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Quarantunes: la pandemia

Ok, questa è una tragedia di dimensioni globali, che solo fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata pura fantascienza catastrofista. Ma mica possiamo arrenderci! Quindi la affrontiamo, in mezzo a tanti disagi e precauzioni, con resilienza, ironia (e scusami se ogni tanto può sembrarti invece cinismo) e ... tanta musica.

Ho infatti pensato di fare una playlist di 'tunes' per la quarantena: una 'quarantunes'! Anzi, visto che i brani da inserire si sono rivelati tanti li ho raggruppati in 4 playlists: la pandemia, i sintomi, le precauzioni e infine la ripartenza.

Nel preparare la lista ho cercato di evitare la 'sindrome del liceale che fa la cassettina' (o il CD o la chiavetta). Ovvero ho cercato di evitare, nei limiti del possibile, di selezionare brani solo perché nel titolo c'era una delle parole chiave del tema. Sopratutto ho messo solo brani che - a mio parere ovviamente - merita ascoltare. Inevitabile comunque l'affastellarsi di brani di epoche e generi diversi.

Spero che l'ascolto ti sia gradito e ti faccia passare gradevolmente il tempo, rimanendo a casa. Inoltre segnalami tutti quei brani che ho colpevolmente dimenticato.

Buon ascolto!


Virus | Björk
Canzone-carillon nella quale il virus che necessita di un corpo è metafora di amore incontenibile. Un’immagine che ora fa un po’ paura.

Virus | Martin Garrix

Toxic | Britney Spears

Infected | The The

Infected | Bad Religion

Contagious | Avril Lavigne

Catch my disease | Ben Lee

Tainted love | Soft Cell
“Amore contaminato” in origine lo cantava Gloria Jones, moglie di Marc Bolan e alla guida nell’incidente in cui lui morì: direi amore letale più che contaminato ... . In un ipotetico museo musicale stanno senz’altro le due note su cui è sostenuta tutta “Tainted Love”, difficile trovare un altro caso in cui due sole note, appunto, siano così immediatamente riconoscibili. Il resto, vien da sé.

It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) | REM
I testi dei REM non sono celebri per la loro comprensibilità. Eppure la frase che intitola una delle loro canzoni più famose si staglia nitida come una scultura di gelo. La riscrittura di <>Ligabue () perde ovviamente il confronto. Qualcuno ha scritto: « ... può far pensare giusto a qualcosa come “A che ora è il comunicato della Protezione Civile?” Che ti gela pure quello, peraltro.»

Pomeriggio ore 6 | Equipe 84
La risposta alla domanda di Ligabue al punto precedente: "pomeriggio ore 6". In realtà si tratta di una cover degli Equipe 84 - che le copiavano quasi tutte - di un brano dei Bee Gees.

The plague | Scott Walker
La "pestilenza" di Scott Walker (indiscusso maestro della visione del mondo in nero) è interiore e vissuta nel chiuso di una stanza. Una situazione che stiamo conoscendo.

Five years | David Bowie
Questa va un minimo contestualizzata. In Ziggy Stardust, il concept-album da cui è tratta, la terra sta morendo e all’umanità restano solo cinque anni prima dell’estinzione.

Before the deluge | Jackson Browne
Qui si racconta del prima e del dopo il diluvio, causato da una qualche catastrofe globale. La canzone fu l’inno del movimento anti-nucleare No Nukes. “Let the music keep our spirits high”. Sempre.

Idioteque | Radiohead
La canzone più apocalittica dell'album più apocalittico di una band notoriamente pessimista, "Idioteque" è fredda come la prossima era glaciale che prevede. "Non stiamo facendo allarmismo, questo sta davvero accadendo".

Pasticcio universale | Nada

The final countdown | Europe

The end | The Doors
Undici minuti e quarantadue di totale genio e delirio. Celebrati, nel loro andamento ipnotico e messianico, da diverse colonne sonore, e soprattutto in una memorabile sequenza di Apocalypse Now.

Panic | The Smiths
Dicono che un deejay alla radio mise “I’m your man” dei Wham! subito dopo la notizia dell’incidente di Chernobyl e che gli Smiths si incazzarono, da cui il refrain: “Hang the dj, hang the dj, hang the dj!”. Bruciamo la discoteca, impicchiamo il deejay, perché la musica che sceglie non mi dice niente della mia vita. Ora metto le mani avanti:, condivido con te questa playlist, ma non voglio subire le stesse conseguenze patite da quel dj. Comunque il brano dice: “Panic on tre streets of London, panic on the streets of Birmingham”. Boris Johnson ha colpito ancora.

Emilia paranoica | CCCP - Fedeli Alla Linea
Emilia paranoica. Ma prima ancora Lombardia e Veneto paranoici, e colpiti dal karma cinese. Dante direbbe: contrappasso.

SOS | ABBA
Caso più unico che raro in cui titolo della canzone e nome della band sono entrambi palindromi.


Help | The Beatles
“Quando ero giovane, molto più giovane di oggi, non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno, mai. Ma ora le cose sono cambiate, e non mi sento più così sicuro. Puoi per favore – per favore – aiutarmi?”. Ma bando alla tristezza, avete mai provato a ballarla, “Help”? Funziona benissimo.

