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Burt to be alive

Ha un nome da scaricatore di porto e un cognome da filosofo tedesco (che è poi quello di una vecchia città sulle rive del Reno). Ma è un ebreo di Kansas City e l’unica cosa che non gli hanno cantato sono gli appunti della spesa, e forse anche quelli. Burt Bacharach, scrittore di canzoni.

This house is empty now | Elvis Costello
(Painted from memory, 1998)
A un certo punto della vita può ca- pitare di sentire Costello dal vivo cantare “This house is empty now” e capire che è una delle più belle e commoventi canzoni di separazione di sempre. Quelli in gamba lo capiscono anche prima. L’ha scritta con Bacharach, per il disco che fecero assieme, Painted from memory.

The look of love | Dusty Springfield
(The look of love, 1967)
La cosa più erotica che potesse essere cantata da una ragazza bianca e inglese nel 1967 stava nella colonna sonora di quella parodia di 007 con un supercast che si chiamava Casino Royale. È Bacharach-David pure questa, e non c’entra niente con la canzone omonima degli ABC di vent’anni dopo.

I say a little prayer | Aretha Franklin
(Aretha Now, 1968
Quale sia la routine mattutina di Aretha Franklin, lo sanno anche i sassi. Si sveglia, e mentre si alza – ancora prima di truccarsi – dice una piccola preghiera per te. Poi si pettina, decide cosa mettersi, e dice una piccola preghiera per te. La canzone in realtà è – figuriamoci – di Burt Bacharach. Ma malgrado le altre versioni, è di Aretha. Che ci mette la grandissima riaccelerazione dell’ultimo minuto.

What the world needs now is love | Jackie DeShannon
(What the world needs now is love, 1968)
Jackie DeShannon ha un curriculum impressionante da cantautrice (ha lavorato con Marianne Faithfull, Jimmy Page, Randy Newman, i Byrds, e “Bette Davis eyes” l’ha scritta lei) e una biografia notevole (una intensa frequentazione con Elvis, tra l’altro). Ma quello per cui restò celebre fino a oggi è questa zuccherosa e perfetta canzoncina di Bacharach e Hal David, incisa nel 1965.

Anyone who had a heart | Dionne Warwick
(Anyone who had a heart, 1964)
Una delle più lunghe e continue collaborazioni della carriera di Bacharach fu quella con Dionne Warwick. “Anyone who had a heart” è fantastica nel refrain, da quel “so!” in poi. In Inghilterra la cantò Cilla Black, ripetendo una consuetudine tipica degli anni Sessanta. Dionne a un certo punto si seccò: «se facessi un disco di starnuti, dopo un po’ lo farebbe anche lei».

I’ll never fall in love again | Deacon Blue
(Four Bacharach & David songs, EP, 1990)
Un superclassico di Burt Bacharach e Hal David, cantato piano piano e con infinita dolcezza da Ricky Ross, mentre la parte di Lorraine McIntosh non è risolta altrettanto bene. È quella che dice “chi me lo fa fare, sono solo dolori, guai e seccature”, e quindi “non mi innamoro più” (con questo titolo fu cantata in italiano da Johnny Dorelli e Catherine Spaak, in modo dimenticabile).

Painted from memory | Bill Frisell e Cassandra Wilson
(Painted from memory, 1998)
Fu scritta insieme a Elvis Costello per il disco che i due fecero insieme nel 1988, che ne prese il nome. Il chitarrista Bill Frisell incise una raccolta delle stesse canzoni, chiamando su “Painted from memory” Cassandra Wilson, cantautrice del Mississippi di grande voce, che non ha mai deciso se buttarsi sul jazz o sul pop.

I just don’t know what to do with myself | The White Stripes
(Elephant, 2003)
Una delle più belle canzoni di Burt Bacharach, fu raccolta dai White Stripes con lo snobismo artistico tipico della band: la riarrangiarono rock, lui gridacchia un po’ troppo, ma sulla strofa non può che disciplinarsi all’originale. Il video fu diretto da Sofia Coppola (e c’era Kate Moss). Molte altre cover all’altezza, tra cui quelle di Elvis Costello e di Dusty Springfield.

Go ask Shakespeare | Burt Bacharach
(At this time, 2005)
Nel 2005 Bacharach riapparve con un disco a suo nome, assai particolare. Un disco molto avanti, o molto indietro, con lunghe parti strumentali: pieno di suoni lounge anni Sessanta ed elettronica, ma naturalmente ricco di melodie orecchiabilissime, e con collaboratori illustri. Il singolo, “Go ask Shakespeare” ha un lungo loop strumentale e ipnotico, e poi canta Rufus Wainwright. Non una cosa qualsiasi, soprattutto per uno che ha ottant’anni.

Playlist


Brani citati

The White Stripes

(1997, Detroit, Michigan, USA)

I primi e più creativi di un treno di bands rocchettare piombato sul mondo all’inizio del millennio (il loro primo disco è del 1999, a essere precisi): suono tradizionale, chitarra e batteria, rumorosi quando si deve e acustici quando si vuole. Sono due, Jack White e Meg White, e non sono più marito e moglie da un pezzo (tanto che negano di esserlo mai stati). Lui porta dei gran cappelli e dopo si è fidanzato sempre con certe modelle: l’ultima l’ha sposata.

You’re pretty good looking (for a girl)
(De Stijl, 2000)
Rock démodé, come quando c’erano i Kinks. Qualche anno dopo sarebbero arrivati gli Strokes, gli Hives, i Libertines, i Black Rebel Motorcycle Club, a eccitare gli appesantiti fans del rock chitarresco anni Settanta.

Fell in love with a girl
(White blood cells, 2001)
Neanche due minuti di rivisitazione del punk, con coro fulminante che vi rimane in testa per tutta la settimana. La ragazza gli dice di andare con lei al fiume, a baciarsi, e che per Bobby non è un problema. Ci vorrebbero più Bobby, al mondo.

We’re going to be friends
(White blood cells, 2001)
Ok, gran calma, mettetevi tranquilli ora. Voce e chitarra, melodia dondolante. Ricordi da primo giorno di scuola e dell’eccitazione di aver individuato un nuovo amico. Ne ha fatto una cover Jack Johnson, non a caso per la colonna sonora del cartone animato Curious George.

Dead leaves and the dirty ground
(White blood cells, 2001)
Un rocchettone sentimentale pieno di metafore e paragoni, come le foglie secche del titolo, ancora pieno di ammiccamenti ai grandi casinari del passato, dagli Who agli AC/DC. Anche se l’ascoltatore italiano nota innanzitutto il passaggio identico a “Pigro” di Ivan Graziani.

