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Colori

Canzoni di tutti i colori


True colors | Cyndi Lauper
(True colors, 1986)
But I see your true colors
Shining through
I see your true colors
And that's why I love you
So don't be afraid to let them show
Your true colors
True colors are beautiful
Like a rainbow

Colours | Donovan
(Fairytale, 1965)
Con rispetto parlando, il coretto suona del tutto incongruo rispetto alla leggerezza della canzone: sem-brano le sorelle Bandiera. Nick Drake lo avrebbe capito esercitandosi tutta la vita sugli stessi suoni, ma senza coretto.

Forbidden colors | Ryuchi Sakamoto ft David Sylvian
(Merry Christmas Mr. Lawrence, 1983)
Nel 1983 Ryuchi Sakamoto – frequente collaboratore di Sylvian e viceversa – coprodusse e recitò nel film di Nagisa Oshima Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo, in Italia). Compose anche la colonna sonora, e chiese a Sylvian di scrivere il testo e cantare nella canzone che poi divenne molto più famosa del film. Sylvian ne mise una versione in fondo al suo Secrets of the beehive, che scomparve in alcune edizioni in cd. È anche il titolo di un romanzo di Yukio Mishima del 1953, per restare in giapponeserie.


A whiter shade of pale | Procol Harum
(Procol Harum, 1967)
Nessuno ha ancora capito cosa accidenti volesse dire (se lo chiedevano anche in The commitments, il film), ma fu l’emblema dell’Estate dell’Amore hippie e rimase una delle canzoni più famose e riprodotte della storia. C’è soul, rock e musica classica assieme (Bach è citato esplicitamente), senza indulgere in sinfonismi à la Queen. “We skip the light fandango...”.


Ivory boy | The Nits
(Wool, 2000)
Era in un disco uscito nel 2000 – Wool – il più bel disco mai pubblicato da una band olandese, per quel che ne so io. Qualche tempo fa a Utrecht c’è stata una convention internazionale di fans dei Nits, per festeggiare i trent’anni della band (avete letto bene: trent’anni, che nel frattempo sono diventati quaranta e durante i quali ci fu anche lo spazio per una canzone dedicata a Bobby Solo). Wool aveva qualcosa degli Steely Dan (o degli Aluminium Group, o viceversa): qualcuno la chiamò “musica da camera pop”.


Mellow yellow | Donovan
(Mellow yellow, 1967)
Roba di ragazze, anche giovani, con una annosa questione filologica sulla attribuzione all’ambito sessuale o a quello stupefacente dell’espressione “electrical banana”. Comunque, è la canzone-bollino di Donovan, sempre parlando di banane. Si racconta che nel coretto, in un angoletto, ci fosse pure Paul McCartney: ma la tesi è controversa. Di giallo in giallo, Donovan mise le mani nella composizione di “Yellow submarine”. Adesso “Mellow yellow” è usata come sigla da Linus e Nicola su Radio DeeJay.


Yellow | Coldplay
(Parachutes, 2000)
Le cronache raccontano che nel video, a camminare sulla spiaggia avrebbero dovuto essere tutti e quattro e non solo Chris Martin. Ma gli altri tre dovettero andare al funerale della madre di Will Champion, il batterista. La domanda sorge spontanea: Chris Martin fu un po’ stronzo?

Big yellow taxi | Counting Crows ft Vanessa Carlton
(Hard candy, 2002)
Vecchia fantastica canzone di Joni Mitchell, usata persino da Janet Jackson in un raro momento di illuminazione. Reincisa con la voce di Vanessa Carlton, andò molto forte anche tra il pubblico più giovane della media dei fans dei Counting Crows.

Big yellow taxi | Joni Mitchell
(Ladies of the canyon, 1970)
La più famosa canzone di Joni Mitchell per chi non conosce Joni Mitchell. Grazie al campionamento di Janet Jackson nella sua notevole “Got ‘til it’s gone” e alla cover dei Counting Crows. Il taxi lo vide dalla finestra di un albergo alle Hawaii, e capì che “va sempre a finire che non sai quello che possiedi fino a che non lo hai perso: hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio”.

Yellow submarine | The Beatles
(Revolver, 1966)

Goodbye yellow brick road | Elton John
(Goodbye yellow brick road, 1973)
La strada dei mattoni gialli viene dal Mago di Oz. L’idea di Elton che molla tutto e torna dal vecchio gufo nel bosco, fa un po’ ridere: chissà il gufo, quando se lo vede comparire davanti.


Oro | Mango
(singolo, 1984)
Nel 1984 Mango presenta alla Fonit un provino che piace molto a Mara Maionchi. La musica, un downtempo dall'arrangiamento elettropop, ispirò Mogol, che decise di riscriverne il testo, credendo nelle potenzialità del pezzo.


Azzurro | Adriano Celentano
(Azzurro, 1968)
Bisognerebbe fare un’analisi della prevalenza dei toni del blu nella poetica della musica italiana, da “Volare” a “Celeste nostalgia” a “I’m blue, dabadì dabadà” (sì, il rischio sono quelle playlist sceme che pubblicano le riviste, tipo “canzoni scritte da uno che si chiama Paolo” ... oddio, ma è proprio quello che faccio qui!).
“Azzurro” l’aveva scritta Paolo Conte: stravendette, divenne un classico, e Conte si risolse a cantarla in concerto un quarto di secolo dopo.


