri. Prima di Jeff Buckley, prima di Elliott Smith, prima di De Gregori, prima di Duncan Sheik. Era nato in Birmania da genitori inglesi, che lo riportarono in patria quando aveva quattro anni. Grande chitarrista, votato a testi criptici e simbolisti e ad arrangiamenti minimali fatti quasi di sola voce e chitarra. Fece solo tre dischi a vent’anni, attraversati dalla sua depressione e dall’insicurezza per il successo non raggiunto. Nessuno dei tre vendette più di qualche migliaio di copie, fino a che non fu morto e mitizzato. Lo uccise un’overdose, voluta o no: era giovane e bello, e divenne Nick Drake.

River man
(Five leaves left, 1969)
Lugubre e inquieto, in cerca di qualcosa, come solo certe vecchie cose di Leonard Cohen. Che però aveva le idee più chiare. Il titolo del disco è il messaggio che appariva sulla quintultima cartina dei pacchetti Rizla.

Way to blue
(Five leaves left, 1969)
Sulle cose che non avremo mai, che non sapremo mai, che non raggiungeremo mai. È bella quando lui cambia tono come se spostasse il peso da un piede all’altro, sul verso “Tell me, all that you may know”.

Hazey Jane I
(Bryter Layter, 1970)
Un pensiero per Jane (o per il vuoto al posto di Jane) che non si tormenti, e prenda le cose con più calma: “lo faccio per te, come tu lo faresti per me”.

Hazey Jane II
(Bryter Layter, 1970)
Ritmo, finalmente, e un po’ di allegria almeno nella musica e nel modo precipitoso di cantare (il titolo del disco, che sta per “brighter later” – “schiarite successive” – già suggerisce qualcosa di più luminoso). Basso, chitarra e batteria sono suonati da tre dei Fairport Convention. Meno lieve nel testo: “Cosa succede al mattino quando il mondo diventa così affollato che non puoi affacciarti alla finestra, al mattino?”. Un’amica una volta disse che il timido Drake sapeva chiacchierare per monosillabi. “Se le canzoni fossero battute di una conversazione, la situazione sarebbe ottima”.

One of this things first
(Bryter Layter, 1970)
Tutte le cose che avrebbe potuto essere: un fischietto, un lampione, un marinaio, un libro, una porta, una sveglia, un cuoco, un flauto, uno stivale.

Pink moon
(Pink moon, 1972)
L’ultimo disco, se lo suonò tutto da solo, e lo incise in due notti, lui e la chitarra. In “Pink moon” fu aggiunto poi un pianoforte. Nel 2000 la usarono in una spot del nuovo maggiolino Volkswagen, e la notorietà di Nick Drake crebbe sensibilmente.

Things behind the sun
(Pink moon, 1972)
Bisognerebbe poter ascoltare e vivere le canzoni di Nick Drake in un altro modo, come se avessero vita propria e indipendente da quella dell’autore. Ma non ci si riesce, il cliché della lettura talentuoso-giovane-poeta-suicida è ovunque, ingombrante. Bisognerebbe pensare che Nick Drake sia vivo, sposato a una deputata conservatrice, e conduttore di un reality; e ascoltarle ora, le canzoni. Invece.
Nel tuo cervello si muove qualcosa che ti spinge fuori nella pioggia

Time of no reply
(Time of no reply, 1986)
Il tempo passa, anno dopo anno
e nessuno mi chiede cosa stia qui a fare.
Ma io ho le mie risposte e guardo il cielo:
questo non è tempo di risposte


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Bright Eyes

(1998, Omaha, Nebraska, USA)

All’inizio del millennio, Conor Oberst era la promessa della musica cosiddetta alternative americana, il nuovo Bob Dylan. Neanche vent’anni, e sfornava canzoni come panini, con arrangiamenti sanguigni e testi complessi e tormentati. I Bright Eyes sono lui, e musicisti e amici cooptati di volta in volta. Mai esplosi, ormai sono diventati un’istituzione creativa, molto amati e molto odiati (lui se la tira un po’, in effetti), lontani dalla possibilità di grandi successi ma degnati di pagine intere su Time.

Touch
(Letting off the happiness, 1998)
Diciotto anni, e primi assaggi di elettronica che si affacciano su un trascinante inno rock affollato di strofe, a momenti gridato, esaltante e struggente. Insomma, tutto quello che saranno i Bright Eyes d’ora in poi.

