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Coldplay

(1998, Londra, Inghilterra)

I campioni di un trend rockmelodico inglese nato alla fine del millennio scorso e dilagato nel successivo: molto pianoforte, ricche orchestrazioni, voci levigate e pulitine. Alla stessa tendenza appartengono i Travis, i Muse, iKeane. Ma nessun altro ha venduto altrettanto, né ha fatto una bambina con Gwyneth Paltrow. Comunque, tanto per dare un’idea dell’originalità delle loro creazioni, questo è quanto ne dice Wikipedia: «Coldplay’s early material was reminiscent of artists such as Radiohead, Oasis, Jeff Buckley, Travis and Kate Bush. Martin has stated that he has been hugely influenced by U2. Other influences include Pink Floyd, A-ha, R.E.M, Echo and the Bunnymen,Bob Dylan, The Flaming Lips and, more recently, Johnny Cash and Kraftwerk». Manca solo Rita Pavone.

ascolta anche: Keane - Snow Patrol - Muse - James Blunt - Radiohead - Ed Sheeran
Brani citati
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New Order

(1980-2006, Manchester, Inghilterra)

I Joy Division avevano annunciato la new wave, alla fine degli anni Settanta. Quando il cantante Ian Curtis si uccise, nel 1980, i restanti tre formarono i New Order e annunciarono la nuova dance elettronica, la cosiddetta club culture, e la house music, sempre tenendo un piede nel canone della new wave. Una band sfuggente, dedita a lunghe assenze e a severe censure sulla propria immagine, sempre rigorosa e “avanti”. In Gran Bretagna li idolatrano. .

ascolta anche: Depeche Mode - Echo & the Bunnymen - The Cure - The The - Joy Division
Brani citati
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The Cure

(1976, Crawley, Inghilterra)

«Mi piacciono i Cure, ma i primi Cure...» è diventata la battuta che identifica quelle noiose macchiette umane che attribuiscono a qualsiasi cosa una deprecabile involuzione commerciale (ci giocò anche Woody Allen, con la battuta su se stesso «mi piacciono i suoi vecchi film, quelli comici»). I primi Cure in realtà somigliavano più agli ultimi Cure rispetto ai Cure di mezzo, quelli dissonanti e tenebrosi, che definirono il dark e il cosiddetto gothic rock. Associati alla faccia di Robert Smith e alla sua criniera leonina, furono l’aspetto “strano” e mi-si-nota-di-più degli anni Ottanta, la cosa migliore a cui rivolgersi per sopire l’indignazione contro la Milano da bere e i degenerati Duran Duran.

Boys don’t cry
(Boys don’t cry, 1980)
Qui, appunto, erano ancora piuttosto sgarzolini. Crisi sentimentale adolescenziale, giro di chitarra killer, e se la sente uno che non sa niente dei Cure, col cavolo che lo convincete che furono l’anima dark degli anni Ottanta.

Charlotte sometimes
(1984)
Viene da un libro per bambini di Penelope Farmer, Charlotte viaggia nel tempo. Ha una grande melodia, eppure diventano finalmente prevalenti basso e tastiere da brividi. Uscì solo come singolo.

The caterpillar
(The top, 1984)
Era quella del video con le farfalle nella serra, e con i violini.

Inbetween days
(Head on the door, 1985)
“Questa c’ha un tiro...” dice Matteo Bordone, conduttore di Dispenser su RadioDue. E ce l’ha eccome: canzonetta di chitarre sfrenate, che eliminava dalla pista schiere di dilettanti, in quelle serate alternative del giovedì. «È una canzone per gente a cui piace l’amaro assieme al dolce, gente capace di ballare, emozionarsi, pensare, e cantare allo stesso tempo» sostiene Bill Janovitz dei Buffalo Tom.
Yesterday I got so old I felt like I could die. Yesterday I got so old it ma- de me want to cry. Go on, go on, just walk away. Go on, go on, your choice is made. Go on, go on, and disappear. Go on, go on, away from here.

Close to me
(Head on the door, 1985)
Di nuovo una canzonetta pop, questa volta senza le chitarre e persino con dei fiati. «Come quei giorni in cui senti di non aver combinato niente, e non vedi l’ora di chiudere la giornata e cominciarne un’altra. E ti dici che farai un sacco di cose, domani. Ma il giorno dopo è come il precedente, e a volte va avanti per settimane» disse Robert Smith.

Why can’t I be you
(Kiss me, kiss me, kiss me, 1987)
Fu l’album – doppio – dei singoli pop da classifica, che andarono bene soprattutto negli Stati Uniti (dove era stato preceduto dal successo di una raccolta di singoli). “You make me, make me, make me, make me hungry for you!”.