Ambulance blues | Neil Young

Ambulance | Blur
“I ain’t got nothing to nothing to be scared of.”. Così parlò molti anni prima del Coronavirus.

Hospital | The Modern Lovers
“Quando uscirai dall’ospedale, mi farai rientrare nella tua vita?” Non c’è davvero bisogno di aggiungere altro se non che davvero non possiamo immaginare quali saranno le conseguenze emotive di questi “strange days”, giusto per citare una celebre canzone dei Doors (vedi sotto).

Hospital food | David Gray
Il cibo da ospedale è la sbobba che il mondo e in particolare i media ci rifilano ogni giorno, e che ci mangiamo, rincoglioniti: “ditemi qualcosa che non sappia già”. Quando fa “tell me something...” è fantastica.

Get me away from here, I’m dying | Belle & Sebastian
Urca! Molte delicate canzoni indie-rock dei primi anni 2000 diventano strazianti se interpreti letteralmente il loro testo.

Heroes | David Bowie
Non sono tante le canzoni che sopravvivono all’ascolto plurimo, decennale, sfinente, accompagnato da tutta la retorica sulla loro immortalità. Per esempio, “Stairway to heaven” no. “Like a hurricane” sì. “Heroes” sì sì sì. Strasì. Dedicata a medici e infermieri in prima linea contro il virus.

Love lockdown | Kanye West

Empty sky | Bruce Springsteen
"Cielo vuoto", scritto sulla scia dell'11/9, questo brano torna d'attualità - in senso figurato e forse letterale, perché al momento i viaggi aerei sono pressoché nulli.

La crisi | Bluevertigo

Città vuota | Mina
L'originale era "It's a lonely town" di Gene McDaniels. Il brano è splendidamente reinterpretato da Mina. In realtà la città è piena di gente, ma a lei sembra vuota se lui non torna. Forse perché ha la residenza da un’altra parte.

Shock in my town | Franco Battiato

Lost in the supermarket | The Clash
Abbrutimento e solitudine dell’homo occidentalis, schiavo di tv, shopping, e tutte quelle cose lì. Ma con tenerezza, e melodia. Se in questi giorni hai fatto la spesa, magari cercando l'Amuchina, probabilmente ti sarai sentito "perso al supermercato".

Supermarket | Lucio Battisti

Esercizio di esorcismo

We might be dead by tomorrow | Soko
"Potremmo essere morti domani". Ovviamente si fa per scherzare, anzi per 'esorcizzare' questa remota possibilità. Canzone d'amore per la vita della cantautrice francese Soko.

Zombie | The Cranberries
Qui ci sta bene. Ma in realtà Dolores protesta contro la guerra civile in Irlanda (nel 1916 ci fu la Rivolta di Pasqua, tappa storica verso l’indipendenza irlandese mai portata a completamento), ma incidentalmente produce un tormentone fulminante: “what’s in your head, in your head...”. “È la solita storia, dal 1916”.

Fourth of July | Sufjan Stevens
Sufjan Stevens è un genio, non poteva mancare in questa lista. Questo brano rappresenta il momento più struggente di Carrie & Lowell, lo splendido concept-album sulla morte della madre. Quella coda finale ripetuta - “We’re all gonna die” - dimostra che nelle mani di un artista geniale le idee più semplici diventano le più profonde e viceversa. Per il 4 Luglio sarà tutto finito, vero?

Hope to die | Orville Peck
Ovviamente non spero affatto di morire, tanto meno credo che possa accadere a causa di questa cosa, ma se dovesse accadere mi piacerebbe ascoltare Orville Peck sulla 'way out'. Orville Peck è un cantautore country canadese. Di lui non si sa nulla: né età (potrebbe avere 20 come 40 anni) né volto (indossa sempre una maschera da Lone Ranger). Ascoltalo e ricorda: non ci si deve fidare di qualcuno a cui non piace Orville Peck (che comunque non si chiama nemmeno così).

Die Young | Kesha

Die Young | Sylvan Esso
Mi sa che sto risultando ansiogeno ... ma devi ammetterlo, le canzoni sono belle!

Under pressure | David Bowie ft Queen
Io me lo ricordo, quando si seppe che David Bowie aveva fatto una canzone con i Queen. Gli uni e l’altro fanno faville, appassionatamente, e il giro di basso è stato definito il migliore della storia del rock.

Hope there’s someone | Antony & the Johnsons
Non c'é nulla di più umano che il bisogno di un contatto in un momento di tensione e paura, e la paura più grande - cosa c'è dopo il traguardo finale - è stato espressa raramente in modo più sincero che da Antony in questo brano. Quel groppo in gola che senti significa sei ancora vivo.

Salvation | The Cranberries
Salvation, salvation, salvation is free

Playlist

Luciano Ligabue

(1960, Correggio, Reggio Emilia)

Ligabue ha costruito un mito nazionale del rocker di provincia secondo solo a quello imbattibile di Vasco, e riempe stadi e cuori di passioni sincere. Ha un’umiltà rara, non le dice mai grosse, cerca invano di non fare il guru: e benché faccia praticamente la stessa canzone da sempre, azzecca ogni volta le parole. Se imparasse anche a cantare i ritornelli – chiedere troppo – sarebbe grandissimo.

