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The Divine Comedy

(1989, Londonderry, Irlanda del Nord)

Questa non è mia, l’ho trovata su un sito internet: i «Divine Comedy sono lo pseudonimo di Neil Hannon, un cantautore pop irlandese con l’ambizione di diventare la sintesi new wave di Scott Walker, Morrissey e l’Electric Light Orchestra». Messa così fa un po’ ridere, ma non ci va lontanissimo. I tratti peculiarissimi dei Divine Comedy sono infatti i versi ispirati e ironici alla Smiths, degli arrangiamenti da show televisivo degli anni Settanta, e dotte citazioni qua e là. Il tutto facendo canzonette pop.

Lucy
(Liberation, 1993)
Per questo brano i Divine Comedy hanno semplicemente aggiunto le note ad alcuni versi dell'omonimo poema di William Wordsworth. Versi peraltro presi in ordine sparso: prima la strofa III, poi la II, poi la V. Che anche "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles sia ispirata alla stessa poesia?

Tonight we fly
(Promenade, 1994)
Al galoppo! E vai con archi e archetti. Neil Hannon stesso raccontò che a questo punto era molto condizionato dalle cose di Michael Nyman. "Tonight we fly” chiudeva il concept album dedicato alla giornata di due innamorati, e loro se ne volano via, o forse vanno felicemente a morire, “e se il paradiso non esiste, saremo davvero delusi o tristi? Cosa ci saremo persi? Questa vita è la migliore che abbiamo mai avuto”. La canzone preferita di Neil Hannon, tra le sue.

Songs of love
(Casanova, 1996)
Chitarre e corde, suono settecentesco e andamento filastrocco, ma molto più sobria delle altre cose dello stesso disco. Parla di sociologia sessuale, con questo tono aulico ed etereo: di giovani arrapati che si rincorrono per strada mentre io me ne sto qui a perseguire lo stesso obiettivo scrivendo canzoni d’amore. I controcanti sono fantastici.

Everybody knows (except you)
(A short album about love, 1997)
L’ha detto a tutti, l’ha spiegato ai suoi, ha fermato i passanti per dirglielo, lo sa chiunque, tranne lei. Che l’ama. Ha rincoglionito così tutti i suoi amici, con questa storia che l’ama, che non lo sopportano più e non ha più amici. E anzi, l’unica amica che ha è lei: che non lo sa o non ci vuole credere, che lui l’ama. Ci sta diventando scemo, insomma lei non può non saperlo, magari lo ama anche lei, ma non ne vuole sapere di saperlo. Pa-rapà-pappararapà...

National express
(Fin de siècle, 1998)
Capolavoro. Una delle canzoni più spiritose degli ultimi vent’anni. Se vi danno uno show televisivo, usatela assolutamente. Sembra la sigla di una cosa tipo Milleluci, quelle robe là. O Broadway in pieno splendore. Non si può cantarla e basta, come minimo bisogna attraversare le stanze a grandi falcate tenendo il tempo e mulinando le braccia, se non togliendo e rimettendo il cilindro. Il coro è sensazionale, le parole tessono le lodi di una linea di autobus (e c’è l’equivalente britannico dell’espressione “ha un culo che fa provincia”).

Generation sex
(Fin de siècle, 1998)
Un altro fantastico arrangiamento, su un testo che prende in giro il rapporto squinternato dei tempi con il sesso, dalle abiezioni dei media alle strampalatezze di ognuno, ai moralismi ipocriti. Grandi scioglilingua, evoluzioni orchestrali e tricchebballacche.

The certainty of chance
(Fin de siècle, 1998)
Può un batter d’ali di farfalla a Tokyo suscitare un tifone a New York? Certo, anzi, succederà di certo: solo che non sappiamo se sarà a New York, e neanche se sarà un tifone. È la certezza del caso.

I’ve been to a marvelous party
(Secret history, 1999)
Neil Hannon la inventò per un tributo a Noel Coward, attore, drammaturgo e autore di canzoni di lustro nazionale e internazionale. Non la si può raccontare. Ma ci provo. C’è prima una parte che pare un programma radiofonico degli anni Trenta con uno speaker impostatissimo che racconta aneddoti surreali sulle celebrità presenti a una festa del jet-set (sembra Franca Valeri quando prendeva in giro i ricchi rampolli in riviera): è un testo di Coward rielaborato. Dopo di che lo stesso racconto si trasforma in un pezzo techno (ma techno techno) devastante, che all’improvviso rientra nei ranghi precedenti con un pianoforte da cabaret. E poi di nuovo techno, fino alla straordinaria apertura liberatoria del coro nel finale.