Hotel Yorba
(White blood cells, 2001)
L’Hotel Yorba è a Detroit, e si dice che la canzone sia stata scritta là: chissà cosa ci facevano in albergo, nella loro città. Secondo un’altra voce, dopo che ebbero cantato – su un formidabile ritmetto country – quanto fosse bello vedersi all’Hotel Yorba perché le stanze erano sempre tutte vuote, quelli dello Yorba si seccarono parecchio.

Seven nation army
(Elephant, 2003)
La grandezza di “Seven nation army” è dimostrata dalla sua leggendaria storia di successo da stadio. Non si è mai capito esattamente se il gigantesco riff di chitarra (sembra un basso, ma è una chitarra: e fu inventato durante le prove di un concerto australiano) sia stato trasformato in un coro da curva dai tifosi di una squadra scozzese o da quelli belgi. Ma i romanisti lo impararono da questi ultimi, lo fecero arrivare fino al palco di Sanremo quando a presentare il festival ci fu la signora Totti, e poi divenne il tormentone della vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006.
Il titolo è un equivoco infantile di Jack White, che da piccolo interpretava così l’espressione “Salvation army” (l’Esercito della Salvezza). E per chiudere con i riferimenti infantili, la musica si presta benissimo a una reinterpretazione di “Stella stellina, la notte si avvicina”.
Tante sono le cover: qui propongo quelle di Ben l'Oncle Soul, Zella Day e Scott Bradlee's Postmodern Jukebox.

I just don’t know what to do with myself
(Elephant, 2003)
Una delle più belle canzoni di Burt Bacharach, fu raccolta dai White Stripes con lo snobismo artistico tipico della band: la riarrangiarono rock, lui gridacchia un po’ troppo, ma sulla strofa non può che disciplinarsi all’originale. Il video fu diretto da Sofia Coppola (e c’era Kate Moss).

My doorbell
(Get behind me Satan, 2005)
Pezzaccio spiritosissimo: si sono buttati sul pianoforte, in una via di mezzo tra i Led Zeppelin e James Brown, e un falsetto che sintetizza Michael Jackson e Brian Johnson degli AC/DC. Un’araba fenice rock.


Brani citati
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This is ...
Radio

Paul Weller

(1958, Woking, Inghilterra)

Uno dei più grandi artisti soul di tutti i tempi, ed è inglese e bianco. L’unico a comparire in tre voci distinte in questo blog (la sua, quella dei Jam, e quella degli Style Council), ha segnato la musica inglese per ormai trent’anni, facendosi nemici e adoratori, e cantando sempre un po’ scocciato. Molti al suo Paese lo ritengono il miglior cantautore che hanno: nel resto del mondo, invece, non lo capiscono tanto.

Above the clouds
(Paul Weller, 1992)
Malinconia e spaesamento autunnale, con un suono e una vocetta ancora un po’ Style Council.

You do something to me
(Stanley road, 1995)
Splendida, da come comincia, il modo in cui lui borbotta quasi seccato “iudusamthintumi”. A sentire come lo canta, sembrerebbe che non riesca a sopportarla, questa cosa che lei gli tocchi qualcosa di profondo: è davvero giù. Un sondaggio su internet ha concluso che "You do something to me” è la canzone romantica preferita dalle donne inglesi (davanti a “With or without you” degli U2).

Wings of speed
(Stanley road, 1995)
Piano e voce, una specie di pezzone alla Paul McCartney che ammoderna il tema di “Andavo a cento all’ora”. Qui è lei che deve correre da lui, ma in aeroplano (nei suoi sogni, il pilota è Gesù Cristo nientemeno).

Frightened
(Heliocentric, 2000)
Del non volersi alzare dal letto, certe mattine che il giorno prima è stato tremendo o che non c’è la persona che si vorrebbe.

Love-less
(Heliocentric, 2000)
“Love-less” e il suo pianoforte ricordano molto gli Style Council di Confessions of a pop group. E Bacharach.

All good books
(Illumination, 2002)
“È su quelli che usano la Bibbia o il Corano per i loro fini, corrompendoli”. L’andamento da passeggiata urbana è stupendo.

Thinking of you
(Studio 150, 2004)
“Tutti quanti, lasciate che vi dica del mio amore: me lo ha portato un angelo dal cielo”. In un disco di cover cercate col lanternino, Weller mise anche questa primaverile canzonetta delle Sister Sledge, che negli anni Settanta erano state la band gemella degli Chic, cavalcando la discomusic.

Close to you
(Studio 150, 2004)
Un vecchio pezzo dei Carpenters, una cosa da show televisivo, divertente.

Savages
(As is now, 2005)
Canzone della punizione divina sui “codardi selvaggi” che piantano pallottole nella schiena e spaventano bambini: gente senza dio, che l’amore punirà, calando sulla terra. Scritta prima degli attentati londinesi dell’estate 2005, uscì poco dopo, e sembrò apposta.

Come on let’s go
(As is now, 2005)
Gran rocchetto travolgente, come ai tempi dei Jam.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Quarantunes: le precauzioni

Continua da Quarantunes: i sintomi. La serie completa consiste in: la pandemia, i sintomi, le precauzioni e infine la ripartenza.

Every breath you take | The Police
La canzonetta perfetta dei Police. Un po’ troppo melensa per i fans duri e puri: malgrado Sting abbia poi confermato la possibilità che parli di uno stalker piuttosto che di un premuroso fidanzatino di Peynet. Ma c’è quel giro di chitarra, da esporlo in un museo. Fu un successone: si dice che Sting guadagni 2000 dollari al giorno solo dalla sua programmazione sulle radio americane. Anni dopo, tornò in auge con una rielaborazione hip-hop di Puff Daddy ().

Il cielo in una stanza | Gino Paoli

Altrove | Morgan
Da Canzoni dell'appartamento. E dove se no?

Apartment story | The National
Nelle ultime 4 settimane sono diventato un profondo conoscitore del mio appartamento.

Faccio la mia cosa | Frankie Hi-Nrg
"Nella casa". E dove se no?!?

Work from home | Fifth Harmony, Ty Dolla $ign

U can't touch this | MC Hammer

Wash | Bon Iver

Afraid of everyone | The National
"Paura di tutti". Quella che era una critica severa della cultura mediatica che prospera sulla paura, ora è ancora più attuale

Don’t stand so close to me | The Police
Ancora quegli ipocondriaci dei Police. Non starmi così vicino, stai a un metro. Anzi, stai a casa tua.

Stai lontana da me | Adriano Celentano
Anche Celentano non scherza con la paura di contagio. Questa però è un 'falso italiano', essendo la cover tradotta di "Tower of strenght" di Gene McDaniels, musicista di R&B soft.

Far from me | Nick Cave
E Nick Cave non è da meno ...