Ho messo via
(Sopravvissuti e sopravviventi, 1993)
Ottima ballata del genere ripetitivo – ho messo via questo, ho messo via quello eccetera – prima di una lunga serie.
C’è un verso per chi pretende di spiegargli come debba scrivere le canzoni: “ho messo via un po’ di consigli, dicono è più facile: li ho messi via perchè a sbagliare sono bravissimo da me”.

A che ora è la fine del mondo?
(A che ora è la fine del mondo?, 1994)
Era “It’s the end of the world as we know it” dei REM, che Ligabue riscrisse restando fedele al tema della fine del mondo, ma virandolo su una prospettiva di rincoglionimento televisivo nazionale. L’idea gli venne, dice, quando Berlusconi sostenne che le sue televisioni non avevano influito sulla vittoria elettorale di Forza Italia.

Non dovete badare al cantante
(Buon compleanno Elvis, 1995)
Certe vite passano, leggere come le canzoni.
Billy Joel ha “Piano man”, Ligabue ha “Non dovete badare al cantante”: ironici e leggeri autoritratti di musicisti, e in questo caso anche un avvertimento imbarazzato ai fans troppo incantati.
Non dovete badare al cantante, quello lì che si crede una star.

Viva!
(Buon compleanno Elvis, 1995)
Questa qua è per te, e anche se non è un granché ti volevo solo dire che era qui in fondo a me
Ascoltando bene il testo, pur con qualche dubbio, è bello pensare che parli di sua madre: “quanta vita mi hai passato, non la chiedi indietro mai”.

I "ragazzi" sono in giro
(Buon compleanno Elvis, 1995)
Gran rocchettone di quelli che fan saltare anche le tribune. Il “vagano, vagano...” all’inizio viene da Amarcord di Fellini.

Leggero
(Buon compleanno Elvis, 1995)
E ti vedi con una, che fa il tuo stesso giro
Bellissima, la più bella. Parte piano piano e ti pare di vederle, le macchine: e dondolano, “al ritmo di chi è lì dentro per potersi consolare”. Poi un po’ alla volta “senti le vene piene di ciò che sei”, e al secondo refrain fa il botto, staccandosi, leggera e potente, dalle cose terrene che ha raccontato fino a lì: “Legge-e-e-ro, nel vestito migliore...”.

Il giorno di dolore che uno ha
(Su e giù da un palco, 1997)
Il tema è un modello canonico del rock: stai su, tieni duro. Fu dedicata a un amico malato di una malattia grave. È un esempio tipico della grandezza di Ligabue nel costruire e raccontare le strofe, e della sua contemporanea pigrizia nel trattare il refrain come un semplice punto e accapo per riattaccare con la strofa successiva.
Ligabue la introduce così, ai concerti: «una canzone scritta in un momento particolare, scritta per un momento tragico. E che ha finito per rappresentare forse la possibilità di far capire che il mondo è tutt’altro che il posto che vorremmo, ma facendo i conti ognuno di noi può affrontare e mettersi alle spalle con la propria forza il giorno di dolore che uno ha».

Ho perso le parole
(Radiofreccia, 1998)
Sei bella che fai male
sei bella che si balla solo
come vuoi tu non servono parole
so che lo sai
le mie parole non servon più
Fu scritta per la colonna sonora di Radiofreccia, il primo film di Ligabue, dedicato a una compagnia di giovani di provincia e ai tempi delle radio libere.

Happy hour
(Nome e cognome, 2005)
Fu il tormentone dell’estate 2006, non solo musicale (venne adottata da uno spot telefonico, strumento infallibile e già abbondantemente rodato per entrare nelle orecchie di tutta la nazione). Divennero comuni anche i versi e il concetto sulle aspirazioni alla celebrità e sui comportamenti asserviti ai cliché mi-si-nota-di-più, espressi con la sintesi metaforica dell’happy hour, rito ormai polveroso di socialità indotta: “Sei già dentro l’happy hour!”.


Brani citati
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Coldplay

(1998, Londra, Inghilterra)

I campioni di un trend rockmelodico inglese nato alla fine del millennio scorso e dilagato nel successivo: molto pianoforte, ricche orchestrazioni, voci levigate e pulitine. Alla stessa tendenza appartengono i Travis, i Muse, iKeane. Ma nessun altro ha venduto altrettanto, né ha fatto una bambina con Gwyneth Paltrow. Comunque, tanto per dare un’idea dell’originalità delle loro creazioni, questo è quanto ne dice Wikipedia: «Coldplay’s early material was reminiscent of artists such as Radiohead, Oasis, Jeff Buckley, Travis and Kate Bush. Martin has stated that he has been hugely influenced by U2. Other influences include Pink Floyd, A-ha, R.E.M, Echo and the Bunnymen,Bob Dylan, The Flaming Lips and, more recently, Johnny Cash and Kraftwerk». Manca solo Rita Pavone.

ascolta anche: Keane - Snow Patrol - Muse - James Blunt - Radiohead - Ed Sheeran
Brani citati
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Jack Frusciante è uscito dal gruppo

(Enrico Brizzi, 1994, Baldini & Castoldi)

Una storia rock, una storia d’amore e di «rock parrocchiale», una storia di crescita, una storia generazionale. Questo romanzo è un cult della letteratura contemporanea italiana. Ambientato negli anni Novanta, la colonna sonora contiene tutti i brani che Brizzi cita nel libro e delinea perfettamente le atmosfere ribelli adolescenziali vissute dai personaggi.

