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Badly Drawn Boy

(1970, Bolton, Inghilterra)

Si chiama Damon Gough, è inglese, ha sempre un berretto di lana in testa – non più lo stesso, che ha venduto per beneficenza – e non è esattamente uno strafigo da strapparsi i capelli. Però è uno dei migliori giovani scrittori di canzonette pop in circolazione. Il nome – il ragazzo disegnato male – l’ha preso da un cartone animato.

Disillusion
(The hour of the bewilderbeast, 2000)
Un pezzo soul-dance anni Settanta, cantato da uno con l’accento di Londra. Completo di assolo di chitarra, assolo di pianoforte e battimani.

How?
(Have you fed the fish?, 2002)
A un minuto e trentaquattro c’è un cambio di ritmo formidabile. E poi di nuovo – wow, meglio ancora! – due minuti dopo. Ma la cosa migliore è il “when you come back I’ll go-oo-oo-ò...”.

What is it now?
(Have you fed the fish?, 2002)
E anche ora che lei ci ha mollato, e siamo soli di nuovo, e niente sarà più come prima: vuoi non trovare qualcosa con cui tirarsi su?

Have you fed the fish?
(Have you fed the fish?, 2002)
Prima che abbiate finito di ricapitolare tutti i grandi songwriter che vi ricorda (Paul McCartney, Neil Young, e anche...) arriva il refrain con la sua rima anticipata fish-wish: “Hai dato da mangiare al pesce, oggi? Hai espresso il tuo desiderio, oggi?”. Dice che a volte devi riavvolgere, per andare avanti. Canzone del rimettere i piedi per terra (sei diventato una rockstar, o puoi ricordarti di dare da mangiare al pesce?), del fare progetti: canzone-ricapitoliamo.

You were right
(Have you fed the fish?, 2002)
«Le canzoni sono solo la colonna sonora della vita». Qui è grandissima quando fa:
And I remember doing nothing on the night Sinatra died
And the night Jeff Buckley died
And the night Kurt Cobain died
And the night John Lennon died
I remember I stayed up to watch the news with everyone”
Ancora una volta il meglio sta sulla strofa piuttosto che sul refrain. A un certo punto sogna di avere sposato la regina, e Madonna abita di fronte e ci prova con lui, ma non attacca perché “sono ancora innamorato di te”. E poi, c’è una richiesta di matrimonio “nascosta in questa canzone”.

All possibilities
(Have you fed the fish?, 2002)
Grande riff di fiati, dovrebbero remixarlo e farci un pezzo dance. La differenza tra Gough e molti suoi bravi colleghi coetanei, è che lui ha voglia di tenerti allegro: speranze, sogni, opportunità e un mondo nuovo si dispiega innanzi a me, oh yeah.

Donna and Blitzen
(About a boy, 2002)
Che uno ci sappia fare con i suoni del pop lo si vede da come comincia “Donna and Blitzen”: dopo i primi 40 secondi strumentali di introduzione la canzone è già fatta. Lo stesso, lui riesce a inventarci ancora il fantastico giro “para-parara-parara-pà”. La migliore ninna nanna del nuovo millennio.

A minor incident
(About a boy, 2002)
«“A minor incident”, un dolce, caloroso pezzo acustico con chitarra e un dylanesco assolo di armonica ansante, si riferisce direttamente a uno degli episodi principali del libro e del film: Marcus torna a casa dopo aver trascorso una giornata fuori e trova sua madre Fiona distesa sul divano priva di conoscenza: ha tentato di suicidarsi, e c’è il vomito sparso tutto intorno sul pavimento. La canzone è il suo messaggio di addio al figlio» (Nick Hornby, 31 canzoni, Guanda; il film è Un ragazzo, tratto dal suo romanzo).

Something to talk about
(About a boy, 2002)
L’unica canzone della storia del rock ad avere un verso che inizia con le parole “ipso facto”.

Another devil dies
(One plus one is one, 2004)
La melodia della strofa è perfetta, e si srotola sopra un pianoforte e suoni da bar. La canzone è sulle liti e sulle crisi, e sul superarle, con pazienza, canticchiando. “Ogni volta che cantiamo assieme, muore un altro diavolo”.

