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AC/DC

(1973, Sydney, Australia)

Allora si sosteneva che facessero hard rock. Poi si cominciò a chiamarlo heavy metal, cambiò mille altri nomi, e oggi a risentirli sembrano le Vibrazioni, al confronto con quel che arrivò dopo. Australiani, spettacolari dal vivo, dotati di un seguito sfegatato e di un logo riprodotto allora sulle t-shirt e gli zainetti dei ragazzotti di mezzo mondo, raggiunsero un pubblico ancora più vasto con un disco quasi perfetto, nero nero, Back in black.

Whole lotta Rosie
(Let there be rock, 1977)
Pezzaccio fatto solo di un riff leggendario di chitarra (che in una famosa versione live è intervallato dal pubblico che grida in coro il nome di Angus Young: “Angus!”), un rock’n’roll da abbecedario e un assolo che pare di vederlo. Il titolo imita “Whole lotta love” dei Led Zeppelin, dove però Rosie è una celebrata amante di Bon Scott del peso di 120 chili: “non è esattamente carina, e non è esattamente piccola”. Ma fa delle cose, Rosie, che nessun’altra mai.

Let there be rock
(Let there be rock, 1977)
Predicone heavy metal: “Che sia rock, e rock fu”. “In the beginning” eccetera, e via con l’epica biblica della musica. Schitarrate come se piovesse, e piove vero rock’n’roll, ripreso da Chuck Berry.

Riff raff
(Powerage, 1978)
L’attacco di “Riff raff” è un crescente baccano da amplificatori distorti, particolarmente apprezzabile come introduzione dal vivo: “if you want blood you’ve got it”. E poi una sparatoria di assoli di chitarra.

Highway to hell
(Highway to hell, 1979)
A quanto si dice, un giornalista chiese come fosse essere sempre in tour, e Angus Young rispose “un’autostrada per l’inferno”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #254 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Back in black
(Back in black, 1980)
Il titolo spiega il ritorno della band dopo la morte del cantante Bon Scott: aveva 33 anni e fu trovato morto in una macchina per “intossicazione da alcolici” dopo una notte di eccessi. Quanto alla canzone, ricorda molto “Highway to hell”: attacco sensazionale anche qui, e il resto vien da sé. Negli Stati Uniti Back in black è il quarto disco più venduto della storia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #187 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hell’s bells
(Back in black, 1980)
Le campane più famose della storia del rock, registrate al memoriale della Prima guerra mondiale di Loughborough, in Inghilterra. Trevor Hoffmann, uno dei più popolari lanciatori del campionato di baseball americano (giocava nei San Diego Padres dal 1993), faceva suonare da sempre “Hell’s bells” al suo ingresso in campo.

You shook me all night long
(Back in black, 1980)
Il pezzo più da classifica della band, e infatti andò bene. Ospita il notevole verso: “She told me to come but I was already there”, che non ci si sente di tradurre qui. Non ci crederete, ma ce n’è una cover di Anastacia con Céline Dion.

For those about to rock (we salute you)
(For those about to rock we salute you, 1981)
Il titolo starebbe per “Rockituri te salutant”, essendo un’elaborazione di un passo letto su un libro di gladiatori. L’inizio ha ancora qualcosa degli Who, poi c’è il coro, e i cannoni. Di norma, era il pezzo che chiudeva i concerti.


Brani citati
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Quarantunes: i sintomi

Continua da Quarantunes: la pandemia. La serie completa consiste in: la pandemia, i sintomi, le precauzioni e infine la ripartenza

Nessun dolore | Giorgia
Brano di Battisti, qui nella bella cover di Giorgia.

Fever | Peggy Lee
“Fever when you hold me tight”. La più bella delle febbri ci è oggi vietata. Ed è bene evitare quelle di qualsiasi altro tipo. Esistono centinaia di versioni del pezzo, ma la prima resta la migliore.

Night fever | Bee Gees
Dalla colonna sonora de La febbre del sabato sera, il film musicale che lanciò John Travolta.

Respiro | Franco Simone

Respirando | Lucio Battisti

Take my breathe away | Berlin

Harder to breathe | Maroon 5

Breathe me | Sia
Sia è australiana, di Adelaide. Il brano fu colonna sonora ipnotica degli ultimi cinque minuti dell’ultima puntata dell’ultima serie di Six feet under, con quel pianoforte ... asfissiante.

Breathe | Midge Ure
Midge Ure è un cantautore scozzese, prima chitarrista dei Visage e poi cantante degli Ultravox. La canzone era in una famosa campagna pubblicitaria della Swatch.

Breathe | Pink Floyd
Apertura epica di un disco epico (The dark side of the moon), preceduta dall’introduzione strumentale di “Speak to me”: un neonato piange e qualcuno arriva a suggerirgli di respirare e a prospettargli spietatamente la vita che lo attende. “Corri, coniglio, corri: scava un buco, dimenticati il sole. E quando avrai finito, non fermarti: c’è da scavarne un altro”.