Il titolo si riferisce a un fatto realmente accaduto nel 1992: John (e non Jack!) Frusciante, l'allora chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, lascia inaspettatamente il gruppo, durante una tournée all'apice della popolarità. Fa, come si legge nel libro, "un salto fuori dal cerchio".In questo può riassumersi l'intera morale del racconto, dal momento che tutta la vicenda è imperniata sul concetto di "uscire dal gruppo" nel senso di "uscire dalla consuetudine, dagli schemi sociali".


Domenica lunatica | Vasco Rossi

Siamo solo noi | Vasco Rossi
(Siamo solo noi, 1981)
Grande manifesto di non allineamento, che si sottrae a tutti i luoghi comuni del genere: nessuno snobismo, nessuna pretesa superiorità morale, nessuna vanità, “generazione di sconvolti”. Punk di casa nostra, ribelle ma con grazia melodica.

Fegato, fegato spappolato | Vasco Rossi

Non l’hai mica capito | Vasco Rossi

Our house | Madness
(Presents the rise and fall, 1982)
Nostalgia dell’infanzia familiare e dei rituali domestici, e realismo sul fatto che siano passati. La senti e pare di vederla, la casa, il papà che va al lavoro e la mamma che gli stira la camicia. Tutto molto british.

Hurry up hurry | Sham 69

Under the bridge | Red Hot Chili Peppers
(Blood sugar sex magik, 1991)
Il ponte è quello sotto il quale il cantante Anthony Kiedis si faceva certe pere. Fu il singolo che lanciò i Red Hot Chili Peppers, che pure avevano già fatto quattro dischi. Il coro in chiusura è quello della chiesa della signora Frusciante, madre del chitarrista John.

Clash city rockers | The Clash

God save the Queen | Sex Pistols
(God save the queen, 1977)
Successe un casino. La contestazione della monarchia non era molto apprezzata, allora, almeno non con espressioni come: “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”. Fu censurata molto e venduta molto. Ufficialmente arrivò al numero due in classifica, ma si pensa che il suo primo posto effettivo sia stato opportunamente tenuto nascosto a vantaggio di “The first cut is the deepest” di Rod Stewart. Era anche l’anno del giubileo reale, e il giorno dei festeggiamenti la band suonò davanti a Westminster da una barca affittata sul Tamigi. Li arrestarono tutti. Mezza Inghilterra li odiava, un’altra mezza non vedeva l’ora che arrivassero: “no future, no future, no future for you!”.

Sexu Machina | Negu Gorriak

Anarchy in the UK | Sex Pistols
(Anarchy in the U.K., 1976)
Il primo singolo dei Sex Pistols, e uno dei loro classici, di cui una cover arrivò fin dentro alla colonna sonora di The million dollar hotel di Wim Wenders. Erano stati assunti dalla EMI, che li licenziò dopo i primi disastri che avevano combinato in giro. Il contratto con la A&M durò poi una settimana (alla festa di presentazione cercarono di farsi le segretarie e vomitarono negli uffici, cosa che era piuttosto contraria all’etichetta), e alla fine approdarono alla Virgin. Dove la canzone sembra dire “I use the enemy” (uso il nemico) il testo cita in realtà “the NME”, odiata rivista dell’establishment pop britannico. E “antichrist” non fa rima con “anarchist”, a meno di non sbagliare la pronuncia, come fa Lydon.

Comfotably numb | Pink Floyd
(The wall, 1979)
Questa se la portò Gilmour dentro The wall da un suo precedente progetto solista. Nella tensione dell’opera, spartita tra ansie e disperazioni, offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding...”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe l’ha provato anche Gianfranco Fini, quella volta in Giamaica. Poi Waters, che scrisse le parole (con Gilmour smisero di parlarsi subito dopo, e avevano litigato come matti su “Comfortably numb”), spiegò che era una memoria infantile di quando si è malati e intontiti e che si riferiva a un senso di alienazione tra la band e il pubblico.
Nel 2005 ne fecero una spiritosa versione dance gli Scissors Sisters.

My way | Sid Vicious

Happy hour | The Housemartins

The sunnyside of the street | The Pogues

London calling | The Clash
(London calling, 1979)
La dichiarazione di guerra post-punk di Joe Strummer all’Inghilterra thatcheriana. Il titolo cita la frase dell’identificativo radiofonico della BBC durante la guerra, “this is London calling”. La copertina di London Calling – l’ellepì – con la foto di Pennie Smith che ritrae Paul Simonon che distrugge il basso, cita una vecchia copertina di Elvis ed è una delle icone più famose della storia del rock.

King of the Bayou | Joe Strummer

Happiness is a warm gun | The Beatles
(White album, 1968)
Checché si dica di Sergeant Pepper, è White Album il disco che ospita il maggior numero di creazioni e idee dei Beatles (era doppio, bella forza). In una sola canzone, ce ne stanno tre o quattro, come in questo caso: la parte centrale è quella in cui Lennon recita appassionato il suo amore per la rivoltella.
La canzone ironizzava sulla passione degli americani per le armi, ed ebbe – come si sa – un tragico completamento; ma c’è dentro anche una palese metafora sessuale, e un sospetto richiamo all’uso di eroina (“I need a fix ’cause I’m goin’ down”).