Just like heaven
(Kiss me, kiss me, kiss me, 1987)
“Show me show me show me...”. Altra canzonetta, ancora più allegra, romantica e solare, non fosse per l’escamotage piuttosto facile di rivelare che si trattava solo di un sogno: non c’è nessuna ragazza con cui fuggire.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #483 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

One more time
(Kiss me, kiss me, kiss me, 1987)
Nessun altro potrebbe mettere in un testo tante frasi fatte, e passare per originale e alternativo. Nessuno fuorchè i Cure.
Take me in your arms
Never let me go
Take me in your arms tonight
Hold me
Just one more time

Lullaby
(Disintegration, 1989)
Di nuovo una cosa di insetti, e di nuovo una cosa inquietante e ansiogena alla vecchia maniera. Un incubo infantile di Robert Smith, “the spiderman is having you for dinner tonight”. «Creepy song» dicono gli americani.
‘Come into my parlour’, said the spider to the fly… ‘I have something…’

Pictures of you
(Disintegration, 1989)
“Ho guardato così a lungo queste tue fotografie, che quasi ho creduto fossero reali”. Lei non c’è più, e restano queste foto, e una canzone sentimentale e tempestosa. Piuttosto bella.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #278 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

< Lovesong
(Disintegration, 1989)
La quadratura del cerchio. Una canzone col più perfetto suono Cure, che pare uscita da un avanzo di “Charlotte sometimes”, con gli archi e il ritmo incessante, ballabile e il cui verso centrale è “I will always love you”, neanche fossero Whitney Houston. La canzone era per Mary, che Robert Smith stava per sposare, e che a un certo punto sussurra “fly me to the moon”, in omaggio a un classico standard romantico. (Non si è mai capito se sia “Love Song” o “Lovesong”: sui dischi è scritto in entrambi i modi).

Friday I’m in love
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”.

E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri.
It’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff.

A letter to Elise
(Wish, 1992)
“Appena la raccolgo mi sfugge tra le dita, come sabbia”: vecchia immagine ungarettiana, che funziona sempre. E anche a scrivere una canzone per una ragazza che si chiamasse Elisa ci aveva pensato un altro, duecento anni prima: ma non gli era venuta così bella.


Brani citati
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Roxy Music

(1971-1983, Newcastle, Inghilterra, Regno Unito)

Senza offesa per nessuno, si può dire che i Roxy Music siano stati il trait d’union tra i Velvet Underground e i Duran Duran. Con l’ambizione avanguardistica e intellettuale dei primi e la vanità estetica dei secondi, e la contiguità con modelle ed élites creative di entrambi. Identificati nettamente con la faccia, il vocione e la paraculaggine di Bryan Ferry, furono ispirazione per la new wave degli anni Ottanta e sperimentatori di stranezze melodiche ed enfasi teatrali. Fecero grande musica e canzoni stupende.

Beauty queen
(For your pleasure, 1973)
Qui c’era ancora Brian Eno, che poi avrebbe lasciato il gruppo in cerca di maggiori sperimentazioni e avrebbe trovato pane per i suoi denti. La regina del titolo è una modella e si chiamava Valerie (dovevano ancora arrivare Jerry Hall e Amanda Lear, nella vita di Ferry e sulle copertine dei Roxy Music).

A song for Europe
(Stranded, 1973)
Esibizione da palcoscenico di struggente decadenza, un circo gigionesco insuperabile. Lui è lì, seduto a questo caffè deserto, che pensa a lei, ma pare di vederlo in vestaglia attaccato alle tende della camera d’albergo, a Parigi o a Venezia. Nella canzone ci sono gondole, francese, latino, e rime sorrow-tomorrow che avrebbero fatto impallidire Gazebo. Applausi, sipario. Applausi.

In your mind
(In your mind, 1977)
Fu il primo disco solista di canzoni sue di Bryan Ferry . Più roccheggiante in senso canonico, come testimoniano i tre monumentali colpi di batteria al cambio di strofa della title-track.

Dance away
(Manifesto, 1979)
Malgrado la storia sia insieme incongrua e abusata – lui la lascia a casa, le dà un bacio e la sera dopo lei sta “hand in hand” con un altro – a un certo punto, dopo essere inciampato persino in un “my whole world has changed”, Bryan Ferry si inventa questa: “you’re dressed to kill and guess who’s dying?”. Ma basta una notte sulla pista da ballo, e passa tutto.

Same old scene
(Flesh + blood, 1980)
Io lo vedo, Simon LeBon, da solo nella sua cameretta che riascolta “Same old scene” mille volte fino a conoscerne ogni suono, e poi si guarda allo specchio dentro l’anta dell’armadio, lo specchio a cui sono incollate con lo scotch le foto di Bryan Ferry, e si dice: “io voglio esser come te”.

