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Britpop

1994 ALTERNATIVE | POP

If every reaction has a “re-reaction”, then Britpop is the re-reaction to Grunge (since Grunge was a reaction itself against Glam Metal). Enough with all the feeble, depressing sorrow and back to glamorous Rock! This soft but catchy kind of Pop is sometimes credited as the least original genre of the nineties. On an auditory level there is indeed not much shocking: a clear wink to British (of course) Mersey Beat but roughened up by the presence of Indie Rock, with sometimes synthesizers and electronic effects to cast a certain glam mood. What makes the genre so well-known, popular and clearly defined is not its sound then, but the Rock ‘n’ Roll mentality of it: the cocky attitude of British frontmen determined to conquer the stage, steal the show and awe the masses. There is a reason for such attitude: many British bands were fed up with the overall dominance of American Rock bands in the British hit charts of the early nineties (mostly due to Grunge). As such they created a strong anti-American music genre, with a very narrow range of influences (all British). Of course, the sound, vocals and song structure are all means to this end. Which explains why Britpop is same meat, different gravy, but very attractive.

da MusicMap
Britpop è il ‘movimento’ che raggruppa alcuni gruppi britannici alt/pop apparsi all'inizio degli anni novanta. Si tratta in generale di artisti che cercarono di riattualizzare le melodie degli anni sessanta e degli anni settanta, aggiungendovi tematiche mutuate dalla new wave o dalla dance music, e sfruttando le nuove tecniche produttive, sino a generare un suono del tutto peculiare.

Il britpop ha riscosso molto successo nel Regno Unito fra il 1994 e la fine degli anni novanta. Ad oggi gode ancora di discreta popolarità. Fuori dai confini britannici, fatta eccezione per pochissimi nomi (Oasis e Blur su tutti) ha comunque sempre avuto difficoltà ad attecchire, a causa della forte connotazione nazionalista della proposta.


Animal nitrate | Suede
(Suede, 1993)
Il titolo della canzone è un riferimento al nitrito di amile, una droga che si inala. L'idea della canzone è nata quando il cantante della band attraversa un periodo in cui "la droga stava prendendo il posto della gente".

Lucy | The Divine Comedy
(Liberation, 1993)
Per questo brano i Divine Comedy hanno semplicemente aggiunto le note ad alcuni versi dell'omonimo poema di William Wordsworth. Versi peraltro presi in ordine sparso: prima la strofa III, poi la II, poi la V. Che anche "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles sia ispirata alla stessa poesia?

Babies | Pulp
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia".

Common people | Pulp
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Alright | Supergrass
(I should Coco, 1995)
We are young, we run green
Keep our teeth nice and clean
See our friends, see the sights
Feel alright

Don’t look back in anger | Oasis
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Noel Gallagher disse che l’attacco l’aveva copiato da “Imagine”, e quello che “lanciò una rivoluzione dal suo letto” è notoriamente John Lennon. Il titolo si riferisce all’opera di John Osborne, Look back in anger. Gli Oasis hanno sempre detto che le parole non dicono niente in particolare e che Sally non esiste, lasciando ai fans involute spiegazioni su quel che le sarebbe successo (tamponata in auto? casini di droga? stuprata dalla band?).

Wonderwall | Oasis
((What’s the story) morning glory?, 1995)
Wonderwall era un film del 1968 in cui un professore squinternato riempiva di buchi i muri di casa sua per vedere l’avvenente vicina di casa, interpretata da Jane Birkin. La colonna sonora era di George Harrison. Quale sia la relazione di tutto questo con la canzone non si sa, e il suo significato è sempre stato misterioso. A un certo punto – quando si erano lasciati – Noel Gallagher spiegò che non c’entrava niente con la sua fidanzata Meg, ma che siccome tutti sostenevano di sì, lui non aveva avuto il coraggio di smentirlo.
Thom Yorke dei Radiohead disse che la svolta della sua band verso dischi più arditi e di ricerca nacque dall’ascolto di “Wonderwall”: «Il rock and roll aveva toccato la perfezione: o cambiavamo strada o cambiavamo lavoro». “Wonderwall” è una perfetta popsong, così perfetta che la cover più tormentata e languida di Ryan Adams è più bella ancora.