Foxey lady | Jimi Hendrix
(Are you experienced?, 1967)
Tutti sbagliano sempre, ma era “Foxey”, con la “e”. «Non mi vergogno a dire che non sono capace di scrivere canzoni allegre» ha detto una volta Hendrix, spiegando che questa era l’unica. Più che una canzone allegra, è che lui se la vuole fare, a essere precisi.

Every little thing she does is magic | The Police
Ghost in the machine, 1981)
Dopo il brumoso attacco, il ritornello è una notevole sbandata di allegria pop nel curriculum dei Police, che pure mantengono alcuni loro tic originali, come il “diòòòò” in chiusura. Il verso “do I have to tell the story...” sarà citato da Sting nella sua successiva “Seven days”.

People are strange | The Doors

Libra | Diaframma


A hard rain’s a gonna fall | Eddie Brickell & The New Bohemians

I shot the sheriff | Bob Marley & The Wailers
(Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no.
(Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Lonesome, on’ry and mean | Henry Rollins

There is a light that never goes out | The Smiths
(The queen is dead, 1986)
Non si sa perché, “There is a light that never goes out” è la canzone più amata dai fans degli Smiths. Forse perché è bellissima, più di ogni altra.
E se stasera un pullman a due piani ci venisse addosso, morire accanto a te sarebbe un modo meraviglioso di morire

Holiday in Cambodia | Dead Kennedys

Always in my mind | Pet Shop Boys
(Introspective, 1988)
Una delle molte cover di una grande canzone d’amore resa celebre da Elvis, naturalmente fatta alla maniera Pet Shop Boys: con un potente frastuono intorno e un riff di tastiere aggressivo. Conquistò l’ambìto titolo di numero uno di Natale nelle classifiche inglesi, nel 1987. La versione di nove minuti contenuta in Introspective è un po’ sfinente: meglio quella del singolo.


Behind the sun | Red Hot Chili Peppers

Where is the mind? | Pixies

Sweet home Chicago | The Blues Brothers

Rhythm is a dancer | SNAP!

Rock the Casbah | The Clash
(Combat rock, 1982)
Malgrado non abbia espliciti riferimenti geografici, la storia dell’insurrezione popolare contro il divieto sul rock fu ispirata dalla notizia di una stretta in questo senso nell’Iran dell’ayatollah Khomeini. Erano i tempi in cui una band di sinistra poteva suggerire di rovesciare le dittature musulmane.
Negli ultimi anni alcuni versi sono diventati profetici, fino a diventare tormentone dei soldati americani nella guerra del Golfo.
Fu il maggiore successo commerciale dei Clash e rese celebre l’armadillo del video.

Raw power | The Stooges

White riot | The Clash

No feelings | Sex Pistols

Shiny happy people | R.E.M.

Tunnel of love | Dire Straits

Sayonara | The Pogues

Dazed and confused | Led Zeppelin

(White man) in Hammersmith Palais | The Clash

Deeper shade of soul | Urban Dance Squad

Lunedì | Vasco Rossi

Love song | Tesla

How beautiful you are | The Cure

Il mio canto libero | Lucio Battisti

Me and my friends | Red Hot Chili Peppers

Friday I’m in love | The Cure
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”. E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri: “it’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff”.

Bigmouth strikes again | The Smiths

Digging the grave | Faith No More

Ghostrider | Rollins Band

Leccaculo | Splatterpink

Il vitello dai piedi di balsa | Elio e Le Storie Tese

Playlist

Una città per cantare

Intendiamoci: queste sono “belle” canzoni dedicate a città , che se no ci stava anche "Firenze Santa Maria Novella" di Pupo o, a far posto a una donna, "Alghero" di Giuni Russo.

Genova per noi | Paolo Conte
(Paolo Conte, 1975)
Un’intera e rinomata generazione di cantautori genovesi non ha raccontato la città quanto una sola canzone, mitologica quanto le espressioni che ha inventato e incastonato nella lingua nazionale: "con quella faccia un po’ così", "il sole è un lampo giallo", "quel mare scuro che si muove anche di notte".

Rimini | Fabrizio De André
(Rimini, 1978)
Canzone di aborti: quello di Teresa, ragazza riminese che era stata messa incinta dal bagnino e che pensa il suo amore sia vittima di persecuzioni politiche, e quello di Colombo, che non ha saputo far nascere l’America, "macellata su una croce di legno".
Non regalate terre promesse a chi non le mantiene

Rimini | Les Wampas
(Rock'n'Roll Part 9, 2006)
Omaggio dei Les Wampasì, gruppo punk rock francese, al ciclista Marco Pantani, morto per overdose in un hotel della riviera romagnola dopo alcuni anni di sbandamento. "Ma che ti ha preso per andare a morire proprio a Rimini?!?".
Le soir quand l'Italie est triste Elle ressemble à Rimini.(...) Oui à côté de Rimini, même Palavas a l'air sexy Car à côté de Rimini, La Grande-Motte ressemble à Venise

Riccione | Thegiornalisti
(singolo, 2017)
Canzone scritta da Tommaso Paradiso, che con le sonorità vintage anni ottanta e, allo stesso tempo, contemporanee che caratterizzano i Thegiornalisti, racconta immagini e sensazioni di un'estate senza tempo.

