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Simon and Garfunkel

Paul Simon (1941, Newark, New Jersey, USA)
Art Garfunkel (1941, Queens, New York, USA)

L’archetipo del duo in cui uno faceva tutto e l’altro non si sa cosa ci stesse a fare (se lo chiese anche Paul Simon, a un certo punto). Cantava, comunque: Art Garfunkel cantava, era alto e aveva i ricci biondi (poi perse anche quelli). Paul Simon invece era un genio, e lo si capì definitivamente quando se ne andò da solo. Ma per entrare nella storia del grande rock ci misero pochissimo.

The sound of silence
(Wednesday morning, 3 AM, 1964)
Magari ve la rovino, ma pare che “hello darkness, my old friend” traesse la sua ispirazione dal fatto che Paul Simon – l’ha raccontato lui – amava comporre al buio in bagno, per via dell’eco creato dalle piastrelle. In una versione acustica “The sound of silence” era uscita nel primo disco del duo, che era andato malino. Loro si erano separati e si stavano facendo i fatti loro – Paul Simon era in tour con un suo disco in Inghilterra – quando qualche radio americana cominciò a passarla e il produttore Tom Wilson (che aveva appena finito di lavorare a “Like a rolling stone” di Dylan) decise di riarrangiarla più rock senza nemmeno avvertirli. Quando seppe che era entrata in classifica, Simon stava suonando a Copenhagen. Rientrò in America, e con Garfunkel si precipitarono a registrare un nuovo disco, mentre “The sound of silence” arrivava al numero uno.

Wednesday morning, 3 AM
(Wednesday morning, 3 AM, 1964)

I am a rock
(Sounds of silence, 1966)
Sono uno scoglio, sono un’isola: si cita John Donne, poeta inglese seicentesco e la sua Nessun uomo è un’isola. Sullo star soli, chiudersi a casa con i propri libri e le proprie cose distanti dal mondo e dagli altri, al sicuro: “uno scoglio non soffre, e un’isola non piange mai”. Malgrado faccia dell’ironia, il ritmo è talmente allegro che uno quasi si convince all’esilio. L’aveva incisa Paul Simon già nel 1965, nel suo disco senza Garfunkel. Una barzelletta racconta che fosse la canzone preferita di Saddam Hussein: “I am Iraq!”.

Homeward bound
(Parsley, sage, rosemary and thyme, 1966)
“I’m sittin’ in the railway station got a ticket for my destination” Paul Simon la scrisse quando era in Inghilterra, e voleva tornare a casa.

A hazy shade of winter
(Bookends, 1968)
Il pezzo più rock di Simon e Garfunkel, con un giro di chitarra da antologia. Ne fecero una cover ancor più tosta le Bangles, che fece il giro del mondo.

Mrs. Robinson
(Bookends, 1968)
C’è una cosa che si sa: fu scritta per Il laureato. Ma il testo non c’entra niente con il personaggio di Ann Bancroft. È vero che si riferiva a Eleanor Roosevelt (“goin’ to the candidates debate...”)? È vero che parla di Marilyn (in questo caso il “candidato” sarebbe Kennedy, e poi c’è Joe Di Maggio)? Lei è in un ospedale, vero? O in un centro di recupero? E “coo coo ca choo”, è lo stesso di “I am the walrus” dei Beatles? Forse sì, no, sì, sì, boh.

Old friends
(Bookends, 1968)
Vecchi amici, anziani su una panchina, visione del futuro: inevitabile una riedizione nel 2011 con un video di loro due settantenni su una panchina in Central Park, e foglie morte che svolazzano.
Can you imagine us years from today, Sharing a parkbench quietly How terribly strange to be seventy

Bookends theme
(Bookends, 1968)
Time it was, and what a time it was...

At the zoo
(Bookends, 1968)
Someone told me it’s all happening at the zoo
“E gridare aiuto aiuto è scappato il leone”, aggiungerei.

America
(Bookends, 1968)
Racconto di un viaggio da giovani spiantati e spensierati, “in cerca dell’America” su un bus Greyhound, in cui si intravede una metafora di generazioni e cambiamenti. Lo stesso vale per i pensieri e le delusioni che arrivano durante il viaggio.

Bridge over troubled water
(Bridge over troubled water, 1970)
E che vuoi dire di “Bridge over troubled water”, gospel da antologia?: “Sail on silver girl, sail on by...”.

The boxer
(Bridge over troubled water, 1970)
È quella di “lailalài”, che Paul Simon spiegò poi dicendo che non gli era venuta nessuna parola da metterci, e che ancora oggi quando la canta è un po’ imbarazzato. Un’intera strofa – quella che comincia con “now the years are rolling by me”, che si può ascoltare nel concerto di Central Park – fu tolta dalla registrazione originale, ma poi è stata quasi sempre eseguita dal vivo.

Still crazy after all these years
(Still crazy after all these years, 1975)
“Ieri sera ho incontrato la mia vecchia fidanzata, per strada: sembrava contenta di vedermi, io ho appena sorriso”. Comincia così, piccola storia di tempo che passa, ricordi e commozioni: “ancora due matti, dopo tanti anni”.