Nel blu dipinto di blu | Domenico Modugno
(1958)
"Nel blu dipinto di blu" fu scritta da Franco Migliacci e Domenico Modugno, che con questa canzone vinse il Festival di Sanremo del 1958 in coppia con Dorelli. Da lì ottenne un successo planetario, fino a diventare una delle canzoni italiane più famose nel mondo. La parola che apre il ritornello, "Volare", divenuta identificativa della canzone, è stata depositata alla SIAE come titolo alternativo della canzone.
Modugno raccontava che l'idea del ritornello "Volare, oh oh" gli era venuta una mattina osservando il cielo azzurro dalla finestra della sua casa a Roma, mentre Migliacci affermava che l'idea era venuta a lui, osservando il quadro Le coq rouge dans la nuit di Marc Chagall. Musicalmente, la canzone rappresentò il punto di rottura della musica italiana tradizionale e l'inizio di una nuova era, recependo il nuovo stile portato dagli "urlatori" e mediandolo con un'esecuzione che risente delle influenze swing di importazione statunitense.

Blue | The Jayhawks
(Tomorrow the green grass, 1995)
La cosa migliore di Louris e Olson non sono tanto le canzoni che scrivevano assieme, o come le suonavano assieme: è come le cantano, assieme, con le due voci appiccicate una sopra all’altra: “Ho sempre pensato di essere qualcuno: viene fuori che mi sbagliavo”. Gran canzonetta, che mette allegri, malgrado lui sia un po’ abbattuto, “sobluuuuue!”.


Purple rain | Prince
(Purple rain, 1984)
Introduzione chitarresca leggendaria, voce nel megafono, la power-ballad definitiva, versione Prince: tutti con gli accendini e lui e la chitarra che imbizzarriscono un finale spettacoloso, buono per chiudere baracca e mandare tutti a casa.


English rose | The Jam
(All mod cons, 1978)
Ballata sentimentale piuttosto anomala nel repertorio Jam, ispirata dal tour americano e dalla lontananza dalla terra natìa e dalla fidanzata. Le parole sono così banali che finiscono per suonare del tutto sincere, e rivelatrici del legame della band con l’isola da cui proveniva.


La vie en rose | Grace Jones
(Portfolio, 1977)
“La vie en rose” è per i francesi quello che per gli italiani è "Nel blu dipinto di blu”, e uno può ragionarci a lungo, soprattutto sull’alternativa cromatica. Fu incisa nel 1946 da Edith Piaf, che ne aveva scritto il testo: la musica è di Louis Guglielmi. Farla cantare a Grace Jones fu una scelta piuttosto fuori moda – invenzione geniale del produttore Tom Moulton, considerato l’inventore del remix e dell’EP - ma funzionò alla grande, grazie al lezioso arrangiamento ballabile, ma ballabile piano. Si raccomanda la versione lunga.


Rosso | Niccolò Fabi
(Il giardiniere, 1997)
Rosso, è un vestito rosso oggi quello che indossi per il mio funerale

Rosso relativo | Tiziano Ferro
(Rosso relativo, 2001)
Il tuo è un rosso relativo

Little red Corvette | Prince
(1999, 1983)
Non che le allusioni sessuali – a parole e gesti – siano mai mancate nel repertorio di Prince, ma in questo caso la metafora automobilistica lo protesse dai censori disattenti. Il pezzo scalò le classifiche in una riedizione successiva assieme a “1999”. Anni dopo la Chevrolet pubblicò dei manifesti che ritraevano una Corvette rossa del ’63 e lo slogan “Nessuno scrive canzoni sulle Volvo”.

Red red wine | UB40
(Labour of love, 1983)
Una vecchia canzone di Neil Diamond, sul bere per dimenticare, che l’arrangiamento UB40 rende ancora più dondolante ed etilica (una versione reggae esisteva già, per voce del giamaicano Tony Tribe). Lo stesso Diamond, nelle esecuzioni dal vivo, si convertì al loro ritmo: ma raccontò come lui la intendesse meno allegra e più malinconica, la sbronza.


Crimson and clover | Tommy James & The Shondells
(Crimson and clover, 1968)
Ne esiste anche una versione in italiano, con un testo scritto dal solito Mogol, del cantante libanese Patrick Samson, con il titolo "Soli si muore".


Profondo rosso | Goblin
(Profondo rosso, 1975)
Il più famoso brano del gruppo musicale di rock progressivo italiano Goblin, parte della colonna sonora del film omonimo di Dario Argento.


Tangerine | Led Zeppelin
(III, 1970)
“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.


Back in black | AC/DC
(Back in black, 1980)
Il titolo spiega il ritorno degli AC/DC dopo la morte del cantante Bon Scott: aveva 33 anni e fu trovato morto in una macchina per “intossicazione da alcolici” dopo una notte di eccessi. Quanto alla canzone, ricorda molto “Highway to hell”: attacco sensazionale anche qui, e il resto vien da sé. Negli Stati Uniti Back in black è il quarto album più venduto della storia.

Nero | Gazzelle
(singolo, 2017)
Nemmeno è tutto nero

Black | Pearl Jam
(Ten, 1991)
La canzone più amata del primo disco dei Pearl Jam, malgrado la band non abbia voluto farne un singolo sostenendo che ne sarebbe stata rovinata.
I know someday you’ll have a beautiful life, I know you’ll be a star in somebody else’s sky, but why, why, why can’t it be, oh, can’t it be mine?
E insomma, salvo il cantare assai più tormentato e tenebroso, è ancora lo stesso guaio di Baglioni in “E tu come stai?”.


Ebony and ivory | Paul McCartney ft Stevie Wonder
(Tug of war, 1982)
Celebre duetto musicale di Paul McCartney e Stevie Wonder. Potrebbe sembrare che il brano parli dell'ebano e dell'avorio, i colori dei tasti del pianoforte, ma i più perspicaci di voi hanno compreso che sottintende l'armonia fra bianchi e neri Come disse qualcuno"black notes, white notes, and you need to play the two to make harmony folks!"

