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Roxy Music

(1971-1983, Newcastle, Inghilterra, Regno Unito)

Senza offesa per nessuno, si può dire che i Roxy Music siano stati il trait d’union tra i Velvet Underground e i Duran Duran. Con l’ambizione avanguardistica e intellettuale dei primi e la vanità estetica dei secondi, e la contiguità con modelle ed élites creative di entrambi. Identificati nettamente con la faccia, il vocione e la paraculaggine di Bryan Ferry, furono ispirazione per la new wave degli anni Ottanta e sperimentatori di stranezze melodiche ed enfasi teatrali. Fecero grande musica e canzoni stupende.

Beauty queen
(For your pleasure, 1973)
Qui c’era ancora Brian Eno, che poi avrebbe lasciato il gruppo in cerca di maggiori sperimentazioni e avrebbe trovato pane per i suoi denti. La regina del titolo è una modella e si chiamava Valerie (dovevano ancora arrivare Jerry Hall e Amanda Lear, nella vita di Ferry e sulle copertine dei Roxy Music).

A song for Europe
(Stranded, 1973)
Esibizione da palcoscenico di struggente decadenza, un circo gigionesco insuperabile. Lui è lì, seduto a questo caffè deserto, che pensa a lei, ma pare di vederlo in vestaglia attaccato alle tende della camera d’albergo, a Parigi o a Venezia. Nella canzone ci sono gondole, francese, latino, e rime sorrow-tomorrow che avrebbero fatto impallidire Gazebo. Applausi, sipario. Applausi.

In your mind
(In your mind, 1977)
Fu il primo disco solista di canzoni sue di Bryan Ferry . Più roccheggiante in senso canonico, come testimoniano i tre monumentali colpi di batteria al cambio di strofa della title-track.

Dance away
(Manifesto, 1979)
Malgrado la storia sia insieme incongrua e abusata – lui la lascia a casa, le dà un bacio e la sera dopo lei sta “hand in hand” con un altro – a un certo punto, dopo essere inciampato persino in un “my whole world has changed”, Bryan Ferry si inventa questa: “you’re dressed to kill and guess who’s dying?”. Ma basta una notte sulla pista da ballo, e passa tutto.

Same old scene
(Flesh + blood, 1980)
Io lo vedo, Simon LeBon, da solo nella sua cameretta che riascolta “Same old scene” mille volte fino a conoscerne ogni suono, e poi si guarda allo specchio dentro l’anta dell’armadio, lo specchio a cui sono incollate con lo scotch le foto di Bryan Ferry, e si dice: “io voglio esser come te”.

Over you
(Flesh + blood, 1980)
Qui erano rimasti in tre, ma Phil Manzanera e la sua chitarra da soli bastano a rendere memorabile questa canzone. Poi c’è Bryan Ferry, naturalmente. L’intermezzo strumentale con la pianola tornerà buono a una dozzina di band inglesi dieci anni dopo.

Oh yeah
(Flesh + blood, 1980)
Stanno suonando la nostra canzone: “there’s a band playing on the radio, with a rhythm of rhyming guitars. They’re playing to you on the radio, and so came to be our song”. Una specie di grato inno all’autoradio e a tutte le emozioni che ci ha dato (escludendo quelle della mattina in cui ce l’avevano rubata).

Avalon
(Avalon, 1982)
Nella storia del rock l’elemento fondamentale sono le canzoni, e va bene. Ma ogni tanto un piccolo sottoelemento – i suoni – ottiene una sua propria e immortale identità. Quei due tocchi e mezzo di chitarra all’inizio di “Avalon” non sono nemmeno ancora una melodia, non sono niente: sono due suoni (e mezzo). Indimenticabili.

More than this
(Avalon, 1982)
Avalon fu l’ultimo disco dei Roxy Music, poi ognun per sé (Bryan Ferry già aveva cominciato a farsi i fatti suoi con buoni risultati). Fu anche il loro lascito agli anni Ottanta e al decennio che sarebbe stato segnato dai loro allievi. Se ne andarono alla grande, con un disco affollato di buone canzoni in ogni ordine di posti. Questa è la più nota, e permise loro di sfondare finalmente anche in America. Dove i 10,000 Maniacs se la presero per una bella cover.