50 ways to leave your lover
(Still crazy after all these years, 1975)
The problem is all inside your head”, she said to me The answer is easy if you take it logically I’d like to help you in your struggle to be free There must be fifty ways to leave your lover

Late in the evening
(One trick pony, 1980)
Dichiarazione d’amore in forma di autobiografia musicale. Ma il testo è un pretesto per un formidabile divertissement di fiati e percussioni che prelude alle cose africane che Simon vorrà fare negli anni seguenti. Fu usata nella colonna sonora di un fallimentare film con lo stesso Simon, One trick pony.

René and Georgette Magritte with their dog after the war
(Hearts and bones, 1983)
Il 19 settembre 1981 Simon e Garfunkel si riunirono per un mitologico concerto in Central Park, a Manhattan. Sembrò che dovessero tornare a fare dischi assieme, e c’erano già le canzoni pronte. Ma erano molto paulsimonesche e le avrebbe cantate Garfunkel, e quindi entrambi erano scontenti: così non se ne fece niente. Simon ci lavorò sopra e ne fece un disco da solo, stupendo. Una canzone prendeva il titolo dalla didascalia di una vecchia foto di René Magritte e sua moglie, e immaginava la coppia nelle sue piccole gioie e passioni, dondolando dolcemente il ritornello.

The late great Johnny Ace
(Hearts and bones, 1983)
Splendida autobiografia per drammi musicali, scritta poco dopo la morte di John Lennon e cantata per la prima volta al concerto di Central Park (durante l’esecuzione, uno squinternato salì sul palco e interruppe Paul Simon, che poi riuscì a finire la canzone). Comincia come un ricordo di Johnny Ace, cantante che si era sparato nel 1954 giocando alla roulette russa. “When a man came on the radio, and this is what he said: he said, I hate to break it to his fans, but Johnny Ace is dead”.
Paul Simon racconta che lui non era un grande fan di Ace, ma la notizia lo colpì e scrisse perché gli mandassero una sua foto, che arrivò firmata “from the late great Johnny Ace”. Poi Simon ricorda il decennio precedente – “era l’anno dei Beatles e degli Stones” – e la musica che stava cambiando la sua vita. Fino a un Natale del 1980, quando uno sconosciuto per strada gli chiese se aveva sentito che avevano sparato a John Lennon. E finiscono assieme a bere e a suonare in un bar, “for the late great Johnny Ace”. E qui si piange, durante la chiusa di archi, meravigliosa.


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio

Dammi solo un minuto e mezzo

Una playlist molto corta: tutte le canzoni - bellissime - sono sotto i novanta secondi.

Not for sale | Coco Rosie
(La maison de mon rêve, 2004)
Due sorelle americane, mezze Cherokee, trasferite a Parigi per questo disco e poi rientrate a Brooklyn: Bianca e Sierra Casady. Il disco lo fecero per scherzo, con strani suoni e nenie infantili, e diventò di culto: “You can leave me on the corner where you found me, I’m not for sale anymore”. Finita.

Guide vocal | Genesis
(Duke, 1980)br> Un minuto e venti stupendi, scritti da Tony Banks. “Io sono quello che vi ha guidato fin qui: tutto quello che sapete e tutto quello che temete. Nessuno deve conoscere il mio nome, perché nessuno capirebbe: e voi uccidete quello di cui avete paura. Vi ho chiamato perché devo andare, adesso siete da soli, fino alla fine. C’era una scelta, ma ormai è perduta. Ve l’avevo detto che non avreste capito, prendete le vostre cose, e siate dannati”. Il tema è ripreso con tutt’altro ritmo e arrangiamento (come altre melodie del disco) nella consuntiva “Duke’s travels”: gran parte del disco Duke è una specie di concept – con legami e relazioni interne – anche se il concept non è chiarissimo.

New obsession | Silent League
(The orchestra, sadly, has refused, 2004)
“When I listen to the radio...”. I Silent league sono quello che nel settore viene chiamato “side project”: una band formata da gente che ha altro da fare, di solito, con altre bands. C’è qualcuno dei Mercury Rev, qualcuno degli Interpol, e altri di gruppi ancora meno noti; e fanno base a Brooklyn. Il loro primo disco aveva un bel titolo – The orchestra, sadly, has refused – e mescolava prodigi pop beatlesiani a orchestrazioni da camera.

Stop | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Siamo alla resa dei conti, alla fine di The wall.

Till the morning comes | Neil Young
(After the gold rush, 1970)
“Sto solo aspettando che arrivi il mattino, parapapà-papà”. Il pianoforte lo suona Jack Nitzsche, autore tra l’altro della colonna sonora di Qualcuno volò sul nido del cuculo.

I don’t want to play football | Belle and Sebastian
(Storytelling, 2002)
“Non voglio giocare a calcio. Non capisco le regole del gioco. Non voglio giocare a calcio. Non capisco che gusto ci sia a correre, tirare, parare, prendere ordini da un cretino, grattarsi le palle sudate, prendere botte da gente che non conosco. Tesoro, preferisco altri giochi: le ragazze sanno giocare bene quanto i maschi”. Il tutto in meno di un minuto di canzone.