Black and white unite | Belle and Sebastian
(Storytelling, 2002)
Nel 2000 Belle and Sebastian accettarono di scrivere le canzoni per un film di Todd Solondz, Storytelling. Il film ebbe vicende complicate, e anche i rapporti con la band furono faticosi. Alla fine, della loro musica fu usato solo qualche minuto. “Black and white unite”, lo scrive qualcuno su un muro, nella canzone.


Black and blue | Counting Crows
(Hard candy, 2002)
C’è quel momento, quando dice “to fall down on your knees” che può essere meravigliosamente commovente o meravigliosamente tragico, a seconda se capite subito le parole o no.


Colorblind | Counting Crows
(This desert life, 1999)
Una canzone bella ma tristissima. Divenne celebre perché fu la colonna sonora del funerale del padre di Dawson in Dawson’s Creek. Già, quello che morì perché si era rovesciato addosso un gelato mentre guidava. Colorblind significa 'daltonico.

Blinded by the light | Manfred+Mann's Earth Band
(The roaring silence, 1976)
"Blinded by the light" è il singolo del debutto di Bruce Springsteen, nel 1973 e non ebbe particolare successo. Nel 1976 il gruppo Manfred Mann's Earth Band realizzò una versione della canzone che raggiunse la prima posizione della Billboard Hot 100, prima e unica volta in cui Bruce Springsteen raggiunse la vetta della classifica statunitense dei singoli, sia pur solo come autore. Incredibile, ma vero. Comunque, per ragioni affettive, il brano nella versione di Manfred Mann è una delle mie personali 'all time favorites'!

Playlist
Brani citati

Separate Ways

50 modi per lasciare il tuo amato

50 ways to leave your lover | Paul Simon
(Still crazy after all these years, 1975)
The problem is all inside your head”, she said to me The answer is easy if you take it logically I’d like to help you in your struggle to be free There must be fifty ways to leave your lover

Et maintenant | Gilbert Bécaud
(singolo, 1961)
Et maintenant que vais-je faire?
Vers quel néant glissera ma vie?
Tu m'as laissé la terre entière
Mais la terre sans toi c'est petit

Cambiare | Alex Baroni
(Alex Baroni, 1997)
Amore, mi dovrà passare, per restare libero: cambiare… Ti nasconderai dentro gli occhi miei, ma io non guarderò, io dovrò cambiare.

Comment te dire adieu? | Françoise Hardy
(Comment te dire adieu?, 1968)
Parole di Serge Gainsbourg: “il tuo cuore di pirex resiste al fuoco”; “dietro a un kleenex saprei dirti addio molto meglio”. Era il 1968.

Here without you | 3 Doors Down
(Away from the sun, 2002)
I’m here without you baby
but your still on my lonely mind
I think about you baby
and I dream about you all the time

Io me ne andrei | Claudio Baglioni
(Gira che ti rigira amore bello, 1973)
L’invenzione del refrain, di declamare semplicemente il liberatorio: “io me ne andrei”, vale la canzone. L’altra genialata è renderlo fragile e poco credibile, il refrain: lui non se ne andrà da nessuna parte, come spiegano i controcanti e secoli di storie che nessuno ha avuto il coraggio di chiudere. Mick Ronson ne fece una cover dal titolo "Empty bed".

Je suis venu te dire que je m'en vais | Serge Gainsbourg
(Vu de l'extérieur, 1973)
Je suis venu te dire que je m'en vais
Tes sanglots longs n'y pourront rien changer
Comm'dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venu te dire ue je m'en vais
Ne esiste una bella cover di Carmen Consoli, dalla colonna sonora del film Saturno contro di Ferzan Ozpetek.

La poesia di Verlaine citata da Gainsbourg è Chanson d’automne.

la poesia

Chanson d’automne
Verlaine

Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon cour
D’une langueur
Monotone.

Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure,

Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.

Insieme a te non ci sto più | Franco Battiato
(Fleurs 3, 2002)
Era di Caterina Caselli, scritta da Paolo Conte e Vito Pallavicini. Poi Nanni Moretti la usò sia in Bianca che in La stanza del figlio e tornò sulla cresta dell’onda. Battiato la cantò nel secondo volume di cover, intitolato bizzarramente Fleurs 3. “Arrivederci amore ciao…”.
Quella persona non sei più
quella persona non sei tu
finisce qua chi se ne va che male fa.

If you leave me now | Chicago
(Chicago X, 1976)
“La” canzone dei Chicago: da qui in poi presero la piega delle grandi ballate sentimentali con cui sbancarono le classifiche (questa fu la loro prima numero uno nei singoli) e fecero storcere il naso a una parte dei fans e anche ad alcuni di loro stessi. A oggi è datato solo il “bridge” di chitarra: il resto è ancora perfetto.
If you leave me now, you’ll take away the biggest part of me No baby please don’t go

La quiete dopo un addio | Franco Battiato
(Inneres auge, 2009)
Prendi ciò che vuoi dai tuoi giardini sospesi nell’anima. Verrà un nuovo temporale e finirà l’estate. La quiete dei colori autunnali a riflettersi sulle strade e sugli umori come il dolce malessere dopo un addio

Separate ways | Teddy Thompson
(Separate ways, 2006)
The ties of love are strong But they can be undone And we’ll go our separate ways If you want to

You had time | Ani DiFranco
(Out of range, 1994)
«You Had Time è forse la canzone più delicata e generosa che io conosca sulla fine di un rapporto. (…) Ciò che la rende potente è che mentre gran parte delle canzoni su questo tema sono malinconiche, qui si parla di indecisione e stasi. La narratrice è appena tornata da una qualche tournée; ha le dita e la voce stanche, per cui si presume sia una chitarrista e cantante. È quindi evidente che, mentre era via, la narratrice avrebbe dovuto decidere cosa fare della sua relazione di coppia, pertanto il titolo si presenta chiaramente come la prevedibile e legittima reazione della sua compagna alla solita scusa. Ha avuto tutto questo tempo e non ha ancora preso una decisione … Ma dalla canzone si capisce che invece lo ha fatto: sa che è finita. In un bel distico, tristissimo, la voce narrante dice, con semplicità: “Tu sei un negozio di porcellane e io un elefante / Tu sei una leccornia, e io sono sazia.”»

da 31 Canzoni di Nick Hornby

Cheers darlin’ | Damien Rice
(O, 2002)
Cheers darlin’ Here’s to you and your lover man

The man who can’t be moved | The Script
(The Script, 2008)
‘cause If one day you wake up and find that your missing me, and your heart starts to wonder where on this earth I could be. Thinking maybe you’ll come back here to the place that we’d meet. And you’ll see me waiting for you on the corner of the street, So I’m not moving, I’m not moving.

