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La versione di Barney

(Mordechai Richler, 1997, Adelphi)

Racconto della vita di Barney Panofsky, scritta in forma di autobiografia.
Tanto movimento in questo romanzo. Presente e passato si fondono in una narrazione che fa dei salti temporali repentini e immediati, senza preavviso, che potrebbero frastornare la lettura e che invece si integrano in un intreccio incredibile.
La musica qui è fondamentale e ci aiuta a capire l’atmosfera, contestualizza la storia in un’epoca e in un luogo ben precisi, con una certa cultura e una fascia sociale ben definiti. Dixieland, jazz e musica classica si fondono in un’ambientazione sublime e affascinante.


If I knew you were comin’ I’d’ve baked a cake | Eileen Barton

Requiem in D Minor: Introitus requiem aeternam | Wolfgang Amadeus Mozart

Mairzy Doats | The Merry Macs

Si tu vois ma mère | Sidney Bechet

All the things you are | Charlie Parker

Blue in green | Miles Davis

On the sunny side of street | Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, Sonny Stitt

West Side Story: Act 1: America | Leonard Bernstein

Sonata al chiaro di luna | Ludwig Van Beethoven

Le quattro stagioni: L’autunno | Antonio Vivaldi

Concerto di Varsavia | Richard Addinsel

Overture 1812 | Tchaikovsky

When you’re smiling | King Oliver

Bye bye blues | Louis Armstrong

Make me a pallet on your floor | Buddy Bolden

Lipstick on your collar | Connie Francis

Mr. Five by five | Ella Mae Morse, Freddie Slack

Civilization - Bongo, Bongo, Bongo | The Andrews Sisters

Sleigh ride | Spike Jones

Shoo fly pie and apple pan dowdy | Dinah Shore

Ac-cent-tchu-ate the positive | Jools Holland

I’ll be seeing you | Billie Holiday

This land is your land | Woody Guthrie

My fair lady: without you | Frederick Loewe

The bluebird of happiness | Jan Peerce

Le Nozze di Figaro, K. 492: Sinfonia | Wolfgang Amadeus Mozart

Guglielmo Tell: Overture | Gioacchino Rossini

Blueberry Hill | Fats Domino



Playlist

Neil Young

(1945, Toronto, Canada)

Neil Young è canadese, ha passato i sessant’anni ed è sulla breccia da quaranta. È stato il mito di un paio di generazioni ed è andato vicino a esserlo per una terza. Le sue mille straordinarie canzoni si dividono sostanzialmente tra le ballate acustiche country-folk e i rockacci ante-grunge. In tutto questo, ha pure fatto parecchie cose inutili (e ancora ne fa), ma quale mito non ha i suoi momentacci?

Broken arrow
(Buffalo Springfield again, 1967)
I Buffalo Springfield furono la prima band di Neil Young. Con lui c’era già Stephen Stills: la band fece due dischi e poi si sciolse. Nel secondo c’erano tre canzoni di Young, molto indipendenti dal resto dei Buffalo Springfield e già parte della sua carriera solista. “Broken arrow” è una visione musicale complicata, una specie di"Lucy in the sky with diamonds”, che alterna strofe meravigliose a inserimenti sonori anomali e incongrui. Ed è bellissima. “And when it was over it felt like a dream...”

Cowgirl in the sand
(Everybody knows this is nowhere, 1969)
“Cowgirl in the sand” è il primo grande classico di Neil Young: un pezzo col quale spiegare a un bambino di sei anni che cosa è “rock”. L’attacco è come quando si sgombera la scrivania con un solo gesto dell’avambraccio. Ma per dieci minuti interi tutto è perfetto nella melodia e sensazionale nell’uso delle chitarre. C’è solo “Like a hurricane” meglio di così.