Walkaways | Counting Crows
(Recovering the satellites, 1996)
“Devo correre via, disse”. Appena un minuto e dodici, perfetti, voce e chitarra. “Un giorno o l’altro mi fermo, ma non oggi”.

Tea for the tillerman | Cat Stevens
(Tea for the tillerman, 1970)
“Mentre i peccatori peccano, i bambini giocano” è un verso di diplomazia salomonica e gran rispetto per la convivenza.

White car | Yes
(Drama, 1980)
Prima di venire assunti negli Yes, Trevor Horn e Geoff Downes erano stati i Buggles, e avevano rovesciato il mondo con "Video killed the radio stars”. Ignote al mondo, esistono alcune altre canzoni dei Buggles: una si chiama “Elstree” e malgrado l’arrangiamento kitschissimo ha un refrain fantastico. Da questa o quella costola di altre cose dei Buggles vennero poi due pezzi registrati dagli Yes in Drama (l’abbozzo delle altre tracce risaliva ancora ai tempi di Jon Anderson): la lunga “Into the lens” e la brevissima “White car”, che faceva da introduzione a “Does it really happen?”.

Bookends theme | Simon and Garfunkel
(Bookends, 1968)
Time it was, and what a time it was...

La dernière minute | Carla Bruni
(Quelqu’un m’a dit, 2003)
Il bel disco di Carla Bruni del 2003 si chiudeva con una trovata spiritosa e poetica insieme: la richiesta a chi ascolta di “un ultimo minuto”, che dura un minuto esatto, scandita dal ticchettio di un metronomo. «È il metronomo di mio padre. L’idea viene dalla storia di quella contessa parigina a cui durante il Terrore fu chiesto se aveva un ultimo desiderio prima della ghigliottina, e lei rispose “ancora un minuto, signor boia”».

Bang | Frankie Goes to Hollywood
(Welcome to the pleasuredome, 1984)
È solo il minuto di celestiale cascata di campanelli (roba di tastiere elettroniche) che chiude il sipario di Welcome to the pleasuredome. Fu ripresa dalla chiusa di “Ferry cross the Mersey” e ci fu aggiunta la battuta: “Frankie says: no more”.

Playlist


Brani citati

Cat Stevens

(1948, Londra, Inghilterra)

Era un grande cantautore, pubblicò il suo primo disco a 18 anni e scrisse canzoni dolcissime, moderate dalla sua voce agguerrita. Poi perse un po’ di smalto e quindi non sapremo mai cosa ci abbia tolto la sua conversione all’Islam in seguito all’aver scampato la morte in un incidente aereo nel 1976. Negli ultimi tempi le sue riapparizioni si sono intensificate, per l’eccitazione dei giornali e pochi altri.

Lady d’Arbanville
(Mona Bone Jakon, 1970)
Il padre di Cat Stevens di cognome faceva Georgiu, ed era un greco di Cipro. In casa si ascoltavano dei sirtaki, si direbbe. Invece Patti d’Arbanville, con quel popò di cognome da sceneggiato televisivo, lo lasciò e si mise con Mick Jagger. Poi fece un figlio con Don Johnson. Nella canzone Cat Stevens la dà macabramente per morta. Invece, alla richiesta di spiegazioni sul misterioso titolo del 33 giri (astenersi battute venete), Stevens spiegò che si trattava del nomignolo che dava al suo, ahem...

Father and son
(Tea for the tillerman, 1970)
Da ragazzi ci si fa intortare da tre cose: Siddartha, Il gabbiano Jonathan Livingstone e “Father and son”. Che serve a convincere ogni quattordicenne che qualsiasi bisticcio familiare sull’ora del rientro serale è un conflitto generazionale di grandi implicazioni letterarie e sociali. Demagogia pura, e un grande classico.

Wild world
(Tea for the tillerman, 1970)
Lamento sfigatissimo e ballata stupenda, “Wild world” è lui che si duole con lei di essere stato lasciato e finge di augurarle ogni bene (si fa sempre, in questi casi: quando poi non attacca, si passa agli insulti e alle maledizioni), ma con un avvertimento mafioso dei rischi a cui andrà incontro. Se lei gli dava retta, a quest’ora aveva il burqa.

Hard headed woman
(Tea for the tillerman, 1970)
“Ne ho viste tante, di ballerine, di ragazze che si muovono leggiadramente: ma io cerco una che abbia delle risposte, che mi prenda per quello che sono.” Una capocciona, a tradurre letteralmente il titolo.

Where do the children play?
(Tea for the tillerman, 1970)
Tea for the tillerman è il più bello e il più famoso dei dischi di Cat Stevens. Si apriva con una canzone stupenda in cui si mescolano ancora la dolcezza della melodia e la capacità di Stevens di irritare la voce. “Where do the children play?” è una canzone ecologista sui rischi del progresso, ma di grande equilibrio e moderazione: capace di celebrare i successi tecnologici e accettarne i vantaggi, ma ponendo un dubbio, “lo so, che abbiamo fatto un sacco di strada, e che le cose cambiano ogni giorno: ma i bambini, dove li facciamo giocare?”.