This house is empty now | Elvis Costello
(Painted from memory, 1998)
A un certo punto della vita può ca- pitare di sentire Costello dal vivo cantare “This house is empty now” e capire che è una delle più belle e commoventi canzoni di separazione di sempre. Quelli in gamba lo capiscono anche prima. L’ha scritta con Bacharach, per il disco che fecero assieme, Painted from memory.

Messaggio | Alice
(O, 2002)
Con te voglio farla finita.
Domani
Stasera
Ti lascio un messaggio domani
Adesso ti scrivo così
Vai via dalla mia vita
Basta
Con te voglio farla finita
Nella mia vita Ti lascio un messaggio

Playlist


Brani citati

Luca Carboni

(1962, Bologna)

Luca Carboni è bravo. Ha evitato di diventare l’idolo dei teenagers e di sbracare in melensaggini come avrebbe fatto chiunque altro al suo posto dopo il successo delle sue canzoni che parlavano di ventenni e provincia. Non si è mai preso troppo sul serio e, in caso contrario, non lo ha fatto pesare. Magari un giorno farà ancora il botto.

Ci stiamo sbagliando
(Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film, 1984)
Carboni arrivò con un disco dal titolo chilometrico e misterioso e una canzoncina che faceva “rio-a-riò”. Di quelle che poi chiamano “manifesto generazionale”. C’erano già le commesse dei negozi del centro, le tasse da pagare e il sentimentalismo malinconico – “cento milioni di cuori, cento milioni di matti” – su cui sarebbe stato bravissimo da lì in poi.

Sarà un uomo
(Forever, 1985)
La diffidenza per il deejay conobbe a un certo punto molta insistenza. Ci fu Joe Jackson (“I get tired of deejays”), ci furono gli Smiths e la loro soluzione estrema (“hang the deejay”), e ci fu Carboni, che qui saluta chi arriverà e chi se ne va: “e tutti quelli che voglion le orchestre, non si fidano dei deejay”.

Le nostre parole
(Forever, 1985)
Ha qualcosa di “Futura” di Lucio Dalla, nel modo in cui accelera verso la concitazione dell’accoppiamento, una telecronaca erotica. Ma la strofa è bellissima.

Silvia lo sai
(Luca Carboni, 1987)
«Sarà il verso iniziale “La maglia del Bologna sette giorni su sette” (...) quel pezzo mi schiude delle porte che non sapevo di avere. Tipo che d’improvviso sento nascere un calore nuovo, e comincio a pensare che sarebbe ora di prendersi una cotta per qualche ragazza, per esempio» (Gianluca Morozzi, L’Emilia o la dura legge della musica, Guanda).

Farfallina
(Luca Carboni, 1987)
Ci volle del coraggio per tormentare una strofa così dolce ed efficace con un ritornello ansiogeno e grave come “se-hai-bisogno-di-affetto!”. Ma il coraggio fu premiato, e la storia dolorosa del desiderio di amore di Farfallina andò meritatamente fortissimo.

Vieni a vivere con me
(Luca Carboni, 1987)
“Potremmo essere felici, fare un sacco di peccati”: quando poi sentite che eminenti porporati si scagliano contro l’indulgenza verso i piaceri della carne che si manifesta nella regione emiliana, è perché hanno sentito Luca Carboni.

Primavera
(Persone silenziose, 1989)
“Primavera” è un elenco di madeleines, una “Campi Flegrei” di Carboni. La malinconia del rivivere le emozioni di ragazzo, e del non saperle rivivere. “Lasciati andare alla vita, e non disperarti mai”.

Mare mare
(Carboni, 1992)
Pezzone estivo da juke-box, storia non convenzionale di un eccitato progetto marino finito in vacca:
Mare mare mare, cosa son venuto a fare, se non ci sei tu: no, non voglio restarci più. Mare mare mare, avevo voglia di abbracciare tutte quante voi, ragazze belle del mare. Mare mare mare, poi lo so che torno sempre a naufragare qui.
La tromba è di Mauro Malavasi, coautore delle musiche. Ne esiste anche una versione in greco, cantata assieme a Stefanos Korkolis.

L’amore che cos’è
(Carboni, 1992)
Voglio entrare nella tua vita!

& Ci vuole un fisico bestiale
(Carboni, 1992)

Nel 2008 Carboni registra la canzone a cappella in duetto con i Neri per caso. Nel 2013 il brano è stato rivisitato da Carboni per la raccolta Fisico & Politico in una nuova versione in duetto con Jovanotti.

Mi ami davvero
(Luca, 2002)
Amore e attualità giornalistica: lui chiede a lei se lo ama, ed enuncia a paragone una serie di questioni di cronaca, con effetto al limite dell’imbarazzante. Le cantasse un altro, le canzonette d’amore di Carboni, suonerebbero svenevoli, sdolcinate, roba da teenagers. Ma le canta lui: e diventano ballate fantastiche, che mettono di buonumore (avevo scritto “buonamore”, lapsus ovvio).