2000 miles | The Pretenders
... senza arrivare però all'esagerazione dei Pretenders.

Asshole pandemic | Pkew Pkew Pkew
“Stronzo pandemico”. Si tratta di colui che non prendendo troppo sul serio questa vicenda ha deciso di non praticare il "distanziamento sociale", mettendo forse a rischio la sicurezza di tanti e comunque allungando i tempi della quarantena per tutti.

Io e te da soli | Mina
Scritta da Mogol e Battisti, suonata dalla PFM (e Battisti al pianoforte). Più gospel di altre e il grosso del lavoro lo fa Mina<: “Per pietà, per carità!”.

A shot in the arm | Wilco
In tutta onestà, non credo che Wilco qui intendesse dire "starnutisci nel gomito" e nemmeno "inoculati il vaccino" (comunque, non il vaccino). Ma facciamo tutti finta di crederci.

Isolation | John Lennon
È l’esatto contrario, concreto, del sogno di “Imagine”. “Abbiamo paura di tutti / abbiamo paura del sole / isolamento".

Isolation | Joy Division
Isolamento, uno stato d’animo che qualcuno cerca. E che qualcun altro si ritrova costretto a vivere. Con la paura addosso.

This town ain’t big enough for both of us | Sparks
"Questa città non è abbastanza grande per noi due". Dobbiamo distanziarci!

La solitude | Barbara
C’è chi raccoglie per strada un gatto, e pensa che serva contro la solitudine. E chi invece raccoglie per strada la solitudine, e ci si affeziona.

La solitudine | Laura Pausini
Evvai! Sono riuscito a infilarci anche la Laura, con l'obiettivo di rendere più 'nazional-popolare' questa playlist. Ma - lo confesso - questa canzone mi è sempre piaciuta.

(In my) Solitude | Billie Holiday
“In my solitude / you haunt me / with reveries / of days gone by”. Canzone di Duke Ellington. Lei dà l’impressione che se anche lui tornasse, sarebbe sola lo stesso.

Solitary man | Neil Diamond
Dopo l’hanno cantata in molti, e anche meglio di lui che l’aveva scritta (anche se i fiati qui sono impagabili, se non vi scappa da ridere). Ad esempio è perfetta per Johnny Cash () e la sua eterna immagine di dignitosa sofferenza. Bella anche la versione di Chris Isaak. In Italia fu tradotta per Gianni Morandi: “Se perdo anche te”.

Io mi rompo i coglioni | Bugo
Ebbene sì!

(They long to be) close to you | The Carpenters
"Vorrebbero esservi vicini". Popolare brano composto da Burt Bacharach, portato al successo nel 1970 dai Carpenters, ma interpretato da molti altri, tra cui i Cranberries ().

Da non fare a casa e sopratutto fuori

Abbracciala abbracciali abbracciati | Lucio Battisti
Una di quelle matasse fantastiche di suoni che si inventava Battisti.

Close to me | The Cure
Di nuovo una canzonetta pop, questa volta senza le chitarre e persino con dei fiati. «Come quei giorni in cui senti di non aver combinato niente, e non vedi l’ora di chiudere la giornata e cominciarne un’altra. E ti dici che farai un sacco di cose, domani. Ma il giorno dopo è come il precedente, e a volte va avanti per settimane» disse Robert Smith. Speriamo di no, adesso.

Stand by me | Ben E. King
Il più grande successo di Ben E. King. In Italia la cantò nel 1962 Adriano Celentano con il titolo "Pregherò" () che, per chi crede, non è affatto fuori luogo.

Stand by me | Oasis
Tutti insieme ora: “STAND-BY-ME!”. La mamma di tutti i tormentoni degli Oasis. Ha un verso fantastico, sovversivo rispetto al canone delle canzoni d’amore che dicono “vieni via con me, tutto sarà meraviglioso, ci ameremo per sempre”: “Stand by me” dice “stai con me, va’ a sapere come andrà a finire”.

I’ll stand by you | The Pretenders
Power-ballad all’americana, con i Pretenders primi ad ammettere di averla scritta per le classifiche, consci che fosse un po’ troppo qualsiasi per il loro stile. Ma funzionò.

Stand by your man | Tammy Wynette
Nessuno canterà mai “Stand by your man” meglio di Tammy Wynette<, e nessuno trascinerà mai con altrettanta passione la sillaba finale di quel “the love you caaaaaan!”. Ma detto questo, può darsi che a voi maschi in quarantena là fuori venga la lacrima facile anche con la versione di Lyle Lovett (), come agli omaccioni del locale country dei Blues Brothers. Bella anche la versione di Carla Bruni ().

Stand by my woman | Lenny Kravitz
Per par condicio, ecco la canzone simmetrica della precedente. Qui siamo sul soul soul, con un pianoforte Beatles, e la solita grandezza di Kravitz nello staccarsi dalla voce vellutata a quella appassionata, tirata fuori dalla gola infilandoci la mano fino all’avambraccio.


Strani giorni | Franco Battiato
Sarà perché mi piace Battiato o sarà perché Battiato è talmente grande da aver riempito le nostre vite di canzoni straordinarie e sempre attuali. Sia come sia, dal solo album L'imboscata si potrebbero estrarre 5 brani per questa playlist: oltre a questo e a "La cura", anche "Amara solitudine" (), "Serial killer" () e, con un tocco finale di ottimismo, "Splendide previsioni" ().

Strange days | The Doors

Io sto bene | CCCP - Fedeli Alla Linea
Pezzo non rassicurante come potrebbe far pensare il titolo. E non propone il miglior modo di gestirsi se occorre stare chiusi in casa. “Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport”, con dissonanze punk e desolazioni padane. È la “This is not a love song” dei CCCP.

Stayin' alive | Bee Gees
Ancora dalla colonna sonora de La febbre del sabato sera.

Only the strong survive | Jerry Butler
Mammà lo diceva sempre: “sopravvivono solo i più forti”.

Vivo morto o x | Ligabue

I will survive | Gloria Gaynor
Un pezzo carico di speranza e anche un hashtag perfetto, peraltro ripreso con ironia e buone intenzioni proprio in occasione della pandemia corrente. Da ricordare la versione ‘nerd’ ed 'explicit' dei Cake. ()

Knockin’ on heaven’s door | Bob Dylan
"Bussare alle porte del paradiso". Quanto ci accadrà se ci andrà male. Anzi bene. Anzi male. Qui propongo anche la versione di Antony and the Johnsons (), cantata da Antony per imparare a suonare la chitarra.