Gin soaked boy
(Secret history, 1999)
Neil Hannon in crisi di identità elenca le mille cose che lo descrivono (“sono questo”, “sono quello”), in un crescendo di arrangiamenti e di “pappà-pappa-parara”. Alcune battute sono fulminanti: “sono la bella nella bestia”, “sono il perché no nel perché”, “sono Jeff Goldblum nella Mosca”.
Il titolo cita una canzone di Tom Waits, ma nel testo ci sono anche “I’m the ruby in the dust” (da “Cowgirl in the sand” di Neil Young), “I’m the ghost in the machine” (il disco dei Police) e "I’m the catcher in the rye" (il titolo originale del Giovane Holden).

Too young to die
(Secret history, 1999)
Non posso continuare a fare ‘sta parte tutta la vita, dice qui. Ho ventotto anni e continuo a comportarmi come un ragazzino con tutte queste balle di sogni e romanticismo. Devo lasciarmi alle spalle questa parte di me che privilegia l’arte sull’umanità. Forse è ora di cambiare. Chissà cosa gli era preso.

Perfect lovesong
(Regeneration, 2001)
Ancora teoria di scrittura di canzoni e sentimenti: “scriverò la canzone d’amore perfetta, con una linea di basso dei Beatles e un suono tipo vecchi Beach Boys.

Sticks and stones
(Absent friends, 2004)
A questo punto Hannon era rimasto solo, senza il resto della band. Non aveva un successo britannico da anni (men che mai nel resto del mondo), malgrado la rinnovata stima della critica. Non lo ebbe neanche questa volta, e la critica lo lodò ancora. Ci mise un sacco di archi, gli tornò il debole per Nyman, e in questa canzone usò un refrain enfatico e trascinante come ai vecchi tempi.

Our mutual friend
(Absent friends, 2004)
Questa poteva essere buona per la colonna sonora di Barry Lyndon. Un’escalation di archi dal ritmo formidabile e la voce di Hannon appassionata come mai a raccontare dell’innamoramento di una sera culminato in una delusione, con citazioni di “vecchi 45 giri”: “It’s not unusual” di Tom Jones e “True” degli Spandau Ballet. Il “frieeeend” finale è disperato, melodrammatico e stupendo, con l’orchestra che se ne va via lontano.

The happy goth
(Absent friends, 2004)
Ritratto ironico e affezionato di quella ragazzina nel periodo dark, che “si sente diversa dagli altri solo se sta da sola” e porta “Doctor Martens e una croce al collo”. Hannon cerca di confortare i genitori preoccupati: è una fase, e lei è contenta, tranquilli. E tutto il solito repertorio di grandi invenzioni melodiche.

There is a light that never goes out
(The Smiths is dead, 1996)
Chiesero a Hannon di partecipare a un disco di canzoni degli Smiths. Lui scelse la più bella canzone degli Smiths. Non era facile farla all’altezza dell’originale. Eppure.


Brani citati
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This is ...
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Altro brano, non su Spotify

15. There is a light that never goes out - The Divine Comedy - (The Smiths Is Dead, 1996)

Quarantunes: la pandemia

Ok, questa è una tragedia di dimensioni globali, che solo fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata pura fantascienza catastrofista. Ma mica possiamo arrenderci! Quindi la affrontiamo, in mezzo a tanti disagi e precauzioni, con resilienza, ironia (e scusami se ogni tanto può sembrarti invece cinismo) e ... tanta musica.

Ho infatti pensato di fare una playlist di 'tunes' per la quarantena: una 'quarantunes'! Anzi, visto che i brani da inserire si sono rivelati tanti li ho raggruppati in 4 playlists: la pandemia, i sintomi, le precauzioni e infine la ripartenza.

Nel preparare la lista ho cercato di evitare la 'sindrome del liceale che fa la cassettina' (o il CD o la chiavetta). Ovvero ho cercato di evitare, nei limiti del possibile, di selezionare brani solo perché nel titolo c'era una delle parole chiave del tema. Sopratutto ho messo solo brani che - a mio parere ovviamente - merita ascoltare. Inevitabile comunque l'affastellarsi di brani di epoche e generi diversi.