Brani citati
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Bob Dylan

(1941, Duluth, Minnesota, USA)

Quando vai a un concerto di Bob Dylan e lo guardi – mentre lui snocciola tiritere ormai incomprensibili – vedi il mito, la raffigurazione del mito, mezzo secolo di storia, vedi Bobdìlan: potrai dire ai tuoi figli “io e tua madre cantavamo ‘Blowin’ in the wind’ ai concerti di Bob Dylan” (e loro risponderanno “sì, ce l’ha detto anche il nonno”). E pensi, Bob Dylan ha mai riso? L’hai mai visto ridere? Che uomo è questo, che si comporta con una modestia e una timidezza che forse sono l’unico modo per riuscire a essere il mito (chi c’è, in giro, come lui? Prima c’era il papa, ma ora?). È uno che è diventato una leggenda un po’ per bravura, un po’ perché le cose capitano, e ha saputo comportarsi da leggenda con una discrezione e un’eleganza di cui pochissimi sarebbero stati capaci. Cosa accidenti pensa, Bobdìlan, mentre canta “Forever Young”?

Don’t think twice, it’s all right
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
“Qualcuno pensa che sia una specie di canzone d’amore, ma no. È un modo per sentirsi meglio, come parlare tra sé e sé”, disse poi Dylan. E però la sua fidanzata Suze Rotolo, quella sulla copertina del disco sottobraccio a lui, in quel periodo era sempre via, ed è facile mettere le cose in relazione. La canzone deve molto, in musica e testo, al cantautore Paul Clayton, che si sarebbe ucciso quattro anni dopo, fulminandosi nella vasca da bagno.

Blowin’ in the wind
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
Il manifesto della generazione dei giovani americani disillusi dalla politica portata avanti negli anni ‘50 e '60 e sfociata dapprima nella guerra fredda e poi nella guerra del Vietnam. Nel ritornello – rivolto metaforicamente a un ipotetico amico, nel quale si potrebbe identificare l'intera umanità - viene dato un messaggio che lascia uno spiraglio all'ottimismo: una risposta che c'è, e a portarla basterà un soffio di vento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #14 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The times they are a-changin’
(The times they are a-changin’, 1964)
Dylan dichiarò che scrisse la canzone nel tentativo di farne un inno dei cambiamenti che avvenivano in quel momento storico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #59 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

It ain’t me babe
(Another side of Bob Dylan, 1964)
Qualcuno dice che Dylan volesse alludere alle eccessive pretese del suo pubblico, ma letteralmente parla di una ragazza. “Levati pure di torno, non sono io quello che vuoi. Dici che vuoi qualcuno che sia sempre forte, ti protegga e ti difenda. Beh, non guardare me. Dici che cerchi uno che ti dica che non vi lascerete mai. Beh, quello non sono io”.

It’s all over now, baby blue
(Bringing it all back home, 1965)
Una successione di immagini complesse e un po’ criptiche per far capire a “baby blue” che è venuto il momento di mollare il colpo. Dopo, anni di riflessioni su chi sia “baby blue”. Candidati: quasi tutti fuorchè Babbo Natale. Armonica, chitarra e basso, e il modo in cui lui lo dice: “and it’s all over now, baby blue”. Delle molte covers, ce n’è una leggendaria di <Van Morrison con i Them.

Mr. Tambourine Man
(Bringing it all back home, 1965)
"Mr. Tambourine Man" è una canzone folk scritta da Bob Dylan nel 1964 ed è considerato uno dei brani fondamentali della musica rock degli anni sessanta. Nello stesso anno in cui fu pubblicata, la canzone fu portata al successo, in una originale veByrds.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #106 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Subterranean homesick blues
(Bringing it all back home, 1965)
Il brano è importante anche perché è il primo pezzo propriamente “elettrico” di Dylan.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #332 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Like a rolling stone
(Highway 61 revisited, 1965)
Se non vi bastasse il resto, è la canzone di maggior successo commerciale nella carriera di Bob Dylan. Piuttosto rivoluzionaria all’epoca: si avventurava in arrangiamenti e produzioni che fecero storcere il naso ai puristi del suono folk di Dylan, e aveva una lunghezza anomala per il formato radiofonico dell’epoca. «Nessuna altra canzone ha mai messo così tanto in discussione le leggi commerciali e le convenzioni artistiche del suo tempo» dice Rolling Stone (il giornale che l’ha dichiarata nel 2004 la più grande canzone di tutti i tempi: ma c’è un conflitto di interessi). Di chi parla, la canzone? Di voi tutti, ovviamente: ma da anni si accavallano le teorie per cui Dylan si sarebbe ispirato a Edie Sedgwick, (modella e musa del giro warholiano) o a se stesso.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Desolation row
(Highway 61 revisited, 1965)
"Desolation row" è stata descritta come uno dei più alti esempi di lirismo poetico applicato a una canzone pop o rock che dir si voglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #185 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(Highway 61 revisited, 1965)
L'Highway 61 è un'autostrada che corre da Duluth, nel Minnesota, dove Dylan nacque e passò la sua infanzia, fino a New Orleans, Louisiana. Fu un importante via di transito per gli afro-americani che dal profondo Sud giungevano a Chicago, St. Louis e a Memphis, seguendo anche il Mississippi per la maggior parte delle sue 1400 miglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #364 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(1965)

Highway 61 Revisited fu inciso in soli sei giorni e fu pubblicato nell'agosto del 1965. La Highway 61 è una strada americana che va dal Minnesota (stato di nascita di Dylan) fino alla foce del fiume Mississippi. L'album segnò finalmente il definitivo passaggio del cantautore alla chitarra elettrica. La canzone di apertura dell'album, "Like a Rolling Stone" (si vocifera che sia stata scritta pensando a Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol e amica di Dylan), ha riscosso un enorme successo ed è diventata un inno generazionale.
Durante il 1964 e il 1965, Dylan era intento a scrivere un libro, intitolato Tarantula, che non sarebbe stato pubblicato fino al 1971. Comunque, un brano del libro diventò la base per una sua nuova canzone. Così Dylan si espresse nel 1966, «Mi ritrovai a scrivere questa canzone, questa storia, questa lunga vomitata di venti pagine circa, e da essa ne trassi "Like A Rolling Stone"…. Dopo averla scritta, non ero più interessato a scrivere un libro, o una commedia».