A perfect sonnet
(Every day and every night, 1999)
Lately I’ve been wishing I had one desire
something that would make me never want another
something that would make it so that nothing matter
s all would be clear then

but I guess i’ll have to settle for a few brief moments
and watch it all dissolve into a single second
try to write it down into a perfect sonnet
or one foolish line

An attempt to tip the scales
(Fevers and mirrors, 2000)
Un esempio perfetto della grandezza di Oberst nel mettere su ballate musicalmente basiche, dolcissime e poetiche. In coda alla canzone c’è un’intervista radiofonica (forse posticcia) in cui lui racconta a un imbarazzato e sciocco deejay la morte di suo fratello.

Going for the gold
(Oh holy fools, 2001)
Una volta chiesero a Oberst come mai nelle sue canzoni non si ripetevano mai identici dei refrain, né dei versi: «Con quello che dura una canzone e tutto quello che ho da dire, vi pare che mi possa permettere di ripetere dei versi?». Qui è meravigliosa quando fa: “and though I know that my actions are impossible to justify...”.

No lies, just love
(Oh holy fools, 2001)
Oberst sa fare una cosa come nessuno: scatenare la sua voce appassionata e sofferta in enfatiche e commoventi aperture, portandosi dietro tutta la banda. Questo è il racconto di una voglia di morire, delle pillole comprate, e della salvezza nelle poche parole di un amico e nella nascita di un nipote, il figlio di suo fratello:
So when your new eyes meet mine,
they won’t see no lies
Just love
Just love

You will. You? Will. You? Will. You? Will
(Lifted or the story is in the soil, keep your ear to the ground, 2002)
You say that I treat you like a book on a shelf
I don’t take you out that often ’cause I know
that I completed you and that’s why you are here

Let’s not shit ourselves (To love and to be loved)
(Lifted or the story is in the soil, keep your ear to the ground, 2002)
Un racconto, letteralmente, letterariamente. Un capitolo di un romanzo, un fiume di 593 parole (“Yesterday” ne ha 125, per fare un paragone), senza più versi, rime o strofe. Una specie di comizio, drammatico, incazzato – e palesemente autocompiaciuto – a un ritmo scatenato e allegro quanto il finale incoraggiante, dopo tentativi di suicidio e presidenti cowboy. Geniale.

Lover I dont' have to love
(Lifted or the story is in the soil, keep your ear to the ground, 2002)

You write such pretty words / But life’s no storybook Love’s an excuse to get hurt / And to hurt. / Do you like to hurt? I do, I do

False advertising
(Lifted or the story is in the soil, keep your ear to the ground, 2002)
A un certo punto della carriera, uno si preoccupa di essersi venduto, di non essere più se stesso, di recitare una parte (è capitato anche a Bennato e a Vecchioni): “fuck my face, fuck my name”, io non sono che una falsa pubblicità di un’anima che non ho. Per fortuna c’è una canzone, e le persone a cui voglio bene, e facciamo una bella festa e venga chiunque. Un valzer, dolcissimo e amaro, pieno di trovate teatrali.

Drunk kid catholic
(Drunk kid catholic, 2001)
“I ragazzi ubriachi e i cattolici, si somigliano. Aspettano entrambi che qualcosa li salvi”. Lui appartiene ai primi (e ha studiato in una scuola dei secondi), e cerca di farsi passare la tranvata sentimentale a forza di sbronze. Pianoforte, filastrocca canticchiabile, uscì solo come mini cd.

Easy/Lucky/Free
(Digital ash in a digital urn, 2005)
I fans affezionati storsero (si dice, storsero?) il naso, quando nel 2004 Oberst fece uscire assieme due dischi, uno dei quali apparentemente “elettronico”. In realtà l’anomalia non andava oltre un semplice uso di strumentazioni diverse, ma l’andamento delle canzoni era del tutto analogo. E quando poi fece dal vivo le stesse canzoni – con gli arrangiamenti più consueti – raddrizzò il naso dei presenti ai concerti.

Old soul song (for the new world order)
(I’m wide awake it’s morning, 2005)
La “vecchia canzone soul” non è questa: lui la sente uscire da una radio mentre va a una manifestazione pacifista (il nuovo ordine mondiale del titolo, invece, è quello della dottrina Bush), dove scoppia un casino con la polizia e poi fa delle fotografie e va a stamparle e a un certo punto sbocciano dei fiori da qualche parte. Ma insomma, quando fa “yeah, they go wild!”, è grande.

First day of my life
(I’m wide awake it’s morning, 2005)
Aveva un video stupendo di coppie riprese mentre ascoltano con le cuffie la canzone. È una rara canzone d’amore lieve e felice, senza ironie, dubbi o ansie, con Oberst che arpeggia la chitarra, ed è contento.
Besides maybe this time is different
I mean I really think you like me.



