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Neil Young

(1945, Toronto, Canada)

Neil Young è canadese, ha passato i sessant’anni ed è sulla breccia da quaranta. È stato il mito di un paio di generazioni ed è andato vicino a esserlo per una terza. Le sue mille straordinarie canzoni si dividono sostanzialmente tra le ballate acustiche country-folk e i rockacci ante-grunge. In tutto questo, ha pure fatto parecchie cose inutili (e ancora ne fa), ma quale mito non ha i suoi momentacci?

Broken arrow
(Buffalo Springfield again, 1967)
I Buffalo Springfield furono la prima band di Neil Young. Con lui c’era già Stephen Stills: la band fece due dischi e poi si sciolse. Nel secondo c’erano tre canzoni di Young, molto indipendenti dal resto dei Buffalo Springfield e già parte della sua carriera solista. “Broken arrow” è una visione musicale complicata, una specie di"Lucy in the sky with diamonds”, che alterna strofe meravigliose a inserimenti sonori anomali e incongrui. Ed è bellissima. “And when it was over it felt like a dream...”

Cowgirl in the sand
(Everybody knows this is nowhere, 1969)
“Cowgirl in the sand” è il primo grande classico di Neil Young: un pezzo col quale spiegare a un bambino di sei anni che cosa è “rock”. L’attacco è come quando si sgombera la scrivania con un solo gesto dell’avambraccio. Ma per dieci minuti interi tutto è perfetto nella melodia e sensazionale nell’uso delle chitarre. C’è solo “Like a hurricane” meglio di così.

Helpless
(Déja vu, 1970)
Crosby, Stills e Nash esistevano già da un disco, ma con Déja vu diventarono Crosby, Stills, Nash & Young, un marchio effimero ma definitivo come Gianni e Pinotto, o Procter & Gamble. Young non si mescolò agli altri: si mise buono da una parte quando non toccava alle sue canzoni, e chiese ai tre di fare lo stesso con le sue, che sono a tutti gli effetti canzoni di Neil Young. In “Helpless” gli altri si limitano al coretto: è una canzone dolcissima di ricordi autobiografici, che comincia con “c’è una casa in North Ontario” (la piccola casetta in Canadà, insomma) e poi ha un verso inverso (un po’ come la faccia sovrapposta a quella di chissà chi altro in “Rimmel”): “blue blue windows, behind the stars”. Ne fece una gran versione con la Band (quella con la bi maiuscola, quella con il “the” davanti), registrata in The last waltz.
(Aneddoto scabroso: il regista del relativo film sul concerto celebrativo della Band, Martin Scorsese, dovette fare i salti mortali per occultare il baffo di cocaina che si vedeva uscire dal naso di Young durante “Helpless”).

After the gold rush
(After the gold rush, 1970)
Già “Helpless” era una specie di sogno, e sogni ne avrebbe raccontati ancora per molto tempo. Qui comincia così: “well I dreamed I saw the knights in armour come”. E poi c’è ancora moltissimo del suo linguaggio frequente: arcieri, lune, soli.
“After the gold rush” è una canzone lenta e inesorabile, col pianoforte in grande evidenza, con una specie di corno, e una malinconia generale che circonda il racconto piuttosto criptico di una visione da fine del mondo: racconto che è oggetto da sempre di mille interpretazioni. In una delle molte cover, Linda Ronstadt, Dolly Parton ed Emmylou Harris hanno sostituito il verso “avevo voglia di stonarmi” con “avevo voglia di piangere”, sostenendo che erano troppo vecchie per avere voglia di stonarsi (o almeno per cantarlo in giro).

Southern man
(After the gold rush, 1970)
Altro grande classico rock, con Nils Lofgren che pesta sul pianoforte dall’inizio alla fine mentre le chitarre fanno il loro porco mestiere. La canzone parla del razzismo negli Stati del Sud, e ricevette una risposta in “Sweet home Alabama” dei Lynyrd Skynyrd, con i versi: “I hope Neil Young will remember, the Southern man don’t need him around anymore”.

Don’t let it bring you down
(After the gold rush, 1970)
“Old man”, “full moon”, “the sky”, “down to the river”, le solite cose. Ma una costruzione originalissima, con un solo ritornello finale che si blocca in una pausa da cui si ripete con una nuova dolcezza, rovesciandosi come acqua che trabocca sul resto sulla canzone. E poi c’è questo bel titolo: "Non buttarti giù”.

Birds
(After the gold rush, 1970)
“Birds” è nello stesso disco di “After the gold rush”, e le somiglia. Dolce, lenta, solo pianoforte e voci. Ma questa è una bellissima canzone d’amore, anche se di un amore finito.

Out on the weekend
(Harvest, 1972)
A molti grandi del rock poi capita anche il disco che stravende, quello con cui si portano a casa non solo i fans ma anche il resto del mondo. Per Neil Young, quello fu Harvest, e a risentirlo ancora si capisce il perché. “Penso che farò le valigie e mi comprerò un pick-up, e me ne andrò a Los Angeles”, è l’inizio del disco, molto country nei suoni, più di quanto Young avesse accennato finora. L’armonica è memorabile, e fa il paio con quella di “Heart of gold”, nello stesso disco.

Alabama
(Harvest, 1972)
Fu “Alabama” che fece traboccare il vaso della pazienza dei Lynyrd Skynyrd, che allora pubblicarono “Sweet home Alabama”. Ancora sui pregiudizi del Sud e sul desiderio che ne esca il meglio, una stupenda ballata rock con un grande equilibrio tra la strofa melodica (il modo in cui dice “windooows, down in Alabama” fa rizzare i capelli) e l’aggressività del refrain.

Words
(Harvest, 1972)
Come in “Alabama”, su “Words” canticchiano Stephen Stills e Graham Nash, ma il grosso lo fanno pianoforte e chitarre, con un andamento formidabile, triste, solitario e finale.

Heart of gold
(Harvest, 1972)
Keeps me searching
for a heart of gold
And I’m getting old.

See the sky about to rain
(On the beach, 1974)
Racconta ancora qualcosa di inquietante all’orizzonte, come in “After the gold to rush”, ma qui il suono è più west coast (e il titolo del disco è On the beach), con un organo à la Doors.

Tired eyes
(Tonight’s the night, 1975)
“Please take my advice”: una anomala canzone di Neil Young, bellissima e sonnolenta come gli occhi del titolo, con lui che di fatto parla, più che cantare. Salvo lasciarsi andare nella dolcezza del refrain.

Long may you run
(Long may you run, 1976)
Per quelli di queste generazioni, sono due gli auguri immortali tra cui scegliere quando si lascia un amico: “che la forza sia con te” e “long may you run”. Nell’originale della citazione – la canzone che dava il titolo al disco inciso insieme a Stephen Stills – il saluto era diretto alla vecchia Pontiac del ’53 di Young.

Like a hurricane
(American stars’n’bars, 1977)
Per me, numero uno: tra le dieci grandi canzoni della storia del rock. Quando Neil Young la scrisse, era un periodo che non poteva cantare per un intervento alle corde vocali seguito a un eccesso di cocaina. Ce n’è una bella e agguerrita cover di Jay Farrar nel suo Stone, steel & bright lights.