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #4 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

I want you
(Blonde on blonde, 1966)
Ne aveva già combinate parecchie, quando scrisse la migliore canzonetta da juke-box della sua carriera. Dice che lui la vuole, e lo dice parecchio: ma in mezzo c’è tutto un casino di gente e accadimenti che in qualche modo non chiarissimo tendono a ostacolare questo suo desiderio. E un’armonica.

Just like a woman
(Blonde on blonde, 1966)
Le scuole di pensiero hanno via via trovato un compromesso sul fatto che la woman di cui parla non sia una sola, ma almeno due: Edie Sedgwick e Joan Baez. Dylan la scrisse nel giorno del Ringraziamento del 1965 a Kansas City, dove era in tournée.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #230 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Stuck inside of mobile with the Memphis blues again
(Blonde on blonde, 1966)
Roba allegra, bel ritmo, e testo acrobatico e misterioso che suggerì persino una parodia a John Lennon, intitolata “Stuck Inside of Lexicon with the Roget's Thesaurus Blues Again”: “Incastrato nella lingua con la malinconia da dizionario”. Ne ha fatto una bella cover Cat Power, nel 2007.

Visions of Johanna
(Blonde on blonde, 1966)
Nel 1999, il professore universitario di letteratura e poesia, Andrew Motion, proclamò che la composizione aveva il miglior testo mai scritto per una canzone di musica leggera e arrivò a proporre la candidatura di Bob Dylan al Premio Nobel per la letteratura, poi puntualmente vinto nel 2016. Appunto.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #404 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Positively fourth street
(Bob Dylan’s greatest hits, 1967)
Benché il testo sia chiarissimo – uno sfogo contro un’ipocrita che ha sempre finto di volergli bene e intanto desiderava il suo male – ci furono da subito dei misteri: di chi parla? C’è una relazione con il protagonista di “Like a rolling stone”, che seguiva di poco? Che vuol dire il titolo? Le teorie vanno avanti da trent’anni: probabilmente Dylan ce l’aveva con qualcuno del Greenwich Village (dove sta una 4th street: ma è papabile anche quella di Minneapolis) che aveva criticato il suo abbandono del folk acustico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #203 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All along the watchtower
(John Wesley Harding, 1967)
“Ci dev’essere un modo di uscirne”. Ma è uno degli ingressi dylaniani più riusciti e leggendari. Citazioni bibliche, fine del mondo, gran tensione. La cover di Jimi Hendrix divenne presto più celebre dell’originale e lo stesso Dylan prese a suonarla alla maniera di Hendrix.

Lay lady lay
(Nashville skyline, 1969)
Sarà la suggestione, ma è difficle non avere l’impressione che “Lay lady lay” suoni esattamente come una avvenente signora sdraiata su un letto disfatto. Saranno quelle quattro note di steel guitar che scivolano sotto le strofe. Come la canta, non sembra lui: e i fans allora rimasero spiazzati (si disse che la voce era cambiata perché aveva smesso di fumare). L’aveva scritta per Un uomo da marciapiede: ma poi scelsero “Everybody’s talkin’” di Harry Nilsson.

The man in me
(New morning, 1970)
È quella dove Dylan fa “lalla lalla lallà lalalà”, chissà cosa gli era preso. E il testo è maschilisticamente vicino a “dietro ogni grand’uomo c’è una grande donna”. Si meritò una nuova popolarità quando i fratelli Coen la ripescarono per Il grande Lebowski.

Wigwam
(Self portrait, 1970)
Uno strumentale canticchiato ebbramente, come da uno che si trascina in fondo alla parata cercando di rimanere in contatto con il resto della banda. Molto divertente e appiccicoso. Fu usato poi nel film di Wes Anderson, I Tenenbaum. Sull’anomalia del disco di cover e strumentali che lo conteneva, vale la pena ricordare la reazione su Rolling Stone del leggendario critico rock Greil Marcus: “Che è ‘sta merda?”.

Knocking on heaven’s door
(Pat Garrett & Billy The Kid, 1973)
Scritta da Bob Dylan per la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid. Nel film la canzone risuona quando lo sceriffo anziano, colpito allo stomaco, muore assistito dalla moglie, una donna grande e rude che mostra il suo dolore solo con le lacrime che le rigano il volto. Una scena di una bellezza struggente acuita dallo sfondo di un rosso tramonto; e dalla canzone di Dylan..
Tra le tante cover segnalo quella del 2015 della cantante RAIGN.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #190 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Forever young
(Planet waves, 1974)
Più facile e ruffiana della maggior parte delle canzoni di Dylan, “Forever young” è una delle sue cose più amate e popolari. In realtà la sua incisione fu lunga e laboriosa: Dylan l’aveva in testa da anni (un augurio sentimentale e commosso ai suoi figli, come “Avrai” di Baglioni e “Per te” di Jovanotti) e non voleva convincersi di nessuna versione provata. Quando sembrava quasi fatta, la ragazza che era venuta in studio con un suo vecchio amico gli disse “Bob, invecchiando mi diventi sentimentale” e lui andò in crisi. Alla fine si convinse, e la sta cantando ancora adesso.
Ce ne sono due versioni, nello stesso album: una veloce e una lenta.