Ode to my family | The Cranberries
"Ode alla mia famiglia": in generale, che resiste con noi; in particolare, che pulisce h24 mentre io faccio playlists ... . Questa canzone entra in testa: già come inizia, è pura spietatezza acustica. Potrebbero fare un remix che fa solo “dudduruddù” tutto il tempo. È una cosa affettuosa verso la famiglia, l’andarsene, i tempi che furono e che inevitabilmente non sono più. “Dasèniuan cheeher, dasèniuan cheeher, dasèniuan cheeher...”.


Playlist

Separate Ways

50 modi per lasciare il tuo amato

50 ways to leave your lover | Paul Simon
(Still crazy after all these years, 1975)
The problem is all inside your head”, she said to me The answer is easy if you take it logically I’d like to help you in your struggle to be free There must be fifty ways to leave your lover

Et maintenant | Gilbert Bécaud
(singolo, 1961)
Et maintenant que vais-je faire?
Vers quel néant glissera ma vie?
Tu m'as laissé la terre entière
Mais la terre sans toi c'est petit

Cambiare | Alex Baroni
(Alex Baroni, 1997)
Amore, mi dovrà passare, per restare libero: cambiare… Ti nasconderai dentro gli occhi miei, ma io non guarderò, io dovrò cambiare.

Comment te dire adieu? | Françoise Hardy
(Comment te dire adieu?, 1968)
Parole di Serge Gainsbourg: “il tuo cuore di pirex resiste al fuoco”; “dietro a un kleenex saprei dirti addio molto meglio”. Era il 1968.

Here without you | 3 Doors Down
(Away from the sun, 2002)
I’m here without you baby
but your still on my lonely mind
I think about you baby
and I dream about you all the time

Io me ne andrei | Claudio Baglioni
(Gira che ti rigira amore bello, 1973)
L’invenzione del refrain, di declamare semplicemente il liberatorio: “io me ne andrei”, vale la canzone. L’altra genialata è renderlo fragile e poco credibile, il refrain: lui non se ne andrà da nessuna parte, come spiegano i controcanti e secoli di storie che nessuno ha avuto il coraggio di chiudere. Mick Ronson ne fece una cover dal titolo "Empty bed".

Je suis venu te dire que je m'en vais | Serge Gainsbourg
(Vu de l'extérieur, 1973)
Je suis venu te dire que je m'en vais
Tes sanglots longs n'y pourront rien changer
Comm'dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venu te dire ue je m'en vais
Ne esiste una bella cover di Carmen Consoli, dalla colonna sonora del film Saturno contro di Ferzan Ozpetek.

La poesia di Verlaine citata da Gainsbourg è Chanson d’automne.

la poesia

Chanson d’automne
Verlaine

Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon cour
D’une langueur
Monotone.

Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure,

Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.

Insieme a te non ci sto più | Franco Battiato
(Fleurs 3, 2002)
Era di Caterina Caselli, scritta da Paolo Conte e Vito Pallavicini. Poi Nanni Moretti la usò sia in Bianca che in La stanza del figlio e tornò sulla cresta dell’onda. Battiato la cantò nel secondo volume di cover, intitolato bizzarramente Fleurs 3. “Arrivederci amore ciao…”.
Quella persona non sei più
quella persona non sei tu
finisce qua chi se ne va che male fa.

If you leave me now | Chicago
(Chicago X, 1976)
“La” canzone dei Chicago: da qui in poi presero la piega delle grandi ballate sentimentali con cui sbancarono le classifiche (questa fu la loro prima numero uno nei singoli) e fecero storcere il naso a una parte dei fans e anche ad alcuni di loro stessi. A oggi è datato solo il “bridge” di chitarra: il resto è ancora perfetto.
If you leave me now, you’ll take away the biggest part of me No baby please don’t go

La quiete dopo un addio | Franco Battiato
(Inneres auge, 2009)
Prendi ciò che vuoi dai tuoi giardini sospesi nell’anima. Verrà un nuovo temporale e finirà l’estate. La quiete dei colori autunnali a riflettersi sulle strade e sugli umori come il dolce malessere dopo un addio

Separate ways | Teddy Thompson
(Separate ways, 2006)
The ties of love are strong But they can be undone And we’ll go our separate ways If you want to

You had time | Ani DiFranco
(Out of range, 1994)
«You Had Time è forse la canzone più delicata e generosa che io conosca sulla fine di un rapporto. (…) Ciò che la rende potente è che mentre gran parte delle canzoni su questo tema sono malinconiche, qui si parla di indecisione e stasi. La narratrice è appena tornata da una qualche tournée; ha le dita e la voce stanche, per cui si presume sia una chitarrista e cantante. È quindi evidente che, mentre era via, la narratrice avrebbe dovuto decidere cosa fare della sua relazione di coppia, pertanto il titolo si presenta chiaramente come la prevedibile e legittima reazione della sua compagna alla solita scusa. Ha avuto tutto questo tempo e non ha ancora preso una decisione … Ma dalla canzone si capisce che invece lo ha fatto: sa che è finita. In un bel distico, tristissimo, la voce narrante dice, con semplicità: “Tu sei un negozio di porcellane e io un elefante / Tu sei una leccornia, e io sono sazia.”»

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Cheers darlin’ | Damien Rice
(O, 2002)
Cheers darlin’ Here’s to you and your lover man

The man who can’t be moved | The Script
(The Script, 2008)
‘cause If one day you wake up and find that your missing me, and your heart starts to wonder where on this earth I could be. Thinking maybe you’ll come back here to the place that we’d meet. And you’ll see me waiting for you on the corner of the street, So I’m not moving, I’m not moving.

This house is empty now | Elvis Costello
(Painted from memory, 1998)
A un certo punto della vita può ca- pitare di sentire Costello dal vivo cantare “This house is empty now” e capire che è una delle più belle e commoventi canzoni di separazione di sempre. Quelli in gamba lo capiscono anche prima. L’ha scritta con Bacharach, per il disco che fecero assieme, Painted from memory.

Messaggio | Alice
(O, 2002)
Con te voglio farla finita.
Domani
Stasera
Ti lascio un messaggio domani
Adesso ti scrivo così
Vai via dalla mia vita
Basta
Con te voglio farla finita
Nella mia vita Ti lascio un messaggio

Playlist


Brani citati

Goodbye

Le canzoni danno un milione di spunti per suggerirci le parole per dire addio, o arrivederci. Le scuole di pensiero sono due, quando copiate queste frasi in fondo a quella lettera melodrammatica che sapete: citare la fonte, o no. Vedete voi.

Goodbye is all we have | Alison Krauss
(Lonely tuns both ways, 2004)
Goodbye is all we have.