Lotta love
(Comes a time, 1978)
Ballatina amabile, tratta da Comes a time, che fu un bel disco di indulgenze country. Diventò famosa nella versione di Nicolette Larson, e viceversa. Poi per gli italiani l’equivoco bellicoso del termine “lotta” è divertente, come in “Whole lotta Rosie” degli AC/DC (sta per “lot of”: “ci vorrà un sacco d’amore”).

Four strong winds
(Comes a time, 1978)
Non era di Neil Young, ma di un cantautore canadese di nome Ian Tyson, che l’aveva scritta una ventina d’anni prima. Un’allegra canzone country sulla volatilità delle cose e delle vite. Young la cantò ancora al Live 8 di Toronto, nel 2005.

& Hey hey, my my
(Rust never sleeps, 1979)
"Rust never sleeps" era lo slogan pubblicitario di un antiruggine. Divenne il titolo del disco e un verso della canzone principale, che ha due versioni simmetriche: una rock e l’altra acustica. La prima è un pezzone travolgente che affronta il ruolo di Neil Young stesso nei confronti dei cambiamenti sulla scena del rock internazionale (“the king is gone but he’s not forgotten, is this the story of Johnny Rotten?”), e contiene il verso-manifesto “rock and roll will never die”. Il grunge praticamente verrà da qui (un altro verso della versione acustica, “it’s better to burn out than to fade away”, sarà citato nella nota lasciata da Cobain prima di uccidersi).

Powderfinger
(Rust never sleeps, 1979)
E qui era ancora capace di fare una canzone nel solco di “Cowgirl in the sand” e “Southern man”, con l’ausilio dei fedeli Crazy Horse: “look out mama there’s a white boat comin’ up the river”. “Powderfinger” è uno dei classici del secondo Neil Young (ormai siamo già al quarto, o quinto), di cui hanno fatto una bella cover i Cowboy Junkies.

Lost in space
(Hawks & doves, 1980)
Hawks & doves non ebbe una grande accoglienza: un po’ perché era un ritorno a suoni country più convenzionali, un po’ perché aveva degli espliciti apprezzamenti per l’America reaganiana, un po’ perché in effetti non era un gran disco. Ma ha qualcosa di gradevole, se non i capolavori del Neil Young consueto. “Lost in space” è una dolce ballata, con un inatteso coretto da cartoni animati. Dove dice “losing you, I heard I was losing you” è un po’ come quando De Gregori canta “mi dicono che stai vincendo e ridono da matti”.

AA. Philadelphia
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

Change your mind
(Sleeps with angels, 1994)
Eccolo il pezzone rock. Il disco successivo di Neil Young risente molto di quell’andamento dolce e ricco di pianoforte, quello di "Philadelphia", e molto della morte di Kurt Cobain. Ma c’è anche qualcosa più sonoramente alla Crazy Horse, con le chitarre giuste che vanno avanti un quarto d’ora.

It’s a dream
(Prairie wind, 2005)
«Ho scritto “It’s a dream” e l’ho portata in studio il mattino seguente per registrarla: e ho detto a Ben Keith (il produttore di Prairie wind): “Ben, sai cosa? Qui ci starebbero bene degli archi, che ne pensi? Chiamiamo Chuck Cochran?”. Così chiamiamo Chuck, che ha curato gli archi per Comes a time e in due ore quello arriva. E non lo vedevamo da almeno 15 anni». Mentre registravano, a Nashville, a Neil Young fu diagnosticato un aneurisma cerebrale. Si fece operare, e tornò a finire il disco.

Ordinary people
(Chrome dreams II, 2007)
Diciotto minuti di pezzone rock come li faceva quarant’anni prima (e in effetti risaliva a vent’anni prima), con aggiunta sensazionale di fiati che potrebbero andare avanti all’infinito. Ci sono quelli che da un certo punto in poi puoi star certo che non infileranno mai più un buon disco. Neil Young non lo sai mai.


Brani citati
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Altri brani, non su Spotify

AA. Philadelphia | Neil Young


Like a hurricane | Jay Farrar

Britpop

1994 ALTERNATIVE | POP

If every reaction has a “re-reaction”, then Britpop is the re-reaction to Grunge (since Grunge was a reaction itself against Glam Metal). Enough with all the feeble, depressing sorrow and back to glamorous Rock! This soft but catchy kind of Pop is sometimes credited as the least original genre of the nineties. On an auditory level there is indeed not much shocking: a clear wink to British (of course) Mersey Beat but roughened up by the presence of Indie Rock, with sometimes synthesizers and electronic effects to cast a certain glam mood. What makes the genre so well-known, popular and clearly defined is not its sound then, but the Rock ‘n’ Roll mentality of it: the cocky attitude of British frontmen determined to conquer the stage, steal the show and awe the masses. There is a reason for such attitude: many British bands were fed up with the overall dominance of American Rock bands in the British hit charts of the early nineties (mostly due to Grunge). As such they created a strong anti-American music genre, with a very narrow range of influences (all British). Of course, the sound, vocals and song structure are all means to this end. Which explains why Britpop is same meat, different gravy, but very attractive.

da MusicMap
Britpop è il ‘movimento’ che raggruppa alcuni gruppi britannici alt/pop apparsi all'inizio degli anni novanta. Si tratta in generale di artisti che cercarono di riattualizzare le melodie degli anni sessanta e degli anni settanta, aggiungendovi tematiche mutuate dalla new wave o dalla dance music, e sfruttando le nuove tecniche produttive, sino a generare un suono del tutto peculiare.

Il britpop ha riscosso molto successo nel Regno Unito fra il 1994 e la fine degli anni novanta. Ad oggi gode ancora di discreta popolarità. Fuori dai confini britannici, fatta eccezione per pochissimi nomi (Oasis e Blur su tutti) ha comunque sempre avuto difficoltà ad attecchire, a causa della forte connotazione nazionalista della proposta.


Animal nitrate | Suede
(Suede, 1993)
Il titolo della canzone è un riferimento al nitrito di amile, una droga che si inala. L'idea della canzone è nata quando il cantante della band attraversa un periodo in cui "la droga stava prendendo il posto della gente".

Lucy | The Divine Comedy
(Liberation, 1993)
Per questo brano i Divine Comedy hanno semplicemente aggiunto le note ad alcuni versi dell'omonimo poema di William Wordsworth. Versi peraltro presi in ordine sparso: prima la strofa III, poi la II, poi la V. Che anche "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles sia ispirata alla stessa poesia?

Babies | Pulp
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia".

Common people | Pulp
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Alright | Supergrass
(I should Coco, 1995)
We are young, we run green
Keep our teeth nice and clean
See our friends, see the sights
Feel alright

Don’t look back in anger | Oasis
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Noel Gallagher disse che l’attacco l’aveva copiato da “Imagine”, e quello che “lanciò una rivoluzione dal suo letto” è notoriamente John Lennon. Il titolo si riferisce all’opera di John Osborne, Look back in anger. Gli Oasis hanno sempre detto che le parole non dicono niente in particolare e che Sally non esiste, lasciando ai fans involute spiegazioni su quel che le sarebbe successo (tamponata in auto? casini di droga? stuprata dalla band?).