Beautiful ones | Suede
(Coming up, 1996)
Here they come
The beautiful ones

The day we caught the train | Ocean Colour Scene
(Moseley Shoals, 1996)
You and I should ride the tracks and find ourselves just wading through tomorrow.
Ingredienti beatlesiani e invenzioni rock in ugual misura, fu il singolo dei Ocean Colour Scene più popolare in Gran Bretagna, e arrivò al numero quattro in classifica. Di quelle canzoni con cui cominciare una giornata gasati: “When you find that things are getting wild, don’t you want days like these?”.

Hundred mile high city | Ocean Colour Scene
(Marchin’ already, 1997)
Quando uscì Marchin’ already, scalzò dal primo posto in classifica il disco degli Oasis, Be here now. Noel Gallagher degli Oasis, che aveva sempre apprezzato gli Ocean Colour Scene (più tardi disse che avrebbe voluto aver scritto “Golden gate bridge”), mandò allora un elegante complimento alla band: una targa che diceva “Alla seconda miglior band della Gran Bretagna”. Intervistato sul gesto, Steve Cradock degli Ocean Colour Scene disse che riteneva un onore appartenere alla seconda band della Gran Bretagna, secondi solo ai Beatles.

Song 2 | Blur
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Wide open space | Mansun
(Attack of the grey lantern, 1997)
Wide open space, I'm standing
I'm all alone and staring in to space

Good enough | Dodgy
(Ace A's + Killer B's, 1998)
If it's good enough for you, it's good enough for me
It's good enough for two, it's what I want to see

Tender | Blur
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.

Moving | Supergrass
(Supergrass, 1999)
"Moving" parla del tedio delle tournée della band.

Gin soaked boy | The Divine Comedy
(Secret history, 1999)
Neil Hannon in crisi di identità elenca le mille cose che lo descrivono (“sono questo”, “sono quello”), in un crescendo di arrangiamenti e di “pappà-pappa-parara”. Alcune battute sono fulminanti: “sono la bella nella bestia”, “sono il perché no nel perché”, “sono Jeff Goldblum nella Mosca”.
Il titolo cita una canzone di Tom Waits, ma nel testo ci sono anche “I’m the ruby in the dust” (da “Cowgirl in the sand” di Neil Young), “I’m the ghost in the machine” (il disco dei Police) e "I’m the catcher in the rye" (il titolo originale del Giovane Holden).

Suicide | Elastica
(single, 2000)
I know there's something out there
Feels like suicide
Always something turning
Something going through my mind

Playlist


Brani citati

Pulp

(1978, Sheffield, Inghilterra)

I Pulp sono un gruppo musicale rock britannico, fondato nel 1978 dall'allora quindicenne Jarvis Cocker. Il nome originale, poi abbreviato, era Arabacus Pulp. Attivi soprattutto negli anni ottanta e novanta, la loro musica è un misto di rock e pop con elementi di disco music.

Babies
(His n hers, 1994)
Storia di angosce adolescenziali. La canzone termina con lui che si scusa con la sua amica per essere andato a letto con la sorella di lei: "Sono andato con lei solo perché ti assomiglia."

Common people
(Different class, 1995)
Jarvis Cocker prese spunto da una studentessa d'arte di nazionalità greca (pare sia ora la moglie di Yanis Varoufakis, ex ministro del governo greco) che il cantante dei Pulp corteggiava nel 1988. Nonostante fosse fisicamente attratto da lei, trovava alcuni aspetti del suo carattere irritanti e snob, come ad esempio quando dichiarava di volersi trasferire a Hackney (un sobborgo di Londra) per vivere come le "persone comuni". Fa venire in mente "Love of the common people" di Paul Young.

Bar Italia
(Different class, 1995)
Bar Italia è un café italiano che si trova "round the corner in Soho" a Londra, "where other broken people go."

Underwear
(Different class, 1995)
Oh yeah I want to see you
Want to see you standing in your underwear, oh

Disco 2000
(Different class, 1995)
Storia vera dell'innamoramento infantile di Jarvis Cocker per la sua amica e vicina di casa Deborah; il cantante si chiede che accadrebbe se i due si rivedessero quando fossero cresciuti (nell'anno 2000, come suggerisce il ritornello).