Life turned upside down
(One plus one is one, 2004)
Un attacco che pare “Angie” dei Rolling Stones, tutto per dire ancora una volta che, comunque, “tonight, it still feels right”. Dovrebbero prescriverlo nelle farmacie, Badly Drawn Boy.

Year of the rat
(One plus one is one, 2004)
Già l’idea dell’anno del topo, più di vent’anni dopo Al Stewart, è interessante. Poi prende una piega un po’ McCartney-bambinesca, coi coretti e “uno più uno è un insieme, uno più uno è un per sempre”: ma gli si perdona tutto.

Nothing’s gonna change your mind
(Born in the UK, 2006)
Pezzone beatlesiano di maniera, che Paul McCartney potrebbe chiedere il conto. Molto meglio la strofa – e soprattutto l’attacco – che non il refrain, risolto un po’ urlacchiando.


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The Divine Comedy

(1989, Londonderry, Irlanda del Nord)

Questa non è mia, l’ho trovata su un sito internet: i «Divine Comedy sono lo pseudonimo di Neil Hannon, un cantautore pop irlandese con l’ambizione di diventare la sintesi new wave di Scott Walker, Morrissey e l’Electric Light Orchestra». Messa così fa un po’ ridere, ma non ci va lontanissimo. I tratti peculiarissimi dei Divine Comedy sono infatti i versi ispirati e ironici alla Smiths, degli arrangiamenti da show televisivo degli anni Settanta, e dotte citazioni qua e là. Il tutto facendo canzonette pop.

Lucy
(Liberation, 1993)
Per questo brano i Divine Comedy hanno semplicemente aggiunto le note ad alcuni versi dell'omonimo poema di William Wordsworth. Versi peraltro presi in ordine sparso: prima la strofa III, poi la II, poi la V. Che anche "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles sia ispirata alla stessa poesia?

Tonight we fly
(Promenade, 1994)
Al galoppo! E vai con archi e archetti. Neil Hannon stesso raccontò che a questo punto era molto condizionato dalle cose di Michael Nyman. "Tonight we fly” chiudeva il concept album dedicato alla giornata di due innamorati, e loro se ne volano via, o forse vanno felicemente a morire, “e se il paradiso non esiste, saremo davvero delusi o tristi? Cosa ci saremo persi? Questa vita è la migliore che abbiamo mai avuto”. La canzone preferita di Neil Hannon, tra le sue.

Songs of love
(Casanova, 1996)
Chitarre e corde, suono settecentesco e andamento filastrocco, ma molto più sobria delle altre cose dello stesso disco. Parla di sociologia sessuale, con questo tono aulico ed etereo: di giovani arrapati che si rincorrono per strada mentre io me ne sto qui a perseguire lo stesso obiettivo scrivendo canzoni d’amore. I controcanti sono fantastici.

Everybody knows (except you)
(A short album about love, 1997)
L’ha detto a tutti, l’ha spiegato ai suoi, ha fermato i passanti per dirglielo, lo sa chiunque, tranne lei. Che l’ama. Ha rincoglionito così tutti i suoi amici, con questa storia che l’ama, che non lo sopportano più e non ha più amici. E anzi, l’unica amica che ha è lei: che non lo sa o non ci vuole credere, che lui l’ama. Ci sta diventando scemo, insomma lei non può non saperlo, magari lo ama anche lei, ma non ne vuole sapere di saperlo. Pa-rapà-pappararapà...

National express
(Fin de siècle, 1998)
Capolavoro. Una delle canzoni più spiritose degli ultimi vent’anni. Se vi danno uno show televisivo, usatela assolutamente. Sembra la sigla di una cosa tipo Milleluci, quelle robe là. O Broadway in pieno splendore. Non si può cantarla e basta, come minimo bisogna attraversare le stanze a grandi falcate tenendo il tempo e mulinando le braccia, se non togliendo e rimettendo il cilindro. Il coro è sensazionale, le parole tessono le lodi di una linea di autobus (e c’è l’equivalente britannico dell’espressione “ha un culo che fa provincia”).

Generation sex
(Fin de siècle, 1998)
Un altro fantastico arrangiamento, su un testo che prende in giro il rapporto squinternato dei tempi con il sesso, dalle abiezioni dei media alle strampalatezze di ognuno, ai moralismi ipocriti. Grandi scioglilingua, evoluzioni orchestrali e tricchebballacche.