Wonderwall | Oasis
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Wonderwall era un film del 1968 in cui un professore squinternato riempiva di buchi i muri di casa sua per vedere l’avvenente vicina di casa, interpretata da Jane Birkin. La colonna sonora era di George Harrison. Quale sia la relazione di tutto questo con la canzone non si sa, e il suo significato è sempre stato misterioso. A un certo punto – quando si erano lasciati – Noel Gallagher spiegò che non c’entrava niente con la sua fidanzata Meg, ma che siccome tutti sostenevano di sì, lui non aveva avuto il coraggio di smentirlo.
Thom Yorke dei Radiohead disse che la svolta della sua band verso dischi più arditi e di ricerca nacque dall’ascolto di “Wonderwall”: «Il rock and roll aveva toccato la perfezione: o cambiavamo strada o cambiavamo lavoro». “Wonderwall” è una perfetta popsong, così perfetta che la cover più tormentata e languida di Ryan Adams è più bella ancora.

Beautiful ones | Suede
(Coming up, 1996)
Here they come
The beautiful ones

The day we caught the train | Ocean Colour Scene
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il singolo dei Ocean Colour Scene più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Hundred mile high city | Ocean Colour Scene
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Song 2 | Blur
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Wide open space | Mansun
(Attack of the grey lantern, 1997)
Wide open space, I'm standing
I'm all alone and staring in to space

Good enough | Dodgy
(Ace A's + Killer B's, 1998)
If it's good enough for you, it's good enough for me
It's good enough for two, it's what I want to see

Tender | Blur
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.

Moving | Supergrass
(Supergrass, 1999)
"Moving" parla del tedio delle tournée della band.

Gin soaked boy | The Divine Comedy
(Secret history, 1999)
Neil Hannon in crisi di identità elenca le mille cose che lo descrivono (“sono questo”, “sono quello”), in un crescendo di arrangiamenti e di “pappà-pappa-parara”. Alcune battute sono fulminanti: “sono la bella nella bestia”, “sono il perché no nel perché”, “sono Jeff Goldblum nella Mosca”.
Il titolo cita una canzone di Tom Waits, ma nel testo ci sono anche “I’m the ruby in the dust” (da “Cowgirl in the sand” di Neil Young), “I’m the ghost in the machine” (il disco dei Police) e "I’m the catcher in the rye" (il titolo originale del Giovane Holden).

Suicide | Elastica
(single, 2000)
I know there's something out there
Feels like suicide
Always something turning
Something going through my mind

Playlist


Brani citati

Pulp

(1978, Sheffield, Inghilterra)

I Pulp sono un gruppo musicale rock britannico, fondato nel 1978 dall'allora quindicenne Jarvis Cocker. Il nome originale, poi abbreviato, era Arabacus Pulp. Attivi soprattutto negli anni ottanta e novanta, la loro musica è un misto di rock e pop con elementi di disco music.

Babies
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia."

Common people
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Bar Italia
(Different class, 1995)
Bar Italia è un café italiano che si trova "round the corner in Soho" a Londra, "where other broken people go."

Underwear
(Different class, 1995)
Oh yeah I want to see you
Want to see you standing in your underwear, oh

Disco 2000
(Different class, 1995)
Storia vera dell'innamoramento infantile di Jarvis Cocker per la sua amica e vicina di casa Deborah; il cantante si chiede che accadrebbe se i due si rivedessero quando fossero cresciuti (nell'anno 2000, come suggerisce il ritornello).


Brani citati
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Bob Dylan

(1941, Duluth, Minnesota, USA)

Quando vai a un concerto di Bob Dylan e lo guardi – mentre lui snocciola tiritere ormai incomprensibili – vedi il mito, la raffigurazione del mito, mezzo secolo di storia, vedi Bobdìlan: potrai dire ai tuoi figli “io e tua madre cantavamo ‘Blowin’ in the wind’ ai concerti di Bob Dylan” (e loro risponderanno “sì, ce l’ha detto anche il nonno”). E pensi, Bob Dylan ha mai riso? L’hai mai visto ridere? Che uomo è questo, che si comporta con una modestia e una timidezza che forse sono l’unico modo per riuscire a essere il mito (chi c’è, in giro, come lui? Prima c’era il papa, ma ora?). È uno che è diventato una leggenda un po’ per bravura, un po’ perché le cose capitano, e ha saputo comportarsi da leggenda con una discrezione e un’eleganza di cui pochissimi sarebbero stati capaci. Cosa accidenti pensa, Bobdìlan, mentre canta “Forever Young”?

Don’t think twice, it’s all right
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
“Qualcuno pensa che sia una specie di canzone d’amore, ma no. È un modo per sentirsi meglio, come parlare tra sé e sé”, disse poi Dylan. E però la sua fidanzata Suze Rotolo, quella sulla copertina del disco sottobraccio a lui, in quel periodo era sempre via, ed è facile mettere le cose in relazione. La canzone deve molto, in musica e testo, al cantautore Paul Clayton, che si sarebbe ucciso quattro anni dopo, fulminandosi nella vasca da bagno.

Blowin’ in the wind
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
Il manifesto della generazione dei giovani americani disillusi dalla politica portata avanti negli anni ‘50 e '60 e sfociata dapprima nella guerra fredda e poi nella guerra del Vietnam. Nel ritornello – rivolto metaforicamente a un ipotetico amico, nel quale si potrebbe identificare l'intera umanità - viene dato un messaggio che lascia uno spiraglio all'ottimismo: una risposta che c'è, e a portarla basterà un soffio di vento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #14 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The times they are a-changin’
(The times they are a-changin’, 1964)
Dylan dichiarò che scrisse la canzone nel tentativo di farne un inno dei cambiamenti che avvenivano in quel momento storico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #59 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

It ain’t me babe
(Another side of Bob Dylan, 1964)
Qualcuno dice che Dylan volesse alludere alle eccessive pretese del suo pubblico, ma letteralmente parla di una ragazza. “Levati pure di torno, non sono io quello che vuoi. Dici che vuoi qualcuno che sia sempre forte, ti protegga e ti difenda. Beh, non guardare me. Dici che cerchi uno che ti dica che non vi lascerete mai. Beh, quello non sono io”.

It’s all over now, baby blue
(Bringing it all back home, 1965)
Una successione di immagini complesse e un po’ criptiche per far capire a “baby blue” che è venuto il momento di mollare il colpo. Dopo, anni di riflessioni su chi sia “baby blue”. Candidati: quasi tutti fuorchè Babbo Natale. Armonica, chitarra e basso, e il modo in cui lui lo dice: “and it’s all over now, baby blue”. Delle molte covers, ce n’è una leggendaria di <Van Morrison con i Them.