Everytime we say goodbye | Ella Fitzgerald
(Ella Fitzgerald sings the Cole Porter songbook, 1956)
Everytime we say goodbye, I die a little.
Nella discografia di Ella Fitzgerald occupa uno spazio rilevantissimo la serie dei Songbooks, gli album dedicati interamente all’interpretazione degli standards di un grande autore americano. Il più riuscito è quello in cui lei canta le canzoni di Cole Porter, anche per merito di Cole Porter. Quando fu inciso, Cole Porter era ancora vivo, e lo ascoltò. Lui commentò: «Ehi, questa ragazza ha una dizione perfetta!». "Everytime we say goodbye" è la sua più bella canzone d’amore. A parte le molte versioni jazz, l’hanno cantata i Simply Red e Annie Lennox che, complice un’elegantissimo arrangiamento di pianoforte e fisarmonica, ne fece una versione bellissima (AA.).

Seconds | U2
(War, 1983)
It takes a second to say goodbye, say goodbye.

Goodbye | Tracy Chapman
(Let it rain, 2002)
It’s all in the one word that stops and steals the time. Goodbye.
Stupenda e cullante analisi semantica di una parola, di quel che significa per te, di quel che significa per me, “una parola che ferma il tempo e se lo porta via”: goodbye.
Though you’ve tried to be kind
It’s all in the words from the lips that once touched mine with a sigh. Goodbye.

Reason is treason | Kasabian
(Kasabian, 2004)
Here comes the morning that’ll say goodbye.

Back around | Ani DiFranco
(Puddle dive, 1993)
Just kiss my cheek and say goodbye, I never really go anywhere anyway.

Say goodbye | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Once you said goodbye to me, yeah, now I say goodbye to you.
Chi la fa la aspetti!

BB. Goodbye | Mark Eitzel
(Caught in a trap and I can’t back out ‘cause I love you too much, baby, 1998)
I’m tired to the bone, of always telling you goodbye.
Ballata triste, con tutta la chitarra e tutta la voce di Eitzel: il quale, in mezzo a piccole cose che continuano a fare come se niente fosse, racconta di essere stanco di dirsi addio.

Goodbye cruel world | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Goodbye cruel world, I’m leaving you today. Goodbye, goodbye, goodbye.

Visions of angels | Genesis
(Trespass, 1970)
Visions of angels all around, dance in the sky, leaving me here, forever goodbye.

Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
I’m sorry everyone, I’m tired of feeling nothing, goodbye.
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.

We said hello goodbye | Phil Collins
(No jacket required, 1985)
Turn your head and don’t look back. Set your sails for a new horizon. Don’t turn around don’t look down.

Till the next goodbye | The Rolling Stones
(It’s only rock’n’roll, 1974)
Till the next time we say goodbye, I’ll be thinking of you.

Man of the hour | Pearl Jam
(Big fish, 2003)
I feel that this is just goodbye for now.
Fu incisa per la colonna sonora di Big Fish, il film di Tim Burton, e poi inserita in una raccolta dei Pearl Jam, Rearview Mirror. “L’uomo del momento” è il padre a cui il protagonista della canzone dice addio (c’è un altro famosissimo man of the hour nella storia del rock, in Family snapshot di Peter Gabriel). In concerto, Eddie Vedder di solito la dedica a Johnny Ramone, alla memoria.

Hey, that’s no way to say goodbye | Leonard Cohen
(Songs of Leonard Cohen, 1968))
Hey, that’s no way to say goodbye.
“Hey, non c'è modo di dire addio”

Goodbye | Alicia Keys
(Songs in A Minor, 2001)
So how do you find the words to say to say goodbye if your heart don’t have the heart to say to say goodbye?
Ovvero: “Come le trovi le parole per dire addio, se il tuo cuore non ha cuore di dire addio?”. Quasi uno scioglilingua.

& Say hello, wave goodbye (7" & 12" versions) | Soft Cell
(Non stop erotic cabaret, 1981)
Take your hands off me. I don’t belong to you, you see. Take a look at my face for the last time. I never knew you, you never knew me. Say hello goodbye. Say hello wave goodbye.

Say hello, wave goodbye | David Gray
(White ladder, 1999)
Era giá una stupenda canzone dei Soft Cell, a cui mancava di essere sottratta alla patina melodrammatica e un po’ kitsch propria degli arrangiamenti di quel tempo. Ci pensó David Gray. La rese acustica, solo lui, la chitarra e una base quasi trasparente, e la tiró in lungo per nove minuti. Il testo è stupendo, monologo di una storia borderline nata male e finita male, e dell’orgoglio di chiuderla.
Quanto a me, beh, troveró qualcuno che non si venda per poco. Una casalinga carina che mi offra una vita tranquilla e senza idee strane in testa.

Goodbye my love, goodbye | Demis Roussos
(Forever and ever, 1973)
Goodbye my love goodbye, goodbye and au revoir, as long as you remember me I’ll never be too far.

Bye bye love | The Everly Brothers
(singolo, 1957)
Bye bye love, bye bye happiness. Hello loneliness. I think I’m-a gonna cry.

Goodbye my lover | James Blunt
(Back to Bedlam, 2005)
Goodbye my lover, goodbye my friend, you have been the one, you have been the one for me.

Someone said goodbye | Enya
(Amarantine, 2005)
Give me a reason why you never want to say goodbye.
Summer. When the day is over there’s a heart a little colder; Someone said goodbye, but you don’t know why.

Sweetest goodbye | Maroon 5
(Songs about Jane, 2008)
Give me the sweetest goodbye that I ever did receive.

Time to say goodbye (Con te partirò) | Sarah Brightman & Andrea Bocelli
(Fly, 1995)
It’s time to say goodbye.

Song to say goodbye | Placebo
(Meds, 2005)
It’s a song to say goodbye.

Goodbye baby | Fleetwood Mac
(Say you will, 2003)
Goodbye baby. I hope your heart’s not broken. Don’t forget me.

Goodbye to love | American Music Club
(If I were a Carpenter, 1994)
I’d say goodbye to love. There are no tomorrows for this heart of mine.
La canzone era dei Carpenters, ma nel momento in cui Eitzel canta “but now this is my song”, il verso significa esattamente quello che dice. Stupenda e dolceamara nel raccontare la disillusione su un ritmo allegro, parla dell’addio ai travagli sentimentali e alla sofferenza amorosa: “loneliness and empty days will be my only friend”.

Last goodbye | Jeff Buckley
(Grace, 1994)
This is our last goodbye. I hate to feel the love between us dieb but it’s over.
Nel disordine sofferto e trascinato delle canzoni di Grace, "Last goodbye" è quasi convenzionale e ammodino, con un robusto giro di basso e una chitarra promettente: ha una sua compiutezza e vivacità, pur raccontando un amore finito.

Hello, goodbye | The Beatles
(Magical mystery tour, 1967)
I don’t know why you say goodbye, I say hello.