Morning has broken
(Teaser and the firecat, 1971)
“Morning has broken” è una ninnananna inversa, mattutina: una cosa con cui svegliarli, i bambini. Fu scritta da Eleanor Farjeon come inno religioso, molto prima che Cat Stevens la incidesse con l’aiuto di Rick Wakeman degli Yes, che è quello che suona il pianoforte.

How can I tell you
(Teaser and the firecat, 1971)
Lui che non trova le parole, e come posso dirtelo, ci vogliono le parole giuste per dirti che ti amo, e però non le trovo, le parole, e così via per un totale di 244 parole.

Sitting
(Catch bull at four, 1972)
“I feel the power growin’ in my hand!” Non è che le maggiori canzoni di Cat Stevens abbiano tutto questo ritmo, di solito: “Sitting” è travolgente, lui tosto, il pianoforte strepitoso.

Oh very young
(Buddha and the chocolate box, 1974)

Another saturday night
(1974)
Il pezzo era già stato famoso nella versione di Sam Cooke: Cat Stevens lo riarrangiò, mantenendo il ritmo festaiolo malgrado sia “un altro sabato sera, ho dei soldi da spendere che mi hanno appena pagato, ma non ho nessuno, nessuno con cui parlare, e sono di pessimo umore”.

Remember the days of the old schoolyard
(Izitso, 1977)
Sì, le tastiere in attacco sono tremende, e i bambini e il refrain strillato anche. Ma la strofa è dolcissima, malgrado il giorgiobocchismo sui bei tempi andati, “when we had semplicity...”.


Brani citati
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The Beatles

(1960 -1970, Liverpool, Inghilterra)

E che, vuoi fare la playlist dei Beatles? Sei scemo? E quante ne metti, settantuno? Beh, metti che questo libro capita in mano a uno giovane, giovane giovane, hai visto mai che serva anche la playlist dei Beatles... (I Beatles, caro figliuolo, sono stati i più grandi scrittori ed esecutori di canzoni della storia: erano quattro, poi a uno gli hanno sparato sotto casa e un altro è morto di malattia. Erano bravi, dammi retta.)

All my loving
(With the Beatles, 1963)
La prima canzone che eseguirono all’Ed Sullivan Show, da dove cominciarono la conquista dell’America. Un grandissimo giro di chitarra e un ritmo sensazionale. E le parole vanno via come bocce da bowling sulla pista.

I want to hold your hand
(1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #16 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

She loves you
(1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #64 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Do you want to know a secret
(Please please me, 1963)
È come George Harrison dice “closer”. È come dice “not to tèll”. È come dice “I’m in love with iù!”. Era il loro primo LP, ed erano già la più grande band della storia.

I saw her standing there
(Please please me, 1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #139 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Please please me
(Please please me, 1963)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #184 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

A hard day’s night
(A hard day’s night, 1964)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #153 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Can’t buy me love
(A hard day’s night, 1964)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #289 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Any time at all
(A hard day’s night, 1964)
Parte con il ritornello secco, e poi attacca la strofa, di cui suona per contrasto la perfezione: “if you need somebody to love...”. Un bel pezzo rock dei Beatles.

Help!
(Help!, 1965)
“Quando ero giovane, molto più giovane di oggi, non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno, mai.” Avete mai provato a ballarla, “Help”? Funziona benissimo. “Ma ora le cose sono cambiate, e non mi sento più così sicuro. Puoi per favore – per favore – aiutarmi?”

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #29 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Yesterday
(Help!, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #13 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Ticket to ride
(Help!, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #384 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

We can work it out
(1965)
Nel 1970 Stevie Wonder fece una bella cover di questo brano.

In my life
(Rubber soul, 1965)
Domandarono a Lennon perché non parlava di sé nelle sue canzoni e lui invece di rispondere “saranno anche fatti miei” – era uno gentile – scrisse questa. Paul McCartney sostiene che la musica l’ha scritta lui, ma c’è una controversia annosa. Qualche anno fa la rivista inglese Mojo la nominò la migliore canzone di tutti i tempi. Parere condivisibile. C’è dentro tutto, e un primo verso fenomenale: “derarpleisisàirimèmber...”.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #23 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Norwegian wood (This bird has flown)
(Rubber soul, 1965)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #83 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Rain
(1966)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #463 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Here, there and everywhere
(Revolver, 1966)
“To lead a better life...” Ogni tanto ci troviamo ad ascoltare “Wonderwall” degli Oasis e a dire che perfetta canzone pop sia. Ma tutto era già successo. Arrampicato sui falsetti, McCartney raccontò poi di aver cercato di imitare Marianne Faithfull.

For no one
(Revolver, 1966)
“For no one” forse è la più bella ballata di Paul McCartney con i Beatles. Dedicata alla ex fidanzata Jane Asher, lui dice di averla scritta nel bagno di un hotel sulle Alpi svizzere (ma uno che scriva una canzone alla scrivania in ufficio, dopo la pausa pranzo, mai?). Fu incisa senza John Lennon e George Harrison.