Brani citati
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James

(1982-2001, Manchester, Inghilterra)

I James erano di Manchester, facevano un pop un po’ rock e un rock un po’ pop, e all’inizio li avevano spacciati avventatamente per i nuovi Smiths. E in effetti i loro testi sono spesso altrettanto depressi: ma anche più criptici, e le musiche più robuste e diurne. In Inghilterra hanno mantenuto negli anni una solida base di fans e di attenzione dei critici, in America hanno venduto bene qualche singolo: quando il cantante Tim Booth si è stufato, hanno di fatto chiuso baracca.

Sit down
(Gold mother, 1990)
Il loro primo singolo di successo ha un suono pieno e ricco, da “big music” alla Waterboys. Tim Booth scrisse “Sit down” dopo aver letto i libri di Doris Lessing, che gli fecero capire di non essere solo nella sua depressione dei vent’anni. La prima uscita fu un fallimento, poi divenne di culto presso alcune discoteche inglesi dove nacque il costume di sedersi tutti per terra durante il refrain. Fu ripubblicata, a due anni di distanza e arrivò al numero due in classifica.
Quelli che sentono l’alito della tristezza, si siedano qui con me. Quelli che scoprono di essere toccati dalla follia, si siedano qui con me. Quelli che si trovano ridicoli, si siedano qui con me. Per amore, paura, odio e lacrime. Sedetevi qui con me.

Out to get you
(Laid, 1993)
Bel modo di cominciare un disco, piano piano, in crescendo, e nella mancanza di lei. “I’m so alone tonight...”, e un po’ alla volta entrano nuovi suoni, chitarra, basso, violino, batteria – “feel so small that they could step on you” – e il pezzo sale, sale, sale, “if you’d let me breathe”.

Sometimes (Lester Piggott)
(Laid, 1993)
Nel disco viene dopo “Out to get you”, e gli dà una scossa, come a dire “ok, fate spazio, siamo pronti: via!”. Gran chitarre, ritmone, e un coro gospel in fondo. Il sottotitolo – dedicato a un leggendario fantino inglese – si riferisce appunto all’andatura galoppante del pezzo. Laid fu prodotto da Brian Eno.

Lullaby
(Laid, 1993)
Un valzer, un racconto di abusi infantili che sembra un racconto di Chuck Pahlaniuk (e si chiama come un suo successivo romanzo):
In questo posto stregato, solo un senso di vergogna. Le finestre le hanno rotte i bambini e il vento urla per le scale, sbatte le porte e rovescia le sedie. Vorrei non fossimo nati con violenza.

Laid
(Laid, 1993)
This bed is on fire with passionate love
The neighbors complain about the noises above
But she only comes when she's on top

Tomorrow
(Whiplash, 1997)
Un pezzo del genere di “Sometimes”, con le chitarre caricate a mille, precipitose come il percorso del protagonista della canzone: “I... see you falling”.

Waltzing along
(Whiplash, 1997)
Ritmo alla Smiths dei giorni allegri, controcanti, e un bel cambio di tono sul refrain finale. Secondo il bassista Jim Glennie, invece, sembra un pezzo di Chris Rea (quello di “Josephine” e “On the beach”).

Strangers
(Millionaires, 1999)
Stupenda ballata di archi, dedicata a Qualcuno che ha lasciato un messaggio sulla sabbia: “Cercate di fare meglio che potete, questo mondo non è come lo avevo immaginato”. E che avrebbe bisogno di un buon amico, ma nessuno lo ascolta (parlano tutto il tempo): Lui è fuori dal mondo.

Hello
(Millionaires, 1999)
Ammaliante pezzo cinematografico e psichedelico in un suo modo minimale, che fu usato nella bellissima colonna sonora di Le conseguenze dell’amore.

Surprise
(Millionaires, 1999)
La sorpresa esposta è che non è ancora venuto il momento di togliersi la vita, e fu ispirata dalle disperazioni suicide di un amico di Booth.