Spero che l'ascolto ti sia gradito e ti faccia passare gradevolmente il tempo, rimanendo a casa. Inoltre segnalami tutti quei brani che ho colpevolmente dimenticato.

Buon ascolto!


Virus | Björk
Canzone-carillon nella quale il virus che necessita di un corpo è metafora di amore incontenibile. Un’immagine che ora fa un po’ paura.

Virus | Martin Garrix

Toxic | Britney Spears

Infected | The The

Infected | Bad Religion

Contagious | Avril Lavigne

Catch my disease | Ben Lee

Tainted love | Soft Cell
“Amore contaminato” in origine lo cantava Gloria Jones, moglie di Marc Bolan e alla guida nell’incidente in cui lui morì: direi amore letale più che contaminato ... . In un ipotetico museo musicale stanno senz’altro le due note su cui è sostenuta tutta “Tainted Love”, difficile trovare un altro caso in cui due sole note, appunto, siano così immediatamente riconoscibili. Il resto, vien da sé.

It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) | REM
I testi dei REM non sono celebri per la loro comprensibilità. Eppure la frase che intitola una delle loro canzoni più famose si staglia nitida come una scultura di gelo. La riscrittura di <>Ligabue () perde ovviamente il confronto. Qualcuno ha scritto: « ... può far pensare giusto a qualcosa come “A che ora è il comunicato della Protezione Civile?” Che ti gela pure quello, peraltro.»

Pomeriggio ore 6 | Equipe 84
La risposta alla domanda di Ligabue al punto precedente: "pomeriggio ore 6". In realtà si tratta di una cover degli Equipe 84 - che le copiavano quasi tutte - di un brano dei Bee Gees.

The plague | Scott Walker
La "pestilenza" di Scott Walker (indiscusso maestro della visione del mondo in nero) è interiore e vissuta nel chiuso di una stanza. Una situazione che stiamo conoscendo.

Five years | David Bowie
Questa va un minimo contestualizzata. In Ziggy Stardust, il concept-album da cui è tratta, la terra sta morendo e all’umanità restano solo cinque anni prima dell’estinzione.

Before the deluge | Jackson Browne
Qui si racconta del prima e del dopo il diluvio, causato da una qualche catastrofe globale. La canzone fu l’inno del movimento anti-nucleare No Nukes. “Let the music keep our spirits high”. Sempre.

Idioteque | Radiohead
La canzone più apocalittica dell'album più apocalittico di una band notoriamente pessimista, "Idioteque" è fredda come la prossima era glaciale che prevede. "Non stiamo facendo allarmismo, questo sta davvero accadendo".

Pasticcio universale | Nada

The final countdown | Europe

The end | The Doors
Undici minuti e quarantadue di totale genio e delirio. Celebrati, nel loro andamento ipnotico e messianico, da diverse colonne sonore, e soprattutto in una memorabile sequenza di Apocalypse Now.

Panic | The Smiths
Dicono che un deejay alla radio mise “I’m your man” dei Wham! subito dopo la notizia dell’incidente di Chernobyl e che gli Smiths si incazzarono, da cui il refrain: “Hang the dj, hang the dj, hang the dj!”. Bruciamo la discoteca, impicchiamo il deejay, perché la musica che sceglie non mi dice niente della mia vita. Ora metto le mani avanti:, condivido con te questa playlist, ma non voglio subire le stesse conseguenze patite da quel dj. Comunque il brano dice: “Panic on tre streets of London, panic on the streets of Birmingham”. Boris Johnson ha colpito ancora.

Emilia paranoica | CCCP - Fedeli Alla Linea
Emilia paranoica. Ma prima ancora Lombardia e Veneto paranoici, e colpiti dal karma cinese. Dante direbbe: contrappasso.

SOS | ABBA
Caso più unico che raro in cui titolo della canzone e nome della band sono entrambi palindromi.


Help | The Beatles
“Quando ero giovane, molto più giovane di oggi, non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno, mai. Ma ora le cose sono cambiate, e non mi sento più così sicuro. Puoi per favore – per favore – aiutarmi?”. Ma bando alla tristezza, avete mai provato a ballarla, “Help”? Funziona benissimo.

Ambulance blues | Neil Young

Ambulance | Blur
“I ain’t got nothing to nothing to be scared of.”. Così parlò molti anni prima del Coronavirus.