Mr. Tambourine Man
(Bringing it all back home, 1965)
"Mr. Tambourine Man" è una canzone folk scritta da Bob Dylan nel 1964 ed è considerato uno dei brani fondamentali della musica rock degli anni sessanta. Nello stesso anno in cui fu pubblicata, la canzone fu portata al successo, in una originale veByrds.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #106 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Subterranean homesick blues
(Bringing it all back home, 1965)
Il brano è importante anche perché è il primo pezzo propriamente “elettrico” di Dylan.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #332 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Like a rolling stone
(Highway 61 revisited, 1965)
Se non vi bastasse il resto, è la canzone di maggior successo commerciale nella carriera di Bob Dylan. Piuttosto rivoluzionaria all’epoca: si avventurava in arrangiamenti e produzioni che fecero storcere il naso ai puristi del suono folk di Dylan, e aveva una lunghezza anomala per il formato radiofonico dell’epoca. «Nessuna altra canzone ha mai messo così tanto in discussione le leggi commerciali e le convenzioni artistiche del suo tempo» dice Rolling Stone (il giornale che l’ha dichiarata nel 2004 la più grande canzone di tutti i tempi: ma c’è un conflitto di interessi). Di chi parla, la canzone? Di voi tutti, ovviamente: ma da anni si accavallano le teorie per cui Dylan si sarebbe ispirato a Edie Sedgwick, (modella e musa del giro warholiano) o a se stesso.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Desolation row
(Highway 61 revisited, 1965)
"Desolation row" è stata descritta come uno dei più alti esempi di lirismo poetico applicato a una canzone pop o rock che dir si voglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #185 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(Highway 61 revisited, 1965)
L'Highway 61 è un'autostrada che corre da Duluth, nel Minnesota, dove Dylan nacque e passò la sua infanzia, fino a New Orleans, Louisiana. Fu un importante via di transito per gli afro-americani che dal profondo Sud giungevano a Chicago, St. Louis e a Memphis, seguendo anche il Mississippi per la maggior parte delle sue 1400 miglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #364 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(1965)

Highway 61 Revisited fu inciso in soli sei giorni e fu pubblicato nell'agosto del 1965. La Highway 61 è una strada americana che va dal Minnesota (stato di nascita di Dylan) fino alla foce del fiume Mississippi. L'album segnò finalmente il definitivo passaggio del cantautore alla chitarra elettrica. La canzone di apertura dell'album, "Like a Rolling Stone" (si vocifera che sia stata scritta pensando a Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol e amica di Dylan), ha riscosso un enorme successo ed è diventata un inno generazionale.
Durante il 1964 e il 1965, Dylan era intento a scrivere un libro, intitolato Tarantula, che non sarebbe stato pubblicato fino al 1971. Comunque, un brano del libro diventò la base per una sua nuova canzone. Così Dylan si espresse nel 1966, «Mi ritrovai a scrivere questa canzone, questa storia, questa lunga vomitata di venti pagine circa, e da essa ne trassi "Like A Rolling Stone"…. Dopo averla scritta, non ero più interessato a scrivere un libro, o una commedia».



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #4 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

I want you
(Blonde on blonde, 1966)
Ne aveva già combinate parecchie, quando scrisse la migliore canzonetta da juke-box della sua carriera. Dice che lui la vuole, e lo dice parecchio: ma in mezzo c’è tutto un casino di gente e accadimenti che in qualche modo non chiarissimo tendono a ostacolare questo suo desiderio. E un’armonica.

Just like a woman
(Blonde on blonde, 1966)
Le scuole di pensiero hanno via via trovato un compromesso sul fatto che la woman di cui parla non sia una sola, ma almeno due: Edie Sedgwick e Joan Baez. Dylan la scrisse nel giorno del Ringraziamento del 1965 a Kansas City, dove era in tournée.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #230 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Stuck inside of mobile with the Memphis blues again
(Blonde on blonde, 1966)
Roba allegra, bel ritmo, e testo acrobatico e misterioso che suggerì persino una parodia a John Lennon, intitolata “Stuck Inside of Lexicon with the Roget's Thesaurus Blues Again”: “Incastrato nella lingua con la malinconia da dizionario”. Ne ha fatto una bella cover Cat Power, nel 2007.

Visions of Johanna
(Blonde on blonde, 1966)
Nel 1999, il professore universitario di letteratura e poesia, Andrew Motion, proclamò che la composizione aveva il miglior testo mai scritto per una canzone di musica leggera e arrivò a proporre la candidatura di Bob Dylan al Premio Nobel per la letteratura, poi puntualmente vinto nel 2016. Appunto.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #404 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Positively fourth street
(Bob Dylan’s greatest hits, 1967)
Benché il testo sia chiarissimo – uno sfogo contro un’ipocrita che ha sempre finto di volergli bene e intanto desiderava il suo male – ci furono da subito dei misteri: di chi parla? C’è una relazione con il protagonista di “Like a rolling stone”, che seguiva di poco? Che vuol dire il titolo? Le teorie vanno avanti da trent’anni: probabilmente Dylan ce l’aveva con qualcuno del Greenwich Village (dove sta una 4th street: ma è papabile anche quella di Minneapolis) che aveva criticato il suo abbandono del folk acustico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #203 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All along the watchtower
(John Wesley Harding, 1967)
“Ci dev’essere un modo di uscirne”. Ma è uno degli ingressi dylaniani più riusciti e leggendari. Citazioni bibliche, fine del mondo, gran tensione. La cover di Jimi Hendrix divenne presto più celebre dell’originale e lo stesso Dylan prese a suonarla alla maniera di Hendrix.

Lay lady lay
(Nashville skyline, 1969)
Sarà la suggestione, ma è difficle non avere l’impressione che “Lay lady lay” suoni esattamente come una avvenente signora sdraiata su un letto disfatto. Saranno quelle quattro note di steel guitar che scivolano sotto le strofe. Come la canta, non sembra lui: e i fans allora rimasero spiazzati (si disse che la voce era cambiata perché aveva smesso di fumare). L’aveva scritta per Un uomo da marciapiede: ma poi scelsero “Everybody’s talkin’” di Harry Nilsson.

The man in me
(New morning, 1970)
È quella dove Dylan fa “lalla lalla lallà lalalà”, chissà cosa gli era preso. E il testo è maschilisticamente vicino a “dietro ogni grand’uomo c’è una grande donna”. Si meritò una nuova popolarità quando i fratelli Coen la ripescarono per Il grande Lebowski.

Wigwam
(Self portrait, 1970)
Uno strumentale canticchiato ebbramente, come da uno che si trascina in fondo alla parata cercando di rimanere in contatto con il resto della banda. Molto divertente e appiccicoso. Fu usato poi nel film di Wes Anderson, I Tenenbaum. Sull’anomalia del disco di cover e strumentali che lo conteneva, vale la pena ricordare la reazione su Rolling Stone del leggendario critico rock Greil Marcus: “Che è ‘sta merda?”.

Knocking on heaven’s door
(Pat Garrett & Billy The Kid, 1973)
Scritta da Bob Dylan per la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid. Nel film la canzone risuona quando lo sceriffo anziano, colpito allo stomaco, muore assistito dalla moglie, una donna grande e rude che mostra il suo dolore solo con le lacrime che le rigano il volto. Una scena di una bellezza struggente acuita dallo sfondo di un rosso tramonto; e dalla canzone di Dylan..
Tra le tante cover segnalo quella del 2015 della cantante RAIGN.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #190 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Forever young
(Planet waves, 1974)
Più facile e ruffiana della maggior parte delle canzoni di Dylan, “Forever young” è una delle sue cose più amate e popolari. In realtà la sua incisione fu lunga e laboriosa: Dylan l’aveva in testa da anni (un augurio sentimentale e commosso ai suoi figli, come “Avrai” di Baglioni e “Per te” di Jovanotti) e non voleva convincersi di nessuna versione provata. Quando sembrava quasi fatta, la ragazza che era venuta in studio con un suo vecchio amico gli disse “Bob, invecchiando mi diventi sentimentale” e lui andò in crisi. Alla fine si convinse, e la sta cantando ancora adesso.
Ce ne sono due versioni, nello stesso album: una veloce e una lenta.

