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The ABC

(1980, Sheffield, Inghilterra)

Duo formatosi all’Università di Sheffield nel 1980. Partirono con la stessa compagnia di Duran Duran e Spandau Ballet, infilando un singolo formidabile, “The look of love”. Poi provarono un’altra strada, con qualche rinnovato momento di originalità, ma andò male. E allora si buttarono sull’America, tra i più visibili all’avvento di MTV.

The look of love
(The lexicon of love, 1982)
Un classico. “If you judge a book by the cover, then you judge a look by the lover”. Una versione remixata uscì in una raccolta del 1990, Absolutely, ma la band si dissociò dal risultato. In coda a The lexicon of love ce n’è invece una breve versione orchestrale bizzarramente numerata “The look of love (part four)”.

Poison arrow
(The lexicon of love, 1982)
Trevor Horn, fu il primo successo del gruppo. Ce n’è una versione lenta, intitolata “Theme from Mantrap”, usata per un cortometraggio sulla band girato da Julian Temple.

By default by design
(Beauty stab, 1983)
Bella, severa, monacale: lui impostatissimo, gli archi, i cori. Beauty stab è ritenuto la svolta rock della band, ed è il loro disco migliore. Giudizio non condiviso da chi si aspettava ancora il pop sintetico con cui avevano sfondato: il disco vendette poco.

S.O.S.
(Beauty stab, 1983)
Pur nella piega rock di Beauty stab, qui c’è ancora un oggettino pop carino carino, soprattutto nel coro “pà-parapara-pà”, che ricorda in lento quello di “Let me go” degli Heaven 17.

United Kingdom
(Beauty stab, 1983)
Pianoforte e voce, solenne, sembra dedicata a una patriottica compagine militare, ma parla in realtà delle file di disoccupati britannici tra cui “è facile arruolarsi, ma difficile uscirne”.

Unzip
(Beauty stab, 1983)
Il miglior tentativo rock del disco: le voci non sono all’altezza e qualcosa del pop Ottanta compare comunque, ma almeno si apprezzano le intenzioni agguerrite.

Be near me
(How to be a...zillionaire!, 1985)
Andata male col rock, cercarono di recuperare i fans americani inauditamente conquistati con The lexicon of love, e sbracarono in un’immagine da Scooby Doo e la sua gang. Per salvarne almeno una, con i suoi suoni di campanello, eccoci qua.


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A-ha

(1982, Oslo, Norvegia)

Norvegesi mimetizzati nel dilagare del pop inglese anni Ottanta, gli A-ha indovinarono qualcosa di notevole e originale nella seconda parte della loro carriera. Della terza, trascinata fino a poco fa, non si è accorto nessuno.

Take on me
(Hunting high and low, 1985)
La prima canzone della band norvegese, diventato un classico della musica anni ottanta. Ne esiste anche un loro versione acustica per MTV Unplugged.

The sun always shines on tv
(Hunting high and low, 1985)
Tutta la banalissima strofa, aggravata da una tastiera imbarazzantemente datata, è riscattata dall’epica apertura del refrain. Il testo è un po’ sbilenco, non si sa se ironizzi sulla tv o se ne celebri i poteri taumaturgici. Probabilmente fu solo una questione di rime.

Hunting high and low
(Hunting high and low, 1985)
Benché penalizzati da una voce troppo poco rock, gli A-ha ci provarono a fare qualcosa di diverso dall’europop elettronico con cui erano partiti. Ballatona, gradevole: provate a pensare ai successi odierni di Coldplay, Keane e quella gente lì, e capirete da dove vengono.

The way we talk
(East of the sun, west of the moon, 1990)
Brano brevissimo, interlocutorio e neanche cantato – declamato, echeggiante – ma di grande fascino, notturno e sospeso. Finisce, dove potrebbe continuare ancora per molti minuti, dicendo: “se potessi, lo farei, giuro”.