Helpless
(Déja vu, 1970)
Crosby, Stills e Nash esistevano già da un disco, ma con Déja vu diventarono Crosby, Stills, Nash & Young, un marchio effimero ma definitivo come Gianni e Pinotto, o Procter & Gamble. Young non si mescolò agli altri: si mise buono da una parte quando non toccava alle sue canzoni, e chiese ai tre di fare lo stesso con le sue, che sono a tutti gli effetti canzoni di Neil Young. In “Helpless” gli altri si limitano al coretto: è una canzone dolcissima di ricordi autobiografici, che comincia con “c’è una casa in North Ontario” (la piccola casetta in Canadà, insomma) e poi ha un verso inverso (un po’ come la faccia sovrapposta a quella di chissà chi altro in “Rimmel”): “blue blue windows, behind the stars”. Ne fece una gran versione con la Band (quella con la bi maiuscola, quella con il “the” davanti), registrata in The last waltz.
(Aneddoto scabroso: il regista del relativo film sul concerto celebrativo della Band, Martin Scorsese, dovette fare i salti mortali per occultare il baffo di cocaina che si vedeva uscire dal naso di Young durante “Helpless”).

After the gold rush
(After the gold rush, 1970)
Già “Helpless” era una specie di sogno, e sogni ne avrebbe raccontati ancora per molto tempo. Qui comincia così: “well I dreamed I saw the knights in armour come”. E poi c’è ancora moltissimo del suo linguaggio frequente: arcieri, lune, soli.
“After the gold rush” è una canzone lenta e inesorabile, col pianoforte in grande evidenza, con una specie di corno, e una malinconia generale che circonda il racconto piuttosto criptico di una visione da fine del mondo: racconto che è oggetto da sempre di mille interpretazioni. In una delle molte cover, Linda Ronstadt, Dolly Parton ed Emmylou Harris hanno sostituito il verso “avevo voglia di stonarmi” con “avevo voglia di piangere”, sostenendo che erano troppo vecchie per avere voglia di stonarsi (o almeno per cantarlo in giro).

Southern man
(After the gold rush, 1970)
Altro grande classico rock, con Nils Lofgren che pesta sul pianoforte dall’inizio alla fine mentre le chitarre fanno il loro porco mestiere. La canzone parla del razzismo negli Stati del Sud, e ricevette una risposta in “Sweet home Alabama” dei Lynyrd Skynyrd, con i versi: “I hope Neil Young will remember, the Southern man don’t need him around anymore”.

Don’t let it bring you down
(After the gold rush, 1970)
“Old man”, “full moon”, “the sky”, “down to the river”, le solite cose. Ma una costruzione originalissima, con un solo ritornello finale che si blocca in una pausa da cui si ripete con una nuova dolcezza, rovesciandosi come acqua che trabocca sul resto sulla canzone. E poi c’è questo bel titolo: "Non buttarti giù”.

Birds
(After the gold rush, 1970)
“Birds” è nello stesso disco di “After the gold rush”, e le somiglia. Dolce, lenta, solo pianoforte e voci. Ma questa è una bellissima canzone d’amore, anche se di un amore finito.

Out on the weekend
(Harvest, 1972)
A molti grandi del rock poi capita anche il disco che stravende, quello con cui si portano a casa non solo i fans ma anche il resto del mondo. Per Neil Young, quello fu Harvest, e a risentirlo ancora si capisce il perché. “Penso che farò le valigie e mi comprerò un pick-up, e me ne andrò a Los Angeles”, è l’inizio del disco, molto country nei suoni, più di quanto Young avesse accennato finora. L’armonica è memorabile, e fa il paio con quella di “Heart of gold”, nello stesso disco.

Alabama
(Harvest, 1972)
Fu “Alabama” che fece traboccare il vaso della pazienza dei Lynyrd Skynyrd, che allora pubblicarono “Sweet home Alabama”. Ancora sui pregiudizi del Sud e sul desiderio che ne esca il meglio, una stupenda ballata rock con un grande equilibrio tra la strofa melodica (il modo in cui dice “windooows, down in Alabama” fa rizzare i capelli) e l’aggressività del refrain.

Words
(Harvest, 1972)
Come in “Alabama”, su “Words” canticchiano Stephen Stills e Graham Nash, ma il grosso lo fanno pianoforte e chitarre, con un andamento formidabile, triste, solitario e finale.

Heart of gold
(Harvest, 1972)
Keeps me searching
for a heart of gold
And I’m getting old.

See the sky about to rain
(On the beach, 1974)
Racconta ancora qualcosa di inquietante all’orizzonte, come in “After the gold to rush”, ma qui il suono è più west coast (e il titolo del disco è On the beach), con un organo à la Doors.