Milano e Vincenzo | Alberto Fortis
(Alberto Fortis, 1979)
Quando arrivò "Milano e Vincenzo", ancora me la ricordo. Non è che ne uscissero spesso di canzoni in cui il refrain era una minaccia personale, un’apologia di reato, e uno sdoganamento dell’omicidio; e il testo una dichiarazione d’amore rivoluzionaria per la città più detestata d’Italia. Vincenzo era Vincenzo Micocci, già agente di De Gregori e di molti altri.

Milano | Lucio Dalla
(Lucio Dalla, 1979)
Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco
e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica

Innamorati a Milano | Ornella Vanoni
(singolo, 1966)
Canzone scritta da Alberto Testa e Memo Remigi e cantata da Ornella Vanoni nel 1966. Descrive l’amore di due innamorati nella città che sembrerebbe la meno romantica: “senza fiori, senza verde, senza cielo, senza niente… tra la gente, tanta gente.”

Bologna è una regola | Luca Carboni
(Pop-up, 2015)
Ballata electro-pop dalla vena malinconica. Carboni ha dichiarato: «È una canzone sulla magia e l'inquietudine della mia città. Magia che alla fine non si riesce mai a spiegare con la ragione o con le parole e rimane sempre un mistero. Un mistero che si intreccia con il destino di tanti ragazzi che qui ci nascono, ci vivono, diventano uomini e tanti altri che qui, invece, ci arrivano per l'università.»

Bologna | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
Con i luoghi comuni va a finire spesso così: che erano veri. “Bologna” celebra tutti i luoghi comuni su Bologna, e li conferma e legittima.

Venezia | Francesco Guccini
(Metropolis, 1981)
"Stefania era bella, Stefania non stava mai male". Bellissima, triste, umida. Bellissima. Diversamente dalla gemella "Bologna", qui prevale la storia di Stefania su quella della città, ma anche questa è raccontata meravigliosamente: "La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti". E il verso terribile sul respiro che quasi inciampava nei denti.

Napul’è | Pino Daniele
(Terra mia, 1977)
“’Na tazzulella ‘e cafè” è il lato B – the dark side of the moon – del 45 giri, e di Napoli. Il lato A è una cosa che sbaraglia tutta la retorica ‘o- sole-mio-eccetera, senza arretrare di un millimetro dalla linea della canzone sentimentale e commovente, e napoletana: il più bel pezzo che sia mai stato scritto per una città, più di “New York state of mind” di Billy Joel.

A Naples il y a | Vincent Delerm
(Les piqûres d'araignée, 2006)
J'ai conservé sur moi
le souvenir d'un soir
où tu disaisA Naples il y a
peu d'endroits pour s'asseoir

Roma-Bangkok | Baby K. ft. Giusy Ferreri
(Kiss kiss bang bang, 2015)
Brano caratterizzato da influenze dancehall, reggae ed elettropop. Riguardo al testo, Baby K ha spiegato: «Racconta la mappa geografica della mia vita: Londra, Roma ed estremo Oriente, infatti, sono i posti in cui ho vissuto, che mi porto dentro ancora oggi e che, attraverso questa musica, riesco a rivivere. Considero questa canzone un inno all'estate e alla voglia di divertirsi.»

Roma capoccia | Antonello Venditti
(Theorius Campus, 1972)
Poesia vera. In romanesco. Potrà sembrare una contraddizione, a quelli che giustamente non hanno mai sopportato il fenomeno della poesia vernacolare, ma così è. Una canzone che ha generato una mezza dozzina di espressioni di culto, da “der monno ’nfame” a “e so’ piu’ vivo e so’ più bbono” a “li passeracci so’ usignoli”. E lui aveva 14 anni: molto tempo dopo sarebbe approdato a “mi chiamo Laura e sono laureata”.

Modena | Antonello Venditti
(Buona domenica, 1979)
Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui. Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi
“Modena” è bellissima. Non so di cosa parli, davvero, o fingo di non saperlo. Alcune cose sono ovvie, e commoventi («Quella canzone segnava la mia personale rottura, nel 1980, con il Pci. La scrissi sull’onda della delusione di leggere in testa alla brochure della Festa nazionale dell’Unità la scritta “Coca Cola presenta”» (da un’intervista di Carlo Moretti). Altre cose restano misteriose, e commoventi. Cioè, so di cosa parla, a me. E poi c’è quell’invenzione del sassofono di Gato Barbieri, che sta a “Modena” come quello di Danilo Tomasetta sta a “Ho visto anche degli zingari felici”. Buona domenica, l’ellepì, uscì nel 1979: quarantuno anni fa.
Ma cos’è questa nuova paura che ho? Ma cos’è questa voglia di uscire e andare via?
Da quarantuno anni, non posso passare dall’uscita di Modena senza pensare che la nostra vita è Coca Cola, fredda nella gola.

Verona beat | Gatti di vicolo Miracoli
(singolo, 1980)
Da giovani, Calà, Smaila e gli altri due fecero questa canzoncina sulla loro città, su quando erano ancora più giovani. Raccontano degli anni Sessanta, che a Verona c’era una vivace scena musicale, si sentiva l’Equipe 84 e si partecipava a uno sciopero per il Bangladesh: ma dopo un’ora si era rimasti in tre (viene da chiedersi quale dei quattro se ne fosse andato: io dico che era Smaila).