Waiting for her
(East of the sun, west of the moon, 1990)
Lei lo lascia lì ad aspettare nella pioggia. In un’altra canzone dello stesso disco, lui piange nella pioggia. Dal che si immagina che abbia avuto dei traumi sentimentali abbastanza umidi, il ragazzo: cose che capitano alle band dai climi piovosi.

(Seemingly) Nonstop July
(East of the sun, west of the moon, 1990)
Già vogliosi d’altro – questo fu il loro disco migliore – gli A-ha tirarono su questa ballata seria seria, con una chitarra così in primo piano da sentire ogni strofinata delle dita sulle corde. Non si sa come gli vennero in mente, ma il pianoforte e la risacca finali, con la voce che declama “endless pain or endless pleasure” sono stupendi.

Angel in the snow
(Memorial beach, 1993)
Presero “One” degli U2 e ne copiarono tutti i trucchi. Non venne fuori la stessa cosa, ma a non farci caso funziona a meraviglia.


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Roxy Music

(1971-1983, Newcastle, Inghilterra, Regno Unito)

Senza offesa per nessuno, si può dire che i Roxy Music siano stati il trait d’union tra i Velvet Underground e i Duran Duran. Con l’ambizione avanguardistica e intellettuale dei primi e la vanità estetica dei secondi, e la contiguità con modelle ed élites creative di entrambi. Identificati nettamente con la faccia, il vocione e la paraculaggine di Bryan Ferry, furono ispirazione per la new wave degli anni Ottanta e sperimentatori di stranezze melodiche ed enfasi teatrali. Fecero grande musica e canzoni stupende.

Beauty queen
(For your pleasure, 1973)
Qui c’era ancora Brian Eno, che poi avrebbe lasciato il gruppo in cerca di maggiori sperimentazioni e avrebbe trovato pane per i suoi denti. La regina del titolo è una modella e si chiamava Valerie (dovevano ancora arrivare Jerry Hall e Amanda Lear, nella vita di Ferry e sulle copertine dei Roxy Music).

A song for Europe
(Stranded, 1973)
Esibizione da palcoscenico di struggente decadenza, un circo gigionesco insuperabile. Lui è lì, seduto a questo caffè deserto, che pensa a lei, ma pare di vederlo in vestaglia attaccato alle tende della camera d’albergo, a Parigi o a Venezia. Nella canzone ci sono gondole, francese, latino, e rime sorrow-tomorrow che avrebbero fatto impallidire Gazebo. Applausi, sipario. Applausi.

In your mind
(In your mind, 1977)
Fu il primo disco solista di canzoni sue di Bryan Ferry . Più roccheggiante in senso canonico, come testimoniano i tre monumentali colpi di batteria al cambio di strofa della title-track.

Dance away
(Manifesto, 1979)
Malgrado la storia sia insieme incongrua e abusata – lui la lascia a casa, le dà un bacio e la sera dopo lei sta “hand in hand” con un altro – a un certo punto, dopo essere inciampato persino in un “my whole world has changed”, Bryan Ferry si inventa questa: “you’re dressed to kill and guess who’s dying?”. Ma basta una notte sulla pista da ballo, e passa tutto.

Same old scene
(Flesh + blood, 1980)
Io lo vedo, Simon LeBon, da solo nella sua cameretta che riascolta “Same old scene” mille volte fino a conoscerne ogni suono, e poi si guarda allo specchio dentro l’anta dell’armadio, lo specchio a cui sono incollate con lo scotch le foto di Bryan Ferry, e si dice: “io voglio esser come te”.

Over you
(Flesh + blood, 1980)
Qui erano rimasti in tre, ma Phil Manzanera e la sua chitarra da soli bastano a rendere memorabile questa canzone. Poi c’è Bryan Ferry, naturalmente. L’intermezzo strumentale con la pianola tornerà buono a una dozzina di band inglesi dieci anni dopo.

Oh yeah
(Flesh + blood, 1980)
Stanno suonando la nostra canzone: “there’s a band playing on the radio, with a rhythm of rhyming guitars. They’re playing to you on the radio, and so came to be our song”. Una specie di grato inno all’autoradio e a tutte le emozioni che ci ha dato (escludendo quelle della mattina in cui ce l’avevano rubata).