Tired eyes
(Tonight’s the night, 1975)
“Please take my advice”: una anomala canzone di Neil Young, bellissima e sonnolenta come gli occhi del titolo, con lui che di fatto parla, più che cantare. Salvo lasciarsi andare nella dolcezza del refrain.

Long may you run
(Long may you run, 1976)
Per quelli di queste generazioni, sono due gli auguri immortali tra cui scegliere quando si lascia un amico: “che la forza sia con te” e “long may you run”. Nell’originale della citazione – la canzone che dava il titolo al disco inciso insieme a Stephen Stills – il saluto era diretto alla vecchia Pontiac del ’53 di Young.

Like a hurricane
(American stars’n’bars, 1977)
Per me, numero uno: tra le dieci grandi canzoni della storia del rock. Quando Neil Young la scrisse, era un periodo che non poteva cantare per un intervento alle corde vocali seguito a un eccesso di cocaina. Ce n’è una bella e agguerrita cover di Jay Farrar nel suo Stone, steel & bright lights.

Lotta love
(Comes a time, 1978)
Ballatina amabile, tratta da Comes a time, che fu un bel disco di indulgenze country. Diventò famosa nella versione di Nicolette Larson, e viceversa. Poi per gli italiani l’equivoco bellicoso del termine “lotta” è divertente, come in “Whole lotta Rosie” degli AC/DC (sta per “lot of”: “ci vorrà un sacco d’amore”).

Four strong winds
(Comes a time, 1978)
Non era di Neil Young, ma di un cantautore canadese di nome Ian Tyson, che l’aveva scritta una ventina d’anni prima. Un’allegra canzone country sulla volatilità delle cose e delle vite. Young la cantò ancora al Live 8 di Toronto, nel 2005.

& Hey hey, my my
(Rust never sleeps, 1979)
"Rust never sleeps" era lo slogan pubblicitario di un antiruggine. Divenne il titolo del disco e un verso della canzone principale, che ha due versioni simmetriche: una rock e l’altra acustica. La prima è un pezzone travolgente che affronta il ruolo di Neil Young stesso nei confronti dei cambiamenti sulla scena del rock internazionale (“the king is gone but he’s not forgotten, is this the story of Johnny Rotten?”), e contiene il verso-manifesto “rock and roll will never die”. Il grunge praticamente verrà da qui (un altro verso della versione acustica, “it’s better to burn out than to fade away”, sarà citato nella nota lasciata da Cobain prima di uccidersi).

Powderfinger
(Rust never sleeps, 1979)
E qui era ancora capace di fare una canzone nel solco di “Cowgirl in the sand” e “Southern man”, con l’ausilio dei fedeli Crazy Horse: “look out mama there’s a white boat comin’ up the river”. “Powderfinger” è uno dei classici del secondo Neil Young (ormai siamo già al quarto, o quinto), di cui hanno fatto una bella cover i Cowboy Junkies.

Lost in space
(Hawks & doves, 1980)
Hawks & doves non ebbe una grande accoglienza: un po’ perché era un ritorno a suoni country più convenzionali, un po’ perché aveva degli espliciti apprezzamenti per l’America reaganiana, un po’ perché in effetti non era un gran disco. Ma ha qualcosa di gradevole, se non i capolavori del Neil Young consueto. “Lost in space” è una dolce ballata, con un inatteso coretto da cartoni animati. Dove dice “losing you, I heard I was losing you” è un po’ come quando De Gregori canta “mi dicono che stai vincendo e ridono da matti”.

AA. Philadelphia
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

Change your mind
(Sleeps with angels, 1994)
Eccolo il pezzone rock. Il disco successivo di Neil Young risente molto di quell’andamento dolce e ricco di pianoforte, quello di "Philadelphia", e molto della morte di Kurt Cobain. Ma c’è anche qualcosa più sonoramente alla Crazy Horse, con le chitarre giuste che vanno avanti un quarto d’ora.

It’s a dream
(Prairie wind, 2005)
«Ho scritto “It’s a dream” e l’ho portata in studio il mattino seguente per registrarla: e ho detto a Ben Keith (il produttore di Prairie wind): “Ben, sai cosa? Qui ci starebbero bene degli archi, che ne pensi? Chiamiamo Chuck Cochran?”. Così chiamiamo Chuck, che ha curato gli archi per Comes a time e in due ore quello arriva. E non lo vedevamo da almeno 15 anni». Mentre registravano, a Nashville, a Neil Young fu diagnosticato un aneurisma cerebrale. Si fece operare, e tornò a finire il disco.