You’re a big girl
(Blood on the tracks, 1975)
È il modo in cui lui fa “ooooooh!”.

Tangled up in blue
(Blood on the tracks, 1975)
"Tangled up in blue" è uno dei più chiari esempi del tentativo da parte di Dylan di scrivere canzoni “multidimensionali” che definiscano concetti indefinti di spazio e tempo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #68 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hurricane
(Desire, 1976)
“Hurricane” è una gran canzone, incalzante, con la stessa progressione di “All along the watchtower”, ed è anche uno degli ultimi singoli di successo di Dylan. Racconta del pugile Ruben Carter, accusato ingiustamente di omicidio. Il grosso del lavoro lo fa il violino di Scarlet Rivera. Il caso Carter fu chiuso dieci anni dopo, quando l’accusa decise di ritirarsi dopo che una sentenza aveva annullato le precedenti condanne. Nel 1999 venne anche il film con Denzel Washington.

Sweetheart like you
(Infidels, 1983)
“Cosa ci fa un bocconcino come te in una topaia come questa?”. Solo con questo verso, uno può entrare nella storia della musica. Lui c’era già, e non a caso. Quelli che suonano le chitarre, lì dietro, sono Mark Knopfler e Mick Taylor. “Sweetheart like you” ha tutta una sua filologia di metafore e riferimenti al mondo e all’America. Dice anche: “sai, una volta conoscevo una ragazza come te, che voleva un uomo tutto intero, non solo una metà”. Già, ma quell’uomo non era lui, babe.

You belong to me
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.


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Badly Drawn Boy

(1970, Bolton, Inghilterra)

Si chiama Damon Gough, è inglese, ha sempre un berretto di lana in testa – non più lo stesso, che ha venduto per beneficenza – e non è esattamente uno strafigo da strapparsi i capelli. Però è uno dei migliori giovani scrittori di canzonette pop in circolazione. Il nome – il ragazzo disegnato male – l’ha preso da un cartone animato.

Disillusion
(The hour of the bewilderbeast, 2000)
Un pezzo soul-dance anni Settanta, cantato da uno con l’accento di Londra. Completo di assolo di chitarra, assolo di pianoforte e battimani.

How?
(Have you fed the fish?, 2002)
A un minuto e trentaquattro c’è un cambio di ritmo formidabile. E poi di nuovo – wow, meglio ancora! – due minuti dopo. Ma la cosa migliore è il “when you come back I’ll go-oo-oo-ò...”.

What is it now?
(Have you fed the fish?, 2002)
E anche ora che lei ci ha mollato, e siamo soli di nuovo, e niente sarà più come prima: vuoi non trovare qualcosa con cui tirarsi su?

Have you fed the fish?
(Have you fed the fish?, 2002)
Prima che abbiate finito di ricapitolare tutti i grandi songwriter che vi ricorda (Paul McCartney, Neil Young, e anche...) arriva il refrain con la sua rima anticipata fish-wish: “Hai dato da mangiare al pesce, oggi? Hai espresso il tuo desiderio, oggi?”. Dice che a volte devi riavvolgere, per andare avanti. Canzone del rimettere i piedi per terra (sei diventato una rockstar, o puoi ricordarti di dare da mangiare al pesce?), del fare progetti: canzone-ricapitoliamo.

You were right
(Have you fed the fish?, 2002)
«Le canzoni sono solo la colonna sonora della vita». Qui è grandissima quando fa:
And I remember doing nothing on the night Sinatra died
And the night Jeff Buckley died
And the night Kurt Cobain died
And the night John Lennon died
I remember I stayed up to watch the news with everyone”
Ancora una volta il meglio sta sulla strofa piuttosto che sul refrain. A un certo punto sogna di avere sposato la regina, e Madonna abita di fronte e ci prova con lui, ma non attacca perché “sono ancora innamorato di te”. E poi, c’è una richiesta di matrimonio “nascosta in questa canzone”.

All possibilities
(Have you fed the fish?, 2002)
Grande riff di fiati, dovrebbero remixarlo e farci un pezzo dance. La differenza tra Gough e molti suoi bravi colleghi coetanei, è che lui ha voglia di tenerti allegro: speranze, sogni, opportunità e un mondo nuovo si dispiega innanzi a me, oh yeah.

Donna and Blitzen
(About a boy, 2002)
Che uno ci sappia fare con i suoni del pop lo si vede da come comincia “Donna and Blitzen”: dopo i primi 40 secondi strumentali di introduzione la canzone è già fatta. Lo stesso, lui riesce a inventarci ancora il fantastico giro “para-parara-parara-pà”. La migliore ninna nanna del nuovo millennio.

A minor incident
(About a boy, 2002)
«“A minor incident”, un dolce, caloroso pezzo acustico con chitarra e un dylanesco assolo di armonica ansante, si riferisce direttamente a uno degli episodi principali del libro e del film: Marcus torna a casa dopo aver trascorso una giornata fuori e trova sua madre Fiona distesa sul divano priva di conoscenza: ha tentato di suicidarsi, e c’è il vomito sparso tutto intorno sul pavimento. La canzone è il suo messaggio di addio al figlio» (Nick Hornby, 31 canzoni, Guanda; il film è Un ragazzo, tratto dal suo romanzo).

Something to talk about
(About a boy, 2002)
L’unica canzone della storia del rock ad avere un verso che inizia con le parole “ipso facto”.

Another devil dies
(One plus one is one, 2004)
La melodia della strofa è perfetta, e si srotola sopra un pianoforte e suoni da bar. La canzone è sulle liti e sulle crisi, e sul superarle, con pazienza, canticchiando. “Ogni volta che cantiamo assieme, muore un altro diavolo”.

Life turned upside down
(One plus one is one, 2004)
Un attacco che pare “Angie” dei Rolling Stones, tutto per dire ancora una volta che, comunque, “tonight, it still feels right”. Dovrebbero prescriverlo nelle farmacie, Badly Drawn Boy.

Year of the rat
(One plus one is one, 2004)
Già l’idea dell’anno del topo, più di vent’anni dopo Al Stewart, è interessante. Poi prende una piega un po’ McCartney-bambinesca, coi coretti e “uno più uno è un insieme, uno più uno è un per sempre”: ma gli si perdona tutto.

Nothing’s gonna change your mind
(Born in the UK, 2006)
Pezzone beatlesiano di maniera, che Paul McCartney potrebbe chiedere il conto. Molto meglio la strofa – e soprattutto l’attacco – che non il refrain, risolto un po’ urlacchiando.


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Joni Mitchell

(1943, Alberta, Canada)

Gran signora canadese, amata e ammirata da tutti i cantautori nordamericani, e capace ancora oggi di fare grandi cose con una voce tutta sua. Ha lavorato tantissimo con la chitarra, con percussioni e sonorità pellirosse, con il jazz. In Europa non ha mai svoltato, perché i critici scrivono mirabilie di Joni Mitchell ma poi pompano gli Strokes (gli chi? Appunto).

Both sides now
(Clouds, 1969)
Avrei fatto molte cose, ma si sono messe in mezzo le nuvole.
C’è quella striscia dei Peanuts, dove giocano a baseball e Lucy manca uno spiovente facilissimo. Charlie Brown perde la pazienza e lei risponde «avevo il sole negli occhi». E lui: «ma se è nuvoloso!». «Avevo le nuvole negli occhi».