So sick | Ne-Yo

Sto male | Ornella Vanoni
Cover italiana dell'originale "Je suis malade", grande successo di Dalida ().

Sto male | Prozac+

People ain’t no good | Nick Cave
“Non è che siano cattivi dentro: alcuni sanno starti vicino, alcuni ci provano. Ti curano quando sei malato, ti seppelliscono quando muori, ti aiuterebbero se potessero. Ma queste sono stronzate, tesoro. La gente non è buona.”. Tutti contro tutti, insomma.

Cold | Maroon 5 ft Future
Mi diverte pensare che qui "cold" stia per "raffreddore".

Between two lungs | Florence + The Machine
"Tra due polmoni" dal loro album di esordio Lungs.

Il giorno di dolore che uno ha< | Ligabue
Ligabue la introduce così, ai concerti: «una canzone scritta in un momento particolare, scritta per un momento tragico. E che ha finito per rappresentare forse la possibilità di far capire che il mondo è tutt’altro che il posto che vorremmo, ma facendo i conti ognuno di noi può affrontare e mettersi alle spalle con la propria forza il giorno di dolore che uno ha».

Comfortably numb | Pink Floyd
Nell'epico The wall del 1979, il brano offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding...”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe ... . Poi Waters, che scrisse le parole, spiegò che era invece una memoria infantile di quando si è malati e intontiti.

No dottore | Lucio Battisti

Paranoid android | Radiohead
Ammettiamolo, un po' di paranoia c'è.

Paranoid | Black Sabbath
Idem come sopra.


Playlist

Led Zeppelin

(1968 -1980, Londra, Inghilterra)

Passano come i papà dell’hard rock (e i Deep Purple le mamme), ma è un’immagine assai riduttiva: nessuno dei loro emuli ha mai saputo fare canzoni altrettanto immediate e ascoltabili (e altrettanto varie e complesse). Erano quattro, leggendari, e avevano preso il nome da una battuta di Keith Moon degli Who a proposito del progetto di una superband («bella idea, precipiterà come un dirigibile di piombo», “a lead zeppelin”). Tutto il repertorio mitico del rock degli anni Settanta – groupies, aerei privati, concerti massacranti, droga, risse, alberghi distrutti – erano loro, i Led Zeppelin. Si sono riuniti per una tournée nel 2008, con il figlio di John Bonham al suo posto.

Babe, I’m gonna leave you
(Led Zeppelin I, 1969)
Il primo disco dei Led Zeppelin, nel 1969, suggerì al rock che si poteva tenere un piede nella staffa delle ballate acustiche e uno in quella del fracasso virtuosistico, contemporaneamente: qui, in un’esecuzione lunga e teatrale della parte dell’uomo che non ce la fa a restare fermo in questo posto. “Babe I’m gonna leave you” era un pezzo folk scritto da Annie Briggs, e già cantato da Joan Baez. I Led Zeppelin lo spacciarono a lungo come “tradizionale” prima di riconoscere all’autrice ciò che era suo.

Thank you
(II, 1969)
I Led Zeppelin hanno sempre attinto molto ai canoni classici, sia per la musica che per i testi: “se il sole non splendesse più, ti amerei lo stesso”. “Thank you” fu scritta da Robert Plant per sua moglie. L’organo finale ritorna in una postilla di una manciata di secondi, dopo una lunga pausa. Ne fece poi una cover Tori Amos.

Whole lotta love
(II, 1969)
Il brano è una rielaborazione di "You need love" del bluesman Muddy Waters. Il riff della canzone è uno dei più famosi della storia del rock.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #75 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ramble on
(II, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #433 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heartbreaker
(II, 1969)
Il brano è uno dei più famosi dei Led Zeppelin e consiste in un riff ripetuto per tutta la durata della canzone che si interrompe solo quando Jimmy Page esegue l'assolo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #320 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tangerine
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.