Ordinary people
(Chrome dreams II, 2007)
Diciotto minuti di pezzone rock come li faceva quarant’anni prima (e in effetti risaliva a vent’anni prima), con aggiunta sensazionale di fiati che potrebbero andare avanti all’infinito. Ci sono quelli che da un certo punto in poi puoi star certo che non infileranno mai più un buon disco. Neil Young non lo sai mai.


Brani citati
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Altri brani, non su Spotify

AA. Philadelphia | Neil Young


Like a hurricane | Jay Farrar

Otis Redding

(1941, Dawson, Georgia, USA – 1967, Madison, Wisconsi, USA)

Otis Redding era nato in Georgia, come Ray Charles, ma visse solo 26 anni: gliene bastarono pochissimi per diventare un mito del soul, anzi il mito del soul. Nessuno cantava come lui, e a differenza della maggior parte dei suoi colleghi si scriveva molte canzoni da solo. Morì in un incidente aereo tre giorni dopo aver inciso la sua canzone più celebre.

I can’t turn you loose
(1965)
«Ma è la canzone dei Blues Brothers!»: già, è la canzone con cui si aprivano i concerti dei Blues Brothers.

Nobody knows you when you’re down and out
(The soul album, 1966)
Redding andava matto per Sam Cooke: quel che faceva lui, voleva rifarlo. Compreso questo vecchio standard di Jimmy Cox.

Cigarettes and coffee
(The soul album, 1966)
Quattro minuti di nulla soul, perfetti, con solo una sigaretta, un caffè, una ragazza e una sezione fiati da paura.

Try a little tenderness
(Complete and unbelievable: the Otis Redding dictionary of soul, 1966)
Questa è grandissima: il modo in cui entrano i fiati e sale il ritmo e lui che dice “ne-va’... ne-va’... ne-va’...” e “sen-ta-men-ta’...”. Redding ne fa quello che vuole.
E poi la canzone – che aveva già trent’anni allora – è una delle cose più beneducate e galanti che sia mai stata scritta per una ragazza.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #204 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

& I’ve been loving you too long
(Otis blue: Otis Redding sings soul, 1966)
Mescolare sentimentalismo e concretezza pratica, attraverso la tesi che uno ti abbia amata ormai così a lungo che sarebbe assurdo smettere ora, è un’idea geniale. La lunga versione al Festival di Monterey è una leggenda delle esecuzioni dal vivo.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #110 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

When something is wrong with my baby
(King and queen, 1967)
Ma chi, chi, chi di noi ragazzi non vorrebbe avere una Carla Thomas accanto che gli dica “quando è triste il mio piccolo, sono triste anch’io”? Chi, chi, chi?

(Sittin’ on) The dock of the bay
(The dock of the bay, 1968)
L’inno alla dolcezza del pigro guardar le navi passare alla faccia delle pressioni del mondo. Otis Redding la compose su una houseboat dove si era sistemato dopo la sua celebre esibizione al Festival di Monterey, e la registrò il 7 dicembre 1967, fischiettando l’ultima strofa in attesa di trovare i versi giusti. Tre giorni dopo l’aereo su cui viaggiava precipitò in un lago del Wisconsin. Lui aveva 26 anni. Diventò il suo più grande successo di sempre, fischiettato.
Ne esistono ovviamente molteplici cover, tra cui una di Battiato.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #28 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

White Christmas
(Soul Christmas, 1968)
La più classica delle canzoni di Natale, scritta da Irving Berlin e tolta da Redding ai sottofondi dei negozi del centro e dello shopping compulsivo, per farne una roba sofferta, appassionata, lamentosa (“may your days... may your days...”, wow). Una roba soul.


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Quarantunes: le precauzioni

Continua da Quarantunes: i sintomi. La serie completa consiste in: la pandemia, i sintomi, le precauzioni e infine la ripartenza.