Eleanor Rigby
(Revolver, 1966)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #137 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hello, goodbye
(Magical mystery tour, 1967)

I don’t know why you say goodbye, I say hello

Strawberry fields forever
(Magical mystery tour, 1967)
Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #76 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Penny Lane
(Magical mystery tour, 1967)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #449 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All you need is love
(Magical mystery tour, 1967)
Una canzone che non è stata messa in ginocchio nemmeno da una delle peggiori e più celebri trasmissioni della tv commerciale italiana, può resistere a tutto. L’amore di cui si parla è una roba universale, da Estate dell’amore hippie: nessuna indulgenza in sentimentalismi di coppia e il senso dell’umorismo giusto per infilarci gli ottoni, la Marsigliese, e il giro di giostra conclusivo, con autocitazioni (“She loves yeah, yeah, yeah, yeah”, “Yesterday”).


Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #362 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

With a little help from my friends
(Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, 1967)
A Ringo Starr non gli facevano fare quasi mai niente, ma quando lo chiamavano era per cose speciali. Questa la cantò lui, e divenne poi doppiamente famosa nella roca e appassionata versione di Joe Cocker, uno dei momentoni del concerto di Woodstock. Ringo chiese che il verso iniziale fosse cambiato e divenisse: “cosa fareste se cantassi stonato, vi alzereste e ve ne andreste?”. L’originale – “mi tirereste dei pomodori?” – gli sembrava rischioso per le esecuzioni dal vivo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #304 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

A day in the life
(Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, 1967)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #26 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Sgt. Pepper’s lonely hearts club band
(1967)


Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è il più importante album di rock & roll mai realizzato, un disco senza paragoni per concezione, suono, composizione, grafica di copertina e tecnologia di studio da parte del più grande gruppo pop di ogni tempo. Dalle regali esplosioni di ottoni e dalla chitarra distorta della canzone che lo intitola, allo stacco orchestrale e al lungo, agonizzante accordo di piano alla fine di "A Day in the Life", i 13 pezzi di questo album segnano l'apice degli otto anni dei Beatles come artisti in sala d'incisione. John, Paul, George e Ringo non furono mai più tanto intrepidi e uniti nella loro ricerca di magia e trascendenza. Pubblicato in Gran Bretagna il 1° Giugno 1967 e negli U.S.A. il giorno dopo, Sgt. Pepper è la dichiarazione definitiva di cambiamento del rock.



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

Happiness is a warm gun
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

I’m so tired
(White album, 1968)
Inno degli assonnati (gemella di “I’m only sleeping”), Lennon la scrisse alle tre del mattino in India, sfinito da una maratona di meditazione. Passa perfettamente dalla fase sonnolenta e languida all’eccitazione nervosa dell’insonne che darebbe qualsiasi cosa per un po’ di riposo.
(In conclusione, c’è uno dei noti passaggi che suonati al contrario direbbero cose rivelatrici e sataniche. In questo caso: “Paul is a dead man, miss him, miss him, miss him”).

Good night
(White album, 1968)
Ninnanannona che conclude White Album, scritta da Lennon e cantata straordinariamente da Ringo Starr, assieme a un’orchestra. Gli altri Beatles dormivano.

While my guitar gently weeps
(White album, 1968)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #135 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hey Jude
(1968)
Intitolata originariamente Hey Jules e rinominata in seguito "Hey Jude" per motivi fonetici, fu scritta da McCartney per confortare Julian, il figlio di Lennon, nel momento del divorzio tra il padre e Cynthia Powell.


Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #8 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Here comes the sun
(Abbey Road, 1969)
Più che un’ultima canzone dei Beatles, una prima canzone di George Harrison, allegra e leggera e appiccicosissima come le sue. E in effetti la scrisse per conto proprio, e all’incisione Lennon neanche partecipò. Harrison aveva già cominciato a lavorare con Eric Clapton (allora nei Cream), e insieme avevano scritto “Badge” , da una cui costola nacque “Here comes the sun”.

Come together
(Abbey Road, 1969)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #202 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Something
(Abbey Road, 1969)
George Harrison sapeva il fatto suo, o lo aveva imparato stando vicino a quegli altri due fenomeni. Ma siccome non se lo filavano mai, questa la pensò per Ray Charles e poi la propose a Joe Cocker. Niente. Andò a finire che la fecero i Beatles.
Se poi volete sapere chi ha scritto prima il verso “something in the way she moves” – Harrison o James Taylor – la risposta è Taylor: la sua canzone è di un anno prima, e uscì per la stessa etichetta dei Beatles.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #273 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

She came in through the bathroom window
Golden slumbers
Carry that weight
(Abbey Road, 1969)
La successione di queste tre canzoni di McCartney in Abbey Road va considerata come un unico capolavoro di salti mortali melodici e riprese inattese. Dopo il racconto rock dell’incursione (vera) di una fan nel bagno di casa McCartney, la dolcezza e il soul di “Golden slumbers” sono una delle cose migliori e più commoventi che la band abbia fatto mai (le parole citano una poesia seicentesca di Thomas Dekker). “Carry that weight” riprende un’altra chicca del disco, “You never give me your money”.

The end
(Abbey Road, 1969)


Across the universe
(Let it be, 1970)
L’onomatopea più lunga della storia del pop, in cui le parole sembrano scorrere come gocce di pioggia infinita in un bicchiere di carta: “words-are-flowing-out-like-end- less-rain-into-a-paper-cup”.