You’re a big girl
(Blood on the tracks, 1975)
È il modo in cui lui fa “ooooooh!”.

Tangled up in blue
(Blood on the tracks, 1975)
"Tangled up in blue" è uno dei più chiari esempi del tentativo da parte di Dylan di scrivere canzoni “multidimensionali” che definiscano concetti indefinti di spazio e tempo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #68 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hurricane
(Desire, 1976)
“Hurricane” è una gran canzone, incalzante, con la stessa progressione di “All along the watchtower”, ed è anche uno degli ultimi singoli di successo di Dylan. Racconta del pugile Ruben Carter, accusato ingiustamente di omicidio. Il grosso del lavoro lo fa il violino di Scarlet Rivera. Il caso Carter fu chiuso dieci anni dopo, quando l’accusa decise di ritirarsi dopo che una sentenza aveva annullato le precedenti condanne. Nel 1999 venne anche il film con Denzel Washington.

Sweetheart like you
(Infidels, 1983)
“Cosa ci fa un bocconcino come te in una topaia come questa?”. Solo con questo verso, uno può entrare nella storia della musica. Lui c’era già, e non a caso. Quelli che suonano le chitarre, lì dietro, sono Mark Knopfler e Mick Taylor. “Sweetheart like you” ha tutta una sua filologia di metafore e riferimenti al mondo e all’America. Dice anche: “sai, una volta conoscevo una ragazza come te, che voleva un uomo tutto intero, non solo una metà”. Già, ma quell’uomo non era lui, babe.

You belong to me
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.


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Lucio Battisti

(1943, Poggio Bustone, Rieti – 1998, Milano)

Lucio Battisti è stato ed è il più grande di tutti nella musica pop italiana: nella musica “leggera”. Le ha provate tutte, e gli sono riuscite tutte. Si potrebbe riempire un juke-box solo con le sue canzoni migliori. Ed era così bravo da averci resi familiari e tollerabili anche dei versi che sarebbero stati imbarazzanti in bocca a chiunque altro. Adesso non c’è più.

Per una lira
(Lucio Battisti, 1969)
Fu il primo 45 giri del nostro, di grande richiesta nel giro dei collezionisti (fu stampato in poche copie per dargli un contentino quando era ritenuto solo un buon autore per altre voci: i maggiori investimenti vennero spesi, per esempio, nell’esecuzione della stessa canzone da parte dei Ribelli). Ci sono già quelle trovate soul che avrebbe usato spesso negli anni a venire.

I giardini di marzo
(Umanamente uomo: il sogno, 1972)
In fondo all’anima c’è l’immensi, avevo sempre capito io da bambino, ligio agli schemi scolastici soggetto-verbo-complemento (o viceversa, in questo caso). Invece dice “cieli immensi”, come avevate capito benissimo voialtri saputoni.

E penso a te
(Umanamente uomo: il sogno, 1972)
Tra i molti talenti della coppia Mogol-Battisti, c’era una rara passione per la scrittura dei dialoghi. Pensate a “Fiori rosa, fiori di pesco”, a “Innocenti evasioni”, ad “Anche per te”, ad “Ami ancora Elisa” e a “Perché no”. “E penso a te” fu prima un trascurato b-side di Bruno Lauzi, e poi una trascurabile cover di Tanita Tikaram: in mezzo, questa straordinaria canzone d’amore, spiazzata dal leggendario “para-para-parappa-pa”, frutto dell’arrangiamento di Gian Piero Reverberi.

La luce dell’est
(Il mio canto libero, 1972)
Malgrado il titolo evochi il sol dell’avvenire (anche nel “sole rosso acceso”), lei resta al suo posto oltre cortina – con tanto di “colpo di fucile” – e anche questa canzone divenne un indizio a carico delle presunte ispirazioni di destra di Battisti (insieme al “bosco di braccia tese” in “La collina dei ciliegi”).

Vento nel vento
(Il mio canto libero, 1972)
Con quell’inusuale attacco di pianoforte, è una delle canzoni più amate dai fans di Battisti. Il passaggio orchestrale è stato poi ripreso da De Gregori in “La leva calcistica della classe ’68”. Alla prima puntata di ogni anno, certi conduttori radiofonici sono soliti dedicare ai tecnici il verso “e la stagione nuova, dietro al vetro...”.

Il nostro caro angelo
(Il nostro caro angelo, 1973)
Introduzione eccezionale, col giro di chitarra che ha un ritmo paragonabile solo a quello di “Bittersweet” degli Everything but the Girl. Non si è mai chiarito se l’angelo del titolo alludesse anche al neonato Luca Battisti.

Abbracciala abbracciali abbracciati
(Anima latina, 1974)
Una di quelle matasse fantastiche di suoni che si inventava Battisti. Mentre il testo suscita della solidarietà nei confronti delle sue amanti: doveva essere uno che si fermava spesso a chiacchierare, sul più bello.


La compagnia
(La batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976)
Una rarità: non è una canzone di Battisti, né scritta da lui né scritta per lui. Mogol l’aveva data a
Marisa Sannia nel 1969. Poi è diventata di Battisti, che aveva un debole per il soul ancora nel 1976 e che qui si scatena in un falsetto memorabile.

Ami ancora Elisa
(Io tu noi tutti, 1977)
“Adesso son tranquillo, come un’anatra sul lago”. Chi è questa Elisa? Si era parlato di Francesca (ma non era lei), si era voluto Anna. Ma Elisa? E comunque, quando uno insiste così tanto per convincerti che non ama più Elisa, qualche dubbio ti viene.

Ho un anno di più
(Io tu noi tutti, 1977)
Prima o poi tutti si sono sentiti così, invecchiati, serenamente disincantati, e con qualche rimpianto sentimentale. Di solito succede nel giorno del compleanno. L’importante è avere un amico che non vi restituisca le chiavi della macchina né il telefonino fino a che non vi è passata la sbronza.