Every breath you take | The Police
La canzonetta perfetta dei Police. Un po’ troppo melensa per i fans duri e puri: malgrado Sting abbia poi confermato la possibilità che parli di uno stalker piuttosto che di un premuroso fidanzatino di Peynet. Ma c’è quel giro di chitarra, da esporlo in un museo. Fu un successone: si dice che Sting guadagni 2000 dollari al giorno solo dalla sua programmazione sulle radio americane. Anni dopo, tornò in auge con una rielaborazione hip-hop di Puff Daddy ().

Il cielo in una stanza | Gino Paoli

Altrove | Morgan
Da Canzoni dell'appartamento. E dove se no?

Apartment story | The National
Nelle ultime 4 settimane sono diventato un profondo conoscitore del mio appartamento.

Faccio la mia cosa | Frankie Hi-Nrg
"Nella casa". E dove se no?!?

Work from home | Fifth Harmony, Ty Dolla $ign

U can't touch this | MC Hammer

Wash | Bon Iver

Afraid of everyone | The National
"Paura di tutti". Quella che era una critica severa della cultura mediatica che prospera sulla paura, ora è ancora più attuale

Don’t stand so close to me | The Police
Ancora quegli ipocondriaci dei Police. Non starmi così vicino, stai a un metro. Anzi, stai a casa tua.

Stai lontana da me | Adriano Celentano
Anche Celentano non scherza con la paura di contagio. Questa però è un 'falso italiano', essendo la cover tradotta di "Tower of strenght" di Gene McDaniels, musicista di R&B soft.

Far from me | Nick Cave
E Nick Cave non è da meno ...

2000 miles | The Pretenders
... senza arrivare però all'esagerazione dei Pretenders.

Asshole pandemic | Pkew Pkew Pkew
“Stronzo pandemico”. Si tratta di colui che non prendendo troppo sul serio questa vicenda ha deciso di non praticare il "distanziamento sociale", mettendo forse a rischio la sicurezza di tanti e comunque allungando i tempi della quarantena per tutti.

Io e te da soli | Mina
Scritta da Mogol e Battisti, suonata dalla PFM (e Battisti al pianoforte). Più gospel di altre e il grosso del lavoro lo fa Mina<: “Per pietà, per carità!”.

A shot in the arm | Wilco
In tutta onestà, non credo che Wilco qui intendesse dire "starnutisci nel gomito" e nemmeno "inoculati il vaccino" (comunque, non il vaccino). Ma facciamo tutti finta di crederci.

Isolation | John Lennon
È l’esatto contrario, concreto, del sogno di “Imagine”. “Abbiamo paura di tutti / abbiamo paura del sole / isolamento".

Isolation | Joy Division
Isolamento, uno stato d’animo che qualcuno cerca. E che qualcun altro si ritrova costretto a vivere. Con la paura addosso.

This town ain’t big enough for both of us | Sparks
"Questa città non è abbastanza grande per noi due". Dobbiamo distanziarci!

La solitude | Barbara
C’è chi raccoglie per strada un gatto, e pensa che serva contro la solitudine. E chi invece raccoglie per strada la solitudine, e ci si affeziona.

La solitudine | Laura Pausini
Evvai! Sono riuscito a infilarci anche la Laura, con l'obiettivo di rendere più 'nazional-popolare' questa playlist. Ma - lo confesso - questa canzone mi è sempre piaciuta.

(In my) Solitude | Billie Holiday
“In my solitude / you haunt me / with reveries / of days gone by”. Canzone di Duke Ellington. Lei dà l’impressione che se anche lui tornasse, sarebbe sola lo stesso.

Solitary man | Neil Diamond
Dopo l’hanno cantata in molti, e anche meglio di lui che l’aveva scritta (anche se i fiati qui sono impagabili, se non vi scappa da ridere). Ad esempio è perfetta per Johnny Cash () e la sua eterna immagine di dignitosa sofferenza. Bella anche la versione di Chris Isaak. In Italia fu tradotta per Gianni Morandi: “Se perdo anche te”.

Io mi rompo i coglioni | Bugo
Ebbene sì!

(They long to be) close to you | The Carpenters
"Vorrebbero esservi vicini". Popolare brano composto da Burt Bacharach, portato al successo nel 1970 dai Carpenters, ma interpretato da molti altri, tra cui i Cranberries ().

Da non fare a casa e sopratutto fuori

Abbracciala abbracciali abbracciati | Lucio Battisti
Una di quelle matasse fantastiche di suoni che si inventava Battisti.