Let it be
(Let it be, 1970)
Il McCartney perfetto. Tanto da lasciare abbastanza disgustato John Lennon. I biografi sostengono che scegliesse di riferire a un ideale socialista i versi più “religiosi” della canzone (“there will be an answer”). La voce femminile è di Linda McCartney. La band a questo punto era già spappolata ed era andata in studio per soddisfare le richieste contrattuali. La Mary di cui si parla, malgrado l’andamento salmodiante della canzone, non è la Vergine Maria ma la mamma di McCartney.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #20 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The long and winding road
(Let it be, 1970)
Let it be fu l’ultimo disco dei Beatles, composto da cose registrate prima del precedente Abbey Road. Uscì che si erano già di fatto sciolti, molto rimaneggiato da Phil Spector a cui era stato affidato il materiale; e quando qualche anno fa uscirono le più scarne versioni originali i fans si divisero tra chi preferiva le une o le altre. Di certo, alcune ballate di McCartney non furono scritte con la mano sinistra di chi era alla fine di una storia. A cominciare da questa, che è facile legare alle vicissitudini della band e la cui pomposa orchestrazione spectoriana irritò molto l’autore. Spector si giustificò spiegando che nella versione originale Lennon al basso era impubblicabile. “Many times I’ve been alone...”.

Don’t let me down
(Hey Jude, 1970)
Registrata a quel giro lì, rimase fuori da Let it be per scelta di , e venne reintrodotta nella versione Naked pubblicata trent’anni dopo (intanto era uscita una raccolta). Un grande pezzo soul di Lennon, presagio delle passioni che avrebbero animato la sua successiva carriera da solista.


Brani citati
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Radio

Bob Dylan

(1941, Duluth, Minnesota, USA)

Quando vai a un concerto di Bob Dylan e lo guardi – mentre lui snocciola tiritere ormai incomprensibili – vedi il mito, la raffigurazione del mito, mezzo secolo di storia, vedi Bobdìlan: potrai dire ai tuoi figli “io e tua madre cantavamo ‘Blowin’ in the wind’ ai concerti di Bob Dylan” (e loro risponderanno “sì, ce l’ha detto anche il nonno”). E pensi, Bob Dylan ha mai riso? L’hai mai visto ridere? Che uomo è questo, che si comporta con una modestia e una timidezza che forse sono l’unico modo per riuscire a essere il mito (chi c’è, in giro, come lui? Prima c’era il papa, ma ora?). È uno che è diventato una leggenda un po’ per bravura, un po’ perché le cose capitano, e ha saputo comportarsi da leggenda con una discrezione e un’eleganza di cui pochissimi sarebbero stati capaci. Cosa accidenti pensa, Bobdìlan, mentre canta “Forever Young”?

Don’t think twice, it’s all right
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
“Qualcuno pensa che sia una specie di canzone d’amore, ma no. È un modo per sentirsi meglio, come parlare tra sé e sé”, disse poi Dylan. E però la sua fidanzata Suze Rotolo, quella sulla copertina del disco sottobraccio a lui, in quel periodo era sempre via, ed è facile mettere le cose in relazione. La canzone deve molto, in musica e testo, al cantautore Paul Clayton, che si sarebbe ucciso quattro anni dopo, fulminandosi nella vasca da bagno.

Blowin’ in the wind
(The freewheelin’ Bob Dylan, 1963)
Il manifesto della generazione dei giovani americani disillusi dalla politica portata avanti negli anni ‘50 e '60 e sfociata dapprima nella guerra fredda e poi nella guerra del Vietnam. Nel ritornello – rivolto metaforicamente a un ipotetico amico, nel quale si potrebbe identificare l'intera umanità - viene dato un messaggio che lascia uno spiraglio all'ottimismo: una risposta che c'è, e a portarla basterà un soffio di vento.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #14 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

The times they are a-changin’
(The times they are a-changin’, 1964)
Dylan dichiarò che scrisse la canzone nel tentativo di farne un inno dei cambiamenti che avvenivano in quel momento storico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #59 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

It ain’t me babe
(Another side of Bob Dylan, 1964)
Qualcuno dice che Dylan volesse alludere alle eccessive pretese del suo pubblico, ma letteralmente parla di una ragazza. “Levati pure di torno, non sono io quello che vuoi. Dici che vuoi qualcuno che sia sempre forte, ti protegga e ti difenda. Beh, non guardare me. Dici che cerchi uno che ti dica che non vi lascerete mai. Beh, quello non sono io”.

It’s all over now, baby blue
(Bringing it all back home, 1965)
Una successione di immagini complesse e un po’ criptiche per far capire a “baby blue” che è venuto il momento di mollare il colpo. Dopo, anni di riflessioni su chi sia “baby blue”. Candidati: quasi tutti fuorchè Babbo Natale. Armonica, chitarra e basso, e il modo in cui lui lo dice: “and it’s all over now, baby blue”. Delle molte covers, ce n’è una leggendaria di <Van Morrison con i Them.