Take a chance with me
(Avalon, 1982)
Questo dice che “people say I’m just a fool”. John Lennon in “Watching the wheels” spiegava che “people say I’m crazy”. Serpeggiava in quegli anni una certa inclinazione alla paranoia, tra le grandi rockstar.

Slave to love
(Boys and girls, 1985)
Sciolti i Roxy Music, Bryan Ferry riprese da dove aveva lasciato: cantando sempre con quell’aria da “spostati ragazzino, lasciami lavorare” (si veda in questo senso soprattutto l’attacco di “True to life” in Avalon), come se Elvis fosse vivo e gli piacessero le modelle. Si fece aiutare da Nile Rodgers, da Mark Knopfler e da David Gilmour, e spopolò con questa ballatona.

Windswept
(Boys and girls, 1985)
Fu il terzo singolo da Boys and girls, e decisamente più anomalo e originale dei primi due. Orientaleggiante, lounge ante litteram (non fosse per l’assolo di chitarra), ipnotica. Andò peggio in classifica, ma non se lo meritava.

AA. Feel the need
(Will you love me tomorrow, 1993)
Questa stava nel lato B di un EP il cui pezzo principale era “Will you love me tomorrow” (cover di Carole King), proveniente da Taxi. L’originale (“Feel the need in me”) era stata incisa dai Detroit Emeralds all’inizio degli anni Settanta, ma aveva conosciuto una riscoperta disco per conto della meteora Leif Garrett. Ferry le restituisce dignità a modo suo.

Is your love strong enough?
(Threesome, 1994)
Malgrado il ritornello sia irritante e fatto con la mano sinistra, l’attacco e l’arrangiamento, compresa l’enfatica conclusione a salire, salvano la canzone. Che fu incisa per i titoli di Legend, flop cinematografico di Ridley Scott con Tom Cruise.

It’s all over now, baby blue
(Frantic , 2002)
I dischi di cover e standards sono spesso l’inutile pensionato dove vanno a finire le carriere di grandi rockstar, ma con Bryan Ferry è diverso. Lui aveva già cominciato a raccogliere canzoni altrui quando era all’apice della carriera. Il suo disco del 1973, These foolish things, si apriva con “A hard rain’s gonna fall” di Bob Dylan. Quasi trent’anni dopo, complice la bellezza della canzone stessa, indovina anche la cover di “It’s all over now, baby blue”, ancora di Dylan. Spesso Ferry non sa tenere a bada la sua gigioneria e non tutte le altre sue versioni sono all’altezza, ma questa ha un gran ritmo.

Positively 4th street
(Dylanesque, 2007)
Dopo averci tanto girato intorno, nel 2007 Ferry fa un disco di sole cover di Dylan, e gli esce niente male (soprattutto con questa, con “Simple twist of fate” e con “Make you feel my love”). “Positively” viene bene ogni volta, è vero, ma lui la rende notturna e languida senza sbracare, e complimenti.


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AA. Feel the need - Bryan Ferry

Black Music

La musica nera, la puoi fare in un sacco di modi, e le rimane sempre addosso qualcosa di nero.

Only the strong survive | Jerry Butler
(The iceman cometh, 1968)
Mammà lo diceva sempre: “sopravvivono solo i più forti”. Lui lo chiamavano “Ice man”, da quella volta che saltò l’impianto a teatro e continuò a cantare come se niente fosse. La canzone diede il nome a un bellissimo documentario sulla Stax Records di Memphis nell’epoca d’oro del soul.

Keep on movin’ | Soul II Soul
(Keep on movin’, 1989)
Il disco dei Soul II Soul (si dice “soul to soul”), band londinese che girava intorno al deejay Jazzie B, segnalò che stavano finendo gli anni Ottanta e che qualcosa di nuovo stava arrivando nel mondo della dance e del “clubbing”. Nelle discoteche le cose sarebbero diventate meno melodiche di lì a poco, ma il passo di “Keep on movin’” fu un modello per anni: “yellowisthecolourofsunrays...".

I don’t want to see myself (without you) | Terry Callier
(1983)
Callier è un chitarrista di Chicago, che fece belle cose tra il folk e il jazz, non sfondò mai, e quando dovette occuparsi di sua figlia smise di suonare e si trovò un lavoro all’università. Poi all’inizio degli anni Novanta alcuni suoi vecchi pezzi vennero riscoperti da un deejay inglese e circolarono nelle discoteche. Lo chiamarono da Londra, e gli chiesero di ripubblicare “I don’t want to see myself”: una delle sue ultime cose prima di ritirarsi. Andò forte, lui riprese a fare dischi, e l’università lo licenziò.