Brani citati
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Blur

(1989, Colchester, Inghilterra)

Band di culto, band rivoluzionaria, band di grande fantasia, band di popolarità mondiale, band di continui tentativi di svolta. Sono stati una delle cose più importanti della musica pop degli anni Novanta, soprattutto in Gran Bretagna. Poi una delle due teste, il chitarrista Graham Coxon, ha deciso di lasciare; e l’altra testa, il cantante Damon Albarn, ci è rimasto male e continua a dire che senza Coxon non sarà più la stessa cosa. Intanto si è inventato altro, dalle raccolte di musica terzomondista al successone dei Gorillaz.

Sing
(Leisure, 1991)
Canzone dalla storia agitata. Fu ripescata dal periodo pre-Blur della band, messa dentro al primo disco dei Blur – ignorato fuori dalla Gran Bretagna – e uscì come b-side del primo singolo. E quando ripubblicarono l’LP negli Stati Uniti, la tolsero. Poi ricomparve nella colonna sonora di Trainspotting. Se lo meritava, perché benché non succeda praticamente niente per cinque minuti scanditi da un pianoforte incessante e tramviario, ha un feeling particolare e arioso, ottima scelta per una colonna sonora.

Sunday sunday
(Modern life is rubbish, 1993)
Fu il terzo singolo da Modern life is rubbish, quello che andò meglio. C’era già tutto quello che i Blur avrebbero fatto poi, dal suono britpop alle indulgenze più rock, ai temi della deprimente quotidianità britannica. Una domenica bestiale.

Girls and boys
(Parklife, 1994)
Gli inglesi chiamano “eurotrash” quel pop da classifica di solito proveniente dai paesi del Nordeuropa, spesso per opera di bands che poi spariscono nell’oblio, molta elettronica e una melodietta che funziona coi ragazzini: tipo “Barbie girl” degli Aqua, per capirsi. Questa canzone fu l’imitazione e la parodia dell’eurotrash e al tempo stesso la presa in giro del nascente cazzeggio degli anni Novanta e della gioventù squinternata ed eccitata che li frequentò. L’ironia fu ignorata da quella stessa gioventù e dalle classifiche di mezzo mondo: la canzone aprì la strada a un’ennesima era di britpop di grande successo internazionale.

Trouble in the message centre
(Parklife, 1994)
Ritmone. Ritornello abbastanza inutile, ma strofa tiratissima: sapete schioccare le dita?

Parklife
(Parklife, 1994)
La canzone contiene alcuni versi recitati in cockney dall'attore Phil Daniels, il quale compare anche nel videoclip del brano. La canzone è citata spesso a proposito della cosiddetta "battaglia del Britpop" tra Blur e Oasis. Nel febbraio 1996 Liam e Noel, nel ricevere un premio, si esibirono in una parodia irriguardosa di "Parklife" (il titolo fu cambiato in "Shite-life").

Country house
(The great escape, 1995)
La resa dei conti con i rivali Oasis arrivò quando Damon Albarn decise di fare uscire il nuovo singolo dal nuovo cd la stessa settimana del nuovo singolo dal nuovo cd degli altri, “Roll with it”. Gli Oasis poi sostennero che del loro non erano state stampate abbastanza copie, ma insomma: al numero uno andò “Country house”. Non durò a lungo: quando dal disco degli Oasis uscì fuori “Wonderwall”, chiuse la partita delle vendite.

The universal
(The great escape, 1995)
La più bella canzone dei Blur, per come si inventa l’andamento lento della strofa e il refrain liberatorio, illusorio e “anthemico”, come dicono gli inglesi: e per come li mette assieme.

Entertain me
(The great escape, 1995)
In realtà è la stessa canzone di “Girls and boys”, suo sequel.

You’re so great
(Blur, 1997)
Suona un po’ strana, per una canzone dei Blur: e in effetti la suona e la canta Graham Coxon tutto da solo, in un disco già molto più rock e “americano” rispetto ai precedenti, proprio su insistenza dello stesso Coxon. Ma nella sua anomalia, “You’re so great” aggiunge l’esemplare “canzone struggente” al repertorio altrimenti sempre un po’ freddino-pop dei Blur.

Strange news from another star
(Blur, 1997)
Benché citi il titolo di un racconto di Hermann Hesse del 1915, è impossibile non legare il riferimento astronomico al suono bowiesco della canzone.