Neanche un minuto di "non amore"
(Io tu noi tutti, 1977)
Ci sono i cultori dei vari periodi di Battisti, che discutono all’infinito su quale sia stato il più eccelso. Qui si pensa che il disco che si chiamò Io tu noi tutti sia quello con più grandi canzoni di tutta la sua carriera. Questa è un racconto stupendo di pochi minuti di incomprensione sentimentale, paura e sollievo a sfondo automobilistico (sfondo più diffusamente trattato in “Sì, viaggiare”, nello stesso disco).

Questione di cellule
(Io tu noi tutti, 1977)
Nella longeva partita tra codardi sostenitori dell’alibi genetico o dell’ineluttabilità del fato e sfrontati individualisti che si illudono di forgiare il proprio destino, Battisti stava coi secondi: “e no, e no, non è questione di cellule, ma della scelta che si fa, la mia è di non vivere a metà”.

Amarsi un po’
(Io tu noi tutti, 1977)
“Però volersi bene no, partecipare, è difficile, quasi come volare”. Ancora sulla maturità sentimentale. Fu il 45 giri più venduto del 1977 (aveva sul retro “Sì, viaggiare”).

Con il nastro rosa
(Una giornata uggiosa, 1980)
Forse solo Nanni Moretti ha impiantato nella cultura popolare italiana altrettante espressioni divenute quotidiane. Di Battisti se ne potrebbero citare decine, ma “lo scopriremo solo vivendo”, celebrata dalla Gialappa’s, la usano ormai anche i bambini delle elementari quando gli chiedi se hanno fatto i compiti.

Fiori rosa, fiori di pesco
(Emozioni, 1970)

Insomma, è una sera di primavera e questo giovanotto non riesce a prender sonno e così si aggira per la città e finisce sotto il portone della sua ex. Si sono lasciati un anno prima, ma lui ancora non ne è rassegnato. La pensa. Non dorme. Sai che faccio? Suono e le faccio un’improvvisata. Suona, lei tentenna, lui insiste, lei apre. Lui sale, e la passione contenuta in un anno scoppia in una dichiarazione commossa e conquistatrice, di quelle che ci è capitato a tutti e che anche se con le parole eravamo molto più schiappe, ci convincevamo in quel momento che lei non avrebbe potuto resistere, che tutto era come prima, che ora che eravamo di nuovo assieme eccetera. Insomma, le dice così: «Solo, credevo di volare e non volo, credevo che l’azzurro di due occhi per me, fosse sempre cielo, non è: fosse sempre cielo, non è». E “solo, credevo di volare e non volo” è un capolavoro sentimental-fonetico unico.
Comunque: sempre più certo che tutto sia all’improvviso tornato com’era, le dice: «Posso stringerti le mani? Come sono fredde, tu tremi. No, non sto sbagliando: mi ami. Dimmi che è vero, dimmi che non siamo stati mai lontani, dimmi che è vero, che ieri era oggi, e che oggi è già domani, dimmi che è vero». Le dice così.
Adesso, molti di voi avranno già capito come va a finire. L’avete già sentita. Ma fate finta di no, anche voi. Fate finta di essere lì, in ginocchio e in lacrime di gioia, posseduti dal pensiero di un futuro felice, che vi pare che petali di rosa cadano dal cielo e scemenze così. State facendo finta? Bene. Fermi lì.
Si apre una porta, probabilmente una porta che conoscete, che avete aperto molte volte: nel peggiore dei casi la porta della camera da letto. E appare un uomo, un uomo che non conoscete: nel peggiore dei casi in accappatoio (nel peggiore dei casi un accappatoio che conoscete).
E allora: «Scusa, credevo proprio che fossi sola. Credevo non ci fosse nessuno con te. Scusami tanto, se puoi». Che vergogna. Ma il peggio deve venire: «Signore chiedo scusa anche a lei, ma io ero proprio fuo- ri di me. Io ero proprio fuori di me quando dicevo: posso stringerti le mani, come sono fredde, tu tremi, no, non sto sbagliando mi ami, dimmi che è vero».
Signore-chiedo-scusa-anche-a-lei. Allora, non so se avete presente “Ritornerai” di Bruno Lauzi. È una canzone molto bella, ma imbarazzante perché si capisce che lei col cavolo che ritornerà, e si immaginano anche i posti dove possa invece essere. E l’immagine di Bruno Lauzi che la convince a tornare non è credibilissima. Insomma è triste, e uno si commuove e sta male per lui. “Fiori rosa, fiori di pesco” è diverso: uno sta male per tutti gli uomini del mondo.

Fatti un pianto
(Don Giovanni, 1986)
Era l’inizio della fertile nuova vita a cui Battisti venne restituito dopo il cambio in panchina: fuori Mogol, segue momentaneo e dimenticabile interregno della signora Battisti, e poi dentro Pasquale Panella, poeta e ardito affastellatore di parole. Qui il suo repertorio di calembours è ben esposto, assieme all’invito liberatorio del titolo. Ed è un gran pezzo da ballare.

Vendo casa
(Le avventure di Lucio Battisti e Mogol, 2004)
“Un panino, una birra, e poi...” Era stata scritta per i Dik Dik che la cantarono nel 1971. La coeva registrazione acustica di Battisti è stata pubblicata molti anni più tardi. La tematica del trasloco e soprattutto dell’operazione immobiliare sarebbe stata affrontata più tardi anche da Ivano Fossati in “E di nuovo cambio casa” (“vendo casa per un motore, la soluzione è la migliore”).


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17. Fatti un pianto - Lucio Battisti

18. Vendo casa - Lucio Battisti