Hospital | The Modern Lovers
“Quando uscirai dall’ospedale, mi farai rientrare nella tua vita?” Non c’è davvero bisogno di aggiungere altro se non che davvero non possiamo immaginare quali saranno le conseguenze emotive di questi “strange days”, giusto per citare una celebre canzone dei Doors (vedi sotto).

Hospital food | David Gray
Il cibo da ospedale è la sbobba che il mondo e in particolare i media ci rifilano ogni giorno, e che ci mangiamo, rincoglioniti: “ditemi qualcosa che non sappia già”. Quando fa “tell me something...” è fantastica.

Get me away from here, I’m dying | Belle & Sebastian
Urca! Molte delicate canzoni indie-rock dei primi anni 2000 diventano strazianti se interpreti letteralmente il loro testo.

Heroes | David Bowie
Non sono tante le canzoni che sopravvivono all’ascolto plurimo, decennale, sfinente, accompagnato da tutta la retorica sulla loro immortalità. Per esempio, “Stairway to heaven” no. “Like a hurricane” sì. “Heroes” sì sì sì. Strasì. Dedicata a medici e infermieri in prima linea contro il virus.

Love lockdown | Kanye West

Empty sky | Bruce Springsteen
"Cielo vuoto", scritto sulla scia dell'11/9, questo brano torna d'attualità - in senso figurato e forse letterale, perché al momento i viaggi aerei sono pressoché nulli.

La crisi | Bluevertigo

Città vuota | Mina
L'originale era "It's a lonely town" di Gene McDaniels. Il brano è splendidamente reinterpretato da Mina. In realtà la città è piena di gente, ma a lei sembra vuota se lui non torna. Forse perché ha la residenza da un’altra parte.

Shock in my town | Franco Battiato

Lost in the supermarket | The Clash
Abbrutimento e solitudine dell’homo occidentalis, schiavo di tv, shopping, e tutte quelle cose lì. Ma con tenerezza, e melodia. Se in questi giorni hai fatto la spesa, magari cercando l'Amuchina, probabilmente ti sarai sentito "perso al supermercato".

Supermarket | Lucio Battisti

Esercizio di esorcismo

We might be dead by tomorrow | Soko
"Potremmo essere morti domani". Ovviamente si fa per scherzare, anzi per 'esorcizzare' questa remota possibilità. Canzone d'amore per la vita della cantautrice francese Soko.

Zombie | The Cranberries
Qui ci sta bene. Ma in realtà Dolores protesta contro la guerra civile in Irlanda (nel 1916 ci fu la Rivolta di Pasqua, tappa storica verso l’indipendenza irlandese mai portata a completamento), ma incidentalmente produce un tormentone fulminante: “what’s in your head, in your head...”. “È la solita storia, dal 1916”.

Fourth of July | Sufjan Stevens
Sufjan Stevens è un genio, non poteva mancare in questa lista. Questo brano rappresenta il momento più struggente di Carrie & Lowell, lo splendido concept-album sulla morte della madre. Quella coda finale ripetuta - “We’re all gonna die” - dimostra che nelle mani di un artista geniale le idee più semplici diventano le più profonde e viceversa. Per il 4 Luglio sarà tutto finito, vero?

Hope to die | Orville Peck
Ovviamente non spero affatto di morire, tanto meno credo che possa accadere a causa di questa cosa, ma se dovesse accadere mi piacerebbe ascoltare Orville Peck sulla 'way out'. Orville Peck è un cantautore country canadese. Di lui non si sa nulla: né età (potrebbe avere 20 come 40 anni) né volto (indossa sempre una maschera da Lone Ranger). Ascoltalo e ricorda: non ci si deve fidare di qualcuno a cui non piace Orville Peck (che comunque non si chiama nemmeno così).

Die Young | Kesha

Die Young | Sylvan Esso
Mi sa che sto risultando ansiogeno ... ma devi ammetterlo, le canzoni sono belle!

Under pressure | David Bowie ft Queen
Io me lo ricordo, quando si seppe che David Bowie aveva fatto una canzone con i Queen. Gli uni e l’altro fanno faville, appassionatamente, e il giro di basso è stato definito il migliore della storia del rock.

Hope there’s someone | Antony & the Johnsons
Non c'é nulla di più umano che il bisogno di un contatto in un momento di tensione e paura, e la paura più grande - cosa c'è dopo il traguardo finale - è stato espressa raramente in modo più sincero che da Antony in questo brano. Quel groppo in gola che senti significa sei ancora vivo.

Salvation | The Cranberries
Salvation, salvation, salvation is free

Playlist