Song 2
(Blur, 1997)
Quando la canzone fu presentata per la prima volta dal vivo Damon Albarn disse: "Questa si chiama "Song 2" perché ancora non le abbiamo dato un nome». Il titolo provvisorio divenne definitivo. Nel febbraio 2012, è stata decretata come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi dalla rivista NME.

Coffee & TV
(13, 1999)
Uno sguardo indietro al suono e ai coretti di qualche disco prima, ottimo pop prodotto da William Orbit. Il video, per chi se lo ricorda, era quello del cartone di latte che va alla ricerca di Graham Coxon.

Tender
(13, 1999)
Il verso "Tender is the night" è tratto dal romanzo Tenera è la notte dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, il cui titolo a sua volta è un omaggio alla Ode to a nightingale di John Keats.


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Radio

The Divine Comedy

(1989, Londonderry, Irlanda del Nord)

Questa non è mia, l’ho trovata su un sito internet: i «Divine Comedy sono lo pseudonimo di Neil Hannon, un cantautore pop irlandese con l’ambizione di diventare la sintesi new wave di Scott Walker, Morrissey e l’Electric Light Orchestra». Messa così fa un po’ ridere, ma non ci va lontanissimo. I tratti peculiarissimi dei Divine Comedy sono infatti i versi ispirati e ironici alla Smiths, degli arrangiamenti da show televisivo degli anni Settanta, e dotte citazioni qua e là. Il tutto facendo canzonette pop.

Lucy
(Liberation, 1993)
Per questo brano i Divine Comedy hanno semplicemente aggiunto le note ad alcuni versi dell'omonimo poema di William Wordsworth. Versi peraltro presi in ordine sparso: prima la strofa III, poi la II, poi la V. Che anche "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles sia ispirata alla stessa poesia?

Tonight we fly
(Promenade, 1994)
Al galoppo! E vai con archi e archetti. Neil Hannon stesso raccontò che a questo punto era molto condizionato dalle cose di Michael Nyman. "Tonight we fly” chiudeva il concept album dedicato alla giornata di due innamorati, e loro se ne volano via, o forse vanno felicemente a morire, “e se il paradiso non esiste, saremo davvero delusi o tristi? Cosa ci saremo persi? Questa vita è la migliore che abbiamo mai avuto”. La canzone preferita di Neil Hannon, tra le sue.

Songs of love
(Casanova, 1996)
Chitarre e corde, suono settecentesco e andamento filastrocco, ma molto più sobria delle altre cose dello stesso disco. Parla di sociologia sessuale, con questo tono aulico ed etereo: di giovani arrapati che si rincorrono per strada mentre io me ne sto qui a perseguire lo stesso obiettivo scrivendo canzoni d’amore. I controcanti sono fantastici.

Everybody knows (except you)
(A short album about love, 1997)
L’ha detto a tutti, l’ha spiegato ai suoi, ha fermato i passanti per dirglielo, lo sa chiunque, tranne lei. Che l’ama. Ha rincoglionito così tutti i suoi amici, con questa storia che l’ama, che non lo sopportano più e non ha più amici. E anzi, l’unica amica che ha è lei: che non lo sa o non ci vuole credere, che lui l’ama. Ci sta diventando scemo, insomma lei non può non saperlo, magari lo ama anche lei, ma non ne vuole sapere di saperlo. Pa-rapà-pappararapà...

National express
(Fin de siècle, 1998)
Capolavoro. Una delle canzoni più spiritose degli ultimi vent’anni. Se vi danno uno show televisivo, usatela assolutamente. Sembra la sigla di una cosa tipo Milleluci, quelle robe là. O Broadway in pieno splendore. Non si può cantarla e basta, come minimo bisogna attraversare le stanze a grandi falcate tenendo il tempo e mulinando le braccia, se non togliendo e rimettendo il cilindro. Il coro è sensazionale, le parole tessono le lodi di una linea di autobus (e c’è l’equivalente britannico dell’espressione “ha un culo che fa provincia”).

Generation sex
(Fin de siècle, 1998)
Un altro fantastico arrangiamento, su un testo che prende in giro il rapporto squinternato dei tempi con il sesso, dalle abiezioni dei media alle strampalatezze di ognuno, ai moralismi ipocriti. Grandi scioglilingua, evoluzioni orchestrali e tricchebballacche.