Chelsea morning
(Clouds, 1969)
Non è Chelsea a Londra, ma l’hotel Chelsea di New York. Lei l’aveva scritta molto prima di metterla in un suo disco, ed era diventata famosa per la versione del 1969 di Judy Collins. Che è la ragione per cui la figlia di Bill e Hillary Clinton si chiama Chelsea. Anche Neil Diamond ne ha fatto una bella cover.

Big yellow taxi
(Ladies of the canyon, 1970)
La più famosa canzone di Joni Mitchell per chi non conosce Joni Mitchell. Grazie al campionamento di Janet Jackson nella sua notevole “Got ‘til it’s gone” e alla cover dei Counting+Crows. Il taxi lo vide dalla finestra di un albergo alle Hawaii, e capì che “va sempre a finire che non sai quello che possiedi fino a che non lo hai perso: hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio”.

Woodstock
(Ladies of the canyon, 1970)
Secondo alcuni Joni Mitchell doveva suonare a Woodstock, quella volta là, ma fece tardi per via del traffico. Secondo altri aveva un impegno televisivo. Comunque ci rimase male assai. Vide il concerto in televisione e scrisse la canzone, che fu cantata anche da Crosby, Stills, Nash & Young in Déja vu. “Quando arrivammo a Woodstock c’era già mezzo milione di persone, ed era tutto canzoni e gioia. E sognai un cielo di bombardieri che sganciavano farfalle sulla nostra nazione”.

All I want
(Blue, 1971)
Il suono con cui inizia Blue, che passa come il più riuscito disco di Joni Mitchell, è un dulcimer degli Appalachi (già, esistono vari tipi di dulcimer). Il dulcimer è uno strumento a corde che si pizzicano o si percuotono, lontano parente di una chitarra di cui ha la forma assai più allungata. In “All I want” – dove la chitarra vera la suona James Taylor – lei vuole parecchie cose da un nuovo amore, tra cui fargli uno shampoo.

My old man
(Blue, 1971)
Questo invece è un pianoforte. Lui è via e quando lui è via il letto è troppo grande (e questa l’abbiamo sentita spesso: poi verranno i Police di “The bed’s too big without you” o la variante dei Cugini di campagna del “letto come lo hai lasciato tu” che però è pudicamente indipendente “nella stanza tua”). L’invenzione figurativa è invece “la padella troppo grande”, la mattina quando lei prepara la colazione. Il lui di cui si parla qui è Graham Nash (“he’s a singer in the park”), con cui aveva rotto poco prima.

A case of you
(Blue, 1971)
Si dice che lui fosse Leonard Cohen, e la relazione doveva essere piuttosto tormentata, a sentire lei qui. Bella, lenta, dolcissima. Trent’anni dopo la ricantò in Both sides now. Ne fece anche una bella cover Prince, tra gli altri.

Help me
(Court and spark, 1974)
Quando dicono “folk-jazz” vogliono solo dire che c’è un arrangiamento un po’ jazz ma anche delle chitarre. Come in “Help me”, se riuscite a trascurare la voce di lei, e a farci caso.

Refuge of the roads
(Hejira, 1976)
Molte delle canzoni di Joni Mitchell sono roba di viaggi, da on-the-road. La stessa “All I want” che apriva Blue era una esposizione del viaggio come massima forma di libertà. Hejira è molto su questo, sugli incontri che si fanno e sui pensieri che si hanno. “Refuge of the roads” si conclude su una foto della terra vista dalla luna, appesa dentro a un distributore di benzina, dove “non si distingue una città, né una foresta o un’autostrada, e men che mai me stessa, quaggiù”.

Chinese cafè
(Wild things run fast, 1982)
“Chinese cafè” era la prima canzone del disco di Joni Mitchell sul tempo che era passato.
Caught in the middle, Carol
we’re middle class, we’re middle aged
We were wild in the old days,
birth of rock ‘n’ roll days:
now your kids are coming up straight
and my child’s a stranger
I bore her, but I could not raise her
Nothing lasts for long
“Sembriamo le nostre madri” dice ancora, prima di tirare fuori dal cappello una fantastica citazione di “Unchained melody” dei Righteous Brothers.

Cherokee Louise
(Night ride home, 1991)
Louise era una compagna di scuola: quando la cercano, Joni Mitchell sa dove è andata. A nascondersi sotto il Broadway Tunnel dove può tuffarsi nella polvere e dimenticare la cosa terribile che le era capitata a casa:
She runs home to her foster dad
He opens up a zipper
And he yanks her to her knees

Bad dreams
(Shine, 2007)
“Bad dreams are good, in the great plan”, aveva detto un suo nipotino di tre anni. Lei ne aveva sessantaquattro quando fece ancora uno stupendo disco di Joni Mitchell.


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Led Zeppelin

(1968 -1980, Londra, Inghilterra)

Passano come i papà dell’hard rock (e i Deep Purple le mamme), ma è un’immagine assai riduttiva: nessuno dei loro emuli ha mai saputo fare canzoni altrettanto immediate e ascoltabili (e altrettanto varie e complesse). Erano quattro, leggendari, e avevano preso il nome da una battuta di Keith Moon degli Who a proposito del progetto di una superband («bella idea, precipiterà come un dirigibile di piombo», “a lead zeppelin”). Tutto il repertorio mitico del rock degli anni Settanta – groupies, aerei privati, concerti massacranti, droga, risse, alberghi distrutti – erano loro, i Led Zeppelin. Si sono riuniti per una tournée nel 2008, con il figlio di John Bonham al suo posto.

Babe, I’m gonna leave you
(Led Zeppelin I, 1969)
Il primo disco dei Led Zeppelin, nel 1969, suggerì al rock che si poteva tenere un piede nella staffa delle ballate acustiche e uno in quella del fracasso virtuosistico, contemporaneamente: qui, in un’esecuzione lunga e teatrale della parte dell’uomo che non ce la fa a restare fermo in questo posto. “Babe I’m gonna leave you” era un pezzo folk scritto da Annie Briggs, e già cantato da Joan Baez. I Led Zeppelin lo spacciarono a lungo come “tradizionale” prima di riconoscere all’autrice ciò che era suo.

Thank you
(II, 1969)
I Led Zeppelin hanno sempre attinto molto ai canoni classici, sia per la musica che per i testi: “se il sole non splendesse più, ti amerei lo stesso”. “Thank you” fu scritta da Robert Plant per sua moglie. L’organo finale ritorna in una postilla di una manciata di secondi, dopo una lunga pausa. Ne fece poi una cover Tori Amos.

Whole lotta love
(II, 1969)
Il brano è una rielaborazione di "You need love" del bluesman Muddy Waters. Il riff della canzone è uno dei più famosi della storia del rock.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #75 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ramble on
(II, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #433 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Heartbreaker
(II, 1969)
Il brano è uno dei più famosi dei Led Zeppelin e consiste in un riff ripetuto per tutta la durata della canzone che si interrompe solo quando Jimmy Page esegue l'assolo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #320 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Tangerine
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.