The certainty of chance
(Fin de siècle, 1998)
Può un batter d’ali di farfalla a Tokyo suscitare un tifone a New York? Certo, anzi, succederà di certo: solo che non sappiamo se sarà a New York, e neanche se sarà un tifone. È la certezza del caso.

I’ve been to a marvelous party
(Secret history, 1999)
Neil Hannon la inventò per un tributo a Noel Coward, attore, drammaturgo e autore di canzoni di lustro nazionale e internazionale. Non la si può raccontare. Ma ci provo. C’è prima una parte che pare un programma radiofonico degli anni Trenta con uno speaker impostatissimo che racconta aneddoti surreali sulle celebrità presenti a una festa del jet-set (sembra Franca Valeri quando prendeva in giro i ricchi rampolli in riviera): è un testo di Coward rielaborato. Dopo di che lo stesso racconto si trasforma in un pezzo techno (ma techno techno) devastante, che all’improvviso rientra nei ranghi precedenti con un pianoforte da cabaret. E poi di nuovo techno, fino alla straordinaria apertura liberatoria del coro nel finale.

Gin soaked boy
(Secret history, 1999)
Neil Hannon in crisi di identità elenca le mille cose che lo descrivono (“sono questo”, “sono quello”), in un crescendo di arrangiamenti e di “pappà-pappa-parara”. Alcune battute sono fulminanti: “sono la bella nella bestia”, “sono il perché no nel perché”, “sono Jeff Goldblum nella Mosca”.
Il titolo cita una canzone di Tom Waits, ma nel testo ci sono anche “I’m the ruby in the dust” (da “Cowgirl in the sand” di Neil Young), “I’m the ghost in the machine” (il disco dei Police) e "I’m the catcher in the rye" (il titolo originale del Giovane Holden).

Too young to die
(Secret history, 1999)
Non posso continuare a fare ‘sta parte tutta la vita, dice qui. Ho ventotto anni e continuo a comportarmi come un ragazzino con tutte queste balle di sogni e romanticismo. Devo lasciarmi alle spalle questa parte di me che privilegia l’arte sull’umanità. Forse è ora di cambiare. Chissà cosa gli era preso.

Perfect lovesong
(Regeneration, 2001)
Ancora teoria di scrittura di canzoni e sentimenti: “scriverò la canzone d’amore perfetta, con una linea di basso dei Beatles e un suono tipo vecchi Beach Boys.

Sticks and stones
(Absent friends, 2004)
A questo punto Hannon era rimasto solo, senza il resto della band. Non aveva un successo britannico da anni (men che mai nel resto del mondo), malgrado la rinnovata stima della critica. Non lo ebbe neanche questa volta, e la critica lo lodò ancora. Ci mise un sacco di archi, gli tornò il debole per Nyman, e in questa canzone usò un refrain enfatico e trascinante come ai vecchi tempi.

Our mutual friend
(Absent friends, 2004)
Questa poteva essere buona per la colonna sonora di Barry Lyndon. Un’escalation di archi dal ritmo formidabile e la voce di Hannon appassionata come mai a raccontare dell’innamoramento di una sera culminato in una delusione, con citazioni di “vecchi 45 giri”: “It’s not unusual” di Tom Jones e “True” degli Spandau Ballet. Il “frieeeend” finale è disperato, melodrammatico e stupendo, con l’orchestra che se ne va via lontano.

The happy goth
(Absent friends, 2004)
Ritratto ironico e affezionato di quella ragazzina nel periodo dark, che “si sente diversa dagli altri solo se sta da sola” e porta “Doctor Martens e una croce al collo”. Hannon cerca di confortare i genitori preoccupati: è una fase, e lei è contenta, tranquilli. E tutto il solito repertorio di grandi invenzioni melodiche.

There is a light that never goes out
(The Smiths is dead, 1996)
Chiesero a Hannon di partecipare a un disco di canzoni degli Smiths. Lui scelse la più bella canzone degli Smiths. Non era facile farla all’altezza dell’originale. Eppure.


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15. There is a light that never goes out - The Divine Comedy - (The Smiths Is Dead, 1996)