The certainty of chance
(Fin de siècle, 1998)
Può un batter d’ali di farfalla a Tokyo suscitare un tifone a New York? Certo, anzi, succederà di certo: solo che non sappiamo se sarà a New York, e neanche se sarà un tifone. È la certezza del caso.

I’ve been to a marvelous party
(Secret history, 1999)
Neil Hannon la inventò per un tributo a Noel Coward, attore, drammaturgo e autore di canzoni di lustro nazionale e internazionale. Non la si può raccontare. Ma ci provo. C’è prima una parte che pare un programma radiofonico degli anni Trenta con uno speaker impostatissimo che racconta aneddoti surreali sulle celebrità presenti a una festa del jet-set (sembra Franca Valeri quando prendeva in giro i ricchi rampolli in riviera): è un testo di Coward rielaborato. Dopo di che lo stesso racconto si trasforma in un pezzo techno (ma techno techno) devastante, che all’improvviso rientra nei ranghi precedenti con un pianoforte da cabaret. E poi di nuovo techno, fino alla straordinaria apertura liberatoria del coro nel finale.

Gin soaked boy
(Secret history, 1999)
Neil Hannon in crisi di identità elenca le mille cose che lo descrivono (“sono questo”, “sono quello”), in un crescendo di arrangiamenti e di “pappà-pappa-parara”. Alcune battute sono fulminanti: “sono la bella nella bestia”, “sono il perché no nel perché”, “sono Jeff Goldblum nella Mosca”.
Il titolo cita una canzone di Tom Waits, ma nel testo ci sono anche “I’m the ruby in the dust” (da “Cowgirl in the sand” di Neil Young), “I’m the ghost in the machine” (il disco dei Police) e "I’m the catcher in the rye" (il titolo originale del Giovane Holden).

Too young to die
(Secret history, 1999)
Non posso continuare a fare ‘sta parte tutta la vita, dice qui. Ho ventotto anni e continuo a comportarmi come un ragazzino con tutte queste balle di sogni e romanticismo. Devo lasciarmi alle spalle questa parte di me che privilegia l’arte sull’umanità. Forse è ora di cambiare. Chissà cosa gli era preso.

Perfect lovesong
(Regeneration, 2001)
Ancora teoria di scrittura di canzoni e sentimenti: “scriverò la canzone d’amore perfetta, con una linea di basso dei Beatles e un suono tipo vecchi Beach Boys.

Sticks and stones
(Absent friends, 2004)
A questo punto Hannon era rimasto solo, senza il resto della band. Non aveva un successo britannico da anni (men che mai nel resto del mondo), malgrado la rinnovata stima della critica. Non lo ebbe neanche questa volta, e la critica lo lodò ancora. Ci mise un sacco di archi, gli tornò il debole per Nyman, e in questa canzone usò un refrain enfatico e trascinante come ai vecchi tempi.

Our mutual friend
(Absent friends, 2004)
Questa poteva essere buona per la colonna sonora di Barry Lyndon. Un’escalation di archi dal ritmo formidabile e la voce di Hannon appassionata come mai a raccontare dell’innamoramento di una sera culminato in una delusione, con citazioni di “vecchi 45 giri”: “It’s not unusual” di Tom Jones e “True” degli Spandau Ballet. Il “frieeeend” finale è disperato, melodrammatico e stupendo, con l’orchestra che se ne va via lontano.

The happy goth
(Absent friends, 2004)
Ritratto ironico e affezionato di quella ragazzina nel periodo dark, che “si sente diversa dagli altri solo se sta da sola” e porta “Doctor Martens e una croce al collo”. Hannon cerca di confortare i genitori preoccupati: è una fase, e lei è contenta, tranquilli. E tutto il solito repertorio di grandi invenzioni melodiche.

There is a light that never goes out
(The Smiths is dead, 1996)
Chiesero a Hannon di partecipare a un disco di canzoni degli Smiths. Lui scelse la più bella canzone degli Smiths. Non era facile farla all’altezza dell’originale. Eppure.


Brani citati
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Altro brano, non su Spotify

15. There is a light that never goes out - The Divine Comedy - (The Smiths Is Dead, 1996)