Stairway to heaven
(IV, 1971)
Prima che i miti divenissero dinosauri, “Stairway to heaven” vinceva tutte le classifiche per la più grande canzone rock della storia. Una specie di idolo adorato, che condensava formidabilmente la passione dei fans per un bel baccano rock e la loro vena sentimentale. Allora c’era sempre quello che sapeva suonare la prima parte di “Stairway to heaven”, e di solito giravano in due: lui, e quello che sapeva rollare le canne (nel film Wayne’s world ci si scherza su, allestendo un divieto di suonare “Stairway to heaven” in un negozio di strumenti musicali). La canzone è divisa in due: una ballata che ora suona persino troppo sdolcinata, e poi uno spettacolo sensazionale di chitarre elettriche e batteria, di potenza eterna. Il titolo era una citazione biblica, ma altri riferimenti del tema spirituale sono più paganamente celtici (oltre a cose di occultismo, che hanno dato luogo a grandi speculazioni sui messaggi satanici registrati all’incontrario, le solite cose). L’attacco era stato copiato da “Taurus” degli Spirit, che avevano suonato in tournée con i Led Zeppelin.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #31 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Black dog
(IV, 1971)
Il titolo della canzone si riferisce ad un labrador retriever nero che vagava attorno agli studi di Headley Grange durante la registrazione dell'album. Il cane non ha nulla a che fare con il testo della canzone, che parla del disperato desiderio per l'amore di una donna e della felicità che da esso ne deriva.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #294 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The song remains the same
(Houses of the holy, 1973)
Jimmy Page che si diverte come un matto, in uno schitarramento leggendario. Robert Plant canta che a momenti pare Peter Gabriel ai primi tempi, grazie a un ritocco durante la produzione. “The song remains the same” divenne il titolo di un famoso film-concerto dei Led Zeppelin, ripreso al Madison Square Garden nel 1973.

The rain song
(Houses of the holy, 1973)
Una leggenda vuole che George Harrison avesse detto a Jimmy Page che i Led Zeppelin erano una grande band ma avrebbero dovuto scrivere qualche ballata romantica in più. E loro fecero “The rain song”, meravigliosa: che in effetti ha persino momenti beatlesiani, troppa grazia. Ma dura sette minuti e la sua parte più forte è quella centrale, strumentale e ipnotica.

Over the hills and far away
(Houses of the holy, 1973)
Il procedimento è ancora quello di “Stairway to heaven”. Una prima parte dolce e acustica con un grande giro di chitarra, e poi bùm!, e che bùm! E John Paul Jones che fa una grande cosa di basso. Poco tempo dopo, la voce di Plant non avrebbe più saputo raggiungere questi acuti e le esecuzioni dal vivo le avrebbero preso le misure.

D’yer mak’er
(Houses of the holy, 1973)
Un fantastico trastullo reggae, in cui John Bonham picchia sulla batteria tutto il tempo, che chissà come hanno fatto poi a spegnerlo. Il titolo viene dalla trascrizione di un intraducibile gioco di parole (si pronuncia come “jamaica”) alla base di una vecchia barzelletta.

Kashmir
(Physical graffiti, 1975)
Capolavoro ansiogeno e teatrale, tutto in salita con influenze orientali varie, e che Robert Plant ha definito la più efficace spiegazione della sua band. Quando Puff Daddy ne fece una specie di cover per la colonna sonora di Godzilla fu l’unica volta in cui i Led Zeppelin frequentarono una notorietà moderna, mentre il resto del loro repertorio è totalmente trascurato dal giro contemporaneo: per le loro canzoni nessuna cover, nessuno spot, nessuna ripresa in un film, nessun campionamento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #140 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ten years gone
(Physical graffiti, 1975)
Esibizione chitarristica che a momenti ricorda “Band on the run” dei Wings: i dieci anni di cui si par- la sono quelli passati da quando la ragazza di Robert Plant gli disse «o me o la musica». Lui scelse come si sa, ma la sogna ancora; lei va’ a sapere come si è sistemata.

Down by the seaside
(Physical graffiti, 1975)
I Led Zeppelin che si divertono a fare i Beach Boys (per la precisione, la canzone è tutta una citazione di “Down by the river” di Neil Young). Poi a un certo punto si stufano, e mettono a ferro a fuoco la spiaggia: pare di vedere i surfers in braghette che corrono a cercare rifugio dietro le sdraio. Roba di pochi secondi, come le trombe d’aria che portano via gli ombrelloni, poi torna la pace.

Fool in the rain
(In through the out door, 1979)
Papa-papà parara, papa papà parà... Al loro ultimo disco (John Bonham morirà soffocato dopo un abuso di alcool, l’anno seguente), i Led Zeppelin ormai facevano altro: pianoforte e addirittura impazzimenti carioca con i fischietti e tutto. Anche se a un certo punto gli scappava sempre la mano su chitarre e batteria.

All my love
(In through the out door, 1979)
I Led Zeppelin che fanno una canzone: con le strofe, il refrain, un suono buono per le radio, tutto quanto. Roba di tastiere, John Paul Jones in primo piano. Dedicata al figlio di Robert Plant, che era morto a cinque anni per un’infezione respiratoria.

I’m gonna crawl
(In through the out door, 1979)
Pezzone soul che concludeva l’ultimo disco della band. Anche il titolo, il testo (“I get down on my knees”) e come Plant la canta, sono tutte fedeli e sapienti citazioni del repertorio soul. Certo, poi Jimmy Page non è che lo si potesse ammanettare.


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Damien Jurado

(1972, Seattle, Washington, USA)

Damien Jurado fa il maestro elementare a Seattle, e anche il cantautore versatile, sempre a Seattle. Da ragazzo faceva baccano punk, poi studiò le tradizioni folk e cominciò a fare dischi eclettici, che a volte hanno sbandate rock più vivaci, ma prevalentemente sono fatti di belle canzoni molto lente che raccontano storie molto tristi.

Ohio
(Rehearsals for departure, 1999)
All’inizio eravamo molto Jorma Kaukonen barra Neil Young, ma con la voce nasale di Damien Jurado. Chitarra e armonica, e il racconto di una ragazza che torna in Ohio per vedere sua madre, dopo tanto tempo. E poi “o-hai-o” ha un suono bellissimo: “she tells me o-hai-o”.

Medication
(Ghost of David, 2000)
Ghost of David era un disco pieno di storie terribili e da piangere, anche due alla volta. Tre, alla volta. Qui lui ha una relazione clandestina e rischiosa con la ragazza di un poliziotto, e un fratello fuori di testa che si è tagliato le vene e lo ricoverano in una clinica e lo implora di non lasciarlo. “Alla tv qualche predicatore dice che Dio è tra di noi e ascolta le nostre preghiere. E io gli chiedo, Dio, ti prego, prenditi mio fratello”. La canzone è meravigliosamente monocorde, con la sola eccezione di un din-don di triangolo, perfetto quanto il verso iniziale: “it just so happens I have many concerns”. Roba da fare molta invidia a Paul Simon.

Tonight I will retire
(Ghost of David, 2000)
Bellissima. Bel-lis-si-ma. E tristissima. L’annuncio di un suicidio, di un colpo di pistola, di un addio a un amore, cantati con l’anima o con qualcosa che le somiglia, e con un pianoforte. “And if I should taste fire, save me not, I deserve to die”.