Mr. Tambourine Man
(Bringing it all back home, 1965)
"Mr. Tambourine Man" è una canzone folk scritta da Bob Dylan nel 1964 ed è considerato uno dei brani fondamentali della musica rock degli anni sessanta. Nello stesso anno in cui fu pubblicata, la canzone fu portata al successo, in una originale veByrds.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #106 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Subterranean homesick blues
(Bringing it all back home, 1965)
Il brano è importante anche perché è il primo pezzo propriamente “elettrico” di Dylan.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #332 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Like a rolling stone
(Highway 61 revisited, 1965)
Se non vi bastasse il resto, è la canzone di maggior successo commerciale nella carriera di Bob Dylan. Piuttosto rivoluzionaria all’epoca: si avventurava in arrangiamenti e produzioni che fecero storcere il naso ai puristi del suono folk di Dylan, e aveva una lunghezza anomala per il formato radiofonico dell’epoca. «Nessuna altra canzone ha mai messo così tanto in discussione le leggi commerciali e le convenzioni artistiche del suo tempo» dice Rolling Stone (il giornale che l’ha dichiarata nel 2004 la più grande canzone di tutti i tempi: ma c’è un conflitto di interessi). Di chi parla, la canzone? Di voi tutti, ovviamente: ma da anni si accavallano le teorie per cui Dylan si sarebbe ispirato a Edie Sedgwick, (modella e musa del giro warholiano) o a se stesso.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #1 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Desolation row
(Highway 61 revisited, 1965)
"Desolation row" è stata descritta come uno dei più alti esempi di lirismo poetico applicato a una canzone pop o rock che dir si voglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #185 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(Highway 61 revisited, 1965)
L'Highway 61 è un'autostrada che corre da Duluth, nel Minnesota, dove Dylan nacque e passò la sua infanzia, fino a New Orleans, Louisiana. Fu un importante via di transito per gli afro-americani che dal profondo Sud giungevano a Chicago, St. Louis e a Memphis, seguendo anche il Mississippi per la maggior parte delle sue 1400 miglia.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #364 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Highway 61 revisited
(1965)

Highway 61 Revisited fu inciso in soli sei giorni e fu pubblicato nell'agosto del 1965. La Highway 61 è una strada americana che va dal Minnesota (stato di nascita di Dylan) fino alla foce del fiume Mississippi. L'album segnò finalmente il definitivo passaggio del cantautore alla chitarra elettrica. La canzone di apertura dell'album, "Like a Rolling Stone" (si vocifera che sia stata scritta pensando a Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol e amica di Dylan), ha riscosso un enorme successo ed è diventata un inno generazionale.
Durante il 1964 e il 1965, Dylan era intento a scrivere un libro, intitolato Tarantula, che non sarebbe stato pubblicato fino al 1971. Comunque, un brano del libro diventò la base per una sua nuova canzone. Così Dylan si espresse nel 1966, «Mi ritrovai a scrivere questa canzone, questa storia, questa lunga vomitata di venti pagine circa, e da essa ne trassi "Like A Rolling Stone"…. Dopo averla scritta, non ero più interessato a scrivere un libro, o una commedia».



Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #4 della classifica 500 Greatest Albums of All Time.

I want you
(Blonde on blonde, 1966)
Ne aveva già combinate parecchie, quando scrisse la migliore canzonetta da juke-box della sua carriera. Dice che lui la vuole, e lo dice parecchio: ma in mezzo c’è tutto un casino di gente e accadimenti che in qualche modo non chiarissimo tendono a ostacolare questo suo desiderio. E un’armonica.

Just like a woman
(Blonde on blonde, 1966)
Le scuole di pensiero hanno via via trovato un compromesso sul fatto che la woman di cui parla non sia una sola, ma almeno due: Edie Sedgwick e Joan Baez. Dylan la scrisse nel giorno del Ringraziamento del 1965 a Kansas City, dove era in tournée.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #230 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Stuck inside of mobile with the Memphis blues again
(Blonde on blonde, 1966)
Roba allegra, bel ritmo, e testo acrobatico e misterioso che suggerì persino una parodia a John Lennon, intitolata “Stuck Inside of Lexicon with the Roget's Thesaurus Blues Again”: “Incastrato nella lingua con la malinconia da dizionario”. Ne ha fatto una bella cover Cat Power, nel 2007.

Visions of Johanna
(Blonde on blonde, 1966)
Nel 1999, il professore universitario di letteratura e poesia, Andrew Motion, proclamò che la composizione aveva il miglior testo mai scritto per una canzone di musica leggera e arrivò a proporre la candidatura di Bob Dylan al Premio Nobel per la letteratura, poi puntualmente vinto nel 2016. Appunto.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #404 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Positively fourth street
(Bob Dylan’s greatest hits, 1967)
Benché il testo sia chiarissimo – uno sfogo contro un’ipocrita che ha sempre finto di volergli bene e intanto desiderava il suo male – ci furono da subito dei misteri: di chi parla? C’è una relazione con il protagonista di “Like a rolling stone”, che seguiva di poco? Che vuol dire il titolo? Le teorie vanno avanti da trent’anni: probabilmente Dylan ce l’aveva con qualcuno del Greenwich Village (dove sta una 4th street: ma è papabile anche quella di Minneapolis) che aveva criticato il suo abbandono del folk acustico.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #203 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

All along the watchtower
(John Wesley Harding, 1967)
“Ci dev’essere un modo di uscirne”. Ma è uno degli ingressi dylaniani più riusciti e leggendari. Citazioni bibliche, fine del mondo, gran tensione. La cover di Jimi Hendrix divenne presto più celebre dell’originale e lo stesso Dylan prese a suonarla alla maniera di Hendrix.

