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Massive Attack

(1987, Bristol, Inghilterra)

Geni veri, e come tutti i geni, responsabili di capolavori e brani inascoltabili, ancorché geniali. Protagonisti di quella cosa che si chiamò il sound di Bristol, assieme a Tricky e Portishead, mescolarono elettronica a vocalizzi e influenze soul e hip-hop. Apparvero abbastanza “strani” e rivoluzionari da diventare rapidamente di moda presso quelli che se la tirano un po’: potevano marciarci una vita e invece seppero trattenersi facendo pochissimi dischi.

Unfinished sympathy
(Blue lines, 1991)
Una delle più belle canzoni degli ultimi vent’anni secondo molti sondaggi delle riviste britanniche. In effetti, è formidabile. È un pezzo assolutamente moderno, decisa- mente ballabile nel ritmo e nell’arrangiamento ma con ingredienti classici come il sottofondo di archi e pianoforte e la voce soul di Shara Nelson, che piomba in mezzo alla canzone – sentimentale, ma tene- brosa – come raggio di sole nella tempesta.

Hymn of the big wheel
(Blue lines, 1991)
Un po’ reggae, un po’ rap, finisce per essere il pezzo più canticchiabile del deflagrante primo disco dei Massive Attack, malgrado la monotonia. Parla del mondo che gira e delle cose che cambiano, fratello.

Protection
(Protection, 1994)
Se i Massive Attack avessero composto in tutta la carriera solo “Unfinished sympathy” e “Protection”, basterebbe a metterli nelle enciclopedie. Ma che dico (nelle enciclopedie ci va chiunque): a intitolargli una piazza. “Midtempo”, dicono gli inglesi di quei lenti sostenuti però da una base ritmica “importante”. Ma è un lento, in sostanza: un grande lento moderno che deve moltissimo alla voce e alla mano di Tracey Thorn degli Everything but the Girl. Ce ne sono diverse versioni extended e remix, tra cui una piovosa e di nove minuti a opera di Brian Eno.

Better things
(Protection, 1994)
Uno poi si ricorda solo della voce di Tracey Thorn, e di quei “tèng” di chitarra, e in effetti il resto dell’arrangiamento è molto più discreto che nelle altre cose dei Massive Attack. Lei cerca di spiegare a lui che arriveranno cose migliori, basta avere pazienza e accontentarsi dell’amore, senza pretendere ma- gie o presunte libertà.

Heat miser
(Protection, 1994)
Una specie di “Profondo Rosso” dei Goblin (ma sembra anche Gazebo, a un certo punto), più raffinata e alla fine ancora più tetra, so- prattutto per via di Darth Vader che ansima in qualche angolo là dietro.

Karmakoma
(Protection, 1994)
Una colonna sonora da catena di montaggio in un villaggio africano, meccanica ed eterna. I rappers sono ancora 3D e Tricky, che poi si metterà in proprio e ne scopiazzerà qualcosa.

Teardrop
(Mezzanine, 1998)
Lei questa volta è Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, una band resa celebre dai suoi ardimenti vocali fiabeschi. L’idea è che se la fate sentire agli impiegati di banca, potete procedere con tutta calma a svaligiare il caveau.
Ne esiste anche una cover - originale ed affascinante - di José González.

Angel
(Mezzanine, 1998)
You are my angel
Come from way above
To bring me love

A prayer for England
(100th window, 2003)
Scritta e cantata da Sinead O’Connor, parlava di bambini maltrattati e andò a sbattere contro l’arresto di Robert Del Naja – noto come 3D, membro stabile della band – per possesso di materiale pornografico a soggetto pedofilo. Fu prosciolto qualche tempo dopo.

Sam
(Danny the dog, 2005)
Nel 2005 i Massive Attack misero insieme la colonna sonora di un bel film francese, Danny the dog. Le richieste del caso limitarono piuttosto l’inventiva, e fuori dal film se ne godono solo poche tracce, tra cui questa.

Paradise Circus
(Heligoland, 2010)
Love is like a sin, my love
For the ones that feel it the most
Look at her with her eyes like a flame
She will love you like a fly
will never love you again


Brani citati
Top 10 Spotify
This is ...
Radio
Altri brani, non su Spotify

A prayer for England - Sinead O'Connor

The Cure

(1976, Crawley, Inghilterra)

«Mi piacciono i Cure, ma i primi Cure...» è diventata la battuta che identifica quelle noiose macchiette umane che attribuiscono a qualsiasi cosa una deprecabile involuzione commerciale (ci giocò anche Woody Allen, con la battuta su se stesso «mi piacciono i suoi vecchi film, quelli comici»). I primi Cure in realtà somigliavano più agli ultimi Cure rispetto ai Cure di mezzo, quelli dissonanti e tenebrosi, che definirono il dark e il cosiddetto gothic rock. Associati alla faccia di Robert Smith e alla sua criniera leonina, furono l’aspetto “strano” e mi-si-nota-di-più degli anni Ottanta, la cosa migliore a cui rivolgersi per sopire l’indignazione contro la Milano da bere e i degenerati Duran Duran.