Insieme a te non ci sto più | Caterina Caselli
(singolo, 1968)
Arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là... finisce qua-a-a-a.
Questa è la versione ricantata dalla Caselli nel 2006 per il film Arrivederci amore ciao di Michele Soavi.

Ciao amore, ciao | Luigi Tenco
(singolo, 1967)
Ciao amore, ciao amore ciao.

Arrivederci a questa sera | Lucio Battisti
(Una giornata uggiosa, 1980)
Arrivederci a questa sera. Almeno spero di rivederti. Quello che hai detto l'ho già scordato. Mi piacerebbe che anche tu.

Arrivederci | Chiara Civello
(Canzoni, 2014)
Arrivederci, esco dalla tua vita, salutiamoci. Arrivederci, questo sarà l'addio, ma non pensiamoci. Con una stretta di mano da buoni amici sinceri ci sorridiamo per dirci: arrivederci.
Famoso brano del 1959 diUmberto Bindi, qui nella cover di Chiara Civello.

Goodbye kiss | Kasabian
(Velociraptor!, 2011)
I hope someday that we will meet again.
«Non avevo mai scritto una canzone così prima d'ora. Da molto tempo avevo quella bella melodia nel cassetto e non sapevo cosa farne. Ha un feeling alla Phil Spector, o alla Burt Bacharach. Parla di una storia d'amore autodistruttiva: di quelle che per un po' vanno bene, ma che si sa che non potrà durare se non si vuole che qualcuno faccia una brutta fine. È una canzone da cantare a tarda notte, abbracciato ai tuoi amici.»

Goodbye stranger | Supertramp
(Breakfast in America, 1979)
Goodbye stranger it's been nice. Hope you find your paradise. Tried to see your point of view. Hope your dreams will all come true.
Breakfast in America vendette montagne di copie ed è uno dei bestsellers più impeccabili di quegli anni. Alla fine, le due canzoni più note – “Breakfast in America” e “The logical song” – sono quelle che mostrano più la corda degli ascolti straripetuti. All’altro singolo assai sdolcinato, “Goodbye stranger”, invece si resta affezionati, con quel ritornello da Bee Gees incollato addosso.

Too good at goodbyes | Sam Smith
(The thrill of it all, 2017)
I'm way to good at goodbyes.
C'è chi è un esperto ...

Goodbyes | Post Malone ft Young Thug
(Hollywood's bleeding, 2019)
I'm no good at goodbyes.
... e chi no.

Never can say goodbye | Gloria Gaynor
(Never can say goodbye, 1975)
I never can say goodbye...no,no,no. I keep thinkin' that our problems soon are all gonna work out.
Brano originariamente dei Jackson 5, che la Gaynor rifece 4 anni con un arrangiamento disco più consono al suo stile.

Bigmouth strikes again | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Goodbye, and thank you. Goodbye.

Rivederci e grazie | Amedeo Minghi
(La vita mia, 1989)
Arrivederci e grazie.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Everytime we say goodbye | Annie Lennox


BB. Goodbye | Mark Eitzel

Una città per cantare

Intendiamoci: queste sono “belle” canzoni dedicate a città , che se no ci stava anche "Firenze Santa Maria Novella" di Pupo o, a far posto a una donna, "Alghero" di Giuni Russo.

Genova per noi | Paolo Conte
(Paolo Conte, 1975)
Un’intera e rinomata generazione di cantautori genovesi non ha raccontato la città quanto una sola canzone, mitologica quanto le espressioni che ha inventato e incastonato nella lingua nazionale: "con quella faccia un po’ così", "il sole è un lampo giallo", "quel mare scuro che si muove anche di notte".

Rimini | Fabrizio De André
(Rimini, 1978)
Canzone di aborti: quello di Teresa, ragazza riminese che era stata messa incinta dal bagnino e che pensa il suo amore sia vittima di persecuzioni politiche, e quello di Colombo, che non ha saputo far nascere l’America, "macellata su una croce di legno".
Non regalate terre promesse a chi non le mantiene

Rimini | Les Wampas
(Rock'n'Roll Part 9, 2006)
Omaggio dei Les Wampasì, gruppo punk rock francese, al ciclista Marco Pantani, morto per overdose in un hotel della riviera romagnola dopo alcuni anni di sbandamento. "Ma che ti ha preso per andare a morire proprio a Rimini?!?".
Le soir quand l'Italie est triste Elle ressemble à Rimini.(...) Oui à côté de Rimini, même Palavas a l'air sexy Car à côté de Rimini, La Grande-Motte ressemble à Venise

Riccione | Thegiornalisti
(singolo, 2017)
Canzone scritta da Tommaso Paradiso, che con le sonorità vintage anni ottanta e, allo stesso tempo, contemporanee che caratterizzano i Thegiornalisti, racconta immagini e sensazioni di un'estate senza tempo.

Milano e Vincenzo | Alberto Fortis
(Alberto Fortis, 1979)
Quando arrivò "Milano e Vincenzo", ancora me la ricordo. Non è che ne uscissero spesso di canzoni in cui il refrain era una minaccia personale, un’apologia di reato, e uno sdoganamento dell’omicidio; e il testo una dichiarazione d’amore rivoluzionaria per la città più detestata d’Italia. Vincenzo era Vincenzo Micocci, già agente di De Gregori e di molti altri.

Milano | Lucio Dalla
(Lucio Dalla, 1979)
Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco
e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica

Innamorati a Milano | Ornella Vanoni
(singolo, 1966)
Canzone scritta da Alberto Testa e Memo Remigi e cantata da Ornella Vanoni nel 1966. Descrive l’amore di due innamorati nella città che sembrerebbe la meno romantica: “senza fiori, senza verde, senza cielo, senza niente… tra la gente, tanta gente.”

Bologna è una regola | Luca Carboni
(Pop-up, 2015)
Ballata electro-pop dalla vena malinconica. Carboni ha dichiarato: «È una canzone sulla magia e l'inquietudine della mia città. Magia che alla fine non si riesce mai a spiegare con la ragione o con le parole e rimane sempre un mistero. Un mistero che si intreccia con il destino di tanti ragazzi che qui ci nascono, ci vivono, diventano uomini e tanti altri che qui, invece, ci arrivano per l'università.»

Bologna | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
Con i luoghi comuni va a finire spesso così: che erano veri. “Bologna” celebra tutti i luoghi comuni su Bologna, e li conferma e legittima.

Venezia | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
"Stefania era bella, Stefania non stava mai male". Bellissima, triste, umida. Bellissima. Diversamente dalla gemella "Bologna", qui prevale la storia di Stefania su quella della città, ma anche questa è raccontata meravigliosamente: "La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti". E il verso terribile sul respiro che quasi inciampava nei denti.