Avalon
(Avalon, 1982)
Nella storia del rock l’elemento fondamentale sono le canzoni, e va bene. Ma ogni tanto un piccolo sottoelemento – i suoni – ottiene una sua propria e immortale identità. Quei due tocchi e mezzo di chitarra all’inizio di “Avalon” non sono nemmeno ancora una melodia, non sono niente: sono due suoni (e mezzo). Indimenticabili.

More than this
(Avalon, 1982)
Avalon fu l’ultimo disco dei Roxy Music, poi ognun per sé (Bryan Ferry già aveva cominciato a farsi i fatti suoi con buoni risultati). Fu anche il loro lascito agli anni Ottanta e al decennio che sarebbe stato segnato dai loro allievi. Se ne andarono alla grande, con un disco affollato di buone canzoni in ogni ordine di posti. Questa è la più nota, e permise loro di sfondare finalmente anche in America. Dove i 10,000 Maniacs se la presero per una bella cover.

Take a chance with me
(Avalon, 1982)
Questo dice che “people say I’m just a fool”. John Lennon in “Watching the wheels” spiegava che “people say I’m crazy”. Serpeggiava in quegli anni una certa inclinazione alla paranoia, tra le grandi rockstar.

Slave to love
(Boys and girls, 1985)
Sciolti i Roxy Music, Bryan Ferry riprese da dove aveva lasciato: cantando sempre con quell’aria da “spostati ragazzino, lasciami lavorare” (si veda in questo senso soprattutto l’attacco di “True to life” in Avalon), come se Elvis fosse vivo e gli piacessero le modelle. Si fece aiutare da Nile Rodgers, da Mark Knopfler e da David Gilmour, e spopolò con questa ballatona.

Windswept
(Boys and girls, 1985)
Fu il terzo singolo da Boys and girls, e decisamente più anomalo e originale dei primi due. Orientaleggiante, lounge ante litteram (non fosse per l’assolo di chitarra), ipnotica. Andò peggio in classifica, ma non se lo meritava.

AA. Feel the need
(Will you love me tomorrow, 1993)
Questa stava nel lato B di un EP il cui pezzo principale era “Will you love me tomorrow” (cover di Carole King), proveniente da Taxi. L’originale (“Feel the need in me”) era stata incisa dai Detroit Emeralds all’inizio degli anni Settanta, ma aveva conosciuto una riscoperta disco per conto della meteora Leif Garrett. Ferry le restituisce dignità a modo suo.

Is your love strong enough?
(Threesome, 1994)
Malgrado il ritornello sia irritante e fatto con la mano sinistra, l’attacco e l’arrangiamento, compresa l’enfatica conclusione a salire, salvano la canzone. Che fu incisa per i titoli di Legend, flop cinematografico di Ridley Scott con Tom Cruise.

It’s all over now, baby blue
(Frantic , 2002)
I dischi di cover e standards sono spesso l’inutile pensionato dove vanno a finire le carriere di grandi rockstar, ma con Bryan Ferry è diverso. Lui aveva già cominciato a raccogliere canzoni altrui quando era all’apice della carriera. Il suo disco del 1973, These foolish things, si apriva con “A hard rain’s gonna fall” di Bob Dylan. Quasi trent’anni dopo, complice la bellezza della canzone stessa, indovina anche la cover di “It’s all over now, baby blue”, ancora di Dylan. Spesso Ferry non sa tenere a bada la sua gigioneria e non tutte le altre sue versioni sono all’altezza, ma questa ha un gran ritmo.

Positively 4th street
(Dylanesque, 2007)
Dopo averci tanto girato intorno, nel 2007 Ferry fa un disco di sole cover di Dylan, e gli esce niente male (soprattutto con questa, con “Simple twist of fate” e con “Make you feel my love”). “Positively” viene bene ogni volta, è vero, ma lui la rende notturna e languida senza sbracare, e complimenti.


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AA. Feel the need - Bryan Ferry