Lay lady lay
(Nashville skyline, 1969)
Sarà la suggestione, ma è difficle non avere l’impressione che “Lay lady lay” suoni esattamente come una avvenente signora sdraiata su un letto disfatto. Saranno quelle quattro note di steel guitar che scivolano sotto le strofe. Come la canta, non sembra lui: e i fans allora rimasero spiazzati (si disse che la voce era cambiata perché aveva smesso di fumare). L’aveva scritta per Un uomo da marciapiede: ma poi scelsero “Everybody’s talkin’” di Harry Nilsson.

The man in me
(New morning, 1970)
È quella dove Dylan fa “lalla lalla lallà lalalà”, chissà cosa gli era preso. E il testo è maschilisticamente vicino a “dietro ogni grand’uomo c’è una grande donna”. Si meritò una nuova popolarità quando i fratelli Coen la ripescarono per Il grande Lebowski.

Wigwam
(Self portrait, 1970)
Uno strumentale canticchiato ebbramente, come da uno che si trascina in fondo alla parata cercando di rimanere in contatto con il resto della banda. Molto divertente e appiccicoso. Fu usato poi nel film di Wes Anderson, I Tenenbaum. Sull’anomalia del disco di cover e strumentali che lo conteneva, vale la pena ricordare la reazione su Rolling Stone del leggendario critico rock Greil Marcus: “Che è ‘sta merda?”.

Knocking on heaven’s door
(Pat Garrett & Billy The Kid, 1973)
Scritta da Bob Dylan per la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid. Nel film la canzone risuona quando lo sceriffo anziano, colpito allo stomaco, muore assistito dalla moglie, una donna grande e rude che mostra il suo dolore solo con le lacrime che le rigano il volto. Una scena di una bellezza struggente acuita dallo sfondo di un rosso tramonto; e dalla canzone di Dylan..
Tra le tante cover segnalo quella del 2015 della cantante RAIGN.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #190 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Forever young
(Planet waves, 1974)
Più facile e ruffiana della maggior parte delle canzoni di Dylan, “Forever young” è una delle sue cose più amate e popolari. In realtà la sua incisione fu lunga e laboriosa: Dylan l’aveva in testa da anni (un augurio sentimentale e commosso ai suoi figli, come “Avrai” di Baglioni e “Per te” di Jovanotti) e non voleva convincersi di nessuna versione provata. Quando sembrava quasi fatta, la ragazza che era venuta in studio con un suo vecchio amico gli disse “Bob, invecchiando mi diventi sentimentale” e lui andò in crisi. Alla fine si convinse, e la sta cantando ancora adesso.
Ce ne sono due versioni, nello stesso album: una veloce e una lenta.

You’re a big girl
(Blood on the tracks, 1975)
È il modo in cui lui fa “ooooooh!”.

Tangled up in blue
(Blood on the tracks, 1975)
"Tangled up in blue" è uno dei più chiari esempi del tentativo da parte di Dylan di scrivere canzoni “multidimensionali” che definiscano concetti indefinti di spazio e tempo..

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #68 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

Hurricane
(Desire, 1976)
“Hurricane” è una gran canzone, incalzante, con la stessa progressione di “All along the watchtower”, ed è anche uno degli ultimi singoli di successo di Dylan. Racconta del pugile Ruben Carter, accusato ingiustamente di omicidio. Il grosso del lavoro lo fa il violino di Scarlet Rivera. Il caso Carter fu chiuso dieci anni dopo, quando l’accusa decise di ritirarsi dopo che una sentenza aveva annullato le precedenti condanne. Nel 1999 venne anche il film con Denzel Washington.

Sweetheart like you
(Infidels, 1983)
“Cosa ci fa un bocconcino come te in una topaia come questa?”. Solo con questo verso, uno può entrare nella storia della musica. Lui c’era già, e non a caso. Quelli che suonano le chitarre, lì dietro, sono Mark Knopfler e Mick Taylor. “Sweetheart like you” ha tutta una sua filologia di metafore e riferimenti al mondo e all’America. Dice anche: “sai, una volta conoscevo una ragazza come te, che voleva un uomo tutto intero, non solo una metà”. Già, ma quell’uomo non era lui, babe.

You belong to me
(Natural born killers, 1994)
“See the pyramids along the Nile...”. L’aveva scritta Chilton Price nel 1952. L’ha cantata un sacco di gente, ma nessuno così bene come Bob Dylan nella colonna sonora di Natural born killers: nel cd è registrata con un dialogo del film sovrapposto alla coda. Il film è una baracconata retorica, ma la canzone è la fine del mondo.


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