Napul’è | Pino Daniele
(Terra mia, 1977)
“’Na tazzulella ‘e cafè” è il lato B – the dark side of the moon – del 45 giri, e di Napoli. Il lato A è una cosa che sbaraglia tutta la retorica ‘o- sole-mio-eccetera, senza arretrare di un millimetro dalla linea della canzone sentimentale e commovente, e napoletana: il più bel pezzo che sia mai stato scritto per una città, più di “New York state of mind” di Billy Joel.

A Naples il y a | Vincent Delerm
(Les piqûres d'araignée, 2006)
J'ai conservé sur moi
le souvenir d'un soir
où tu disaisA Naples il y a
peu d'endroits pour s'asseoir

Roma-Bangkok | Baby K. ft. Giusy Ferreri
(Kiss kiss bang bang, 2015)
Brano caratterizzato da influenze dancehall, reggae ed elettropop. Riguardo al testo, Baby K ha spiegato: «Racconta la mappa geografica della mia vita: Londra, Roma ed estremo Oriente, infatti, sono i posti in cui ho vissuto, che mi porto dentro ancora oggi e che, attraverso questa musica, riesco a rivivere. Considero questa canzone un inno all'estate e alla voglia di divertirsi.»

Roma capoccia | Antonello Venditti
(Theorius Campus, 1972)
Poesia vera. In romanesco. Potrà sembrare una contraddizione, a quelli che giustamente non hanno mai sopportato il fenomeno della poesia vernacolare, ma così è. Una canzone che ha generato una mezza dozzina di espressioni di culto, da “der monno ’nfame” a “e so’ piu’ vivo e so’ più bbono” a “li passeracci so’ usignoli”. E lui aveva 14 anni: molto tempo dopo sarebbe approdato a “mi chiamo Laura e sono laureata”.

Modena | Antonello Venditti
(Buona domenica, 1979)
Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui. Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi
“Modena” è bellissima. Non so di cosa parli, davvero, o fingo di non saperlo. Alcune cose sono ovvie, e commoventi («Quella canzone segnava la mia personale rottura, nel 1980, con il Pci. La scrissi sull’onda della delusione di leggere in testa alla brochure della Festa nazionale dell’Unità la scritta “Coca Cola presenta”» (da un’intervista di Carlo Moretti). Altre cose restano misteriose, e commoventi. Cioè, so di cosa parla, a me. E poi c’è quell’invenzione del sassofono di Gato Barbieri, che sta a “Modena” come quello di Danilo Tomasetta sta a “Ho visto anche degli zingari felici”. Buona domenica, l’ellepì, uscì nel 1979: quarantuno anni fa.
Ma cos’è questa nuova paura che ho? Ma cos’è questa voglia di uscire e andare via?
Da quarantuno anni, non posso passare dall’uscita di Modena senza pensare che la nostra vita è Coca Cola, fredda nella gola.

Verona beat | Gatti di vicolo Miracoli
(singolo, 1980)
Da giovani, Calà, Smaila e gli altri due fecero questa canzoncina sulla loro città, su quando erano ancora più giovani. Raccontano degli anni Sessanta, che a Verona c’era una vivace scena musicale, si sentiva l’Equipe 84 e si partecipava a uno sciopero per il Bangladesh: ma dopo un’ora si era rimasti in tre (viene da chiedersi quale dei quattro se ne fosse andato: io dico che era Smaila).

Sweet home Chicago | The Blues Brothers
(The Blues Brothers, 1980)
Famosa canzone popolare blues, riprende in parte la melodia di uno dei brani blues più noti, "Baby please don't go" cantato da Big Joe Williams nel 1935 e ripreso tra gli altri da Muddy Waters e dai Them di Van Morrison. Una cover del brano fu realizzata da Eric Clapton.

Chicago | Graham Nash
(Four way street, 1971)
Dedicata ai tumulti sessantottini di Chicago durante la convention del Partito Democratico, e al processo conseguente, invita i soci della band a tornare in città a protestare: “won’t you please come to Chicago just to sing”. Fu incisa prima nel doppio live Four way street (con l’ironica dedica al sindaco Daley), e poi registrata in studio nel disco di Nash Songs for beginners.

Chicago | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)
Non è in effetti un pezzo su Chicago, ma piuttosto un’epica personale e dolente, che racconta di una fuga di casa, una fuga da Chicago e dalla famiglia in furgone. Per raccontare la tua città e il rapporto che ti ci lega, parti da quella volta che la odiavi per forza di cose. Tanto poi tutto passa: "All things go". Chapeau. Ce ne sono altri tre arrangiamenti su The Avalanche, tutti ottimi.

Jacksonville | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)

Oh Detroit, lift up your weary head! (Rebuild! Restore! Reconsider!) | Sufjan Stevens
(Michigan, 2003)
La capitale del soul e dei motori, la Motown in tutti i sensi, raccontata come la potrebbe raccontare un ossessivo che legge l’enciclopedia. “Un tempo bel posto, ora prigione”: e poi qualche banalità e un elenco di nomi che comprende Henry Ford, la Pontiac e il wolverine, cioè il grosso mammifero unghiato che dà il nome al personaggio Marvel. Per la cronaca (e soprattutto per i nostalgici del progressive), la canzone è in nove ottavi.

Panic in Detroit | David Bowie
(Aladdin sane, 1973)
Il migliore pezzo rock di Bowie, con quell’attacco tostissimo e il tipo che “somiglia un sacco a Che Guevara e guida un furgone diesel”. Tesa e apocalittica, fu ispirata dai racconti di Iggy Pop sui tumulti di Detroit alla fine degli anni Sessanta.

AA. Philadelphia | Neil Young
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

Streets of Philadelphia | Bruce Springsteen
(Philadelphia, 1994)
Era la canzone di apertura del film di Jonathan Demme, Philadelphia, che uscì a Natale e vinse l’Oscar nel 1994, battendo "Philadelphia" di Neil Young, che era sui titoli di coda nello stesso film (bella gara: ma quella di Neil Young è più bella).

Miami 2017 (Seen the lights go out on Broadway) | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Una specie di Fuga da New York. Il disco del ritorno in città dopo un periodo californiano – aperto da “Say goodbye to Hollywood” – si chiude con una fantasia di fine del mondo sulla città. La Miami del titolo è la città dove ha trovato rifugio il narratore dopo la distruzione di New York. La versione migliore è quella che introduce il bellissimo disco dal vivo che si chiama Songs in the attic. La canzone assunse un significato inquietante e rinnovato nei giorni dopo l’11 settembre (“I saw the Empire State laid low”): Joel la cantò al famoso concertone benefico del Madison Square Garden, assieme a “New York state of mind”.