Sweet home Chicago | The Blues Brothers
(The Blues Brothers, 1980)
Famosa canzone popolare blues, riprende in parte la melodia di uno dei brani blues più noti, "Baby please don't go" cantato da Big Joe Williams nel 1935 e ripreso tra gli altri da Muddy Waters e dai Them di Van Morrison. Una cover del brano fu realizzata da Eric Clapton.

Chicago | Graham Nash
(Four way street, 1971)
Dedicata ai tumulti sessantottini di Chicago durante la convention del Partito Democratico, e al processo conseguente, invita i soci della band a tornare in città a protestare: “won’t you please come to Chicago just to sing”. Fu incisa prima nel doppio live Four way street (con l’ironica dedica al sindaco Daley), e poi registrata in studio nel disco di Nash Songs for beginners.

Chicago | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)
Non è in effetti un pezzo su Chicago, ma piuttosto un’epica personale e dolente, che racconta di una fuga di casa, una fuga da Chicago e dalla famiglia in furgone. Per raccontare la tua città e il rapporto che ti ci lega, parti da quella volta che la odiavi per forza di cose. Tanto poi tutto passa: "All things go". Chapeau. Ce ne sono altri tre arrangiamenti su The Avalanche, tutti ottimi.

Jacksonville | Sufjan Stevens
(Illinois, 2005)

Oh Detroit, lift up your weary head! (Rebuild! Restore! Reconsider!) | Sufjan Stevens
(Michigan, 2003)
La capitale del soul e dei motori, la Motown in tutti i sensi, raccontata come la potrebbe raccontare un ossessivo che legge l’enciclopedia. “Un tempo bel posto, ora prigione”: e poi qualche banalità e un elenco di nomi che comprende Henry Ford, la Pontiac e il wolverine, cioè il grosso mammifero unghiato che dà il nome al personaggio Marvel. Per la cronaca (e soprattutto per i nostalgici del progressive), la canzone è in nove ottavi.

Panic in Detroit | David Bowie
(Aladdin sane, 1973)
Il migliore pezzo rock di Bowie, con quell’attacco tostissimo e il tipo che “somiglia un sacco a Che Guevara e guida un furgone diesel”. Tesa e apocalittica, fu ispirata dai racconti di Iggy Pop sui tumulti di Detroit alla fine degli anni Sessanta.

AA. Philadelphia | Neil Young
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

Streets of Philadelphia | Bruce Springsteen
(Philadelphia, 1994)
Era la canzone di apertura del film di Jonathan Demme, Philadelphia, che uscì a Natale e vinse l’Oscar nel 1994, battendo "Philadelphia" di Neil Young, che era sui titoli di coda nello stesso film (bella gara: ma quella di Neil Young è più bella).

Miami 2017 (Seen the lights go out on Broadway) | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Una specie di Fuga da New York. Il disco del ritorno in città dopo un periodo californiano – aperto da “Say goodbye to Hollywood” – si chiude con una fantasia di fine del mondo sulla città. La Miami del titolo è la città dove ha trovato rifugio il narratore dopo la distruzione di New York. La versione migliore è quella che introduce il bellissimo disco dal vivo che si chiama Songs in the attic. La canzone assunse un significato inquietante e rinnovato nei giorni dopo l’11 settembre (“I saw the Empire State laid low”): Joel la cantò al famoso concertone benefico del Madison Square Garden, assieme a “New York state of mind”.

New York state of mind | Billy Joel
(Turnstiles, 1976)
Altro che la città che non dorme mai e tutte quelle fregnacce. La poesia migliore su New York è que-sta, scritta da uno che è-la-sua-città, scritta in un periodo in cui ci era appena tornato dopo tre anni dall’altra parte (“seen all the movie stars”). Pochi fuochi d’artificio, e invece un gran pianoforte, un autobus sulla linea dell’Hudson, il New York Times, Chinatown, e la città vera.

I love L.A. | Randy Newman
(Trouble in paradise, 1983)
Anche qui c’era dell’ironia, nel cantare l’odio per New York e Chicago e l’amore per le bellezze di Los Angeles (ragazze, Beach Boys, autostrade e “tutti sono così felici perché c’è sempre il sole”). Ma l’ironia si perse e “I love L.A.” diventò un discreto successo, soprattutto come inno olimpico e della squadra dei Lakers.

New York City boy | Pet Shop Boys
(Nightlife, 1999)
A forza di ammirare e imitare i Village People, i Pet Shop Boys divennero i Village People: quasi più Village People degli originali.
So young, so wrong, it’s New York city!

Leaving New York | REM
(Around the sun, 2004)
Un’altra canzone scritta dall’aeroplano, questa volta sulla costa opposta rispetto a “Electrolite”: dedicata alla seconda città di adozione di Michael Stipe, con un attacco del refrain stupendo: “you might have laughed if I told you...”.

New York City serenade | Bruce Springsteen
(The wild, the innocent and the E street shuffle, 1973)
Sensazionale introduzione di pianoforte e un pezzone che parte languidissimo e poi diventa una specie di suite di dieci minuti.