Stairway to heaven
(IV, 1971)
Prima che i miti divenissero dinosauri, “Stairway to heaven” vinceva tutte le classifiche per la più grande canzone rock della storia. Una specie di idolo adorato, che condensava formidabilmente la passione dei fans per un bel baccano rock e la loro vena sentimentale. Allora c’era sempre quello che sapeva suonare la prima parte di “Stairway to heaven”, e di solito giravano in due: lui, e quello che sapeva rollare le canne (nel film Wayne’s world ci si scherza su, allestendo un divieto di suonare “Stairway to heaven” in un negozio di strumenti musicali). La canzone è divisa in due: una ballata che ora suona persino troppo sdolcinata, e poi uno spettacolo sensazionale di chitarre elettriche e batteria, di potenza eterna. Il titolo era una citazione biblica, ma altri riferimenti del tema spirituale sono più paganamente celtici (oltre a cose di occultismo, che hanno dato luogo a grandi speculazioni sui messaggi satanici registrati all’incontrario, le solite cose). L’attacco era stato copiato da “Taurus” degli Spirit, che avevano suonato in tournée con i Led Zeppelin.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #31 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Black dog
(IV, 1971)
Il titolo della canzone si riferisce ad un labrador retriever nero che vagava attorno agli studi di Headley Grange durante la registrazione dell'album. Il cane non ha nulla a che fare con il testo della canzone, che parla del disperato desiderio per l'amore di una donna e della felicità che da esso ne deriva.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #294 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The song remains the same
(Houses of the holy, 1973)
Jimmy Page che si diverte come un matto, in uno schitarramento leggendario. Robert Plant canta che a momenti pare Peter Gabriel ai primi tempi, grazie a un ritocco durante la produzione. “The song remains the same” divenne il titolo di un famoso film-concerto dei Led Zeppelin, ripreso al Madison Square Garden nel 1973.

The rain song
(Houses of the holy, 1973)
Una leggenda vuole che George Harrison avesse detto a Jimmy Page che i Led Zeppelin erano una grande band ma avrebbero dovuto scrivere qualche ballata romantica in più. E loro fecero “The rain song”, meravigliosa: che in effetti ha persino momenti beatlesiani, troppa grazia. Ma dura sette minuti e la sua parte più forte è quella centrale, strumentale e ipnotica.

Over the hills and far away
(Houses of the holy, 1973)
Il procedimento è ancora quello di “Stairway to heaven”. Una prima parte dolce e acustica con un grande giro di chitarra, e poi bùm!, e che bùm! E John Paul Jones che fa una grande cosa di basso. Poco tempo dopo, la voce di Plant non avrebbe più saputo raggiungere questi acuti e le esecuzioni dal vivo le avrebbero preso le misure.

D’yer mak’er
(Houses of the holy, 1973)
Un fantastico trastullo reggae, in cui John Bonham picchia sulla batteria tutto il tempo, che chissà come hanno fatto poi a spegnerlo. Il titolo viene dalla trascrizione di un intraducibile gioco di parole (si pronuncia come “jamaica”) alla base di una vecchia barzelletta.

Kashmir
(Physical graffiti, 1975)
Capolavoro ansiogeno e teatrale, tutto in salita con influenze orientali varie, e che Robert Plant ha definito la più efficace spiegazione della sua band. Quando Puff Daddy ne fece una specie di cover per la colonna sonora di Godzilla fu l’unica volta in cui i Led Zeppelin frequentarono una notorietà moderna, mentre il resto del loro repertorio è totalmente trascurato dal giro contemporaneo: per le loro canzoni nessuna cover, nessuno spot, nessuna ripresa in un film, nessun campionamento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #140 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ten years gone
(Physical graffiti, 1975)
Esibizione chitarristica che a momenti ricorda “Band on the run” dei Wings: i dieci anni di cui si par- la sono quelli passati da quando la ragazza di Robert Plant gli disse «o me o la musica». Lui scelse come si sa, ma la sogna ancora; lei va’ a sapere come si è sistemata.

Down by the seaside
(Physical graffiti, 1975)
I Led Zeppelin che si divertono a fare i Beach Boys (per la precisione, la canzone è tutta una citazione di “Down by the river” di Neil Young). Poi a un certo punto si stufano, e mettono a ferro a fuoco la spiaggia: pare di vedere i surfers in braghette che corrono a cercare rifugio dietro le sdraio. Roba di pochi secondi, come le trombe d’aria che portano via gli ombrelloni, poi torna la pace.

Fool in the rain
(In through the out door, 1979)
Papa-papà parara, papa papà parà... Al loro ultimo disco (John Bonham morirà soffocato dopo un abuso di alcool, l’anno seguente), i Led Zeppelin ormai facevano altro: pianoforte e addirittura impazzimenti carioca con i fischietti e tutto. Anche se a un certo punto gli scappava sempre la mano su chitarre e batteria.

All my love
(In through the out door, 1979)
I Led Zeppelin che fanno una canzone: con le strofe, il refrain, un suono buono per le radio, tutto quanto. Roba di tastiere, John Paul Jones in primo piano. Dedicata al figlio di Robert Plant, che era morto a cinque anni per un’infezione respiratoria.

I’m gonna crawl
(In through the out door, 1979)
Pezzone soul che concludeva l’ultimo disco della band. Anche il titolo, il testo (“I get down on my knees”) e come Plant la canta, sono tutte fedeli e sapienti citazioni del repertorio soul. Certo, poi Jimmy Page non è che lo si potesse ammanettare.


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