Boys don’t cry
(Boys don’t cry, 1980)
Qui, appunto, erano ancora piuttosto sgarzolini. Crisi sentimentale adolescenziale, giro di chitarra killer, e se la sente uno che non sa niente dei Cure, col cavolo che lo convincete che furono l’anima dark degli anni Ottanta.

Charlotte sometimes
(1984)
Viene da un libro per bambini di Penelope Farmer, Charlotte viaggia nel tempo. Ha una grande melodia, eppure diventano finalmente prevalenti basso e tastiere da brividi. Uscì solo come singolo.

The caterpillar
(The top, 1984)
Era quella del video con le farfalle nella serra, e con i violini.

Inbetween days
(Head on the door, 1985)
“Questa c’ha un tiro...” dice Matteo Bordone, conduttore di Dispenser su RadioDue. E ce l’ha eccome: canzonetta di chitarre sfrenate, che eliminava dalla pista schiere di dilettanti, in quelle serate alternative del giovedì. «È una canzone per gente a cui piace l’amaro assieme al dolce, gente capace di ballare, emozionarsi, pensare, e cantare allo stesso tempo» sostiene Bill Janovitz dei Buffalo Tom.
Yesterday I got so old I felt like I could die. Yesterday I got so old it ma- de me want to cry. Go on, go on, just walk away. Go on, go on, your choice is made. Go on, go on, and disappear. Go on, go on, away from here.

Close to me
(Head on the door, 1985)
Di nuovo una canzonetta pop, questa volta senza le chitarre e persino con dei fiati. «Come quei giorni in cui senti di non aver combinato niente, e non vedi l’ora di chiudere la giornata e cominciarne un’altra. E ti dici che farai un sacco di cose, domani. Ma il giorno dopo è come il precedente, e a volte va avanti per settimane» disse Robert Smith.

Why can’t I be you
(Kiss me, kiss me, kiss me, 1987)
Fu l’album – doppio – dei singoli pop da classifica, che andarono bene soprattutto negli Stati Uniti (dove era stato preceduto dal successo di una raccolta di singoli). “You make me, make me, make me, make me hungry for you!”.

Just like heaven
(Kiss me, kiss me, kiss me, 1987)
“Show me show me show me...”. Altra canzonetta, ancora più allegra, romantica e solare, non fosse per l’escamotage piuttosto facile di rivelare che si trattava solo di un sogno: non c’è nessuna ragazza con cui fuggire.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #483 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

One more time
(Kiss me, kiss me, kiss me, 1987)
Nessun altro potrebbe mettere in un testo tante frasi fatte, e passare per originale e alternativo. Nessuno fuorchè i Cure.
Take me in your arms
Never let me go
Take me in your arms tonight
Hold me
Just one more time

Lullaby
(Disintegration, 1989)
Di nuovo una cosa di insetti, e di nuovo una cosa inquietante e ansiogena alla vecchia maniera. Un incubo infantile di Robert Smith, “the spiderman is having you for dinner tonight”. «Creepy song» dicono gli americani.
‘Come into my parlour’, said the spider to the fly… ‘I have something…’

Pictures of you
(Disintegration, 1989)
“Ho guardato così a lungo queste tue fotografie, che quasi ho creduto fossero reali”. Lei non c’è più, e restano queste foto, e una canzone sentimentale e tempestosa. Piuttosto bella.

Nel 2004 la rivista Rolling Stone ha classificato questo brano al #278 della classifica 500 Greatest Songs of All Time.

< Lovesong
(Disintegration, 1989)
La quadratura del cerchio. Una canzone col più perfetto suono Cure, che pare uscita da un avanzo di “Charlotte sometimes”, con gli archi e il ritmo incessante, ballabile e il cui verso centrale è “I will always love you”, neanche fossero Whitney Houston. La canzone era per Mary, che Robert Smith stava per sposare, e che a un certo punto sussurra “fly me to the moon”, in omaggio a un classico standard romantico. (Non si è mai capito se sia “Love Song” o “Lovesong”: sui dischi è scritto in entrambi i modi).

Friday I’m in love
(Wish, 1992)
Dodici anni dopo, e sapevano ancora fare “Boys don’t cry”.

E gli era anche passata la depressione (anche troppo, per molti fans e critici): il testo pare un pezzo di Barry White sulla discoteca scacciapensieri.
It’s such a gorgeous sight to see you in the middle of the night. You can never get enough, enough of this stuff.

A letter to Elise
(Wish, 1992)
“Appena la raccolgo mi sfugge tra le dita, come sabbia”: vecchia immagine ungarettiana, che funziona sempre. E anche a scrivere una canzone per una ragazza che si chiamasse Elisa ci aveva pensato un altro, duecento anni prima: ma non gli era venuta così bella.


Brani citati
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