New York, New York | Liza Minnelli
New York, New York
I want to wake up in that city
that never sleeps
and find I'm king of the hill

San Francisco | Village People
(San Francisco, 1977)
Celebrazione della città dove si poteva tutto, ai tempi in cui si poteva tutto, prima che arrivasse l’apocalisse a rinchiudere tutti in casa.

San Francisco (Be sure to wear flowers in your hair) | Scott McKenzie
(singolo, 1967)
Canzone pubblicata nel giugno del 1967 per promuovere il Festival di Monterey, fu subito una hit. Il testo diceva "Se stai andando a San Francisco, sii sicuro di avere qualche fiore tra i capelli"). La canzone è apparsa in molti film, tra i quali Il laureato e Forrest Gump.

San Diego serenade | Tom Waits
(The heart of saturday night, 1974)
Tom Waits che si traveste da Billy Joel. «Parla di una ragazza, tanto tempo fa. Ero pazzo di lei. Anche suo marito». E anche: «L’ho scritta pensando a Ray Charles, pensando che gli sarebbe piaciuto cantarla. Non so perché. Non l’ho mai conosciuto».

Walking in Memphis | Marc Cohen
(Marc Cohen, 1991)
Saw the ghost of Elvis on Union Avenue
Followed him up to the gates of Graceland
Then I watched him walk right through
Now security they did not see him
Anche Cher ne ha fatto una cover.

Parigi | Paolo Conte
(Paris milonga, 1981)
«Ci sono due amanti che si incontrano e rapidamente finiscono in un piccolo hotel, e tutto si raccoglie intorno alla frase: "intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Francia". Mentre a me italiano è piaciuta questa frase quando l’ho scritta, mi suonava bene (perché la Francia è, per me italiano, l’estero), quando ho avuto la possibilità di soffermarmi su una traduzione in francese perché un francese la cantasse, mi sono accorto che al traduttore dava fastidio pronunciarla, così come a me avrebbe dato fastidio dire “pioggia, pioggia, pioggia e Italia”. Ho provato a dire al traduttore: e se dicessi “intorno è solo pioggia, pioggia, pioggia e Olanda”? – Risposta: sì, sì, va benissimo».

Paris | The Chainsmokers
(Memories ... do not open, 2017)
We were staying in Paris
To get away from your parents

Paris latino | Bandolero
(singolo, 1983)
Brano disco-funk-rap che ebbe un grande successo in Europa all'epoca. Il testo è un miscuglio di francese, spagnolo e inglese.

San Tropez | Pink Floyd
(Meddle, 1971)
"San Tropez" (scritto san) è una canzone di Roger Waters, con un andamento tra Burt Bacharach e gli Steely Dan. Una leggenda a lungo tramandata vuole che un verso dica "making a day for Rita Pavone", cosa di cui si era vantata anche l’interessata. In realtà è "making a date for later by phone".

Deauville sans Trintignant | Vincent Delerm
(Vincent Delerm, 2002)
Elle repense à ce film
Qui se passe à Deauville
C'est un peu décevant
Deauville sans Trintignant

Evreux | Vincent Delerm
(Kensington Square, 2004)
Vincent Delerm è un cantautore francese (tra i miei preferiti), figlio dello scrittore Philippe Delerm, l'autore di La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita. Vincent Delerm è nato a Evreux.

Vienna | Ultravox
(Vienna, 1980)
"Vienna" fu una strepitosa invenzione degli Ultravox, una canzone marziale, strana abbastanza da affascinare mezza Europa e rendere riconoscibile la band. Elettronica e gravità notturne, vistose affinità estetiche con il film Il terzo uomo, vera new wave, il canto appassionato di Midge Ure“this means nothing to me!” – a celebrare miti e decadenze della città.

Budapest | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Barcelona | George Ezra
(Wanted on voyage, 2014)

Lugano addio | Ivan Graziani
(I lupi, 1977)
«Si tratta di una storia abbastanza semplice di un ragazzo del sul e di una ragazza del nord, chiaramente si innamorano il che è una cosa normalissima, ma si innamora sopratutto di quello che lei rappresenta cioè quello che è il mondo, che è totalmente diverso dal suo.» Cosi diceva Ivan in un documentario della Rai, presentando il brano. Nel brano viene citata "Addio a Lugano", una popolare canzone anarchica scritta da Pietro Gori nel gennaio 1895.

Firenze - Canzone triste | Ivan Graziani
(Viaggi e intemperie, 1980)
Storia d’amore sfortunata ruotante intorno a tre personaggi che vivono in una città non loro per ragioni di studio. La ballata si dipana in un continuo dialogo tra il soggetto narrante e il Barbarossa, soprannome dello studente di filosofia irlandese, rimasti senza la donna contesa, dal momento in cui lei getta nell'Arno i suoi disegni con l’intenzione di tornarsene a casa sua. E quando anche il Barbarossa se ne tornerà in Irlanda con la sua laurea in filosofia, non ci sarà davvero più nessuno a parlargli di lei, come se non fosse mai esistita.

Lei, lui, Firenze | Brunori Sas
(Poveri Cristi vol.2, 2011)
Ancora Firenze, ancora una cosa a tre: la città, lui e lei.

Playlist


Brani citati


Altri brani, non su Spotify

AA. Philadelphia | Neil Young