Over you
(Flesh + blood, 1980)
Qui erano rimasti in tre, ma Phil Manzanera e la sua chitarra da soli bastano a rendere memorabile questa canzone. Poi c’è Bryan Ferry, naturalmente. L’intermezzo strumentale con la pianola tornerà buono a una dozzina di band inglesi dieci anni dopo.

Oh yeah
(Flesh + blood, 1980)
Stanno suonando la nostra canzone: “there’s a band playing on the radio, with a rhythm of rhyming guitars. They’re playing to you on the radio, and so came to be our song”. Una specie di grato inno all’autoradio e a tutte le emozioni che ci ha dato (escludendo quelle della mattina in cui ce l’avevano rubata).

Avalon
(Avalon, 1982)
Nella storia del rock l’elemento fondamentale sono le canzoni, e va bene. Ma ogni tanto un piccolo sottoelemento – i suoni – ottiene una sua propria e immortale identità. Quei due tocchi e mezzo di chitarra all’inizio di “Avalon” non sono nemmeno ancora una melodia, non sono niente: sono due suoni (e mezzo). Indimenticabili.

More than this
(Avalon, 1982)
Avalon fu l’ultimo disco dei Roxy Music, poi ognun per sé (Bryan Ferry già aveva cominciato a farsi i fatti suoi con buoni risultati). Fu anche il loro lascito agli anni Ottanta e al decennio che sarebbe stato segnato dai loro allievi. Se ne andarono alla grande, con un disco affollato di buone canzoni in ogni ordine di posti. Questa è la più nota, e permise loro di sfondare finalmente anche in America. Dove i 10,000 Maniacs se la presero per una bella cover.

Take a chance with me
(Avalon, 1982)
Questo dice che “people say I’m just a fool”. John Lennon in “Watching the wheels” spiegava che “people say I’m crazy”. Serpeggiava in quegli anni una certa inclinazione alla paranoia, tra le grandi rockstar.

Slave to love
(Boys and girls, 1985)
Sciolti i Roxy Music, Bryan Ferry riprese da dove aveva lasciato: cantando sempre con quell’aria da “spostati ragazzino, lasciami lavorare” (si veda in questo senso soprattutto l’attacco di “True to life” in Avalon), come se Elvis fosse vivo e gli piacessero le modelle. Si fece aiutare da Nile Rodgers, da Mark Knopfler e da David Gilmour, e spopolò con questa ballatona.

Windswept
(Boys and girls, 1985)
Fu il terzo singolo da Boys and girls, e decisamente più anomalo e originale dei primi due. Orientaleggiante, lounge ante litteram (non fosse per l’assolo di chitarra), ipnotica. Andò peggio in classifica, ma non se lo meritava.

AA. Feel the need
(Will you love me tomorrow, 1993)
Questa stava nel lato B di un EP il cui pezzo principale era “Will you love me tomorrow” (cover di Carole King), proveniente da Taxi. L’originale (“Feel the need in me”) era stata incisa dai Detroit Emeralds all’inizio degli anni Settanta, ma aveva conosciuto una riscoperta disco per conto della meteora Leif Garrett. Ferry le restituisce dignità a modo suo.

Is your love strong enough?
(Threesome, 1994)
Malgrado il ritornello sia irritante e fatto con la mano sinistra, l’attacco e l’arrangiamento, compresa l’enfatica conclusione a salire, salvano la canzone. Che fu incisa per i titoli di Legend, flop cinematografico di Ridley Scott con Tom Cruise.

It’s all over now, baby blue
(Frantic , 2002)
I dischi di cover e standards sono spesso l’inutile pensionato dove vanno a finire le carriere di grandi rockstar, ma con Bryan Ferry è diverso. Lui aveva già cominciato a raccogliere canzoni altrui quando era all’apice della carriera. Il suo disco del 1973, These foolish things, si apriva con “A hard rain’s gonna fall” di Bob Dylan. Quasi trent’anni dopo, complice la bellezza della canzone stessa, indovina anche la cover di “It’s all over now, baby blue”, ancora di Dylan. Spesso Ferry non sa tenere a bada la sua gigioneria e non tutte le altre sue versioni sono all’altezza, ma questa ha un gran ritmo.

Positively 4th street
(Dylanesque, 2007)
Dopo averci tanto girato intorno, nel 2007 Ferry fa un disco di sole cover di Dylan, e gli esce niente male (soprattutto con questa, con “Simple twist of fate” e con “Make you feel my love”). “Positively” viene bene ogni volta, è vero, ma lui la rende notturna e languida senza sbracare, e complimenti.


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AA. Feel the need - Bryan Ferry