New York state of mind | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Altro che la città che non dorme mai e tutte quelle fregnacce. La poesia migliore su New York è que-sta, scritta da uno che è-la-sua-città, scritta in un periodo in cui ci era appena tornato dopo tre anni dall’altra parte (“seen all the movie stars”). Pochi fuochi d’artificio, e invece un gran pianoforte, un autobus sulla linea dell’Hudson, il New York Times, Chinatown, e la città vera.

I love L.A. | Randy Newman
(Trouble in paradise, 1983)
Anche qui c’era dell’ironia, nel cantare l’odio per New York e Chicago e l’amore per le bellezze di Los Angeles (ragazze, Beach Boys, autostrade e “tutti sono così felici perché c’è sempre il sole”). Ma l’ironia si perse e “I love L.A.” diventò un discreto successo, soprattutto come inno olimpico e della squadra dei Lakers.

New York City boy | Pet Shop Boys
(Nightlife, 1999)
A forza di ammirare e imitare i Village People, i Pet Shop Boys divennero i Village People: quasi più Village People degli originali.
So young, so wrong, it’s New York city!

Leaving New York | REM
(Around the sun, 2004)
Un’altra canzone scritta dall’aeroplano, questa volta sulla costa opposta rispetto a “Electrolite”: dedicata alla seconda città di adozione di Michael Stipe, con un attacco del refrain stupendo: “you might have laughed if I told you...”.

New York City serenade | Bruce Springsteen
(The wild, the innocent and the E street shuffle, 1973)
Sensazionale introduzione di pianoforte e un pezzone che parte languidissimo e poi diventa una specie di suite di dieci minuti.

New York, New York | Liza Minnelli
New York, New York
I want to wake up in that city
that never sleeps
and find I'm king of the hill

San Francisco | Village People
(San Francisco, 1977)
Celebrazione della città dove si poteva tutto, ai tempi in cui si poteva tutto, prima che arrivasse l’apocalisse a rinchiudere tutti in casa.

San Francisco (Be sure to wear flowers in your hair) | Scott McKenzie
(singolo, 1967)
Canzone pubblicata nel giugno del 1967 per promuovere il Festival di Monterey, fu subito una hit. Il testo diceva "Se stai andando a San Francisco, sii sicuro di avere qualche fiore tra i capelli"). La canzone è apparsa in molti film, tra i quali Il laureato e Forrest Gump.

San Diego serenade | Tom Waits
(The heart of saturday night, 1974)
Tom Waits che si traveste da Billy Joel. «Parla di una ragazza, tanto tempo fa. Ero pazzo di lei. Anche suo marito». E anche: «L’ho scritta pensando a Ray Charles, pensando che gli sarebbe piaciuto cantarla. Non so perché. Non l’ho mai conosciuto».

Walking in Memphis | Marc Cohen
(Marc Cohen, 1991)
Saw the ghost of Elvis on Union Avenue
Followed him up to the gates of Graceland
Then I watched him walk right through
Now security they did not see him
Anche Cher ne ha fatto una cover.

Parigi | Paolo Conte
(Paris milonga, 1981)
«Ci sono due amanti che si incontrano e rapidamente finiscono in un piccolo hotel, e tutto si raccoglie intorno alla frase: "intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Francia". Mentre a me italiano è piaciuta questa frase quando l’ho scritta, mi suonava bene (perché la Francia è, per me italiano, l’estero), quando ho avuto la possibilità di soffermarmi su una traduzione in francese perché un francese la cantasse, mi sono accorto che al traduttore dava fastidio pronunciarla, così come a me avrebbe dato fastidio dire “pioggia, pioggia, pioggia e Italia”. Ho provato a dire al traduttore: e se dicessi “intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Olanda”? – Risposta: sì, sì, va benissimo».

Paris | The Chainsmokers
(Memories ... do not open, 2017)
We were staying in Paris
To get away from your parents

Paris latino | Bandolero
(singolo, 1983)
Brano disco-funk-rap che ebbe un grande successo in Europa all'epoca. Il testo è un miscuglio di francese, spagnolo e inglese.

San Tropez | Pink Floyd
(Meddle, 1971)
"San Tropez" (scritto san) è una canzone di Roger Waters, con un andamento tra Burt Bacharach e gli Steely Dan. Una leggenda a lungo tramandata vuole che un verso dica "making a day for Rita Pavone", cosa di cui si era vantata anche l’interessata. In realtà è "making a date for later by phone".

Deauville sans Trintignant | Vincent Delerm
(Vincent Delerm, 2002)
Elle repense à ce film
Qui se passe à Deauville
C'est un peu décevant
Deauville sans Trintignant

Evreux | Vincent Delerm
(Kensington Square, 2004)
Vincent Delerm è un cantautore francese (tra i miei preferiti), figlio dello scrittore Philippe Delerm, l'autore di La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita. Vincent Delerm è nato a Evreux.

Vienna | Ultravox
(Vienna, 1980)
"Vienna" fu una strepitosa invenzione degli Ultravox, una canzone marziale, strana abbastanza da affascinare mezza Europa e rendere riconoscibile la band. Elettronica e gravità notturne, vistose affinità estetiche con il film Il terzo uomo, vera new wave, il canto appassionato di Midge Ure“this means nothing to me!” – a celebrare miti e decadenze della città.

Budapest | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Barcelona | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Lugano addio | Ivan Graziani
(I lupi, 1977)
«Si tratta di una storia abbastanza semplice di un ragazzo del sul e di una ragazza del nord, chiaramente si innamorano il che è una cosa normalissima, ma si innamora sopratutto di quello che lei rappresenta cioè quello che è il mondo, che è totalmente diverso dal suo.» Cosi diceva Ivan in un documentario della Rai, presentando il brano. Nel brano viene citata "Addio a Lugano", una popolare canzone anarchica scritta da Pietro Gori nel gennaio 1895.

Firenze - Canzone triste | Ivan Graziani
(Viaggi e intemperie, 1980)
Storia d’amore sfortunata ruotante intorno a tre personaggi che vivono in una città non loro per ragioni di studio. La ballata si dipana in un continuo dialogo tra il soggetto narrante e il Barbarossa, soprannome dello studente di filosofia irlandese, rimasti senza la donna contesa, dal momento in cui lei getta nell'Arno i suoi disegni con l’intenzione di tornarsene a casa sua. E quando anche il Barbarossa se ne tornerà in Irlanda con la sua laurea in filosofia, non ci sarà davvero più nessuno a parlargli di lei, come se non fosse mai esistita.

Lei, lui, Firenze | Brunori Sas
(Poveri Cristi vol.2, 2011)
Ancora Firenze, ancora una cosa a tre: la città, lui e lei.

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Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Philadelphia | Neil Young