Have you seen her | Chi-Lites
([For God’s sake] give more power to the people, 1971)
Coretti epocali che suonavano retrò già allora: era il 1971. Loro erano di Chicago.

Rapper’s delight | Sugarhill Gang
(1979)
Il primo successo rap della storia resta praticamente irraggiungibile. Un primato che nacque quasi per caso, costruito sulla base di “Good times” degli Chic di Nile Rodgers, con un parto mai chiarito esattamente.

Gee whiz, look at his eyes | Carla Thomas
(Gee whiz, 1961)
Pioggia di petali di rosa, vecchie cadillac turchese che girano al rallentatore, frullati di fragola e vialetti del garage. Il primo grande successo della Stax Records, nel 1961. Lei era figlia di un’altra leggenda del soul, Rufus Thomas.

The first time ever I saw your face | Roberta Flack
(First take, 1970)
Poi dite che mangiavano i bambini: una delle più belle canzoni d’amore di sempre l’ha scritta un comunista inglese di genitori scozzesi, Ewan McColl, attore, scrittore e musicista (autore anche di “Dirty old town” che poi fu cantata dai Pogues). Sua figlia Kirsty McColl fu poi autrice e cantante, prima di morire a quarant’anni in un incidente in mare. Nella versione di Roberta Flack, “The first time ever I saw your face” rimase al numero uno in America per sei settimane, dopo essere stata usata nel primo film di Clint Eastwood Brivido nella notte.

Secretly | Skunk Anansie
(Post orgasmic chill, 1999)
Gli Skunk Anansie sembrarono brevemente una delle novità più interessanti del rock-pop, con quella cantante nera, Skin, piccola e incazzata. Poi sparirono nel nulla, e lei cercò di arrangiarsi da sola, senza gran costrutto. In “Secretly” era bravissima (con gli avverbi, andava forte: l’altra bella canzone si chiama “Lately”).

Where’s life | Keziah Jones
(Blufunk is a fact!, 1992)
Il padre di Keziah era un ricco imprenditore nigeriano che si poté permettere di mandarlo a studiare a Londra perché gestisse il patrimonio di famiglia. Keziah mollò la scuola, divenne un chitarrista formidabile e si mise a suonare per le strade e i locali d’Europa. Qualcuno si accorse di com’era bravo con uno stile funkeggiante tutto suo, e da allora incide dischi. “Where’s life” – dal suo primo disco del 1992 – ha un attacco e un ritmo da risvegliare un morto.

People get ready | The Impressions
(People get ready, 1965)
Quando Jerry Butler lasciò gli Impressions, il posto di cantante lo prese Curtis Mayfield. Nel 1965 Mayfield scrisse una celeberrima ballata sui tempi da cambiare, “People get ready”: poi si mise in proprio e diventò una leggenda della musica nera e impegnata.

Wake up everybody | Harold Melvin and the Blue Notes
(Wake up everybody, 1975)
Stesso messaggio di “People get ready”, dieci anni dopo. Il cantante della band era Teddy Pendergrass, che poi se ne andò perché il fondatore Harold Melvin non voleva cedergli il posto nel nome della band.

Feeling good | Nina Simone
(I put a spell on you, 1965)
L’avevano scritta i due inglesi autori di “Goldfinger” e di “What kind of fool am I” (uno è stato marito di Joan Collins, per una decina di minuti). La versione di Nina Simone è stupenda, perché mentre dice della nuova vita che l’attende, sembra vada a un funerale. Forse tutto si spiega.

What a diff’rence a day made | Dinah Washington
(What a diff’rence a day makes!, 1959)
Alle volte un giorno... Dinah Washington, “la regina del blues” morì a 39 anni per un’overdose di pillole dietetiche e alcool, dopo sette matrimoni. “What a diff’rence a day made” l’aveva scritta una compositrice spagnola, Maria Grever, e il testo inglese è di Stanley Adams. Dinah Washington ci vinse un Grammy nel 1959. Ce ne sono molte cover (ed equivoci nel titolo tra “makes” e “made”), e una famosa versione disco di Esther Philips.

Playlist


Brani citati