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Ed Sheeran

(1991, Halifax, Inghilterra)

Ed Sheeran ha iniziato a suonare la chitarra giovanissimo, dopo aver visto un concerto di Eric Clapton. Da lì, ha capito quale fosse la sua strada: la musica e le canzoni. Mischiando il pop al folk con qualche influenza soul, con una grande semplicità ed immediatezza compositiva sia per quanto riguarda la musica sia per quanto riguarda i testi, il giovane cantautore britannico ha scalato l’impervia scala del successo, fino alla cima.

Give me love
(+ (Plus), 2011)
Il brano inizia con una strofa dal carattere piuttosto intimistico per poi sfociare su un ritornello più incalzante. In generale, l’atmosfera del brano rimane su un registro triste e lamentoso, mentre Ed chiede semplicemente di essere amato.

The A Team
(+ (Plus), 2011)

Molte cover acustiche. Tra queste a me piacciono quelle di Daniela Andrade, Boyce Avenue e Adrees.

I see fire
(The Hobbit - The desolation of Smaug, 2013)
Ed Sheeran è anche un apprezzato compositore di colonne sonore. E infatti "I see fire" è stata composta appositamente per il film Lo Hobbit, la desolazione di Smaug. Il brano viene intonato con un tono raccolto e sommesso, creando da subito un’atmosfera enigmatica, perfetta per accompagnare le immagini intense e allo stesso tempo desolate degli scenari lunari del film.

Sing
(X (Multiply), 2014)
Per questa canzone Sheeran decide di cambiare registro e ammicca ad un funky energico, esplorando anche vocalmente e scegliendo di cantare il ritornello in falsetto. Sheeran, nella seconda strofa, sembrare strizzare l’occhio anche al rap.

Photograph
(X (Multiply), 2014)
Un semplice arpeggio di chitarra introduce questa dolcissima canzone dedicata ai bei tempi andati. I ricordi vanno custoditi e sono proprio i ricordi e un viso immortalato in una fotografia ingiallita che nutrono l’amore. Sone empre tante e spesso belle le cover acustiche dei brani di Sheeran. Ne propongo una di Boyce Avenue.

Thinking out loud
(X (Multiply), 2014)
Altro successo strepitoso, una canzone che Sheeran ha dedicato ad una ex ragazza. Molto efficace è il video che ritrae Ed mentre danza rapito con una giovane donna in un palazzo antico. La base a tratti R&B rende il brano accattivante, mentre la voce graffiante del cantante intona la melodia con grande intensità. Ovviamente esistono cover acustiche per tutti i gusti: qui propongo quelle di Jasmine Thompson, Boyce Avenue e Dylan Scott.

Perfect
(÷ (Divide), 2017)
Il cantautore sceglie un tempo più dilatato per questa romantica ballata dalle atmosfere natalizie. Pare che il brano sia dedicato alla moglie di Sheeran, sposata nel 2018 e che il cantante aveva conosciuto ai tempi della scuola. Sheeran ha interpretato questo brano in duetto con diversi artisti, tra cui Beyoncé e Bocelli, addirittura in italiano.

Shape of you
(÷ (Divide), 2017)
Con ben 4 miliardi e mezzo di visualizzazioni, questa hit incredibile fonde un sound dal ritmo esotico ad una linea melodica molto semplice ma efficace. Molto ballabile ma dai contenuti romantici, questo brano si piazza in testa a tutte le classifiche e diventa un classico pop amatissimo dal pubblico.

Happier
(÷ (Divide), 2017)
Il video di "Happier" mostra un momento di vita normale, una storia tra due innamorati che devono confrontarsi con le difficoltà dell’amore, con tutte le sue ombre e i suoi momenti di luce.

Castle on the hill
(÷ (Divide), 2017)
Un altro brano nostalgico. Sheeran racconta ricordi, frammenti di vita passata, momenti che come schegge ricompongono il mosaico del presente.

Galway girl
(÷ (Divide), 2017)
Sheeran sceglie qui un sound hip hop per le strofe molto declamate. Il ritornello invece risente dell’influenza della musica irlandese, che si inserisce con molta eleganza nella base ritmata. Sheeran infatti, di origine irlandese, ha sempre dichiarato di amare la musica tradizionale della piccola isoletta a ovest della Gran Bretagna, e la usa sovente nelle sue canzoni.

I don't care
(No. 6 collaborations project, 2019)
Allegro duetto assieme ad un’altra superstar del pop, Justin Bieber.

Beautiful people
(No. 6 collaborations project, 2019)
Con la partecipazione vocale del cantautore statunitense Khalid, molto apprezzato da Sheeran, che di lui dice: «Khalid ha una voce indubbiamente soul e sapevo che sarebbe stato perfetto per questo brano. Penso che entriamo in connessione con la canzone allo stesso modo.»


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