Close to me | The Cure
Di nuovo una canzonetta pop, questa volta senza le chitarre e persino con dei fiati. «Come quei giorni in cui senti di non aver combinato niente, e non vedi l’ora di chiudere la giornata e cominciarne un’altra. E ti dici che farai un sacco di cose, domani. Ma il giorno dopo è come il precedente, e a volte va avanti per settimane» disse Robert Smith. Speriamo di no, adesso.

Stand by me | Ben E. King
Il più grande successo di Ben E. King. In Italia la cantò nel 1962 Adriano Celentano con il titolo "Pregherò" () che, per chi crede, non è affatto fuori luogo.

Stand by me | Oasis
Tutti insieme ora: “STAND-BY-ME!”. La mamma di tutti i tormentoni degli Oasis. Ha un verso fantastico, sovversivo rispetto al canone delle canzoni d’amore che dicono “vieni via con me, tutto sarà meraviglioso, ci ameremo per sempre”: “Stand by me” dice “stai con me, va’ a sapere come andrà a finire”.

I’ll stand by you | The Pretenders
Power-ballad all’americana, con i Pretenders primi ad ammettere di averla scritta per le classifiche, consci che fosse un po’ troppo qualsiasi per il loro stile. Ma funzionò.

Stand by your man | Tammy Wynette
Nessuno canterà mai “Stand by your man” meglio di Tammy Wynette<, e nessuno trascinerà mai con altrettanta passione la sillaba finale di quel “the love you caaaaaan!”. Ma detto questo, può darsi che a voi maschi in quarantena là fuori venga la lacrima facile anche con la versione di Lyle Lovett (), come agli omaccioni del locale country dei Blues Brothers. Bella anche la versione di Carla Bruni ().

Stand by my woman | Lenny Kravitz
Per par condicio, ecco la canzone simmetrica della precedente. Qui siamo sul soul soul, con un pianoforte Beatles, e la solita grandezza di Kravitz nello staccarsi dalla voce vellutata a quella appassionata, tirata fuori dalla gola infilandoci la mano fino all’avambraccio.


Strani giorni | Franco Battiato
Sarà perché mi piace Battiato o sarà perché Battiato è talmente grande da aver riempito le nostre vite di canzoni straordinarie e sempre attuali. Sia come sia, dal solo album L'imboscata si potrebbero estrarre 5 brani per questa playlist: oltre a questo e a "La cura", anche "Amara solitudine" (), "Serial killer" () e, con un tocco finale di ottimismo, "Splendide previsioni" ().

Strange days | The Doors

Io sto bene | CCCP - Fedeli Alla Linea
Pezzo non rassicurante come potrebbe far pensare il titolo. E non propone il miglior modo di gestirsi se occorre stare chiusi in casa. “Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport”, con dissonanze punk e desolazioni padane. È la “This is not a love song” dei CCCP.

Stayin' alive | Bee Gees
Ancora dalla colonna sonora de La febbre del sabato sera.

Only the strong survive | Jerry Butler
Mammà lo diceva sempre: “sopravvivono solo i più forti”.

Vivo morto o x | Ligabue

I will survive | Gloria Gaynor
Un pezzo carico di speranza e anche un hashtag perfetto, peraltro ripreso con ironia e buone intenzioni proprio in occasione della pandemia corrente. Da ricordare la versione ‘nerd’ ed 'explicit' dei Cake. ()

Knockin’ on heaven’s door | Bob Dylan
"Bussare alle porte del paradiso". Quanto ci accadrà se ci andrà male. Anzi bene. Anzi male. Qui propongo anche la versione di Antony and the Johnsons (), cantata da Antony per imparare a suonare la chitarra.

Ode to my family | The Cranberries
"Ode alla mia famiglia": in generale, che resiste con noi; in particolare, che pulisce h24 mentre io faccio playlists ... . Questa canzone entra in testa: già come inizia, è pura spietatezza acustica. Potrebbero fare un remix che fa solo “dudduruddù” tutto il tempo. È una cosa affettuosa verso la famiglia, l’andarsene, i tempi che furono e che inevitabilmente non sono più. “Dasèniuan cheeher, dasèniuan cheeher, dasèniuan cheeher...”.


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