December
(Ghost of David, 2000)
Un suono di vento, una chitarra. Un uomo resta bloccato nella sua macchina in panne, in mezzo a un inverno freddissimo. Lo trovano congelato, le mani incollate allo sterzo. “Inverno, ho scoperto quanto puoi essere crudele. Ma guardati le spalle, un giorno sarò io a farti fuori. Ti troveranno in macchina, le mani incollate allo sterzo”.

Amateur night
(Where shall you take me?, 2003)
Un andamento simile a quello di “December”, anche se qui il rombo melodico della tensione comincia a entrare progressivamente sulla chitarra solo a un certo punto, mentre si capisce cosa sta succedendo. Ovvero che un maniaco fotografo omicida sta facendo fuori la ragazza. Forse le canzoni di Jurado sono troppo belle per sapere di cosa parlano. Meglio di no.

Lion tamer
(On my way to absence, 2005)
Malgrado il suono più energico e allegro e il maggior frastuono, è una canzone triste anche questa, di separazione. Ma almeno non muore nessuno. È stupenda dove fa: “the gun in the drawer...” (oddio, una pistola: morirà qualcuno?).

Simple hello
(On my way to absence, 2005)
Appena una canzone di gelosia, ma persino serena e disincantata (“ora sei troppo occupata con i tuoi nuovi amici”). Musicalmente prosegue praticamente “Lion tamer”, chitarra e batteria.

Night out for the downer
(On my way to absence, 2005)
Il violino invece anticipa già che non c’è da stare allegri. La relazione è in pezzi, e anch’io sto affondando, e “di certo non posso criticarti se non vuoi passare la serata con me”.

ascolta anche: M. Ward || Lambchop

Brani citati
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Plagi d'autore

Senti qui. Brani bellissimi. Ma ascoltando attentamente (neanche tanto) ecco emergere le somiglianze con altri brani che ti è capita di sentire, composti anche 100, 200, 300 anni prima. Copiare è un’arte. Per qualcuno: Arte è copiare?

& Can’t help falling in love | Elvis Presley
(Blue Hawaii, 1961)
Grande successo mondiale di Elvis. La melodia è quella di "Plaisir d'amour" scritta da Jean-Paul-Égide Martini (detto Martini il Tedesco) nel 1795. Si dice che questa fosse la canzone preferita della regina Maria Antonietta e che il popolo la sentisse cantarla nella sua prigione nel palazzo delle Tuileries dove attendeva di essere ghigliottinata. Maria Antonietta & Elvis, che coppia!
Plaisir d'amour ne dure qu'un moment, chagrin d'amour dure toute la vie.....

& Angelica | Lamb
(Between darkness and wonder, 2003)
Un drago dei suoni e una cantante, si sono separati nel 2004. Sono di Manchester, cresciuti al tempo dei Portishead e dei Massive Attack. “Angelica” è una cosa di pianoforte e computers. Il brano ‘campionato’ è tratto da "Clair de lune" di Claude Debussy.

& La soledad | Pink Martini
(Sympathique, 2006)
Thomas Lauderdale, leader dei Pink Martini, è anche un brillante pianista, che interpreta assai bene i brani classici a volte incorporati nella musica del gruppo. In questo caso si tratta dell’Andante Spianato, Op. 22 di Chopin.

& Insensatez | Antonio Carlos Jobim
(The composer of Desafinado, Plays, 1963)
"Insensatez" (di solito tradotto in inglese "How insensitive", sebbene la parola portoghese significhi ‘assurdità’ o 'follia’) è una bossa nova jazz composta da Antônio Carlos Jobim, con parole di Vinícius de Moraes. La melodia è liberamente ispirata sul Preludio No.4 di Frédéric Chopin.
Ne esistono talmente tante notevoli cover che ne ho fatto una playlist ...


& La canzone dell’amore perduto | Fabrizio De André
(Tutto Fabrizio De André, 1966)
Vorrei dirti ora le stesse cose
Ma come fan presto, amore,
ad appassir le rose
Così per noi
È come lui aggiunge “amore”. Se ci fate caso non c’era bisogno, stando alla metrica: si poteva chiudere su “presto”. Invece lui dice “come fan presto, amore”, ed è tutto lì. Sempre che non vogliamo parlare di “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai”, e di come canta in salita “ma sarà la prima che incontri per strada”.
La musica era del compositore tedesco Georg Philipp Telemann: l'Adagio del Concerto in Re maggiore per tromba, archi e continuo.

& Russians | Sting
(The dream of the blue turtles, 1985)
Un ticchettìo di orologio, quasi a ricordare la precarietà del tempo, introduce una melodia sontuosa che riprende un tema di Sergej Sergeevič Prokofiev, Lieutenant Kije Suite, Op. 60, II Mov. Romance.
Russians love their children too

& A groovy kind of love | Mindbenders
(singolo, 1965)
"A groovy kind of love" è una canzone basata, per quel che riguarda la melodia, sulla Sonatina in Sol Maggiore, op. 36 no. 5, III mov., Rondò di Muzio Clementi. Fu portata al successo nel 1965 dai Mindbenders. In seguito il brano è stato registrato da numerosi altri cantanti, tanto che anche qui serve una playlist.


& All by myself | Eric Carmen
(Eric Carmen, 1975)
Per quelli che da ragazzi trovavano la musica classica “da vecchi”, fu una rivelazione scoprire che il passaggio chiave nella stupenda e supermelensa "All by myself" era di Rachmaninov, veniva da Concerto per pianoforte n.2.
When I was young,
I never needed anyone
And making love was just for fun
Those days are gone

& Could it be magic | Donna Summer
(A love trilogy, 1976)
Scritta nel 1973 da Barry Manilow attingendo al Preludio in Do minore op.28 n.20 di Chopin, del quale sarebbe interessante conoscere il parere. L’album, A love trilogy, è un raro caso di LP di culto e quasi-concept proveniente dal genere disco.

& This night | Billy Joel
(An innocent man, 1983)
Al secondo 58 parte la citazione dalla Patetica di Beethoven.

& C u when you get there | Coolio
(My soul, 1997)
Coolio rifà rap le reiterazioni del Canone e giga in re maggiore di Johann Pachelbel, del 1653.

& Rain and tears | Aphrodite’s Child
(End of the world, 1968)
"Rain and tears" è un brano musicale scritto da Vangelis, adattamento (di nuovo!) del Canone e giga in re maggiore per tre violini e basso continuo di Johann Pachelbel.

& Un chimico | Morgan
(Non al denaro, non all’amore né al cielo, 2005)
Morgan nel 2005 ha fatto un album composto interamente dalle cover dei brani dell'omonimo album di Fabrizio De André, ispirato alla raccolta di poesie Antologia di Spoon River.
Dopo la quarta strofa vengono inserite sedici misure del Canone di Pachelbel eseguite dagli archi.

& Everytime | Glen Hansard
(Even better than the real thing Vol.2, 2004)
"Everytime" è una brano di Britney Spears del 2004. Nello stesso anno Glen Hansard ne ha fatto una bella cover, che nel minuto finale rende evidente l'ispirazione (ancora!) dal Canone di Pachelbel.

& All this time | Sting
(The soul cages, 1991)
La cultura musicale di Sting ha colpito ancora. Infatti il contrappunto melodico di "All this time" altro non è che|la Marcia del Principe di Danimarca composta nel 1699 da Jeremiah Clarke.

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